LE VIE DEL RACCONTO
FRANCESCO GAMBARO
 

 

CON TE HO FATTO CILECCA

 

Che c’è di più bello di un fucile. Prendi la mira e spari. Così, alla testa di un carcarazzo comparsa dietro un pietrone a ottanta metri da noi. Vedi, è saltata. Se la testa salta significa che hai fatto centro, sei bravo, più bravo di quanto ti aspetti. Cosa cerchi di mirare con questi discorsi che mi fai sulla vita e la morte. Perché vuoi iscriverti in filosofia? Che logica c’è nelle parole? Le parole non bastano, prendono troppo tempo. E poi cosa centrano? Non fanno mai saltare la testa di nessuno.

 

Io ci provo a sparare, la prima volta a diciottanni, un’età morbosa per mio padre. Che mi fa cenni a tavola, lasciala parlare è una donna. Col suo Berardelli doppia canna combinata. Il mio primo bersaglio però è la foglia più alta di una vite, stavo a quaranta metri, quella gialla, la più grande.

 

Non ho mai sbagliato un colpo. Mio padre quasi piange per orgoglio. Io di notte piango per il dolore alla spalla. Ogni rinculo fa indietreggiare, di zero virgola otto, zero virgola nove millimetri la mia scapola. Mio padre non se ne accorge. Ogni colpo è un passo avanti verso il tetto massimo della sua soddisfazione. Per me non è mai un piacere e la notte peggio, è come se il calcio del fucile continui a rinculare sul mio punto debole e cantabile, il più deflorato ormai. Comincio a sognare lo stesso sogno, punto il fucile su una quaglia, premo il grilletto e le canne si abbassano. Le rialzo stringendo ancora di più l’asta e sudando ma, è come se il grilletto fosse un’altra chiave di apertura, le canne calano più pesantemente.

 

Mio padre mi dice, trascinandomi per campi, non tenerlo mai abbassato. Anche se lo porto in spalla, però, le canne si abbassano. Con la mano destra, per alleviare il dolore, sposto di tanto in tanto la cinghia. Tento di bilanciare il peso. Scivolo indietro la cinghia e lui non se ne accorge. La mia spalla scivola ogni giorno di più, il fucile rotea e le canne che all’inizio puntavano il cielo scivolano a altezza d’uomo. La mia spalla non è diventata soltanto più bassa, si è indietreggiata e, anche, arrotata. Mio padre si volta e mi vede con quel fucile che è quasi un aratro, che scava la terra dal lato destro perché oramai non c’è più verso di tenerlo a altezza, ma fa finta di niente, mi dice, stiamo quasi arrivando, preparati, e fischia ai cani.

 

Nella vita si devono raggiungere degli obiettivi, e poi abbatterli, perché un giorno l’unico obiettivo che resta saremo noi e guai a non saperci abbattere. Vedi, dice mio padre, io non ho saputo mai rinunziare a una donna, pure avendo amato tutta la vita tua madre ma, devo spiegartelo? Non è perché adesso mi vedi con questo fucile in mano. Sai qual’è la differenza tra un vero cacciatore e me? Io so di avere un figlio, so che questo figlio sa di avere un padre. Per questo, solo per questo, mi nascondo dietro il mirino di un fucile e ti nascondo. E ti abbraccio. Nessuno è in grado di sapere fare il padre, di sapere cosa vuol dire essere padre.

Io sparo e l’unica cosa che voglio insegnarti è sparare.

 

Un coniglio si è improvvisamente acquattato. Mio padre è stato il primo a sparare, io il secondo. Ho contato sette pallettoni mentre lo scuoiavamo. Vedi, ha detto mio padre, era un maschio. Nella carne bianca c’è una carne più bianca. Io poi, non so spiegarmi perché sorrido. Siamo stati volpi stasera papà. Volpi, che bello, ha risposto mio padre. E poi, ripensandoci, scusa  che c’entrano le volpi?

 

Non ho mai sparato per primo. Anche se ogni volta che ne avvistiamo uno mio padre mi esorta, poi si lascia prendere dall’orgasmo e spara lui per primo. Sicché posso dire di non avere mai ucciso un coniglio. Anche se quando rientriamo con cinque conigli mi fa, cosa diciamo? tre io e due tu?

 

Quando è stata l’ultima volta che ho visto mio padre? Un giorno che è da poco finita la stagione, mi porta in banca, scendiamo per entrare nel caveau. Mi dice aspettami. Io che soffro di claustrofobia risalgo e lo aspetto in strada. Rispunta con un sacchetto nero in mano che si muove tutto. Questo è l’ultimo coniglio che abbiamo cacciato. Avrà fame, sembra imbestialito. Dopo un po’ il coniglio strappa il sacchetto, salta sulla strada e scompare tra le macchine posteggiate.

Con te ho fatto cilecca. Così anche lui è scomparso. Tra le macchine.

 

 

 

 




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