di Alberto Scarponi
Vent’anni
fa, nel 1989, cominciò a finire il secolo breve, Anzi, per la precisione, the short Twentieth Century (vedi Eric
J. Hobsbawm, Il secolo breve, 1914-1991,
BUR, 2000). In quell’anno accaddero parecchi fatti a segnalare tale definitivo
inizio.
Il
più noto di essi o comunque il più citato è la cosiddetta «caduta del muro», il
meno noto o comunque il meno citato è la morte del pci. Del primo si parla
vagamente e con aria riflessiva: un evento
leggenda, l’improvviso crollo d’una sorta di cortina di ferro che divideva in
due il mondo, separando i buoni dai cattivi, cioè no, i belli dai brutti. Del
secondo (non) si parla, ma così, all’occasione. Il fatto è che non si sa se poi
il pci sia davvero morto, perché qui intorno c’è sempre qualcuno che avverte
che quelli, i comunisti, sono ancora vivi, e compatti, e brutti. Questo
naturalmente intendendo con pci, o meglio con piccí, partito comunista italiano, e dimenticando che la gran massa
con quell’espressione linguistica, piccí,
oggi si riferisce invece a una cosa assai concreta e importante nella vita, il
computer.
Guido
Liguori, autore di un bel libro intitolato appunto La morte del pci (manifestolibri, Roma 2009, pp. 191, € 20,00),
apre la sua narrazione proprio con questa nota di vita quotidiana: vent’anni fa
«il ruolo, il peso, il posto che il Pci aveva nella politica, nella società e
nella cultura, in Italia e non solo, era enorme», mentre adesso piccí significa (tendenzialmente)
computer. Il Partito comunista italiano non c’è più. Ovvero, la sua idea è
divenuta inattuale, ma a tal punto inattuale da scomparire persino nella
memoria immediata di chi comunque, almeno per appartenenza generazionale, lo ha
sperimentato direttamente. Com’è stato possibile? Che cosa è successo?
La
tesi di Liguori, viene subito chiarito, è che in Italia il partito comunista sarebbe
potuto sopravvivere all’esaurirsi e sgretolarsi di quello che, sebbene di
malavoglia, esso aveva dovuto accettare come suo referente politico-ideologico
concreto, il «socialismo reale» dilà da
quel «muro». Il Pci sarebbe sopravvissuto, se invece qualcuno non l’avesse
ucciso.
La
tesi a prima vista non appare del tutto ovvia. I fenomeni storici, infatti,
nessuno riesce a ucciderli, muoiono da sé, quando vengono coperti dall’oblio.
L’oblio interviene infatti in conseguenza di un mutamento di percezione
riguardo a quel dato fenomeno, quando cioè non è più sentito come «necessario»
(secondo la valutazione di Togliatti, il Pci era necessario, di fatto e di
sentimento, nella storia d’Italia). L’oblio, se non è spontaneo, se non ha una
sua spontaneità culturale, non lo si può imporre a forza, tanto meno di colpo,
occorre una lunga, indefessa fatica manipolativa in un ambiente sociale che
deprezzi gli sviluppi culturali autonomi, e la riuscita non è certa. Di norma
invece l’oblio, per così dire, accade da sé nella coscienza delle persone,
quando esse considerano quella cosa non più necessaria e pensano ad altro.
Come
che sia, Liguori racconta tale uccisione, consegnandoci un appassionante pezzo
di letteratura storica, denso di ritmo, di attori, di suspense. Quest’ultima in particolare viene a crearsi perché allo
sviluppo degli avvenimenti (politici) – che, lo si sa fin dall’inizio,
condurranno inarrestabili a quel loro unhappy
end – s’intreccia narrativamente la continua tensione mentale di una
controfattualità interrogativa. Come sarebbe stato se quanto viene descritto
avesse avuto un altro svolgimento? o se fosse intervenuto un clinamen a interrompere, a deviare la
ferrea consequenzialità delle cose? o un lume nuovo? o un esito inatteso di
quella dialettica? Si tratta della tecnica usuale con cui un narratore, quando
è tale, lavora dentro il proprio rapporto multistrato con il lettore per
costruire con lui un mondo discorsivo ricco di significati, anche imprevisti,
che oltrepassino l’insopportabile crudeltà iperrealistica dei fatti. Solo che
qui, nel caso della Morte del pci,
non abbiamo soltanto capacità letteraria, vi è in piú, forse solo implicito
però visibilmente operante, un assunto teorico.
