di Domenico
Donatone
«Internet è l’indifferenziato, è
la presenza istantanea dell’esistente, senza filtri.»
(V. Magrelli «Oggi Montale
pubblicherebbe su Internet»,
su Corriere della Sera, 5 agosto 2006)
*
«Ma se vai su Internet a cercare
la poesia, trovi tanto materiale inerte, esternazioni emozionali da scemi del
villaggio: i blog sono fatti per lo più da esibizionisti. Si trova la fuffa peggiore,
senza un orientamento.»
(G. Conte «Oggi Montale
pubblicherebbe su Internet»,
su Corriere della Sera, 5 agosto 2006)
*
«Per fortuna c’è Internet, che permette di far
circolare ovunque, rapidamente ed economicamente, le poesie di tutti. È un
ottimo strumento, il solo inconveniente è che si fa un po’ fatica a orientarsi
in mezzo a tutta questa abbondanza. Ma con un po’ di pazienza si arriva a
individuare dove si trovano le cose che interessano e in più si possono avere
rapporti diretti con gli autori.»
(N. Balestrini «Oggi Montale
pubblicherebbe su Internet»,
su Corriere della Sera, 5 agosto 2006)
*
«Internet può creare un contatto, può facilitare lo
scambio ma, per frequentare davvero la poesia, il libro è ancora lo strumento
ideale.»
(G. Vigini «Oggi
Montale pubblicherebbe su Internet»,
su Corriere della Sera, 5 agosto 2006)
*
La letteratura
ci (ri)volge la sua inter(net)-faccia?
Il
tema «Letteratura e Internet», o meglio «Letteratura e Informatica» nell’età
multimediale, qual è ormai la nostra, sarebbe argomento ideale di Pasquale
Stoppelli (e faccio uso di ricordi universitari) il quale, oltre ad essere
ordinario di Filologia italiana alla facoltà di Lettere “La Sapienza” di Roma, è
ideatore e creatore, insieme a Eugenio Picchi, della LIZ (acronimo che sta per
Letteratura Italiana Zanichelli) che altro non è che una banca di dati testuale
che comprende nella quarta edizione (in un unico disco 4.0) integralmente mille
testi letterari italiani, dalle origini (cioè da Francesco d’Assisi e i primi
rimatori in volgare siciliano) fino a Pirandello e D’Annunzio. Ovviamente di
versione in versione la banca dati è stata incrementata sempre più di opere e
di testi. La LIZ
ha rappresentato dalla sua prima versione (1993) ad oggi sicuramente un modo
innovativo e tecnologico, trattandosi di cd-rom, di raccogliere in un unico
contenitore digitale otto secoli di letteratura italiana, con la possibilità di
effettuare ricerche grammaticali, lessicali e storiche, su un testo oggetto di
studio o su più testi di riferimento. Ma oltre alla LIZ, il tema dallo stesso
Stopelli è stato affrontato anche da un punto di vista critico e non solo informatico,
scrivendo Letteratura e Informatica
(2004), un capitolo contenuto all’interno della prestigiosa Storia della letteratura italiana,
fondata da Emilio Cecchi e curata da Natalino Sapegno, ovvero «Letteratura e
Informatica» in Il Novecento: scenari di
fine secolo a cura di N. Sapegno e Lucio Felici (Milano, Garzanti, 2001,
vol. 1). Si è specificato all’inizio che “sarebbe” argomento ideale di Pasquale
Stoppelli, per il semplice fatto che egli ha osservato il fenomeno
dell’informatizzazione nella letteratura indubbiamente molto da vicino, ma la
sfera di riferimento rimane filologico-letteraria, di cui la LIZ è diventata supporto
indispensabile, oltre che strumento di ricerca pratico e veloce. Per cui la
prospettiva condizionale ci consente di liberare la totalità dell’interesse
sulla materia da un unicum specifico e di poter allargare il campo d’azione a
ulteriori esempi e semplificazioni, per poter dare al lettore nozioni
esclusivamente informative e per evitare di cadere in un linguaggio esclusivamente
tecnico che sarebbe refrattario alla comunicazione.
