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cura di Gualberto Alvino
Domodossola,
19 settembre 1963
Caro, anzi carissimo Pizzuto,
non mi permetterei un vocativo
tanto confidenziale, anche se più di ogni altro corrispondente alla realtà (sulla
quale bisogna pure esercitare poteri inibitori), se Lei non ne avesse adoperato
uno tanto ufficiale
che io non so, verso di Lei, che cosa gli corrisponderebbe in una scala
cino-dioclezianea. Questa è, dunque, impertinenza per forza maggiore; così come
l’altra, della quale ugualmente mi scuso, di scrivere anche a Lei a macchina.
Il bello è che anch’io (se Lei non disdegna il vicinato) sono intensamente
micrografo, segno infallibile di miopia analitica, di rispetto scrupoloso dei
fatti e, almeno nel caso mio, di estraneità a ogni impianto macroscopico e
presbiottico, di indifferenza-avversione alla “synthèse” e alle “idées
générales” che non siano imperiosamente richieste (poiché anch’io sono
costretto a interpretare di continuo) dalla funzionalità della ricerca puntuale
(chi sa se ai grafologi è nota la categoria del nominalismo?). Sta però di
fatto che, fuori dell’uso strettamente privato, da parecchio tempo la mediazione
della macchina mi consente una razionalità, un distacco, un’impaginazione e,
per confessarLe tutto, una sicurezza (fisica, fisiologica) di mano che col
logorio degli anni sono andate smarrite. Certo preferirei una tastiera
migliore, come le due di cui dispongo a Firenze, longilinee, astigmatiche, una
di esse locupletata a mia cura di cediglie, asterischi, parentesi quadre, segni
di breve (rumeno «semn de scurtare») ecc. Qui in campagna, su questa piazza
provinciale, mi sono dovuto accontentare di una portatile a uso del Brasile,
dai caratteri così atticciati e tozzi come Lei vede, perché la tastiera
portoghese mi assicura separati tutti gli accenti e in più il tilde. Mi sia
recidivamente indulgente.
Scheiwiller
è in Spagna, dovrebbe tornarne in questi giorni. È un ragazzo candido e
fantastico, di qui l’isolamento-inflazione della famigerata lettera, che dopo
tanta ritualità non potrà non deluderLa come effato di stima privo di riserve
ma sommario. Questo plusvalore mi imbarazza. Ma voglio concederLe che
ritrovarsi sul catalogo degli ammirati dall’autore d’un libro
che ebbe la fortuna di piacerLe (sulla cui problematica Scheiwiller mi ha
trascritto il Suo acutissimo, “treffend”, giudizio epistemologico) Le abbia
dato legittimamente la soddisfazione che si prova quando una situazione
unilaterale si converte in bilaterale. Di questa soddisfazione ho la mia
quota-parte, e La ringrazio. Ma mi rimane il timore di qualcosa come un vizio
di consenso, da parte Sua s’intende. Quel commento lo scrissi in quattro mesi a
ventisei anni, con piglio e avventatezza. Ora ho guadagnato in oculatezza e
perso in mordente, e non so come giudicare il bilancio nella diacronia.
Tuttavia, se a mio puro sgravio di coscienza Le suggerisco di praticare qualche
sondaggio nella bibliografia successiva (mentre in generale naturalmente
considero “entbehrlich”
la conoscenza dei miei prodotti), posso retrospettivamente assicurarLe che il
commentatore delle Rime avrebbe avuto
l’identico trasporto per Rosina, Bambole, Ravenna, e non voglio omettere quel Triciclo
che mi pare un modello di narrativa fenomenologica (gli rimarrebbe la curiosità
dei romanzi pubblicati con pseudonimo, di cui in un’avvertenza editoriale).
Soltanto, l’esegeta delle Rime,
ben aggiornato sui vient-de-paraître,
ancora critico praticante o militante che si dica, e perciò diligentemente
omaggiato di servizio stampa, non avrebbe tardato qualche anno a conoscere
Pizzuto. Ci sono, in questa mia lacunosità rispetto ai libri del giorno, anche
ragioni soggettive di scarso interesse; ma oso invocarne una oggettiva nella
nausea che mi coglie innanzi alla valanga di manufatti terziarî, tali da
spengere ogni curiosità e da farmi sempre differire i periodici aggiornamenti
(ho ormai un’età che non resisto senza un minimo di “frisson nouveau”; e dei
due apoftegmi che reggono amebeamente la mia condotta, «meglio poco che zero»,
«meglio zero che poco», il secondo, massimalistico, nella specie prevale). Sono
perciò molto grato all’accortissimo Cesare Brandi di avermi fatto delicatamente
misurare la gravità della mia ignoranza.
