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POLEMICHE
Allarme per la
cultura italiana
avida la destra,
inerte la sinistra
«Quando sento la parola cultura, metto mano alla
pistola»: è la
celebre frase di Goebbels, l’alto
gerarca nazista, braccio destro di Hitler, suicida nel bunker del Führer con
moglie e figli poco prima che le truppe sovietiche occupassero Berlino. Nessuno
dei nostri governanti ha mai osato ripetere quelle parole, ma non si ricorda a
memoria d’uomo che abbiano emanato leggi o anche solo leggine, o approvato
provvedimenti finanziari per aiutare gli scrittori, gli artisti, gli attori di
teatro, i cantanti, i musicisti. Qualche taglio di nastro per rubare la scena e
niente altro. Fino ai Governi Berlusconi che, in sciagurata controtendenza
rispetto al disinteresse precedente, si sono attivati in più campi e in più
forme portando avanti lo scempio sistematico della nostra cultura, dalla scuola
alla lirica, dalla scrittura al cinema. Il premier per primo, e i ministri
berlusconidi a seguire, dell’operazione tagli hanno mantenuto quelli dei
nastri, con sorriso a favore di telecamera, ma si sono specializzati
soprattutto in quelli finanziari sforbiciando spietatamente le già scarse
provvidenze previste.
Sull’argomento
è intervenuto con grande energia e profonda amarezza Vincenzo Cerami, che circa un mese fa ha intitolato Incultura la sua rubrica Una parola, pubblicata la domenica dall’Unità. Prendendo spunto dal nastro
tricolore che gli orchestrali mostravano sulle giacche, durante il Concerto di
Capodanno alla Fenice di Venezia, in segno di protesta per i tagli del Governo
alle Fondazioni liriche, Cerami scriveva: «Mi sono chiesto subito qual è il punto di vista del mio partito, del
Partito Democratico, sull’argomento, e soprattutto se il nuovo assetto
messo in piedi da D’Alema-Bersani ha un qualche interesse per la Cultura e per l’Arte del
nostro Paese. Rispondo senza esitazione: no, non ha alcun interesse per la Cultura e per l’Arte
perché, né più né meno della destra, non possiede cultura della cultura».
E
ne spiegava le ragioni: «La nostra classe al potere proviene dalla ex
piccola borghesia, tradizionalmente sottoculturale quando non smaccatamente
anticulturale. Sia per Tremonti che per Bersani la cultura è un passatempo, un
hobby di cui si può fare a meno in tempo di crisi economica. Addolora che il
PD, sull’argomento cultura non abbia nulla da dire». Poi aggiungeva che
buttare a mare la cultura è un grosso errore per PD, che così dimostra di non
tenere più «in giusta considerazione
gli studiosi e gli artisti del nostro Paese, da sempre appartenenti, in
maggioranza, all’area della sinistra».
Qualche
giorno dopo Roberto Carnero
pubblicava sulla stessa Unità alcune
reazioni all’accusa di Cerami. Il primo chiamato in causa, Matteo Orfini, successore di Cerami nella carica di responsabile
per la Cultura
del PD, replica che non trova argomenti concreti su cui discutere, ma poi non
porta alcun elemento concreto quando, a domanda specifica sugli interventi del
PD in merito alle decisioni dell’esecutivo, risponde: «abbiamo criticato la scelta del Governo di commissariare le
Soprintendenze di Pompei e di Roma perché quello del commissariamento non ci
sembra lo strumento giusto. Dobbiamo lavorare per individuare le soluzioni più
idonee a risolvere i problemi, che non neghiamo esserci» e sui fondi al
cinema «Ritengo che dobbiamo uscire
dall’idea che il cinema possa esistere solo se finanziato con soldi
pubblici. Questi ultimi è bene che ci siano, ma solo nella prospettiva di
favorire la nascita di un’industria cinematografica in grado di camminare con
le proprie gambe sul mercato».
Tra
gli altri interventi, lo scrittore Giorgio
Van Straten, consigliere d’amministrazione della Rai, ha rilevato che in
alcune città amministrate dal centrosinistra, come la Roma di Veltroni e la Torino di Chiamparino, «vedo una vitalità culturale che
difficilmente potrei trovare in altre città con sindaci di centrodestra».
Quindi, proseguiva, «mi sembra che,
mediamente, la sinistra coltivi ancora un’idea di cultura come fattore
di sviluppo e di civiltà». E concludeva con un notizia sulla Rai: «Proprio in queste settimane si sta
discutendo dell’ipotesi di fare un canale del digitale terrestre tutto di
cultura. Non è un caso che questa battaglia sia portata avanti dai consiglieri
di sinistra».
La
poetessa Biancamaria Frabotta, nella
sua qualità di docente di Letteratura italiana alla Sapienza di Roma, affermava
che «lavorando all’università e vedendo
i guasti prodotti da dieci anni di riforma, non posso fare a meno di pensare
che quella riforma partì proprio dal ministro di un Governo di centrosinistra,
Berlinguer. Ormai anche la cultura che si trasmette nei nostri atenei è
segnata dalla parcellizzazione dei saperi e dalla superficialità dovuta alla
mancanza di approfondimento. È un modello aziendalistico e molto americano, ma
senza la vastità di orizzonti e la multiculturalità che l’America possiede». Ma
riguardo alle tesi di Cerami, la
Frabotta non è d’accordo quando mette sullo stesso piano
destra e sinistra. «A quest’ultima
– ha detto – possiamo rimproverare una certa disattenzione e sollecitarla a
fare di più. Ma non si può paragonarla al berlusconismo. Questo sì che produce
danni terribili tutti i giorni. Perché è strutturalmente ostile alla cultura,
concepita come spirito critico e visione umanistica della realtà».
Per
finire, il poeta, narratore, saggista Edoardo
Sanguineti, considerato “la voce storica della cultura marxista in Italia”,
contraddiceva Cerami sulla caratteristica piccolo borghese del PD, ma sosteneva
che la sinistra italiana di oggi non ha molte idee in campo culturale: «Probabilmente anche la sinistra confonde la
cultura con lo spettacolo, o meglio con lo spettacolismo. Per i politici
attuali sono cultura la notte bianca e la sagra della polpetta. Temo che la TV abbia spostato la concezione
di cultura in questa direzione e anche i politici di sinistra non sono immuni
da tale deriva».
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