LUOGO COMUNE
ANNIVERSARI
Lettere a Pizzuto di Gianfranco Contini


      
Nel ventennale della morte del grande critico e filologo domese (1912-1990), pubblichiamo quattro scritti epistolari indirizzati al prosatore siciliano, tratti dal carteggio coll’autore di “Signorina Rosina”,[1] da lui consacrato come “lo scrittore più importante comparso dopo Gadda”. Tra le molte forbitissime considerazioni quelle relative all’errore degli esegeti che negano “il tempo” nel suo mondo narrativo: “Siamo alle solite: è lo schema del tempo che è (entro certi limiti) abolito, non già la sostanza del tempo. E anzi gli oggetti di Pizzuto sono colpiti da un inesorabile essere-passati (genere ‘Temps retrouvé’), avvolti in un dolce processo, se non di morte, di senilità…”.
      



      

a cura di Gualberto Alvino

 

 

Domodossola, 19 settembre 1963

 

Caro, anzi carissimo Pizzuto,

non mi permetterei un vocativo tanto confidenziale, anche se più di ogni altro corrispondente alla realtà (sulla quale bisogna pure esercitare poteri inibitori), se Lei non ne avesse adoperato uno tanto ufficiale[2] che io non so, verso di Lei, che cosa gli corrisponderebbe in una scala cino-dioclezianea. Questa è, dunque, impertinenza per forza maggiore; così come l’altra, della quale ugualmente mi scuso, di scrivere anche a Lei a macchina. Il bello è che anch’io (se Lei non disdegna il vicinato) sono intensamente micrografo, segno infallibile di miopia analitica, di rispetto scrupoloso dei fatti e, almeno nel caso mio, di estraneità a ogni impianto macroscopico e presbiottico, di indifferenza-avversione alla “synthèse” e alle “idées générales” che non siano imperiosamente richieste (poiché anch’io sono costretto a interpretare di continuo) dalla funzionalità della ricerca puntuale (chi sa se ai grafologi è nota la categoria del nominalismo?). Sta però di fatto che, fuori dell’uso strettamente privato, da parecchio tempo la mediazione della macchina mi consente una razionalità, un distacco, un’impaginazione e, per confessarLe tutto, una sicurezza (fisica, fisiologica) di mano che col logorio degli anni sono andate smarrite. Certo preferirei una tastiera migliore, come le due di cui dispongo a Firenze, longilinee, astigmatiche, una di esse locupletata a mia cura di cediglie, asterischi, parentesi quadre, segni di breve (rumeno «semn de scurtare») ecc. Qui in campagna, su questa piazza provinciale, mi sono dovuto accontentare di una portatile a uso del Brasile, dai caratteri così atticciati e tozzi come Lei vede, perché la tastiera portoghese mi assicura separati tutti gli accenti e in più il tilde. Mi sia recidivamente indulgente.

     Scheiwiller[3] è in Spagna, dovrebbe tornarne in questi giorni. È un ragazzo candido e fantastico, di qui l’isolamento-inflazione della famigerata lettera, che dopo tanta ritualità non potrà non deluderLa come effato di stima privo di riserve ma sommario. Questo plusvalore mi imbarazza. Ma voglio concederLe che ritrovarsi sul catalogo degli ammirati dall’autore d’un libro[4] che ebbe la fortuna di piacerLe (sulla cui problematica Scheiwiller mi ha trascritto il Suo acutissimo, “treffend”, giudizio epistemologico) Le abbia dato legittimamente la soddisfazione che si prova quando una situazione unilaterale si converte in bilaterale. Di questa soddisfazione ho la mia quota-parte, e La ringrazio. Ma mi rimane il timore di qualcosa come un vizio di consenso, da parte Sua s’intende. Quel commento lo scrissi in quattro mesi a ventisei anni, con piglio e avventatezza. Ora ho guadagnato in oculatezza e perso in mordente, e non so come giudicare il bilancio nella diacronia. Tuttavia, se a mio puro sgravio di coscienza Le suggerisco di praticare qualche sondaggio nella bibliografia successiva (mentre in generale naturalmente considero “entbehrlich”[5] la conoscenza dei miei prodotti), posso retrospettivamente assicurarLe che il commentatore delle Rime avrebbe avuto l’identico trasporto per Rosina, Bambole, Ravenna, e non voglio omettere quel Triciclo[6] che mi pare un modello di narrativa fenomenologica (gli rimarrebbe la curiosità dei romanzi pubblicati con pseudonimo, di cui in un’avvertenza editoriale).