Il
tema in questione cerca di evidenziare “quanto” e “come” la letteratura si
confronti con internet, con gli strumenti tecno-multimediali (cd-rom e virtuale
in primis). La cosa è certamente stimolante oltre che essere, benché per molte
questioni ancora in fieri, un punto su cui sviluppare una sorta di avanguardia
critico-letteraria-tecnologica, in cui il cyberspazio, meglio conosciuto come «realtà
virtuale», e il sistema detto di “rete”, ovvero la comunicazione attiva fra
computer da cui è possibile trarre un utilizzo di dati, diventino il
contenitore di testi narrativi e poetici, e in cui l’e-book, ultima frontiera
tecnologica del libro, perfettamente digitalizzato, rappresenta, accanto alla
realtà della rete, non solo il primo grande segnale della modernità più
avanzata e continuativa che spalanca le sue porte al futuro, ma anche l’esempio
lampante di come la tecnologia reintegri e riassimili dentro le sue spirali in
maniera oggettiva e materialistica il «dramma» e il «fulgore» dell’oggetto
tecnologico in sé, insieme agli aspetti più importanti o deleteri (se in
termini non solo fenomenologici ma anche consumistici desideriamo affrontare il
discorso cultural-tecnologico e semiotico) del mondo del libro, dell’editoria e
della cultura globale. In Italia l’editore Luciano Simonelli, un pioniere
dell’editoria digitale e della divulgazione dell’e-book, ha guidato fino ad ora
un suo pubblico per quattordici anni di attività in rete, illustrando loro i
cataloghi dei propri SeBook e di eBooksItalia, facendo conoscere meglio gli
autori che hanno deciso di pubblicare esclusivamente in formato elettronico[i]. Un
progetto editoriale attuato che risulta essere sicuramente stimolante e dentro
il quale non ci addentriamo ulteriormente, ma ci limitiamo ad evidenziare il
fenomeno. Restando fermi al campo esclusivamente letterario, in un articolo apparso
sul Corriere della Sera, datato 5
agosto 2006, di cui qui si riportano alcuni brani apicali, che sono per lo più
libere considerazioni di alcuni tra i maggiori poeti e scrittori italiani
(Magrelli, Conte e Balestrini), una cosa appare evidente: gli scrittori per
primi non sanno dire dove l’ingresso della rete nella comunicazione letteraria
li condurrà. Qualcosa che non è da denigrare, ci mancherebbe, ma che spiega
piuttosto quanto dietro il rapporto tra la letteratura e internet ci sia un’ansia di
rinnovamento della disciplina di studio, come se dall’apporto dello
strumento tecnologico possa dipendere una qualità diversa del rapporto di
studio. Forse non una qualità diversa dello studio, ma una modalità diversa certamente
si, rintracciabile in un nuovo percorso, forse anche schematico, per ora, che
ci consente di affermare, sulla linea di una comune stigmatizzazione del fenomeno
internet in rapporto con la letteratura, che «quanto più si ingrossano le
memorie virtuali dei computer, tanto meno saranno attive le memorie
individuali/collettive che fino a ieri avevano regolato il funzionamento delle
società umane».[ii] Le riflessioni di
Magrelli, di Conte, di Balestrini e di Vigini (quest’ultimo studioso del
mercato librario) danno la possibilità di farsi non solo un’idea di quanto
internet e l’informatica, nel loro specifico, abbiano già ampiamente
influenzato il mondo della scrittura e della sua conseguente editoria, ma diano
soprattutto l’idea di uno spazio libero-allargato e, al contempo, ristretto
della rete, fatto di simbiosi e di sinapsi eco-letterarie che non ancora centrano
il loro obiettivo primario: dare o ridare
concreta voce alla poesia, alla narrativa e al romanzo. C’è dunque una chiara
continuità fra la teoria del testo, che ha fino ad ora improntato la corrente
degli studi semiotici e filologici, rendendoli egemonici in gran parte dei casi
e delle circostanze anche d’impatto tra nuovi fenomeni della comunicazione e
residui della stessa, facenti ormai parte di studi strutturalistici, e lo studio
informatico della letteratura. Non a caso questa sembra ormai essere una nuova
teoria della critica che da circostanza circospetta e in loco della sola
materia, si trasforma in vera e propria prassi di decodificazione della massa
abnorme dei fenomeni della rete e della produttività letteraria. Un qualcosa
che a partire dalla seconda metà del secolo trascorso (con McLuhan, Havelock,
Kern, Zumthor, Adorno, Deleuze), gli studi letterari hanno iniziato a sentire
sempre più imprescindibile, chiedendo aiuto alla scienza e alla tecnologia per
uscire da una presunta o reale e importante crisi del settore delle lettere. È
successo negli anni Sessanta-Settanta con lo strutturalismo e in seguito con la
semiotica; oggi accade con l’informatica.[iii] Che
questa nostra età storica, legata in parte al concetto di postmoderno e, al
contempo, fusa con esso da elementi tecno-culturali assai innovativi che ne
ribaltano il significato e la prospettiva originaria, con l’avvento di internet
e delle più sofisticate tecnologie di comunicazione, sia un’età segnata ormai dalla
multimedialità e dai linguaggi ad essa correlati, è del tutto palese e
pleonastico ribadirlo. Occorre, semmai, stabilire un contatto proficuo con
tutto ciò ed evitare di esiliare dal dibattito la nozione di poesia a cui siamo
in qualche modo vincolati da un sentimento e da una evoluzione specifica.