E a me pare, a questo proposito, che Lei possa congratularsi con se stesso per
la qualità dei Suoi fautori: Solmi (a giudicare da Scheiwiller); Montale
(benché dovrei rileggerne il referto per valutarne l’adeguatezza);
Sereni (che vuol pubblicare su Questo e
altro, se l’ho capito bene, il Suo scritto teorico); Butor (che si è pronunciato
pubblicamente, ma io penso all’alta temperatura con cui mi discorreva di Lei
mesi sono, mentre, sotto tetrico cielo, ci disponevamo a metter piede nel
confuso Museo Lorenese di Nancy). D’altra parte l’insufficienza della risposta
ambientale non è priva di razionalità. Press’a poco coetaneo dei maggiori
prosatori italiani (in ordine cronologico: Cecchi, Longhi, Bacchelli, Gadda),
Pizzuto si presenta d’acchito a raggiungerli, chiuso, ineccepibile, senza
decennî di noviziato noto, adulto come Minerva uscente dal cervello di Giove;
uno sconvolgimento della storia “già fatta”, ove si adottino criterî
“generazionali”, che merita qualche mitezza di giudizio da parte del
responsabile. Aggiunga la natura della merce: che indubbiamente è più europea
che italiana, voglio dire più omogenea (spontaneamente) a Joyce o a Kafka o a
Robbe-Grillet che a qualsiasi esperienza rondistica o solariana o neorealistica
(Si riparano bambole è meno remoto da
Dedalus che da qualsiasi altra
autobiografia coeva, Il triciclo è
meno alieno da Dans le labyrinthe che
da altro qualunque racconto italiano, tranne forse Il prato di Benedetti, autore che con Bilenchi apprezzo molto, ecc.
ecc.). C’è di peggio: il sospetto inevitabile sulle dimensioni di Pizzuto (io
stesso non mi sento abbastanza postero da pronunziarmi), che a ogni modo è
fatto della stoffa di cui sono fabbricati i Proust, i Musil ecc. ecc. Da ultimo
(ma questo, ohibò, a condanna, non a discarico dei contemporanei): l’assenza
rigorosa dell’eros, del pragma politico, della faziosità (se così posso
esprimermi) concettuale, e in loro luogo l’affetto teneramente modulato, la
salvezza dell’anima (perdoni la metafora approssimativa), l’adaequatio
intellectus et vitae.
Il tempo lavora per Lei: vorrebbe forse confondersi nella folla
dei vincitori di premî? Dimenticavo di precisare che di norma abito a Firenze,
in via del Cantone 9 (che è alla periferia della città, alla barriera di
Maiano, a metà strada fra Fiesole e Settignano), e che passo buona parte delle
vacanze, fino ai penultimi giorni di settembre, a Domodossola, frazione San
Quirico 2 (Domodossola è la mia città natale). Mi accade ogni tanto, pur
fulmineamente, di venire a Roma; e a Lei non mancherà occasione di passare da
Firenze. Io penso che potremmo approfittare di questa congiuntura, e se fossimo
in due a pensarlo, me ne rallegrerei infinitamente. Nella qual speranza, La
saluto con cordialità e con riconoscenza di lettore tanto pubblico quanto
privato.
Il Suo
Gianfranco
Contini
Firenze,
9 ottobre 1963
Carissimo
Pizzuto,
perfeziono il contratto
bilaterale,
benché non senza trepidazione, non già per presunta disparità cronologica
(anch’io ho passato il mezzo secolo, e il taglio avviene molto prima), ma
perché prevedo i quadri della futura storia letteraria (se ne perdurerà una di
tipo tradizionale, cosa probabile ancora per parecchi decennî). Mi scuso di
aver ritardato tale suggello; ma mi trovavo sul discrimine (anche corografico)
tra vacanza e routine, tra casa mia e d’affitto, ecc. ecc., sempre ingrato,
quest’anno più traumatizzante per intervenuti eventi da Squadra Mobile (della
quale, se non scrivessi a un questore, tesserei l’elogio più convinto, posto
che il giorno dopo l’effrazione catturarono l’autore con praticamente tutta la
refurtiva). Così pensai di farmi rappresentare da merce mia, seppure
ingombrante, a quel modo che Van Eyck, suppongo, avrebbe gradito che uno dei
suoi interni lenticolari potesse fregiare le tue paulule pareti, là dove tu
pure persegui in schede e «paginette»
il tuo assiduo e limpido (naturalmente il limpide
mallarméano) impegno gnoseologico. Avermene anticipato così perfetto specimine
è squisitezza di cortesia mandarinesca.