     Soltanto, l’esegeta delle Rime, ben aggiornato sui vient-de-paraître, ancora critico praticante o militante che si dica, e perciò diligentemente omaggiato di servizio stampa, non avrebbe tardato qualche anno a conoscere Pizzuto. Ci sono, in questa mia lacunosità rispetto ai libri del giorno, anche ragioni soggettive di scarso interesse; ma oso invocarne una oggettiva nella nausea che mi coglie innanzi alla valanga di manufatti terziarî, tali da spengere ogni curiosità e da farmi sempre differire i periodici aggiornamenti (ho ormai un’età che non resisto senza un minimo di “frisson nouveau”; e dei due apoftegmi che reggono amebeamente la mia condotta, «meglio poco che zero», «meglio zero che poco», il secondo, massimalistico, nella specie prevale). Sono perciò molto grato all’accortissimo Cesare Brandi di avermi fatto delicatamente misurare la gravità della mia ignoranza.[7] E a me pare, a questo proposito, che Lei possa congratularsi con se stesso per la qualità dei Suoi fautori: Solmi (a giudicare da Scheiwiller); Montale (benché dovrei rileggerne il referto per valutarne l’adeguatezza);[8] Sereni (che vuol pubblicare su Questo e altro, se l’ho capito bene, il Suo scritto teorico); Butor (che si è pronunciato pubblicamente, ma io penso all’alta temperatura con cui mi discorreva di Lei mesi sono, mentre, sotto tetrico cielo, ci disponevamo a metter piede nel confuso Museo Lorenese di Nancy). D’altra parte l’insufficienza della risposta ambientale non è priva di razionalità. Press’a poco coetaneo dei maggiori prosatori italiani (in ordine cronologico: Cecchi, Longhi, Bacchelli, Gadda), Pizzuto si presenta d’acchito a raggiungerli, chiuso, ineccepibile, senza decennî di noviziato noto, adulto come Minerva uscente dal cervello di Giove; uno sconvolgimento della storia “già fatta”, ove si adottino criterî “generazionali”, che merita qualche mitezza di giudizio da parte del responsabile. Aggiunga la natura della merce: che indubbiamente è più europea che italiana, voglio dire più omogenea (spontaneamente) a Joyce o a Kafka o a Robbe-Grillet che a qualsiasi esperienza rondistica o solariana o neorealistica (Si riparano bambole è meno remoto da Dedalus che da qualsiasi altra autobiografia coeva, Il triciclo è meno alieno da Dans le labyrinthe che da altro qualunque racconto italiano, tranne forse Il prato di Benedetti, autore che con Bilenchi apprezzo molto, ecc. ecc.). C’è di peggio: il sospetto inevitabile sulle dimensioni di Pizzuto (io stesso non mi sento abbastanza postero da pronunziarmi), che a ogni modo è fatto della stoffa di cui sono fabbricati i Proust, i Musil ecc. ecc. Da ultimo (ma questo, ohibò, a condanna, non a discarico dei contemporanei): l’assenza rigorosa dell’eros, del pragma politico, della faziosità (se così posso esprimermi) concettuale, e in loro luogo l’affetto teneramente modulato, la salvezza dell’anima (perdoni la metafora approssimativa), l’adaequatio intellectus et vitae.[9]