Come spiega il filosofo Pierre Lévy in un suo saggio dal titolo Il virtuale (Milano, 1997), «l’ipertesto,
l’ipermediale e il multimediale interattivo proseguono un processo di secolare
artificializzazione della lettura. Se leggere significa selezionare,
schematizzare, costruire una rete di rimandi interni al testo, associare ad
altre informazioni, integrare le parole e le immagini alla propria memoria
personale in perenne ricostruzione, allora si può davvero affermare che i
dispositivi ipertestuali costituiscono una sorta di oggettivazione, di
esteriorizzazione, di virtualizzazione dei processi di lettura».[iv] Qualcosa
che fa capo ad una vera e propria modifica della percezione sia della lettura
che della stessa pratica artistica e letteraria. Una dimensione, come Lévy
adotta in senso speculativo, che fa capo alla realtà virtuale, intesa come
quarta dimensione «tardoaristotelica» che segue alle note dimensioni di spazio
e di tempo: un profluvio di armonizzazione con l’esistente che inquadra il
significato del virtuale nella lotta strategica tra ciò che è reale, attuale,
potenziale, con ciò che è in fine virtuale. Il virtuale è un non esserci che
c’è. Come scrive Gabriele Frasca in un suo capitolo sul tema, «per Lévy
l’inarrestabile processo di digitalizzazione (che sta mettendo in crisi, lo si
sa, anche i mass media generalistici) conduce inevitabilmente alla cultura
della rete, come “ritorno all’essere, dell’esistenza reale e viva, nella sfera
della significazione”. Il “collettivo intelligente” [ovvero l’insieme degli
utenti della rete ndr] se verrà
opportunamente supportato da una buona architettura del cyberspazio (e, sarebbe
il caso di aggiungere, se non verrà irreggimentato dalle inevitabili leggi
merceologiche), potrà divenire il luogo di produzione e consumo del sapere».[v] La
rete è il nuovo istituto della cultura (forse sarà eccessivo dirlo!) ma di
sicuro lo è dello scambio di informazioni nell’età multimediale. Nella rete si
riversa una quantità di dati e di esperienze/esperimenti poetico-artistici, per
quello che ci riguarda, che misurano la nuova dimensione dell’homo technicus, la dimensione della poesis, tra l’altro da sempre esistita e
attiva sin da quando con Gutenberg si è eliminato il manoscritto e favorita la
stampa. Certo la visione di Lévy è del tutto ottimistica ed inquadra la
diffusione della rete dentro una maggiore e migliore democratizzazione della
società civile. Nella sempre più evidente manifestazione oggettiva del tramonto
di un’intera era storica legata alla stampa, se non quasi l’abbattimento totale
di una cultura tipografica che ci ha guidati fino a qui, appare chiaro come questo
aspetto culturale speculativo volto ad incrementare un “internettismo” e un
“multimedialismo”, intesi come categorie di pensiero e insieme di evoluzioni
tecno-semantiche del testo in rete (legato a immagini e a musica), - una «idéographie dynamique» come sempre asserisce Pierre Lévy -, sia
riconducibile a esperimenti/esperienze umane/artistiche extrasentimentali,
condotte da pionieri ipertestuali capaci di afferrare coi denti i muscoli che
la tecnologia ci offre, che sono Micheal Joyce e Shelley Jackson. Facciamo
riferimento a questi due scrittori che hanno inaugurato la pratica ipertestuale
per mostrare come l’utilizzo dello stesso cd-rom abbia subito una rivoluzione
impensabile fino a qualche decennio fa. Perché se per ora il cd-rom letterario
si è limitato soltanto a raccogliere testi (come la LIZ) nati per la cultura
tipografica, e naturalmente si continuano a produrre libri su libri, cosa
succederà quando gli scrittori pubblicheranno direttamente le loro opere in cd-rom?