Cioè,
a sorpresa (sorprendente in un mondo discorsivo d’impianto marxiano), la storia
della morte del Pci è, i singoli anelli della catena causale che vi ha condotto
sono: mero fare politica. Non
società, economia, cultura. Politica attiva e basta. Il rischio teorico che
corre questo modo di interpretare questa storia parrebbe essere quello di una
interpretazione – per intenderci lo diciamo in termini ora non piú cosí
correnti – idealistica. Ma
probabilmente occorrerebbe piuttosto un’analisi articolata, per rendere
giustizia a una realtà di pensiero assai più complessa di quanto non dica (e
non abbia mai detto anche nelle trancianti e inutili rimozioni ideologiche del
passato) quell’aggettivo.
Del
resto l’autore stesso indica introduttivamente di essersi voluto dedicare a un
compito limitato: «ricostruire le dinamiche soggettive
che hanno portato a quell’esito», perché voleva capire «come i fatti epocali
che segnarono… la fine del “secolo breve”, furono subiti e agiti dai
dirigenti e dai militanti del Partito comunista italiano». Inoltre, a
legittimare teoricamente un taglio tematico che esclude l’intera «storia
mondiale e italiana degli ultimi anni», enuncia la propria «convinzione che gli
eventi – sul piano politico – non siano mai del tutto determinati, o
surdeterminati, in modo ferreo dalle dinamiche storiche, economiche, sociali
più generali e che vi sia sempre uno spazio in cui sia possibile operare delle scelte».
Nondimeno
il nostro gesto retorico di mettere qui quell’aggettivo può servire per
richiamare l’attenzione a contrario
sui problemi di riferimento.
Che
cominciano con la frase finale del libro, in cui Liguori prende francamente di
petto, in sintesi, la questione del significato e dunque delle cause della
morte del Pci. Citato a pretesto polemico un giudizio dello storico inglese
Perry Anderson, il quale attribuisce a tale partito una cultura politica di
fondo e un modo d’essere tali da produrre una «sinistra invertebrata» (e cioè,
possiamo concluderne, tali da farlo sentire, a un certo punto, non più
«necessario» come istituzione politica), Liguori risponde così: «È vero l’opposto:
la drammatica debolezza della sinistra italiana» attuale, la sua condizione di
«sinistra invertebrata», «è dovuta proprio alla fine del Pci, alla morte di quella tradizione culturale e
politica e di quella comunità diversa
di donne e di uomini che per alcuni decenni avevano rappresentato una grande risorsa
democratica per l’Italia e tenuto aperta la speranza di una società migliore».
Quanto
alla futura società migliore, si può ricordare come il citato Hobsbawm, al
termine del suo di racconto, una volta cioè ricostruito l’ultimo secolo dei due
millenni trascorsi e dopo aver esaminato le condizioni di avvio del millennio
in arrivo, riesca solo ad autocriticarsi per aver espresso in proposito un
relativo ottimismo poco tempo prima, a metà degli anni ’80 (ora, quando
pubblica Il secolo breve, 1914-1991,
si trova all’inizio degli anni ’90). Comunque non intende nemmeno darsi al
pessimismo, giacché «le speranze e i timori non sono previsioni». Questo
probabile cenno al marxiano rifiuto dell’utopismo, allo studio scientifico,
oggettivo, delle dinamiche del reale che deve precedere e accompagnare la
prassi umana se si vuole che sia prassi e non gesto retorico, gli serve per
tornare sobriamente alle cose. Ma l’analisi delle dinamiche del reale lo
conduce comunque a riscontrare un unico dato, un dato metodologico: «Se l’umanità
deve avere un futuro nel quale riconoscersi, non potrà averlo prolungando il
passato e il presente. Se cerchiamo di costruire il terzo millennio su questa
base, falliremo. E il prezzo del fallimento, vale a dire l’alternativa a una
società mutata, è il buio» (pp. 674-675).