     Il tempo lavora per Lei: vorrebbe forse confondersi nella folla dei vincitori di premî? Dimenticavo di precisare che di norma abito a Firenze, in via del Cantone 9 (che è alla periferia della città, alla barriera di Maiano, a metà strada fra Fiesole e Settignano), e che passo buona parte delle vacanze, fino ai penultimi giorni di settembre, a Domodossola, frazione San Quirico 2 (Domodossola è la mia città natale). Mi accade ogni tanto, pur fulmineamente, di venire a Roma; e a Lei non mancherà occasione di passare da Firenze. Io penso che potremmo approfittare di questa congiuntura, e se fossimo in due a pensarlo, me ne rallegrerei infinitamente. Nella qual speranza, La saluto con cordialità e con riconoscenza di lettore tanto pubblico quanto privato.

     Il Suo

Gianfranco Contini

 

 

Firenze, 9 ottobre 1963

 

Carissimo Pizzuto,

perfeziono il contratto bilaterale,[10] benché non senza trepidazione, non già per presunta disparità cronologica (anch’io ho passato il mezzo secolo, e il taglio avviene molto prima), ma perché prevedo i quadri della futura storia letteraria (se ne perdurerà una di tipo tradizionale, cosa probabile ancora per parecchi decennî). Mi scuso di aver ritardato tale suggello; ma mi trovavo sul discrimine (anche corografico) tra vacanza e routine, tra casa mia e d’affitto, ecc. ecc., sempre ingrato, quest’anno più traumatizzante per intervenuti eventi da Squadra Mobile (della quale, se non scrivessi a un questore, tesserei l’elogio più convinto, posto che il giorno dopo l’effrazione catturarono l’autore con praticamente tutta la refurtiva). Così pensai di farmi rappresentare da merce mia, seppure ingombrante, a quel modo che Van Eyck, suppongo, avrebbe gradito che uno dei suoi interni lenticolari potesse fregiare le tue paulule pareti, là dove tu pure persegui in schede e «paginette»[11] il tuo assiduo e limpido (naturalmente il limpide mallarméano) impegno gnoseologico. Avermene anticipato così perfetto specimine è squisitezza di cortesia mandarinesca.[12] Mi chiedo se tu divida la mia ammirazione per Carlo Dossi (quello giovanile, s’intende). Ovviamente non cerco “precedenti”, se non nella misura in cui il mio amico Longhi ha perseguito a ritroso la vicenda del lume lombardo per spiegarsi, dirò così, serialmente l’avvento dell’innovazione caravaggesca.[13] Ma insomma: un Dossi dedito alla sintassi nominale, all’ellissi della rappresentazione fenomenica e dotato d’un sentimento del tempo per cui (se mi consenti la contraddittorietà dell’effato) alla “fine del presente” gli eroi (come in Rosina e in Bambole e in Ravenna) si trovassero canuti, nevicati (vedi Temps retrouvé) di senettù, ma non logori, a quello stesso modo che le schegge di marmo apuano alle foci dei torrenti versiliesi si ritrovano ciottoli levigati e formali (per questo fermano le carte sulla mia scrivania), ecco un’immagine, una metafora che forse potrebbe a un lettore di qualche immaginazione dare un’idea di Pizzuto se non ne avesse mai letto un rigo. Perché anche Dossi, se non lo amplifico, era ritagliato in quella tale stoffa di cui discorrevo l’altra volta.

