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di
Valeria Pighini
Personalmente
non pensavo che dovesse essere tanto “oggetto” di
letteratura, quanto che questo stupore della realtà fosse esso
stesso letteratura, che questo sentimento costituisse anzi la cosa
più importante della vita.
Così
Manlio Cancogni, intervistato da Simone Caltabellotta, riassume il
concetto di “Sublimine” ovvero, ciò che per lui
costituisce il senso stesso della letteratura e dell’esistere,
quello strano stupore che alle volte ci coglie impreparati,
illuminandoci e svelandoci aspetti della realtà che fino ad
allora avevamo ignorato o semplicemente trascurato. Esso richiama la
nostra attenzione, focalizzandola su dettagli apparentemente
irrilevanti e offre ai nostri occhi un’interpretazione nuova
della quotidianità.
Una
folgorazione insomma, un lampo. In una parola, una sorpresa.
E proprio
La Sorpresa (Elliot, Roma 2009, pp. 409, € 19,50) è
il titolo di un libro in cui sono riuniti i racconti più
significativi scritti da Cancogni tra il 1936 e il 1993. Un arco di
tempo evidentemente vastissimo che abbraccia le esperienze e i
turbamenti di tutta una vita, un secolo di storia e grandi
contraddizioni che si rispecchiano nelle parole dell’autore e
nelle situazioni che egli mette in scena per noi.
L’infanzia,
i compagni di scuola, gli amori adolescenziali, la guerra, orribile e
affascinante, i primi passi nel mondo del giornalismo, l’influenza
di James Joyce, l’amicizia profonda e tormentata con Carlo
Cassola e quella con Carlo Levi (scrive a tal proposito Cancogni in
una breve autobiografia, che egli fu il primo a leggere Cristo si
è fermato a Eboli), nonché le frequentazioni di
artisti e pittori del calibro di Montale e Guttuso. L’antifascismo
e l’anticomunismo, la militanza politica nel CNL di Pietrasanta
da lui stesso fondato, i giornali ufficiali e quelli redatti di
nascosto negli scantinati, di notte, con poco tempo e pochissimo
materiale a disposizione. E poi ancora, la magia dei paesaggi
toscani, la ricerca incessante delle proprie radici e l’inquietudine
di uno spirito libero che non sa e non vuole fermarsi.
Nato a
Bologna nel 1916 da genitori versiliesi, laureatosi in legge nel 1938
e divenuto insegnante, Cancogni è stato infatti giornalista e
scrittore incredibilmente prolifico. E oggi, ultranovantenne, viene
riscoperto. I suoi racconti sono messi al servizio dei più
giovani con la segreta speranza che possano comprenderne il messaggio
e riescano a farlo proprio.
Il senso
di questa raccolta, La Sorpresa, è esattamente questo:
rendere giustizia ad un autore forse poco conosciuto dalle nuove
generazioni, ma che tante emozioni ha saputo regalare al pubblico di
ieri e altrettante suggestioni può ancora offrire a quello di
oggi.
Con il
suo stile asciutto e garbato, mai volgare o esageratamente enfatico,
Cancogni ha saputo tradurre in parole e immagini le ansie e le paure
di intere generazioni di lettori, fornendo loro un input per
interrogarsi e riflettere su questo grande e impenetrabile mistero
che è la vita.
La
consapevolezza amara del tempo che passa e non ci lascia scampo, il
tempo che scava impietoso i suoi segni nei nostri volti, il tempo che
ci scorre dentro e ci scivola addosso facendoci dimenticare ciò
che eravamo, il tempo che ci fa scordare, offuscandole, le meraviglie
che abbiamo contemplato e le sensazioni che abbiamo vissuto, il tempo
che ci proietta nel futuro cancellando le già labili tracce
del passato, il tempo che tutto muove e tutto uccide.
E la
vacuità delle cose materiali, dei sogni, della bellezza, di
tutto ciò che crediamo eterno senza sapere invece quanto sia
effimero e destinato a svanire al primo colpo di vento.
Cancogni
ci parla di questo e non solo, ci parla della presa di coscienza che
illumina l’uomo e lo porta a confrontarsi con la sua pochezza.
Il Sublimine appunto, quel brivido terrificante che ci scopre nudi e
impotenti di fronte a noi stessi. “Per me –
afferma infatti l’autore – il sublimine aveva due
facce: da un lato quella, esaltante, dell’illuminazione
improvvisa, dall’altro, invece, terrorizzante”.
Quelle di
Cancogni sono storie semplici, disarmanti nella loro essenzialità,
eppure terribilmente pregne di significato. Nei suoi racconti, a
volte brevissimi, spesso non accade davvero nulla di importante,
nessun colpo di scena, nessuna rivoluzione, almeno in apparenza. Il
vero sconvolgimento è interiore e travolge i protagonisti come
un uragano improvviso in una giornata di sole. Sono uomini e donne
strappati alla quotidianità, uomini e donne come tanti, mariti
infedeli, mogli disilluse, bambini ingenui, anziani rassegnati. Ma
ciò che li unisce rendendoli unici è proprio il
Sublimine, la sorpresa, l’aver aperto finalmente gli occhi per
osservare la realtà da un punto di vista nuovo e, se vogliamo,
privilegiato. Il punto di vista dell’intuizione filosofica, del
lampo che per un attimo squarcia il cielo abbagliandolo di luce,
della verità che si rivela e poi torna subito dopo a
nascondersi.