La
società dovrà mutare, dunque, epperò Hobsbawm non sa come. Infatti, nel
capitolo introduttivo del libro (ovviamente le introduzioni vengono scritte a
libro concluso), lo storico inglese fissa con precisione lo stato delle cose:
viviamo in «un mondo in cui non sappiamo dove il nostro viaggio ci condurrà e
neppure dove dovrebbe condurci» (p. 30).
Sul
piano oggettivo, in effetti, il mondo alla fine del XX secolo si presenta come
tutto ancora da decifrare, anche nelle tendenze di sua evoluzione futura. Per
memoria possiamo usare la ricognizione sintentica che ne fa Hobsbawm stesso:
rivoluzione tecnologica, rivoluzione nei trasporti, rivoluzione nelle
comunicazioni, scomparsa delle differenze culturali fra città e campagna, tenore
di vita dei giovani superiore a quello dei genitori, alfabetizzazione quasi
totale, ma aumentata distanza fra alta e bassa cultura, pratico azzeramento
delle distanze e del tempo, globalizzazione della vita privata, fine dell’eurocentrismo
geopolitico, antropologico, economico,
le aziende maggiori sono transnazionali, crollo tendenziale dei modelli di
comportamento radicati in una qualche tradizione, rottura dei legami fra le
generazioni, società come assemblaggio di individui egocentrici, di contro a
un’etica pubblica solo enunciativa (lavoro come sacrificio, risparmio, doveri
familiari, rinuncia al presente in vista del futuro), perdita di ruolo del
passato, futuro soggettivizzato, regresso nei livelli di civiltà (massacri,
guerre totali, ritorno della tortura, violenza come strumento di affermazione
di sé). Dove porta tutto questo?
A
tale problematicità generalizzata della fenomenologia sociale la cultura
politica del Partito comunista italiano rispondeva in termini esclusivamente politici o al piú –
seguendo una propria forte eredità intellettuale – economico-politici. E però
qual era l’analisi del capitalismo su cui basare l’azione politica, in senso
strategico prima che tattico?
Un
ventennio prima, quanto alla struttura economica capitalistica – tenendo conto
che «il suo vero contraltare ontologico, l’economia pianificata socialista, non
si [era fino allora] mai realizzato in forma adeguata» – non si sapeva nulla.
Infatti «sarebbe necessario saggiare sullo sviluppo avutosi fino a oggi lo
schema delineato da Marx, per stabilire se non occorra eventualmente apportarvi
completamenti, correzioni, ecc.». Questo aveva scritto attorno al 1968 György
Lukács in un lavoro teorico poi tradotto anche in Italia (Ontologia dell’essere sociale, II, 2, Editori Riuniti, 1981, p.
317).
Nel
1989 quell’aggiornamento non era stato compiuto da nessuno, quanto a conoscenza
del reale non era cambiato nulla. Le parole scritte nel 1968 descrivevano
ancora esattamente la situazione: i decenni di «ristagno teorico del marxismo
hanno portato all’umiliante situazione per cui oggi, dopo quasi un secolo di
attività, i marxisti non sono ancora in grado di offrire un’analisi economica
in qualche misura adeguata del capitalismo contemporaneo» (p. 781). Dopo l’ipotesi
teorica (hilferdiniano-)leniniana dell’imperialismo,
niente.