     Ho localizzato via Fregene: prima, su una pianta molto antica, per mera induzione da analogia toponomastica, tra l’Appia Nuova e Porta Latina (conosco male l’Appia Nuova, avendo perso le tracce d’un cugino di mio padre stanziato in quei paraggi; ci andai un’altra volta, ancora nel paleozoico, nientemeno quando Cecchi stava alla Cines; ma Porta Latina mi è fresca perché, cfr. Domodossola, frequento i Rosminiani di San Giovanni); poi, con la soddisfazione modesta del filologo al quale i documenti confermano la congettura, su una carta recenziore del Touring. Perciò, se tu non avessi al progetto repugnanza incoercibile, io passerei di lì, previo accordo preciso, in una delle mie quasi mensili ma brevissime corse a Roma. E non so se vorresti esplorare con me, che non li conosco, mentre li colleziono fuori d’Italia (ancora qualche settimana fa a Bochum e a Düsseldorf, soavemente ridondando tutta la Germania nordoccidentale di “Asia”, certo per riflusso di profughi indonesiani dall’Olanda), i ristoranti cinesi di Roma. Oh sì, l’anatra all’arancia, il pollo alle nocciole, l’insalata di germi di soia, le fettine di abalone, la banana fritta nel miele e non so quante altre centinaia di lemmi a me, m’illudo se anche a te?, risultano profondamente omogenee. Nunc,,, scrutemur homoeomerias.[14]

     Grazie. Affettuosamente il tuo

Gianfranco Contini

che stavolta si avvale, mi concederai, di più nobile strumento, sebbene illanguidito nel nastro.[15]

 

 

Firenze, 14 novembre 1963

 

Carissimo,

purtroppo la mia vita accademico-proserpinea mi consente solo un trimestre l’anno (circa) di approssimativa esattezza epistolare, di disponibilità al gratuito, di vacanza all’io e al non-io. Il residuo nonimestre, inferio-fiorentino, è perduto e amministrativo, invaso da uno schema di economicità (senza la sostanza, l’economicità di questa fase attivistica della vita sociale è in massima parte fittizia, scimmia di una dinamica “keynesiana” che ha travolto nella sua produttività a vuoto ogni risparmio e ogni santa avarizia) — dicevo, uno schema al quale non riesco per il momento a strapparmi. Chiedo indulgenza una volta per tutte, sperando che gli happy few non mi puniscano di contromisure. E auguro vicine le voluttà mandarinesche.

     Ho fruito intensamente così della pendola uccisa come dell’intervallo marino;[16] e oso prenotare le puntate seguenti. Chiedendomene quale sia il segreto di fabbricazione, vorrei concludere, secondo lo stesso tema di pensiero, che è nella liberazione dallo schema (della realtà) e nell’assaporamento-rappresentazione della sola sostanza (della realtà). In astratto potrebbe ancora essere la categoria idealistica tradizionale di liricità; di fatto lo strumento risulta inadeguato (im-pertinente) e anacronistico perché quell’operazione riduttiva è esercitata su un tessuto narrativo-temporale. Ritengo un vero errore esegetico (anche se eventualmente incoraggiato dall’autore) quello di chi nega il tempo nel mondo di Pizzuto.[17] Siamo alle solite: è lo schema del tempo che è (entro certi limiti) abolito, non già la sostanza del tempo. E anzi gli oggetti di Pizzuto sono colpiti da un inesorabile essere-passati (genere Temps retrouvé), avvolti in un dolce processo, se non di morte, di senilità, dove le vacanze finiscono (o si-trovano-finite) e le persone (di Rosina, di Si riparano, di Ravenna) incanutiscono, o meglio si-ritrovano-canute, e-merite. Con metafora grammaticale (pensando in particolare al verbo russo) si potrebbe parlare di perfettività. Probabilmente è connessa a questo carattere la prevalenza della sintassi nominale, che non so se si possa interpretare come un eterno-presente; forse è una sottrazione alle aporie del presente, visto che il presente imperfettivo è durativo e il presente perfettivo (vedi russo) è un futuro. Bisognerebbe essere buon indoeuropeista, e ahimè io ne so troppo poco, per azzeccare qualcosa su Pizzuto dal punto di vista della critica (non dirò stilistica ma:) grammaticale, d’altronde verosimilmente la sola possibile, per diventare lo Spitzer di Pizzuto.