Un
ragazzino che scopre tutto a un tratto la crudeltà celata
dietro i volti puliti e innocenti dei suoi amichetti, un uomo che
guardando la fotografia della propria consorte da giovane si rende
conto di quanto sia transitoria la bellezza, un giovanotto timido e
inesperto che impara a dare un significato al mondo dopo aver
assaporato il gusto dolceamaro del sesso, un alunno taciturno e
introverso che si vendica dell’indifferenza dei compagni
svelando loro un’intelligenza fuori dalla norma.
La
sorpresa è in ogni cosa, basta saperla vedere e soprattutto,
basta saperla accettare.
Come
quella ragazza, troppo per bene per dire parolacce, ma che, dopo aver
preso il via, non riesce più a smettere di pronunciarne, in
preda a una rinnovata frenesia che va “oltre il letto, oltre
la camera e forse (…) oltre l’amore”. O come
quell’uomo che, dopo aver ritrovato per caso sul banchetto di
un rigattiere una vecchia cartellina smarrita trent’anni prima,
rivive ricordi sepolti di cui non conservava memoria e riscopre dei
lati di sé, del suo carattere, che credeva perduti per sempre
e che anzi, non sapeva nemmeno di possedere.
Ritratti
appena abbozzati, scolpiti in punta di penna, che si danno il cambio
tra le pagine in un’immaginaria staffetta. Poche parole per
descriverli; poche immagini per parlarci di loro. Eppure, leggendo i
racconti di Cancogni, ci sembra di conoscerli da sempre questi
personaggi. E ci sembra di conoscerli da sempre perché dietro
ognuno di loro si nasconde un riflesso di noi stessi. E così
possiamo riconoscere le nostre inquietudini e le nostre debolezze.
Essi sono il tramite simbolico fra noi e ciò che l’autore
vuole comunicarci, fra noi e la sorpresa.
Sullo
sfondo, una Roma malinconica e crepuscolare, coi suoi vicoli angusti
e i suoi immensi stradoni, ma anche e soprattutto il panorama magico
e un po’ selvaggio della Toscana.
Perché
Cancogni, cittadino del mondo, che ha vissuto in Francia, in Grecia,
e perfino in America, che ha potuto ammirare con i suoi occhi i
paesaggi più straordinari, rimane sempre e comunque fedele
alle proprie origini versiliesi. Ed è in Versilia, terra di
mare accoccolata fra le montagne, che egli desidera tornare oltre
ogni cosa. “Nel 1940 – afferma – sono
andato a Sarzana, su mia richiesta, perché il mio obiettivo
era avvicinarmi il più possibile alla Versilia. Mio
padre faceva l’avvocato, ma non aveva casa in Versilia, perché
soprattutto mia madre si era affezionata a Roma. (…). In casa
ero soltanto io che stravedevo per la Versilia”.
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Manlio Cancogni
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E lo
spirito toscano, quella simpatica e bonaria goliardia che
caratterizza gli abitanti di questa regione, traspare ovviamente
nello stile di Cancogni, dove il dramma è sempre accompagnato
da una buona dose di ironia, utile non solo a tener vivo l’interesse
del lettore, ma anche e soprattutto a stemperare la serietà di
certi argomenti che altrimenti risulterebbero oltremodo noiosi ed
indigesti. Basta una parola, un commento tra parentesi, un dialogo
brioso, e il racconto cambia volto, come una melodia che da minore
passa in maggiore.
Cancogni
sa sempre quando è giusto scherzare, quando è opportuno
utilizzare la battuta di spirito e quando invece è preferibile
mantenere un tono più freddo.
Ed è
anche questa abilità che lo rende ancora oggi uno degli autori
più apprezzati della letteratura nostrana, a dispetto della
sua scelta, intrapresa proprio negli ultimi anni, di smettere di
scrivere: “Nel 2002-2003 mi venne una depressione tremenda,
per la quale non potetti far niente per tre anni, con scarso
rimpianto per quello che avrei potuto fare. Poi, quando mi è
passata la depressione, mi è anche passata la voglia di
scrivere. E, dunque, è finita la mia carriera di giornalista e
di scrittore”.
Sebbene
dunque egli abbia deciso di non regalarci altri preziosi scritti e
nonostante sia passato quasi un secolo dai suoi primi racconti,
leggendo La Sorpresa ci si rende conto di quanto Cancogni sia
effettivamente attuale, di quanto abbia ancora da insegnarci e di
come riesca a farci guardare dentro la nostra anima, di come riesca a
metterci faccia a faccia con i nostri fantasmi, con le nostre
inquietudini più recondite.
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