Mi chiedo se tu divida la mia ammirazione per Carlo Dossi (quello giovanile,
s’intende). Ovviamente non cerco “precedenti”, se non nella misura in cui il
mio amico Longhi ha perseguito a ritroso la vicenda del lume lombardo per
spiegarsi, dirò così, serialmente l’avvento dell’innovazione caravaggesca.
Ma insomma: un Dossi dedito alla sintassi nominale, all’ellissi della
rappresentazione fenomenica e dotato d’un sentimento del tempo per cui (se mi
consenti la contraddittorietà dell’effato) alla “fine del presente” gli eroi
(come in Rosina e in Bambole e in Ravenna) si trovassero canuti, nevicati (vedi Temps retrouvé) di senettù, ma non
logori, a quello stesso modo che le schegge di marmo apuano alle foci
dei torrenti versiliesi si ritrovano ciottoli levigati e formali (per questo fermano le carte
sulla mia scrivania), ecco un’immagine, una metafora che forse potrebbe a un
lettore di qualche immaginazione dare un’idea di Pizzuto se non ne avesse mai
letto un rigo. Perché anche Dossi, se non lo amplifico, era ritagliato in
quella tale stoffa di cui discorrevo l’altra volta.
Ho localizzato via Fregene: prima, su una pianta molto antica,
per mera induzione da analogia toponomastica, tra l’Appia Nuova e Porta Latina
(conosco male l’Appia Nuova, avendo perso le tracce d’un cugino di mio padre
stanziato in quei paraggi; ci andai un’altra volta, ancora nel paleozoico,
nientemeno quando Cecchi stava alla Cines; ma Porta Latina mi è fresca perché,
cfr. Domodossola, frequento i Rosminiani di San Giovanni); poi, con la
soddisfazione modesta del filologo al quale i documenti confermano la
congettura, su una carta recenziore del Touring. Perciò, se tu non avessi al
progetto repugnanza incoercibile, io passerei di lì, previo accordo preciso, in
una delle mie quasi mensili ma brevissime corse a Roma. E non so se vorresti
esplorare con me, che non li conosco, mentre li colleziono fuori d’Italia
(ancora qualche settimana fa a Bochum e a Düsseldorf, soavemente ridondando
tutta la Germania
nordoccidentale di “Asia”, certo per riflusso di profughi indonesiani
dall’Olanda), i ristoranti cinesi di Roma. Oh sì, l’anatra all’arancia, il
pollo alle nocciole, l’insalata di germi di soia, le fettine di abalone, la
banana fritta nel miele e non so quante altre centinaia di lemmi a me, m’illudo
se anche a te?, risultano profondamente omogenee. Nunc,,, scrutemur homoeomerias.
Grazie. Affettuosamente il tuo
Gianfranco
Contini
che stavolta si avvale, mi
concederai, di più nobile strumento, sebbene illanguidito nel nastro.
Firenze,
14 novembre 1963
Carissimo,
purtroppo la mia vita
accademico-proserpinea mi consente solo un trimestre l’anno (circa) di
approssimativa esattezza epistolare, di disponibilità al gratuito, di vacanza
all’io e al non-io. Il residuo nonimestre, inferio-fiorentino, è perduto e
amministrativo, invaso da uno schema di economicità (senza la sostanza, l’economicità
di questa fase attivistica della vita sociale è in massima parte fittizia,
scimmia di una dinamica “keynesiana” che ha travolto nella sua produttività a
vuoto ogni risparmio e ogni santa avarizia) — dicevo, uno schema al quale non
riesco per il momento a strapparmi. Chiedo indulgenza una volta per tutte,
sperando che gli happy few non mi puniscano di contromisure. E auguro vicine le
voluttà mandarinesche.