     Grazie. In Cina,[18] utinam, presto! Affettuosamente il

tuo

Gianfranco Contini




Anna Boschi, Letter to the shadow 1 (copia di Serie No Touch), 2007, cm 41x31


Domodossola, 3 settembre 1964

 

Carissimo,

Emanuelli,[19] tornato a Milano il primo del mese, mi avverte che il pezzo[20] uscirà, se non ci sono imprevisti, domenica prossima, naturalmente nel ghetto letterario.[21] Questa notizia è liberatoria rispetto all’irritazione subliminare (tenuemente esondante oltre la soglia) di cui il ritardo m’aveva riempito e che paralizzava, dopo l’annuncio troppo stoltamente anticipato, la mia voglia di scriverti (solo esiguamente surrogata dall’epistolorragia uxoria).[22]

     Ma prima di lasciare il capitolo pragmatico debbo ancora aggiungere che il tuo citatore in Versilia si è scoperto essere Schiaffini;[23] dell’altro romano non so nulla.

     Credo che nelle tue lettere siano domande rimaste “inevase”, ma esse, nonostante la quadrangolarità e la diagonalità,[24] sono così perfettamente rotonde e compatte che mi darebbe noia romperne il continuo per estrarne il discreto di un’interrogazione. Sarebbe come da un uovo, così concluso, siringare una goccia di tuorlo; peggio, per controdedurle una risposta di albume-liquame. Tuttavia non posso tacerti un punto importante. La mamma ti ringrazia moltissimo della «parte di ricchezza» (come direbbe Montale)[25] che hai voluto dedicarle in monopolio e si rattrista di non essere in grado di scrivere. Oltre trent’anni fa essa è stata colpita da piccole trombosi retiniche che le hanno tolta la vista da un occhio e fortemente diminuito l’altro. Praticamente fa tutto in casa, col radar dell’integrazione immaginativa; ma non può più cucinare, ricamare, leggere o scrivere. Quando sono lontano io uso in sommarî messaggi grosse lettere capitali; lei risponde, con elegante scrittura inglese dei suoi tempi (nascita nel 1884, educazione nel collegio della Guastalla a Milano), ma, senza contare che col guasto anatomico concomitano spasmi vascolari ancora attivi, insopportabili (benché sopportati), con altri che con me teme sempre (non del tutto a ragione) di riuscire illeggibile, di omettere punti sulle i, di fondere lettere, di contare male le «gambe». Perciò sii indulgente e accontèntati della mia mediazione.

     Ci si occupa di te a varî piani sotto questo tetto. Ma in realtà non si tratta di un tetto solo (sopra il quale si stanno in questo momento, assai lentamente festinando, eseguendo restauri che ci infelicitano), bensì di due tetti fusi, quello arcaico e (acconcia la parola di Benedettina)[26] schistoso, più esattamente dell’ottimo gneiss locale che ha nome bevola (bèula), sotto il quale io opero a terreno, accompagnato dai resti di un Angelo Annunziante “spätgotisch” (mi pare ancora trecentesco), lombardo, e dalla fotografia di Manzoni (recante in facsimile dedica «alla prode Ufizialità» di non so qual reggimento), e quello liberty, cuspidato, della porzione moderna, press’a poco a me coeva, di foggia svizzera, coperto peraltro di (lubriche, fragili, ora irreperibili) piastrine di italiana lavagna, a mo’ di armadillo, il cui colore si può centrare solo col termine padano «reciticcio-di-ubbriaco» (trasu<-de-čuk) usato da mio padre per, rammento, il francobollo peruviano di Manco Capac, sotto il qual tetto di belle époque, al piano più sublime, la concettosamente precitata coniuge impara un po’ d’italiano (sempre prescindendo dalla correlazione di geminazione, pala:palla, tuttora oscura a nostro figlio Roberto che scrive dala mama e trop‑/ a capo / ppo), un po’ di pizzutiano e, sempre più dimentica della ex-sua favella, dolorosamente estromette un po’ di tedesco che, tu hai ragione, non assomiglia in nulla al cinese (ora mi ha portato via Hölderlin, che infatti, nutrito di Klopstock e greco, esperì concentrazioni sintattiche). Nondimeno i piani della sezione trogloditica e della similielvetica non coincidono, si imbricano, paghi nella simbiosi della loro natura di mezzi piani.

