LUOGO COMUNE
MANLIO CANCOGNI
Cercando in Versilia l’origine del ‘Sublimine’


      
Ripubblicati da Elliot, con il titolo “La Sorpresa”, i più significativi racconti scritti dall’autore bolognese-toscano tra il 1936 e il 1993. Un assai lungo arco di tempo che partendo dalle esperienze e dai turbamenti dell’infanzia e dell’adolescenza finisce per attraversare un intero secolo di storia e di grandi contraddizioni. Che il 93enne scrittore ha saputo narrare con stile asciutto e penetrante sul filo di una subitanea presa di coscienza che illumina l’uomo e, insieme, lo terrorizza, mettendolo a confronto con la propria pochezza.
      



      

di Valeria Pighini



Personalmente non pensavo che dovesse essere tanto “oggetto” di letteratura, quanto che questo stupore della realtà fosse esso stesso letteratura, che questo sentimento costituisse anzi la cosa più importante della vita.


Così Manlio Cancogni, intervistato da Simone Caltabellotta, riassume il concetto di “Sublimine” ovvero, ciò che per lui costituisce il senso stesso della letteratura e dell’esistere, quello strano stupore che alle volte ci coglie impreparati, illuminandoci e svelandoci aspetti della realtà che fino ad allora avevamo ignorato o semplicemente trascurato. Esso richiama la nostra attenzione, focalizzandola su dettagli apparentemente irrilevanti e offre ai nostri occhi un’interpretazione nuova della quotidianità.

Una folgorazione insomma, un lampo. In una parola, una sorpresa.

E proprio La Sorpresa (Elliot, Roma 2009, pp. 409, € 19,50) è il titolo di un libro in cui sono riuniti i racconti più significativi scritti da Cancogni tra il 1936 e il 1993. Un arco di tempo evidentemente vastissimo che abbraccia le esperienze e i turbamenti di tutta una vita, un secolo di storia e grandi contraddizioni che si rispecchiano nelle parole dell’autore e nelle situazioni che egli mette in scena per noi.

L’infanzia, i compagni di scuola, gli amori adolescenziali, la guerra, orribile e affascinante, i primi passi nel mondo del giornalismo, l’influenza di James Joyce, l’amicizia profonda e tormentata con Carlo Cassola e quella con Carlo Levi (scrive a tal proposito Cancogni in una breve autobiografia, che egli fu il primo a leggere Cristo si è fermato a Eboli), nonché le frequentazioni di artisti e pittori del calibro di Montale e Guttuso. L’antifascismo e l’anticomunismo, la militanza politica nel CNL di Pietrasanta da lui stesso fondato, i giornali ufficiali e quelli redatti di nascosto negli scantinati, di notte, con poco tempo e pochissimo materiale a disposizione. E poi ancora, la magia dei paesaggi toscani, la ricerca incessante delle proprie radici e l’inquietudine di uno spirito libero che non sa e non vuole fermarsi.

Nato a Bologna nel 1916 da genitori versiliesi, laureatosi in legge nel 1938 e divenuto insegnante, Cancogni è stato infatti giornalista e scrittore incredibilmente prolifico. E oggi, ultranovantenne, viene riscoperto. I suoi racconti sono messi al servizio dei più giovani con la segreta speranza che possano comprenderne il messaggio e riescano a farlo proprio.






Il senso di questa raccolta, La Sorpresa, è esattamente questo: rendere giustizia ad un autore forse poco conosciuto dalle nuove generazioni, ma che tante emozioni ha saputo regalare al pubblico di ieri e altrettante suggestioni può ancora offrire a quello di oggi.

Con il suo stile asciutto e garbato, mai volgare o esageratamente enfatico, Cancogni ha saputo tradurre in parole e immagini le ansie e le paure di intere generazioni di lettori, fornendo loro un input per interrogarsi e riflettere su questo grande e impenetrabile mistero che è la vita.

La consapevolezza amara del tempo che passa e non ci lascia scampo, il tempo che scava impietoso i suoi segni nei nostri volti, il tempo che ci scorre dentro e ci scivola addosso facendoci dimenticare ciò che eravamo, il tempo che ci fa scordare, offuscandole, le meraviglie che abbiamo contemplato e le sensazioni che abbiamo vissuto, il tempo che ci proietta nel futuro cancellando le già labili tracce del passato, il tempo che tutto muove e tutto uccide.

E la vacuità delle cose materiali, dei sogni, della bellezza, di tutto ciò che crediamo eterno senza sapere invece quanto sia effimero e destinato a svanire al primo colpo di vento.

Cancogni ci parla di questo e non solo, ci parla della presa di coscienza che illumina l’uomo e lo porta a confrontarsi con la sua pochezza. Il Sublimine appunto, quel brivido terrificante che ci scopre nudi e impotenti di fronte a noi stessi. “Per me – afferma infatti l’autore – il sublimine aveva due facce: da un lato quella, esaltante, dell’illuminazione improvvisa, dall’altro, invece, terrorizzante”.