Un interrogativo del tutto lecito, soprattutto perché evidenzia che chi scrive
(com’è evidenziabile dal riportato articolo apparso sul Corriere con le voci di Magrelli Balestrini e Conte) sa di non
poter ancora capire quello che sta accadendo (e nessuna ipotesi è
catastrofistica, semmai pluri-realistica, nel senso che esiste già una
deviazione dell’individuo dai suoi parametri abituali di informazione), è
altresì visibile una strada di impermeabilità della tecnica da tutto ciò che la
scrittura e il concetto stesso di avanguardia nel Novecento hanno fin qui
prodotto. Non si tratta più di intuizioni innovative ma di performance davvero
attuative di una condotta tecno-multimediale e sperimentale, vista con sospetto
dai più perché quegli stessi strumenti appaiono illeciti, a differenza della
pittura o della scrittura. Già l’ideogramma e la videopoesia o la poesia
visiva, che furono in grado di intercettare la performance dell’artista come
dato divulgativo dell’azione in campo della stessa rappresentazione artistica, venivano
guardati con dubbio e deprecati, figuriamoci in questo nuovo ed esorbitante
raggio d’azione della tecnologia e dell’informatica quanto possa essere ben
accetta una sperimentazione che dà la visione concreta del futuro, con mezzi
che sono in grado di superare davvero quello che fino ad ora è stato realizzato.
Per questo ci si chiede se esiste anche un’ipotesi di liceità (ovviamente
provocatoria) dell’utilizzo dei mezzi tecnologici in arte e in letteratura, se
essi possano rendere davvero gli uomini ancora degli artisti oppure far di loro
degli «artisti alieni», che si muovono unicamente nel cyberspazio, o si clonano
l’identità e procedono come avatar. Al momento basta dare un’occhiata a
innovazioni come il testo poetico in
movimento utilizzato da Kryztoff Lenk alla Rhode Island School of Design (e
descritto in un saggio di George P. Landow) o, meglio ancora, ai prodotti della
Voyager di New York per rendersi conto di come potrebbero cominciare ad andare
le cose; nel cd-rom Freak Show, opera
che si deve al gruppo multimediale dei Residents e ai disegni e alle animazioni
di Jim Ludtek, si può navigare nel tendone di un circo di mostri, assistere
agli spettacoli, intrufolarsi nei carrozzoni delle varie attrazioni, sfogliare
i loro album di famiglia, sbirciare nella loro corrispondenza, frugare nei
cassetti, consultare libri, ascoltare musica, vedere video, leggere tavole a
fumetti, telefonare a varie persone (che, non ricevendo, com’è ovvio, risposta,
daranno nelle più pittoresche escandescenze verbali), fino a tantissime altre
cose.[vi]
Questo è un futuro che non è futuribile, come molti a impatto credono di vedere
e di sapere. La realtà è ben diversa, e orbita sicuramente in un sistema di innumerae rerum mutationis (di
trasformazioni innumerevoli) e che modificano, come sosteneva Bacone, l’aspetto
e la condizione del mondo, ovvero faciem
et statum orbem terrarum. Certamente per quanto si delinei uno spazio
all’interno del settore della critica che intenda sempre più intensificare il
suo rapporto con le tecnologie e con l’informatica, di nuovo il senso della
prosecuzione dell’arte e della letteratura sembrerebbe ricadere sulla capacità
del lettore di saper distinguere ciò che è buona letteratura (póiesis) da ciò
che è cattiva letteratura (mimesis) e che, guarda caso, la seconda sembrerebbe
espandersi sempre più nella rete, senza controlli e senza reali possibilità di
distinzioni. Non che l’editoria libraria non abbia legittimato i mediocri
scrittori o i poeti dilettanti, incorrendo in incongrue pubblicazioni, il fatto
stesso che l’abbia fatto dimostra che il libro è sempre più un oggetto di
vendita e non un prodotto culturale; in questo senso la rete ancor più
dell’editoria, eliminando l’editore supervisore tanto agognato oppure detestato,
fa sì che editore lo diventi colui che decide da sé e per sé di mettersi in