     Entrambi i laboratorî guardano verso oriente, sulla qual giogaia si proietta (in senso geometrico) il profilo della giogaia occidentale le cui pendici noi occupiamo, e la cresta di tali maiores umbrae[27] (direi se tu non fossi misovirgiliano) sale ognor più rapidamente, fornendo un’equipollenza ammonitoria al tuo lampione solstiziale a cui ti confesso di essere stato molto sensibile[28] (contenuto salvo errore in una scheda via Telstar). Però la luce equinoziale ha, o almeno aveva ieri mattina, sui prati della cosiddetta “mia Via Emilia” (il rettilineo della strada nazionale), natura piuttosto primaverile, marzolina, cioè annunciatrice di futuro con segno positivo, di speranza. La ragione mi dice bensì che ho perso un altr’anno della mia dotazione («l’agosto ha girato senza di me», ci scrive una nostra amica assorbita da gravi noie il mese scorso), ma non so del tutto pentirmi di aver considerato indefinito il tempo di questa breve vacanza, oggettivamente male sfruttato a fini produttivi.

     Hai così qualche indicazione sul luogo dove si è parziali per Pizzuto, ma la topografia sarebbe gravemente lacunosa se non menzionasse la parete meridionale del bacino (la valle fa un gomito ad angolo retto ricevendo l’Anza, quella che viene da Macugnaga), parete detta “la mia Engadina” per la straordinaria somiglianza (forse più interna, di emersione al podista, che morfologica) con l’orizzonte che si offre a chi da Sankt Moritz marcia verso il Maloja e la Val Bregaglia. Sopperisco alla latitanza letteraria di questo luogo come posso. Se ti dicessi che la miglior descrizione geologica del mio monte è di Fogazzaro, in un discorso su Rosmini? C’è però una pagina incantevole dei Mémoires d’Outre-tombe[29] (per me un libro supremo) sulla discesa per la valle del Toce: sembra il bacino dell’Ontario, sembrano le plaghe degli Irocchesi. Entro il mio pomerio ho poi le mie esperienze private del reale, la salamandra, la raganella arrampicata sul fusto d’una pianta di rose, ostentante un ano bellissimo (una perlina per selvaggi, una conteria, se non fosse plurale tantum, verdina), ma ciò esorbita dal referto locale per incignare il cronotopo.

     Dai luoghi sopracitati affettuosamente il

tuo

G.

(o forse g.)

 



[1] Gianfranco Contini-Antonio Pizzuto, Coup de foudre. Lettere (1963-1976), a cura di Gualberto Alvino, Firenze, Polistampa, 2000.

[2] «Chiarissimo Professore».

[3] Vanni Scheiwiller, uno dei primi editori di Pizzuto.

[4] Dante Alighieri, Rime, a cura di G. Contini, Torino, Einaudi, 1939; ii ediz. riveduta e accresciuta, Torino, Einaudi, 1946; iii ediz. aumentata di una Postilla dopo l’Introduzione, Torino, Einaudi, 1965; iv ediz., con un saggio di Maurizio Perugi, Torino, Einaudi, 1995.

[5] Ted.: ‘superfluo’.

[6] Signorina Rosina, a cura di Antonio Pane, postfazione di Denis Ferraris, Firenze, Polistampa, 2004 (19561); Si riparano bambole, a cura di Gualberto Alvino, con una nota di Gianfranco Contini, Palermo, Sellerio, 2001 (19601); Ravenna, a cura di Antonio Pane, postfazione di Giancarlo Alfano, con una testimonianza di Andrea Camilleri, Firenze, Polistampa, 2002 (19621); Il triciclo, Milano, All’insegna del Pesce d’Oro, 1962 (19601).