Eppure
era cambiato molto, giacché il sistema capitalistico ovviamente non ripeteva se
stesso, ma invece – per usare il linguaggio teorico di Marx – «nella sua
riproduzione… produce[va] le sue stesse condizioni» d’esistenza, quelle di
volta in volta occorrenti. Lukács ne dava in quel momento un’analisi – non
economica da specialista, ma appunto «ontologica», insomma reale, da filosofo –
e riscontrava che vi era stato un passaggio d’epoca e che l’epoca nuova, a
causa del progresso tecnico, si fondava ormai sull’appropriazione in prevalenza
del plusvalore relativo, non più
fondamentalmente su quella del plusvalore
assoluto com’era stato in tutto l’ottocento e nella prima metà del
novecento.
Inoltre
si era verificata una sorta di inedita invasione del territorio
sovrastrutturale da parte della struttura, la quale ora aveva inglobato
direttamente nel ciclo economico elementi della coscienza, tramite la manipolazione (pubblicitaria) delle
menti, dei gusti, dei valori. Ciò in termini generali aveva prodotto un sistema
sociale del tutto favorevole a che il singolo esemplare del genere umano
restasse allo stadio dell’individuo
«particulare» (l’egocentrico individuo guicciardiniano, l’«individuo
proprietario» della civiltà borghese, capace certamente di vedere la propria
libertà, ma solo come spazio limitato dalla libertà dell’altro) e invece
puntualmente avverso a che tale individuo «particulare» trapassasse nello
stadio dell’individuo «generico» (l’individuo dotato di personalità estroversa
verso il suo congenere, l’individuo antropico solo capace di vedere nell’altro
individuo la realizzazione della propria libertà e quindi di considerare l’altro
in libero sviluppo come una condizione
del proprio sviluppo libero). Cosicché la contraddizione specifica di tale
sistema consisteva nel produrre, tra le condizioni del proprio riprodursi, un
individuo all’altezza dell’orizzonte materiale ora possibile per l’economia e
dunque da essa rivendicato (il globo intero, con tutti i suoi abitanti,
ciascuno dei quali istantaneamente raggiungibile nell’azzerarsi del tempo e
della distanza), ma al contempo di considerare questo individuo, oggettivamente
«generico», un pericolo per sé in quanto sistema. Il capitalismo aveva allora
sviluppato lo strumento, appunto la manipolazione,
per conservare l’individuo al di qua della percezione di quell’orizzonte
tecnico-economico come proprio orizzonte sociale (percepire cioè il genere
umano come terreno proprio della sua quotidiana interazione individuale).
Questo,
in forte sintesi, il quadro della situazione anche nel 1989. Epperò, «ridare
alle espressioni usate in maniera sbagliata il loro senso perduto» per opera
dello schematismo stalinista e no, al medesimo tempo trovare le nuove parole d’ordine
per guidare la nuova prassi, esigeva nel campo ideologico «una produttività
intellettuale e una genuina recettività catartica, cioè produttrice di
trasformazioni» individuali oltreché politiche, che fossero «assai più elevate
rispetto a un normale cambiamento ideologico nel quadro di una società
borghese» (p. 765).
Se
la «caduta del muro» allegoricamente segnalava questa condizione di
esaurimento intellettuale e politico del
campo socialista in genere, cosicché di fatto occorreva oggettivamente un «nuovo
inizio» (formula che era stata, per così dire, la parola d’ordine di Lukács fin
nei suoi ultimissimi mesi e giorni, quando morì nel 1971), poteva allora dirsi
che nel 1989 il Partito comunista italiano, con la sua «diversità», con la sua
fertile eredità gramsciana, fosse invece in fase intellettuale e politica
attiva?
La
fitta trama di mosse e contromosse e analisi e posizioni politiche raccontata
da Liguori nel suo libro, il gioco delle parti fra Centro, Destra e Sinistra
all’interno del partito, le passioni umane che traspaiono dietro il pensiero in
moto perpetuo, le attese, i tentativi, le delusioni, lo sconcerto della
sconfitta (perché poi alla fine tutti furono sconfitti) accendono certamente l’interesse
del lettore, la sua curiosità intellettuale e forse anche un sentimento di
rispetto, ma a questa distanza ormai storica, non solo temporale, quello che
resta è una serie di domande: qual è in questo caso propriamente il significato
della parola morte? solo il
cambiamento d’un nome? A ben vedere, ha tutta
l’aria di essere la normale fine d’una storia.