Ho fruito intensamente così della pendola uccisa come
dell’intervallo marino;
e oso prenotare le puntate seguenti. Chiedendomene quale sia il segreto di
fabbricazione, vorrei concludere, secondo lo stesso tema di pensiero, che è
nella liberazione dallo schema (della realtà) e
nell’assaporamento-rappresentazione della sola sostanza (della realtà). In
astratto potrebbe ancora essere la categoria idealistica tradizionale di
liricità; di fatto lo strumento risulta inadeguato (im-pertinente) e
anacronistico perché quell’operazione riduttiva è esercitata su un tessuto
narrativo-temporale. Ritengo un vero errore esegetico (anche se eventualmente
incoraggiato dall’autore) quello di chi nega il tempo nel mondo di Pizzuto.
Siamo alle solite: è lo schema del tempo che è (entro certi limiti) abolito,
non già la sostanza del tempo. E anzi gli oggetti di Pizzuto sono colpiti da un
inesorabile essere-passati (genere Temps
retrouvé), avvolti in un dolce processo, se non di morte, di senilità, dove
le vacanze finiscono (o si-trovano-finite) e le persone (di Rosina, di Si riparano, di Ravenna)
incanutiscono, o meglio si-ritrovano-canute, e-merite. Con metafora grammaticale
(pensando in particolare al verbo russo) si potrebbe parlare di perfettività.
Probabilmente è connessa a questo carattere la prevalenza della sintassi
nominale, che non so se si possa interpretare come un eterno-presente; forse è
una sottrazione alle aporie del presente, visto che il presente imperfettivo è
durativo e il presente perfettivo (vedi russo) è un futuro. Bisognerebbe essere
buon indoeuropeista, e ahimè io ne so troppo poco, per azzeccare qualcosa su
Pizzuto dal punto di vista della critica (non dirò stilistica ma:) grammaticale, d’altronde verosimilmente la sola
possibile, per diventare lo Spitzer di Pizzuto.
Grazie. In Cina, utinam, presto! Affettuosamente il
tuo
Gianfranco Contini
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Anna Boschi, Letter to the shadow 1 (copia di Serie No Touch), 2007, cm 41x31
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Domodossola,
3 settembre 1964
Carissimo,
Emanuelli,
tornato a Milano il primo del mese, mi avverte che il pezzo uscirà, se non ci sono imprevisti, domenica
prossima, naturalmente nel ghetto letterario.
Questa notizia è liberatoria rispetto all’irritazione subliminare (tenuemente
esondante oltre la soglia) di cui il ritardo m’aveva riempito e che paralizzava,
dopo l’annuncio troppo stoltamente anticipato, la mia voglia di scriverti (solo
esiguamente surrogata dall’epistolorragia uxoria).
Ma prima di lasciare il capitolo pragmatico debbo ancora
aggiungere che il tuo citatore in Versilia si è scoperto essere Schiaffini;
dell’altro romano non so nulla.
Credo che nelle tue lettere siano domande rimaste “inevase”, ma
esse, nonostante la quadrangolarità e la diagonalità,
sono così perfettamente rotonde e compatte che mi darebbe noia romperne il
continuo per estrarne il discreto di un’interrogazione. Sarebbe come da un
uovo, così concluso, siringare una goccia di tuorlo; peggio, per controdedurle
una risposta di albume-liquame. Tuttavia non posso tacerti un punto importante.
La mamma ti ringrazia moltissimo della «parte di ricchezza» (come direbbe
Montale)
che hai voluto dedicarle in monopolio e si rattrista di non essere in grado di
scrivere. Oltre trent’anni fa essa è stata colpita da piccole trombosi
retiniche che le hanno tolta la vista da un occhio e fortemente diminuito
l’altro. Praticamente fa tutto in casa, col radar dell’integrazione immaginativa;
ma non può più cucinare, ricamare, leggere o scrivere. Quando sono lontano io
uso in sommarî messaggi grosse lettere capitali; lei risponde, con elegante
scrittura inglese dei suoi tempi (nascita nel 1884, educazione nel collegio
della Guastalla a Milano), ma, senza contare che col guasto anatomico concomitano
spasmi vascolari ancora attivi, insopportabili (benché sopportati), con altri
che con me teme sempre (non del tutto a ragione) di riuscire illeggibile, di
omettere punti sulle i, di fondere lettere, di contare male le «gambe». Perciò
sii indulgente e accontèntati della mia mediazione.