[7] «Conobbi Pizzuto con un ritardo di cui mi dolgo. Fu Cesare Brandi a spronarmi a leggere un autore che, diceva, sembrava fatto apposta per piacermi. L’aveva presentato, in coppia, credo, con la Spaziani, a un premio letterario [Strega 1963]: un istituto che risultò sempre revulsivo per Pizzuto (e me ne sarei accorto a mie spese), tanto che poté fruire d’un premio-nessun premio inventato da Carla Macchia (fu erogato ad Asti, [Asti d’Appello 1966] e fu occasione d’una gita da me raccomandata alla travolgente Vezzolano e d’un pezzo in sua celebrazione [Vezzolanica, Milano, All’insegna del Pesce d’Oro, 1967]). Più tardi Brandi rifiutò il suo fiato all’alpinismo da sesto grado e oltre svolto da Pizzuto, ma il primo merito nessuno glielo toglie» (Gianfranco Contini, Antonio Pizzuto, investigatore, «Leggere», 1989, 9 pp. 18-19).

[8] L’articolo — poco meno che una stroncatura — non mancò d’esercitare un’influenza fatale su molti critici dell’epoca, malgrado l’evidente incongruità dell’assunto: «Anche il Pizzuto, singolare scrittore che esordisce tardi rivelando qualità di primo ordine, pensa forse di darci un tipo di romanzo del tutto nuovo. Più scopertamente della Sarraute egli muove però dal vecchio romanzo naturalistico-psicologico, da lui frantumato, alleggerito di molte inutili frange descrittive, e poi pestato nel mortaio e ridotto a un torrone di sole centoventi pagine nel quale le figure appaiono a tozzi e bocconi, incollate soltanto da un non meno protoplasmico e vischioso almanaccamento interiore che s’insinua tra gli spiragli delle loro intermittenti apparizioni. E non è che qui manchi lo stato civile, l’identificazione di simili larve, che è minuziosa come può esserlo in Joyce e in Carlo Emilio Gadda, scrittori da lui certo conosciuti; ma è fatta a lampi e baleni, e si ha l’impressione che il libro, scomposto e ricomposto nelle sue parti, potrebbe assumere la fisionomia di un ottimo racconto tradizionale. In altre parole: non siamo sicuri che alla lunga e faticosa elaborazione di costringere in otri nuovi un buon vino vecchio abbia corrisposto un risultato — per il lettore — molto soddisfacente» (Eugenio Montale, rec. di Signorina Rosina cit., «Corriere della Sera», 14 ottobre 1959, poi in Id., Auto da fé, Milano, Il Saggiatore, 1966, pp. 165-66).

[9] Parafrasa la formula adaequatio rei et intellectus con la quale S. Tommaso definisce la verità come corrispondenza tra essere e intelletto.

[10] Il passaggio dal “lei” al “tu” proposto da Pizzuto.

[11] Antonio Pizzuto, Paginette, a cura di Antonio Pane, postfazione di Gabriele Frasca, Firenze, Polistampa, 2002 (19641).

[12] Pizzuto spediva a Contini apografi delle sue composizioni appena ultimate.

[13] Cfr. Roberto Longhi, Quesiti caravaggeschi (1928-29), Ultimi studi su Caravaggio e la sua cerchia (1943), Il Caravaggio (1952).

[14] T. Lucrezio Caro, De rerum natura, i 829: «Nunc et Anaxagorae scrutemur homoeomerian | quam Grai memorant».

[15] «mi permetto osservare che, con uno spazzolino da denti fuori uso e un po’ di benzina, i caratteri chiusi o semichiusi del Suo anfiteatro [la macchina da scrivere] perderebbero quel languido bistro da palpebre di bella donna. La mia diagnosi è che ignorano tal igiene» (lettera di Pizzuto del 24 settembre 1963).