rete, quindi di pubblicare, con l’avvallo del proprio giudizio critico, ciò che
il mercato non legittimerebbe e a cui non darebbe valore. Così come accadde per
radio e tv, anche con internet in una coesistenza di tecnologie questa stessa
non può non provocare traumi e tensioni sociali mondiali. Anche qui sarebbe il
caso di dire che è in atto una «rivoluzione inavvertita» (Elizabeth Eisenstein,
1979) che ci spinge a riflettere sempre più su un dato che non è solo
interpretativo e culturalmente antropologico, bensì curiosamente tecnologico, costituito
da un medium reale, benché la sua energia sia tutta nell’astrazione
imprendibile ma così concreta della rete multimediale, ovvero nel mutamento del
mezzo adoperato per comunicare. Il bello di internet o della rete è che esso rappresenta
un esterno/interno, ovvero un mezzo che consente di spaziare al di fuori sulla base concreta di un di dentro meccanico, su uno strumento denominato
computer. Il computer è il mezzo, la rete la sua filiazione tecnologica, che si
rende a sua volta un mezzo che funge da supporto emotivo, irrazionale, critico
e multifunzionale, per categorie di assimilazione e di esteriorizzazione,
congiunte ad una esternalizzazione di forme medium-cyber-letterarie. Al di là
di quelle che sono le posizioni di metodo e di studio, legate alla teoria del
testo e all’influenza attiva di internet su di esso, ci si muove ancora in
maniera prudente, sentendo da vicino quella che potremmo definire «emozione
culturale»[vii].
Il lettore della rete, stavolta, non più il generico lettore, ma un lettore che
deve saper cercare quello che desidera perché va in rete come se andasse in
missione in una giungla a cercare quello che gli piace o gli interessa maggiormente,
è sicuramente, insieme al coacervo tecnologico che ha di fronte, il soggetto-attore
che esprime o reprime l’onda che gli viene incontro. Il lettore è sempre il
soggetto agente che capta, bene o male, quello che gli sta intorno, e che vede (se
ben informato) anche quello che nella strutturazione fin qui desunta di un
mercato del libro in crisi, (soprattutto per quanto riguarda la poesia), sta
accadendo sempre più (si pensi all’e-book), favorendo stimoli nuovi per trovare
quei mausolei culturali poetici ed emozionali che internet sembra capace di
restituire, fornendo un’emozione
culturale, appunto, ben più evidente e lampante. La cosa si è resa palese
anche dal punto di vista dell’informazione, cioè con la creazione di blog che
più che sostituire i giornali, secondo lettura comune del fenomeno, di fatto spostano
i giornali in rete, ma altresì accrescono l’intensità dell’informazione facendosi
scudo da tutta quella massa di opinione e di informazione totalmente pilotata
dai partiti politici, che sono i soggetti primi e gli attori che dettano
l’informazione nelle linee editoriali della carta stampata. In rete non c’è
proprietà specifica, ma c’è una proprietà condivisa, collettiva. Il blog più
noto in Italia (e non solo in Italia) è quello del comico genovese Beppe
Grillo, la cui proprietà è di tutti, nel senso che al di là del post, del
messaggio, dell’informazione scritta che è di chi scrive, quindi di chi ha creato
il blog, in esso si usufruisce di una informazione alternativa o comunque
certificata sulla base di attente collaborazioni e di fonti messe in rete, che
stabiliscono una diversa partecipazione alla cronaca e ai fatti economici,
politici e culturali. Quello che per i siti di letteratura è il lettore
multimediale, nel caso dei blog d’informazione è il cittadino-elettore ad
essere protagonista, che non subisce trasformazioni di sostanza ma incrementa
la sua responsabilità o demanda, nell’ipotesi peggiore, la sua forza-pensioro
ad un soggetto terzo che è il blogger, per definire o ridefinire il concetto di
responsabilità elettorale in concordia con il senso civile ed etico del suo Paese.