Ci si occupa di te a varî piani sotto questo tetto. Ma in realtà
non si tratta di un tetto solo (sopra il quale si stanno in questo momento,
assai lentamente festinando, eseguendo restauri che ci infelicitano), bensì di
due tetti fusi, quello arcaico e (acconcia la parola di Benedettina)
schistoso, più esattamente dell’ottimo gneiss locale che ha nome bevola
(bèula), sotto il quale io opero a terreno, accompagnato dai resti di un Angelo
Annunziante “spätgotisch” (mi pare ancora trecentesco), lombardo, e dalla
fotografia di Manzoni (recante in facsimile dedica «alla prode Ufizialità» di
non so qual reggimento), e quello liberty, cuspidato, della porzione moderna,
press’a poco a me coeva, di foggia svizzera, coperto peraltro di (lubriche,
fragili, ora irreperibili) piastrine di italiana lavagna, a mo’ di armadillo,
il cui colore si può centrare solo col termine padano «reciticcio-di-ubbriaco»
(trasu<-de-čuk) usato da mio
padre per, rammento, il francobollo peruviano di Manco Capac, sotto il qual
tetto di belle époque, al piano più sublime, la concettosamente precitata
coniuge impara un po’ d’italiano (sempre prescindendo dalla correlazione di
geminazione, pala:palla, tuttora oscura a nostro figlio Roberto che scrive dala
mama e trop‑/ a capo / ppo), un po’ di pizzutiano e, sempre più dimentica
della ex-sua favella, dolorosamente estromette un po’ di tedesco che, tu hai
ragione, non assomiglia in nulla al cinese (ora mi ha portato via Hölderlin,
che infatti, nutrito di Klopstock e greco, esperì concentrazioni sintattiche).
Nondimeno i piani della sezione trogloditica e della similielvetica non
coincidono, si imbricano, paghi nella simbiosi della loro natura di mezzi
piani.
Entrambi i laboratorî guardano verso oriente, sulla qual giogaia
si proietta (in senso geometrico) il profilo della giogaia occidentale le cui
pendici noi occupiamo, e la cresta di tali maiores umbrae
(direi se tu non fossi misovirgiliano) sale ognor più rapidamente, fornendo un’equipollenza
ammonitoria al tuo lampione solstiziale a cui ti confesso di essere stato molto
sensibile
(contenuto salvo errore in una scheda via Telstar). Però la luce equinoziale
ha, o almeno aveva ieri mattina, sui prati della cosiddetta “mia Via Emilia”
(il rettilineo della strada nazionale), natura piuttosto primaverile,
marzolina, cioè annunciatrice di futuro con segno positivo, di speranza. La
ragione mi dice bensì che ho perso un altr’anno della mia dotazione («l’agosto
ha girato senza di me», ci scrive una nostra amica assorbita da gravi noie il
mese scorso), ma non so del tutto pentirmi di aver considerato indefinito il
tempo di questa breve vacanza, oggettivamente male sfruttato a fini produttivi.
Hai così qualche indicazione sul luogo dove si è parziali per
Pizzuto, ma la topografia sarebbe gravemente lacunosa se non menzionasse la
parete meridionale del bacino (la valle fa un gomito ad angolo retto ricevendo
l’Anza, quella che viene da Macugnaga), parete detta “la mia Engadina” per la
straordinaria somiglianza (forse più interna, di emersione al podista, che
morfologica) con l’orizzonte che si offre a chi da Sankt Moritz marcia verso il
Maloja e la Val
Bregaglia. Sopperisco alla latitanza letteraria di questo
luogo come posso. Se ti dicessi che la miglior descrizione geologica del mio
monte è di Fogazzaro, in un discorso su Rosmini? C’è però una pagina
incantevole dei Mémoires d’Outre-tombe
(per me un libro supremo) sulla discesa per la valle del Toce: sembra il bacino
dell’Ontario, sembrano le plaghe degli Irocchesi. Entro il mio pomerio ho poi
le mie esperienze private del reale, la salamandra, la raganella arrampicata
sul fusto d’una pianta di rose, ostentante un ano bellissimo (una perlina per
selvaggi, una conteria, se non fosse plurale tantum, verdina), ma ciò esorbita
dal referto locale per incignare il cronotopo.
Dai luoghi
sopracitati affettuosamente il
tuo
G.
(o
forse g.)
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