Quelle di Cancogni sono storie semplici, disarmanti nella loro essenzialità, eppure terribilmente pregne di significato. Nei suoi racconti, a volte brevissimi, spesso non accade davvero nulla di importante, nessun colpo di scena, nessuna rivoluzione, almeno in apparenza. Il vero sconvolgimento è interiore e travolge i protagonisti come un uragano improvviso in una giornata di sole. Sono uomini e donne strappati alla quotidianità, uomini e donne come tanti, mariti infedeli, mogli disilluse, bambini ingenui, anziani rassegnati. Ma ciò che li unisce rendendoli unici è proprio il Sublimine, la sorpresa, l’aver aperto finalmente gli occhi per osservare la realtà da un punto di vista nuovo e, se vogliamo, privilegiato. Il punto di vista dell’intuizione filosofica, del lampo che per un attimo squarcia il cielo abbagliandolo di luce, della verità che si rivela e poi torna subito dopo a nascondersi.

Un ragazzino che scopre tutto a un tratto la crudeltà celata dietro i volti puliti e innocenti dei suoi amichetti, un uomo che guardando la fotografia della propria consorte da giovane si rende conto di quanto sia transitoria la bellezza, un giovanotto timido e inesperto che impara a dare un significato al mondo dopo aver assaporato il gusto dolceamaro del sesso, un alunno taciturno e introverso che si vendica dell’indifferenza dei compagni svelando loro un’intelligenza fuori dalla norma.

La sorpresa è in ogni cosa, basta saperla vedere e soprattutto, basta saperla accettare.

Come quella ragazza, troppo per bene per dire parolacce, ma che, dopo aver preso il via, non riesce più a smettere di pronunciarne, in preda a una rinnovata frenesia che va “oltre il letto, oltre la camera e forse (…) oltre l’amore”. O come quell’uomo che, dopo aver ritrovato per caso sul banchetto di un rigattiere una vecchia cartellina smarrita trent’anni prima, rivive ricordi sepolti di cui non conservava memoria e riscopre dei lati di sé, del suo carattere, che credeva perduti per sempre e che anzi, non sapeva nemmeno di possedere.

Ritratti appena abbozzati, scolpiti in punta di penna, che si danno il cambio tra le pagine in un’immaginaria staffetta. Poche parole per descriverli; poche immagini per parlarci di loro. Eppure, leggendo i racconti di Cancogni, ci sembra di conoscerli da sempre questi personaggi. E ci sembra di conoscerli da sempre perché dietro ognuno di loro si nasconde un riflesso di noi stessi. E così possiamo riconoscere le nostre inquietudini e le nostre debolezze. Essi sono il tramite simbolico fra noi e ciò che l’autore vuole comunicarci, fra noi e la sorpresa.

Sullo sfondo, una Roma malinconica e crepuscolare, coi suoi vicoli angusti e i suoi immensi stradoni, ma anche e soprattutto il panorama magico e un po’ selvaggio della Toscana.

Perché Cancogni, cittadino del mondo, che ha vissuto in Francia, in Grecia, e perfino in America, che ha potuto ammirare con i suoi occhi i paesaggi più straordinari, rimane sempre e comunque fedele alle proprie origini versiliesi. Ed è in Versilia, terra di mare accoccolata fra le montagne, che egli desidera tornare oltre ogni cosa. “Nel 1940 – afferma – sono andato a Sarzana, su mia richiesta, perché il mio obiettivo era avvicinarmi il più possibile alla Versilia. Mio padre faceva l’avvocato, ma non aveva casa in Versilia, perché soprattutto mia madre si era affezionata a Roma. (…). In casa ero soltanto io che stravedevo per la Versilia”.




Manlio Cancogni


E lo spirito toscano, quella simpatica e bonaria goliardia che caratterizza gli abitanti di questa regione, traspare ovviamente nello stile di Cancogni, dove il dramma è sempre accompagnato da una buona dose di ironia, utile non solo a tener vivo l’interesse del lettore, ma anche e soprattutto a stemperare la serietà di certi argomenti che altrimenti risulterebbero oltremodo noiosi ed indigesti. Basta una parola, un commento tra parentesi, un dialogo brioso, e il racconto cambia volto, come una melodia che da minore passa in maggiore.

Cancogni sa sempre quando è giusto scherzare, quando è opportuno utilizzare la battuta di spirito e quando invece è preferibile mantenere un tono più freddo.

Ed è anche questa abilità che lo rende ancora oggi uno degli autori più apprezzati della letteratura nostrana, a dispetto della sua scelta, intrapresa proprio negli ultimi anni, di smettere di scrivere: “Nel 2002-2003 mi venne una depressione tremenda, per la quale non potetti far niente per tre anni, con scarso rimpianto per quello che avrei potuto fare. Poi, quando mi è passata la depressione, mi è anche passata la voglia di scrivere. E, dunque, è finita la mia carriera di giornalista e di scrittore”.

Sebbene dunque egli abbia deciso di non regalarci altri preziosi scritti e nonostante sia passato quasi un secolo dai suoi primi racconti, leggendo La Sorpresa ci si rende conto di quanto Cancogni sia effettivamente attuale, di quanto abbia ancora da insegnarci e di come riesca a farci guardare dentro la nostra anima, di come riesca a metterci faccia a faccia con i nostri fantasmi, con le nostre inquietudini più recondite.




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