Un soggetto-utente, dunque, che risponde in maniera nuova alla cronaca e che
stabilisce in anticipo quello che potrà essere un suo futuro indirizzo
democratico o democritico. Nel caso specifico della letteratura e della poesia,
i siti che offrono un apporto soddisfacente di analisi e di confronto sono
ancora pochi. Sono pochi, ma forse sono buoni, e in qualche modo ciò che è raro
non è vero che sia poco autorevole e limitativo di opportunità ulteriori come
spesso si pensa, magari tutto ciò è di nicchia, ma in questo caso è quasi ovvio
che lo sia, trattandosi di letteratura e di poesia e di arte, ma in ogni modo sono
esempi di libertà assolutamente libera, perché trattasi di libertà e quindi di
pensiero non vincolato, non pagato, non retribuito da un editore, ed è una
realtà, per ora, che non vede la presenza di padroni incalliti nel perseguire
uno scopo nefasto o disinformativo, al quale, se pensiamo ai giornalisti di
partito, non ci si può sottrarre, pena la perdita del posto di lavoro. Il
pensiero libero è un pensiero che non ha proprietà e che non riceve
remunerazione. È un discorso che non è solo inquadrabile in un sistema sempre
più evidente e che riguarda tutte le nuove generazioni, ma stabilisce un’alternativa
di produzione che per lo meno non è ingabbiata in schemi economici e di mero
interesse. Il lettore/critico allora, espressione forse ancora
troppo enfatica per poter essere davvero dirimente, è colui al quale spetta il
compito di saper vedere, di saper cercare la poesia che gli interessa, o di
tenersi comunque aggiornato sulle pubblicazioni che accadono direttamente in
rete. È qualcosa su cui non si può ancora dire se farà bene o farà male, ma che
sta in ogni caso accadendo.
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Irene Catania, My books, 2009
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Per quanto riguarda la tecnologia e il tema specifico degli e-book,
la rivoluzione è insita nell’oggetto, mentre per i siti il tutto è legato al
linguaggio e ai contenuti. L’e-book è qualcosa che sostituisce il libro, è un
nuovo mezzo, perché è digitalizzato, e attraverso esso si possono ricevere direttamente
informazioni da tutti i giornali del mondo e percorsi di spostamento in tempo
reale, ma non è necessariamente il mezzo che in sé ha nuovi contenuti, semmai
ha nuova tecnologia: è stato così per l’automobile che ha sostituito il
cavallo! L’automobile è utile perché migliora lo spostamento, ti rende libero
di andare dove vuoi tu e quando lo vuoi tu, ma non è detto che il mezzo non sia
soggetto a modifiche o a disfacimento. Lo stesso vale per i siti. I siti
avranno il loro buon contenuto se saranno gli uomini a introdurlo, a
contribuire che qualcosa di buono si sviluppi. Per ora il mezzo rappresenta la
rivoluzione perché il suo senso è dato dall’uso. E l’uso è ciò che inquadra una
rivoluzione fatta di pronta assimilazione di eventi tecnologici e vitali. Buoni
per il futuro. La letteratura si rapporta a internet non solo attraverso il
mezzo spazio-temporale informatico, ma grazie al lettore/critico, ovvero grazie
ad una figura indispensabile e necessariamente educata al fenomeno. Sul ruolo
del lettore/critico ci si può ricollegare a quello che Renato Nisticò espresse
in merito a questo disegno in progress che vuole che ognuno sia comunque
responsabile di quello che fa e, al contempo, metta in evidenza la natura reale
di ciò che una multimedialità sa davvero garantire in termini di risposta e di
dinamica entropica. Per far sì che un mezzo funzioni occorre non solo che il
mezzo sia buono, occorre che dall’altra parte ci sia un utilizzatore che agisca
in base ad una reale mediazione. Se non c’è mediazione, quindi se non c’è un
reale filtro che consente scambio di informazione, non c’è cultura. Non c’è
niente di più falso che asserire che in rete la verità viene a galla comunque senza
una mediazione, e che il sistema garantisce i suoi anticorpi. La rete
garantisce scambio, ma la mediazione è necessaria affinché ciò avvenga,
altrimenti diventa il luogo del non-pensiero e del caos più assoluto, peggiore
della quantità d’informazione che si riceve dai quotidiani. Mediazione non
significa controllo, ma significa equilibrio, possibilità ulteriore di
miglioramento. La rete, infatti, non va chiusa ma aperta sempre più, e questo
per garantire che ci sia la possibilità di usarla o meno. La rete necessita di
principi che sono quelli che da sempre regolano la reale fruizione
dell’informazione: dibattiti e non esternazioni. Dibattiti controllati, e