[16] Rispettivamente in (Schwarzwälderhur), lassa xvii di Paginette («Allora provvedere per giusta regola, assunto questo non semplice, spostando sulla mezz’ora l’indice, aspettar, attimi, roco passo, quasi di fante che ci apra, spalancarsi netto l’imposta, apparire quel rosazzurro uccellino, cuculiarvi una volta, chiudere secco») e in (Incantamento), xviii.

[17] «Chi volesse trovare una parentela immediata alla narrativa di Pizzuto dovrebbe ricorrere ai fatti del nouveau roman: Robbe-Grillet, Butor, la Sarraute. Ma per accorgersi infine che il carattere visivo e atemporale dell’opera di Pizzuto è qualcosa di essenzialmente diverso dal meccanismo gelido di un libro a suo modo esemplare come La jalousie. […] Il romanzo della tradizione borghese-ottocentesca si configurò nella cieca fede prestata alla nozione classica del tempo, come successione nella quale si compiva, naturalisticamente, il ciclo vitale dell’individuo. Ora, in Pizzuto, tale successione risulta frantumata, non già perché egli proceda per frammenti o per capitoli o per pezzi di bravura […] ma perché egli abolisce i nessi di causa ed effetto (frutto della disposizione retrospettiva del narratore tradizionale) dai quali si originavano il ‘prima’ e il ‘dopo’. […] Il sottrarre la narrazione alla categoria classica del tempo immerge il personaggio in quella società costituita, di struttura squisitamente borghese e tradizionale, che è da intendere come un blocco nel quale i momenti singoli dell’individuo non contano più per se stessi e che è appunto il bersaglio dell’ironia corrosiva dell’autore» (Luigi Baldacci, «Telesera», 27-28 agosto 1960; poi «Giornale del Mattino», 23 settembre 1960; quindi «Letteratura», viii 1960, 46-48 pp. 241-43; infine in Id., Letteratura e verità, Napoli-Milano, Ricciardi, 1963, pp. 238-41).

[18] Il ristorante cinese di cui sopra.

[19] Enrico Emanuelli (1909-1967), all’epoca responsabile della pagina letteraria del «Corriere della Sera».

[20] Gianfranco Contini, La vera novità ha nome Pizzuto. Guida breve a «Paginette» (titolo redazionale), «Corriere della Sera», 6 settembre 1964.

[21] La terza pagina.

[22] Allude alla corrispondenza di sua moglie Margaret Piller con Pizzuto (cfr. Antonio Pizzuto, Telstar. Lettere a Margaret Contini [1964-1976], a cura di Gualberto Alvino, Firenze, Polistampa, 2000).

[23] Il filologo e linguista Alfredo Schiaffini (1895-1971).

[24] «Adesso ti prego dirmi, alla prima occasione, se puoi permettermi di scriverti, come il nuovo formato irresistibilmente mi chiede, con righe diagonali anziché orizzontali. È per me uno sforzo scrivere orizzontalmente, fin da ragazzo. Tutti i miei manoscritti spontaneamente vanno per diagonale; non è una bizzarria, ma una imperfezione simile allo strabismo. Posso? Allora potrò scriverti più fluently» (lettera di Pizzuto del 29 dicembre 1963).

[25] Eugenio Montale, Ossi di seppia, «I limoni», v. 20: «qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza».

[26] Lassa vii di Paginette.

[27] P. Virgilio Marone, Bucoliche, i 83: «maioresque cadunt altis de montibus umbrae».

[28] «Il balconcino di via Fregene era progressivamente inondato di sole fino al solstizio d’estate. Il 22 giugno Pizzuto, osservatore senza pari, notava che un certo raggio cominciava minimamente a retrocedere, e per un po’ era attanagliato da un’angoscia che si può solo definire, con sue parole, “contrappunto tanatologico”» (Gianfranco Contini, Antonio Pizzuto, investigatore cit.).

[29] François-René de Chateaubriand (libro xix, cap. 12).




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