LETTURE
MARIO LUNETTA
      

Formamentis. Poema da compiere, todavía

 

Edizioni Tracce, Pescara 2009, pp. 55, € 11,00

    

      


di Massimiliano Borelli

 

 

È ancora, sempre, “da compiere”, la seconda parte del poema che Mario Lunetta sta via via componendo in questi mesi, seguendo il profilo sfondato de La forma dell’Italia, come da titolo del primo tempo uscito sempre nel 2009 presso Manni. Ora è uscito Formamentis, per le Edizioni Tracce, che accorpa più decisamente l’indagine della “forma”, ovvero della composizione, della fattura del nostro mondo esterno, all’interrogazione della “mente”, della facoltà ragionante, nonché, onnipresente e inevitabile controcanto lunettiano, della “mèntula”, organo desublimante di una prensilità sensoriale, viscerale del vivere (del pensare e del reagire).

I versi sono stavolta organizzati in due “pergamene”, quindi in dodici capitoli (spesso infranti nei confini), ciascuno dei quali disposto in una ventina di quartine di versi ipermetri, lunghi e rotti in paratattiche sequenze, e poi ancora spezzati da discontinuità segnalate da barre oblique, quasi unici segni di interpunzione rinvenibili. Una composizione testuale che incarna un particolare rigore espressivo, un bisogno della parola di consegnarsi, nel momento in cui viene pronunciata, a un’adeguata durezza pure visiva, oltre che ritmica, a una densità semantica che si espone anche nel sovraccarico dell’impaginazione. Giacché non di cristallino ordine si tratta, qui, sibbene di una “colata di cemento verbale”, come scrive lo stesso autore in nota, di una profusione di parole rabbiose che sfilano da una strofe all’altra, sovrabbondando, inarcandosi, inquinando reciprocamente passaggi successivi.

Questa di Lunetta è una poesia civile: letteralmente, che mira a coinvolgere tutti i lati e gli angoli di una cittadinanza attenta, di una coscienza sorvegliante dedita a raccogliere, disincantatamente, indizi di una contemporaneità incantata, prostrata e ottusa. Una poesia che funziona come da almanacco dei mesi trascorsi, in una dimensione di diario tuttavia sempre trascritto in pubblico, sotto impulsi eterogenei, che spingono nel loro insieme a passare a contrappelo la nostra Storia, tentando di scalfire uno spazio critico di “primitiva difesa filosofica”, di un gioco linguistico non dimentico della socialità, e quindi della politicità implicita, della duttile strumentalità della parola. Il registro poetico si nutre di un tono medio, o meglio davvero misto e impastato con materiali linguistici distanti, che combina in contrasto livelli diversi della lingua, e che si muove tra momenti riflessivi, argomentanti, appunti di una memoria esperienziale, scorci allucinati e crude scoccate invettive.

La composizione del poema impatta poi, e ne riceve sostanza probatoria, l’evento tragico del cataclisma abruzzese. La scrittura è investita dalle irragioni “dell’ira e dell’obbedienza apoplettica”, si fa fisiognomica di una waste land contemporanea, tutta storica, tutta colpevole, i cui “muri parlano una loro lingua dissestata”. Senza patetismi, i versi di Lunetta tracciano i contorni di un momento di lutto collettivo – che è, sineddoticamente, precipitato di un parallelo decadere nazionale meno rumoroso ma altrettanto rovinoso – puntando a percepire “il rovescio delle cose / toccare il vuoto delle parole”, conoscendo l’evanescenza dell’atto verbale, ma pure le sue potenzialità disvelatorie e demistificanti.

La formamentis è assediata da più lati, e reciprocamente immette nel discorso poetico molteplici spazi mentali – giacché c’è bisogno di uno sguardo multifocale, di “Esplorare le cose il mondo con occhi di mosca”. A partire dai detriti di una cronaca che viene allegorizzata, stirata in costrutti semantici affollati di immagini, oggetti, a contatto con il volgersi del pensiero: secondo un modo del “realismo”, sì, ma tuttavia “congetturale”, assunto come ipotesi da problematizzare nell’invenzione poietica. Una collana aneddotica viene pure snocciolata, in un orizzonte concreto di germinazione della poesia, secondo varie occasioni che addensano significato ai margini dell’esperienza. Viene così percorso una sorta di pellegrinaggio randomico in luoghi, frequentati e evocati, che sono stazioni fisiche di una pratica e di una partecipazione dell’emozione intellettuale. L’autobiografia, pur presente, è come posta in questione, in un “inventario crudele delle dicotomie”, in una restituzione di sé come “pupazzo esterrefatto”, fatto d’altro, proiettato in profili altrui, espropriato da materiali e reminiscenze, da sovrapposizioni eteronime. Poiché “Marius Lùnula” si scompone in intarsi di una cultura onnivora, chiamata in causa, citata, contestata, usata, e si traveste, quindi, quasi volendo per un poco scambiare la sua barba con i panni di Rabelais, Montaigne, Villon, Bruno, Brecht e così via, da impenitente “escollier”, allievo di un canone secolare alternativo, di una lunga tradizione critica. Parimenti, Lunetta si allunga nella contemporaneità, selezionando e nominando una fila di sodali, artisti, scrittori, intellettuali che, ancora una volta, da un’altra prospettiva, depistano la parola poetica, la obbligano ad accogliere una ineludibile istanza metariflessiva e autocritica.

“Liberazione dal mondo, perché cerchiamo di farne un altro”, così Emilio Villa definisce l’arte, in uno degli esergo scelti da Lunetta. La medesima tensione politica alimenta questa poesia, tutta oggettivata, tutta insoddisfatta perché “da compiere” altrove.




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