quando si dice controllati significa che non ci dev’essere censura, ma
misurazione reale della capacità di contributo. La positività della rete è
rintracciabile nel dato immediato che riesce a fornire, il che sta ad indicare
l’evidente posizione raggiunta su una base di reale aspettativa, non ipotetica,
bensì calibrata su un percorso che già si è messo in atto e che avviene quando la
rete è gestita con il senso della ricerca e della coerenza. Allora le rete
funziona se è capace di annettere mediazioni, il che non significa che debba
selezionare con pregiudizio quello che le viene incontro, ma tenere alta una
prospettiva pregiudiziale di riuscita mediatica. Come dichiara Renato Nisticò, «i
processi attraverso i quali un sito si promuove a fonte autorevole di
informazione, sono quelli che lo portano da uno stato di anonimato a una
condizione di fruibilità collettiva; e coincidono con l’assegnazione di alcune
garanzie di affidabilità che il pubblico può anche non riconoscere, e
sottoporre a critica, ma solo al prezzo di proporre implicitamente nuove
garanzie, nuovi processi, nuovi criteri, che da quel momento potranno sostituire
i precedenti.[viii] Là dove non c’è
mediazione non c’è possibilità di rispecchiamento culturale, di condivisione
identitaria, di scambio d’esperienza. Precipitare in questo vuoto di valori
culturali condivisi è il pericolo dal quale Gian Carlo Ferretti consigliava ai
giovani autori di guardarsi, nel caso in cui essi cedano alla facile lusinga di
pubblicare i loro scritti sul Web. Proprio là dove i loro testi dovrebbero
essere pubblicati, cioè vivificati dalla “concretizzazione” dei fruitori, là i
loro testi muoiono, perché culturalmente inoperanti; perché privi, appunto, di
garanzie di mediazione. Nei suoi interventi sul Manifesto (Gian Carlo Ferretti,
Rete, accogli per favore il mio sfogo poetico, «Il Manifesto», 17 marzo
2001, p. 22; Esordienti, non cadete nella rete, ivi, 24 marzo 2001, p.
7; ivi, Quei poeti chiusi a chiave nei loro siti, 7 aprile 2001, p. 18),
Ferretti porta l’attenzione su due tipi diversi di pubblicazioni on-line: il
rifugio per autori frustrati dai rifiuti degli editori, delle riviste, dei premi
ecc., che spesso ricadono in vecchie logiche speculative da parte di editori
che hanno semplicemente ammodernato vecchie pratiche; oppure quell’area che
ormai sempre più diffusamente ostenta una totale alternatività rispetto ai
circuiti editorial-culturali ufficiali, nei quali l’autore non cerca di
inserirsi, ma anzi evita a priori, giudicandoli obsoleti e troppo compromessi
con pratiche ritenute conformistiche. […] In questi casi, infatti, il lettore
non dispone di criteri di giudizio, che gli sono invece messi a disposizione
anche soltanto in una normale libreria. Pensiamo ad esempio alle scelte del
libraio (compiute dietro le pressioni dei distributori, certo, ma anche sulla
base dei periodici specializzati in informazione libraria); e, soprattutto, al
paratesto che accompagna un libro. Da quest’ultimo ho l’opportunità di sapere
se un libro che mi attrae è stato edito da un buon editore, oppure no, se sia
stato scritto da un autore con un buon curriculum oppure no, ecc. A confronto,
abbiamo invece alcuni siti Web, che non presentano nessuna di queste garanzie.
In uno di essi si è imbattuto Alberto Cadioli (professore di Letteratura
italiana all’Università di Milano ndr).
Egli cita il caso di una recensione al libro di Mario Luzi Viaggio terrestre
e celeste di Simone Martini sul sito «Penna d’Autore on Line», nella quale
l’autore, dopo aver basato il suo giudizio sulla presunta incomprensibilità del
testo e sul fatto che non ne filtrassero «emozioni», chiudeva con il seguente
epifonema: “Con tutto il rispetto per l’ottantenne poeta, saggista e
drammaturgo, non posso esimermi dal decretare pollice verso. La vera poesia è
altrove”».[ix] Questo
vuole essere un esempio per spiegare come in internet la letteratura incorra in
vere e proprie corruzioni di significato, quando non è chiara la mediazione
culturale e la qualità dell’atto critico su un argomento. La letteratura vive
in internet di emozioni culturali, quindi di azioni profondamente legate al
conflitto mediale sortito dalla diffusione sempre più massiccia dei nuovi
medium elettrici e informatici. In ciò risiede il senso della semiotica, ma
risiede anche il concetto di processo culturale stesso, il quale non può
apparire disgiunto dalle esplosioni di emozioni collettive. Se c’è una
collettività sempre più evidente che va in internet è il segnale che qualcosa
si muove e cambia totalmente le prospettive di dialogo finora raggiunte.