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di Stefano Lanuzza
Quasi
un iniziatico Libro d’ore o “santuario di simboli”, di luminescenti miniature,
tumultuosi preziosismi, invenzioni traslate in descrizioni, questo Quadreria
dei poeti passanti di Angelo Scandurra. Anche un’ascetica eppure avventurosa o
temeraria escogitazione di progetti cosmologici e manierati ermetismi,
un’arazzeria o galleria di squisiti dagherrotipi letterari, un calepino di
prose repleto di metafore: con sottili riflessioni e schegge filosofiche
metamorfosanti in pensieri di poesia o scolpite in asserzioni aforistiche… “Vi
si sentono gli eccitamenti della letteratura eterna” denota il filosofo Manlio
Sgalambro nella bandella di copertina del volumetto di Scandurra che, in meno
di ottanta pagine, febbrilmente s’ingegna di porre mano a cielo e terra.
Fedele a
un Canone antico e inobliabile, i veri poeti non fanno domande ma danno
risposte – sembra dirci l’autore. Risposte ‘segrete’ quanto esatte o
definitive. Il poeta non interroga, ma afferma e attesta; non tollera di essere
contraddetto e ancora asserisce o lapidariamente conferma... Qui
– aggiunge Sgalambro – “ogni parola tende all’insostituibile”.
Si tratta, poi, di sapere
“incontrare il vuoto” per colmarlo di senso e poterlo nominare, di decifrarne i
prodigiosi labirinti, certi artifici o estatici incantamenti, talune sacrali
sconcezze, cerimonie segnaletiche, astratte mappe: di seguire un ductus
scrittorio capace d’andare oltre ogni dubbia “pensabilità”; e, infine, di
giungere al vero aderendo a eventi inattesi, epifanie misteriose, accensioni
smaniose, flussi e sussulti visionari… “Il filo d’Arianna diventa così […]
gomitolo di visioni, di trasalimenti”.
Nella sua scrittura di
parole edonistiche, pure forme scintillanti e tutte autoreferenziali, l’autore
referta serie di estrose immagini e s’avventura in
insidiosi cunicoli onirici; percorre
itinerari e paesaggi umbratili, arcaici e affascinanti, ora sostando in
ascolto del “ronzio delle api quando l’afa è velo tremolante” o del “canto
delle pietre” infuocate dal sole d’una magica Sicilia d’oriente…
In un pulviscolare “turbine
di veli”, nell’“inquieto chiarore” e tra “gli aromi delle ombre”, lo
accompagnano vaghe presenze, implacate legioni di fantasmi meridiani, divinità
paniche sopravviventi “ai bordi del tempo”; mentre “il
firmamento risuona di sirene con ali di farfalle e basta uno spiffero per
raggelarle o sfarinarle”.
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