La
mossa napoleonica della Bolognina, che richiamava l’on s’engage, l’intendance suivra, il motto con cui il generale
Bonaparte – narra la leggenda – acquistava velocità per vincere le sue
battaglie (ma la leggenda narra anche del generale Charles De Gaulle che negava
di aver mai detto, lui, una frase simile, quantunque si continui
tranquillamente ad attribuirgliela, e narra pure di Pietro Nenni che l’aveva
invece trasformata così: politique
d’abord, l’intendance suivra, e potrebbe essere piuttosto quest’ultima la
fonte o l’ispirazione diretta dell’atteggiamento tenuto da Achille Occhetto
alla Bolognina quando annunciò che il Pci avrebbe cambiato nome rimandando al
futuro l’argomentazione teorica che motivava l’atto), quell’atto sembra del
tutto comprensibile, se si muove da due ragionamenti complementari. In primo
luogo, è stato possibile sulla base di una interpretazione estrema del
cosiddetto primato della politica. In
secondo luogo, è stato possibile dentro una concezione giacobina (per
intenderci subito, quella kautskiano-leniniana) del partito.
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Massimo Mori, Anarco comunismo della libertà, 2008, Museo Carale Accattino
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Il
primato della politica deriva anch’esso da Lenin. Tale metodologia, «il cui
significato teorico non si [era] ancora esaurito», veniva così delineata da
Lukács in un saggio steso sempre nel 1968, poco prima e poco dopo la fine della
cosiddetta «Primavera di Praga», ma – per desiderio di János Kádár, segretario
del partito ungherese, desiderio accolto dall’autore – rimasto inedito fino a
quando non apparve in italiano sotto il titolo L’uomo e la democrazia (Lucarini, 1987): l’azione politica può
essere condotta anche come un «esperimento ideale» compiuto in circostanze di
cui non siano ancora teoricamente del tutto chiare le dinamiche. Anzi,
aggiungeva Lukács in palese polemica con i veloci entusiasmi movimentistici del
momento, «la frase di Napoleone spesso citata da Lenin, on s’engage et puis on voie, potrebbe anche oggi costituire un sano
contrappeso metodologico per molte fantasie progettuali che, data la loro
apoditticità astratta, – molto spesso derivante da estrapolazioni poco fondate,
– si tengono, nel loro carattere manipolato, le mille miglia lontane da una
reale previsione delle reali tendenze della realtà sociale» (p. 65).
E
sarà appena il caso di notare come in tale contesto interpretativo la versione
del motto di cui si parla istituisca una sostanziale parità fra atto e
riflessione, sebbene cronologicamente dislocata. In politica dunque, se si vuol
uscire dalla mera politicanza (per
usare un’espressione usata da Mario Luzi), non è escluso che il lavoro di chiarimento
teorico segua di fatto l’azione, ma non certo come sua funzione dipendente, suo
supporto, sua giustificazione. La teoria, lo studio, l’esame intellettuale, non
può essere intendance, diciamo
fureria, neppure rispetto all’azione politica già compiuta. Tutt’altro, deve
essere autonomo lavoro di verifica.
Altrimenti non è nulla. Al più sarà ancora lavoro politico, di onesta
propaganda, quando non degradi a muta manipolazione o a cortigianeria. Insomma
culturalmente, conoscitivamente, nulla.
Il
problema tuttavia, che esisteva ovviamente fin dagli inizi del movimento
operaio, si smorzò nella soluzione empirica trovata da Kautsky e accolta da
Lenin per il tipo di partito necessario al movimento. Sarebbe stato il partito,
intellettuale collettivo, ad
assolvere simultaneamente le due funzioni: quella pragmatica ovvero politica e quella teorica vale a dire culturale. E le avrebbe assolte quasi
come sartriano gruppo in fusione ante
litteram, ad evitare la differenziazione paradossale fra titolari della coscienza politica e suoi
possessori di fatto, fra proletari (la cui la coscienza poteva essere
solo sindacale) e intellettuali (funzionari addetti a elaborarne i contenuti
fino alla politica).
In
sé perfettamente adatta a operare nel contesto di una società di massa ancora
agli inizi (la quale società anche nei suoi sviluppi più dispiegati, quelli dei
grandi numeri di oggi, continua
ancora, anzi tanto più, a dover risolvere il problema continuo del rapporto fra
intellettuali e masse, quando esso assume la forma di rapporto, da un lato, fra
cultura intellettuale e vita quotidiana e, dall’altro, fra specialismi e
decisione politica), la formula kautskiano-leniniana ebbe poi, nel periodo in
cui resse, la sua traduzione negativa nel burocratismo totalitario e nella
nomenclatura elitaria dello stalinismo, mentre sperimentò una sua elaborazione
positiva nella «diversità» italiana, nutrita della riflessione di Gramsci, nel
togliattiano fare politica di un partito
inteso come democrazia in evoluzione.
Il
punto tuttavia è che tale partito manteneva anche nella versione positiva
comunque alcuni tratti giacobini, fra cui in primo luogo la considerazione dell’intellettuale come figura politica,
sebbene sui generis, e non invece
come autonoma figura culturale. E forse sarà bene notare come il noto (e perciò
poco conosciuto) concetto gramsciano di «intelletttuale organico» avesse come
suo riferimento non un partito politico ma una situazione sociale storicamente
determinata: ad esempio, le plebi meridionali o magari una classe tutta intera.
In ogni caso questa figura risultava dotata di un orizzonte diverso da quello
solo politico e soprattutto, diciamo così, una propria autonoma competenza.
Il
caso storico piú esplicito di urto fra le due visioni, quella politica e quella
culturale, situazione intriseca nel Pci,
fu il contrasto che intervenne nell’immediato dopoguerra fra Palmiro
Togliatti, preoccupato di costruire la democrazia politica in un’Italia che in
sostanza non l’aveva mai conosciuta, ed Elio Vittorini che, scrittore,
intendeva pur dall’interno del Pci svolgere in autonomia (tramite una propria
rivista) un lavoro di ricerca culturale che travalicava l’orizzonte tutto
politico, appunto a suo modo giacobino, del partito. Il conflitto fra le due
ragioni terminò con la sconfitta di quella sostenuta da Vittorini.
A
prescindere da quanto di negativo ciò introdusse nella vita del paese, –
giacché la ‘politica’ (di destra, di centro e di sinistra) restrinse l’ambito del
campo ‘cultura’, il quale vide rapidamente misconosciute e contrastate non solo
le proprie funzioni, ma persino le sue pretese di vita indipendente, mentre in
compenso andò espandendosi, per così dire a pensiero
unico, appunto il campo ‘politica’, il quale, successivamente, cosí privo
di alimento sistematico da parte di un autonomo lavoro culturale, non riuscí a evitare
il dilatarsi del campo ‘economia’ oltremisura, fino alla misura di un secondo
pensiero unico, – resta che, quando ce ne fu bisogno, il Pci non possedeva
nessuna «genuina recettività catartica, cioè produttrice di trasformazioni» in
se stesso. Per possederla, infatti, avrebbe dovuto sapere in che senso
trasformarsi, ma questo glielo avrebbe potuto dire soltanto «una produttività
intellettuale» che invece il proprio apparato, schiacciato sul quotidiano del fare politica, e sulla politica tout court, non possedeva.
Non
per nulla tutta la trama della Morte del
Pci narrata da Liguori appare al lettore come un accortissimo esaminarsi e
contrapporsi di posizioni, un
turbinare perpetuo di atti tattici,
un fervido e calcolato e instancabile schierarsi
di Destra, Centro, Sinistra con argomenti che sono meri messaggi d’appartenenza,
mosse che producono mosse, altrui e proprie, non fluido ragionare tra persone
che da angolature differenti illuminano un oggetto nuovo, da comprendere.
E
oggetto nuovo era quasi tutto. Per comprendere le cose occorrevano perciò nuove
categorie (le categorie: storici, processuali modi di essere della realtà, secondo il materialista Marx). E
questa novità investiva addirittura i fondamenti. Il lavoro? che cos’era oggi
il lavoro? era ancora soltanto il
«posto di lavoro» del proletario sfruttato dal possessore dei mezzi di
produzione? non cominciava invece ad essere in
dimensioni socialmente rilevabili e decisive anche la impedita, manipolata
realizzazione di sé di invidui alienati da un sistema produttivo? chi erano
oggi i capitalisti? i passivi tagliatori di cedole o non piuttosto gli
attivissimi top managers a capo dei
loro grandi apparati burocratici? il nemico non erano ora gli apparati? gli
apparati, magari pubblici, in ogni caso apparentemente ‘necessari’ nella
società dei grandi numeri? e allora cosa significava partito dei lavoratori?
comunista? Cos’era il comunismo? un orizzonte ideale? epperò, heri dicebamus, contro il giacobinismo,
che «la classe operaia non ha da realizzare ideali, ma da liberare gli elementi
della nuova società dei quali è gravida la vecchia e cadente società borghese».
Tanto
rumore per un nome? In fondo si trattava di un partito che aveva avuto altri
nomi (dei lavoratori, della democrazia sociale, socialista, socialdemocratico
ecc.) senza mai dubitare di se stesso. Sotto vari nomi, la vecchia talpa aveva
continuato a scavare, a cercare di liberare gli elementi di nuova società che
sempre la società vecchia, riproducendosi, va producendo. Per quale motivo oggi
cambiare nome finiva col significare cambiare natura? In fondo il politico che
proponeva di cambiare il nome del partito parlava di «nuovo inizio», di
«democratizzazione» e di orizzonte planetario (aveva letto Lukács?). Ma forse
queste citazioni teoriche erano o erano sentite dagli interlocutori solo come
frasi a effetto, propaganda, se non addirittura simil-pubblicità, essendo ormai
la comunicazione pubblica, anche quella politica, sotto l’egemonia della
cultura economica aziendale. In ogni caso dava la sensazione d’un vuoto d’aria
durante il volo.
Un
indizio di questo momento di vuoto sembra essere l’argomento che a un certo
punto interviene nel dibattito – e che alla fine, abbiamo visto, è ripreso
anche da Liguori – del partito come comunità.
Pur consonando con comunismo, la
parola comunità, se non vuole avere semplice valore metaforico, un comunista dovrebbe
usarla con le molle, così intrisa com’è di visceralità, di mito, di
irragionevolezza, di sentimento (e, se vogliamo, anche di dominio del passato
sul presente). La società elabora le
regole formali della libertà degli individui, la comunità fissa i valori inviolabili del loro sentire, cioè i
contenuti, e i comportamenti come prova inappellabile di tali contenuti. Ora,
non è che in una società non si viva anche di comunità, variamente, ma un
partito politico non si caratterizza per questo. Se lo fa, viene il dubbio che
non avverta più in sé forza vitale e vi supplisca con il sentimento e con l’appello
al profondo.
Poteva
ancora vivere il Pci? Di Lapalisse si disse che sarebbe stato vivo, se non
fosse morto. Comunque è una falsa domanda, dice semplicemente il desiderio di
resuscitarlo. Cosa impossibile, sembra, nonostante i progressi delle scienze.
La vita finora non ha ammesso repliche (i replicanti non sono vivi, recitano la
vita, e per giunta nella fantascienza). Ma nuovi inizi sono sempre possibili,
ontologicamente.