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di Massimiliano Borelli
È ancora, sempre, “da compiere”, la
seconda parte del poema che Mario Lunetta sta via via componendo in questi
mesi, seguendo il profilo sfondato de La
forma dell’Italia, come da titolo del primo tempo uscito sempre nel 2009
presso Manni. Ora è uscito Formamentis,
per le Edizioni Tracce, che accorpa più decisamente l’indagine della “forma”,
ovvero della composizione, della fattura del nostro mondo esterno,
all’interrogazione della “mente”, della facoltà ragionante, nonché, onnipresente
e inevitabile controcanto lunettiano, della “mèntula”, organo desublimante di
una prensilità sensoriale, viscerale del vivere (del pensare e del reagire).
I versi sono stavolta organizzati
in due “pergamene”, quindi in dodici capitoli (spesso infranti nei confini),
ciascuno dei quali disposto in una ventina di quartine di versi ipermetri,
lunghi e rotti in paratattiche sequenze, e poi ancora spezzati da discontinuità
segnalate da barre oblique, quasi unici segni di interpunzione rinvenibili. Una
composizione testuale che incarna un particolare rigore espressivo, un bisogno
della parola di consegnarsi, nel momento in cui viene
pronunciata, a un’adeguata durezza pure visiva, oltre che ritmica, a una
densità semantica che si espone anche nel sovraccarico dell’impaginazione.
Giacché non di cristallino ordine si tratta, qui, sibbene di una “colata di
cemento verbale”, come scrive lo stesso autore in nota, di una profusione di
parole rabbiose che sfilano da una strofe all’altra, sovrabbondando,
inarcandosi, inquinando reciprocamente passaggi successivi.
Questa di Lunetta è una poesia civile:
letteralmente, che mira a coinvolgere tutti i lati e gli angoli di una
cittadinanza attenta, di una coscienza sorvegliante dedita a raccogliere,
disincantatamente, indizi di una contemporaneità incantata, prostrata e ottusa.
Una poesia che funziona come da almanacco dei mesi trascorsi, in una dimensione
di diario tuttavia sempre trascritto in pubblico, sotto impulsi eterogenei, che
spingono nel loro insieme a passare a
contrappelo la nostra Storia, tentando di scalfire uno spazio critico di
“primitiva difesa filosofica”, di un gioco linguistico non dimentico della socialità,
e quindi della politicità implicita, della duttile strumentalità della parola.
Il registro poetico si nutre di un tono medio, o meglio davvero misto e
impastato con materiali linguistici distanti, che combina in contrasto livelli
diversi della lingua, e che si muove tra momenti riflessivi, argomentanti,
appunti di una memoria esperienziale, scorci allucinati e
crude scoccate invettive.
La composizione del poema impatta
poi, e ne riceve sostanza probatoria, l’evento tragico del cataclisma abruzzese.
La scrittura è investita dalle irragioni “dell’ira e dell’obbedienza
apoplettica”, si fa fisiognomica di una waste
land contemporanea, tutta storica, tutta colpevole, i cui “muri parlano una
loro lingua dissestata”. Senza patetismi, i versi di Lunetta tracciano i
contorni di un momento di lutto collettivo – che è, sineddoticamente,
precipitato di un parallelo decadere nazionale meno rumoroso ma altrettanto
rovinoso – puntando a percepire “il rovescio delle cose / toccare il vuoto
delle parole”, conoscendo l’evanescenza dell’atto verbale, ma pure le sue
potenzialità disvelatorie e demistificanti.
La formamentis è assediata da più lati, e reciprocamente immette nel
discorso poetico molteplici spazi mentali – giacché
c’è bisogno di uno sguardo multifocale, di “Esplorare le cose il mondo con
occhi di mosca”. A partire dai detriti di una cronaca che viene
allegorizzata, stirata in costrutti semantici affollati di immagini, oggetti, a
contatto con il volgersi del pensiero: secondo un modo del “realismo”, sì, ma
tuttavia “congetturale”, assunto come ipotesi da problematizzare
nell’invenzione poietica. Una collana aneddotica viene
pure snocciolata, in un orizzonte concreto di germinazione della poesia,
secondo varie occasioni che addensano significato ai margini dell’esperienza. Viene così percorso una sorta di pellegrinaggio randomico in
luoghi, frequentati e evocati, che sono stazioni fisiche di una pratica e di
una partecipazione dell’emozione intellettuale. L’autobiografia, pur presente,
è come posta in questione, in un “inventario crudele delle dicotomie”, in una
restituzione di sé come “pupazzo esterrefatto”, fatto d’altro, proiettato in
profili altrui, espropriato da materiali e reminiscenze, da sovrapposizioni
eteronime. Poiché “Marius Lùnula” si scompone in intarsi di una cultura
onnivora, chiamata in causa, citata, contestata, usata, e si traveste, quindi,
quasi volendo per un poco scambiare la sua barba con i panni di Rabelais,
Montaigne, Villon, Bruno, Brecht e così via, da impenitente “escollier”, allievo di un canone
secolare alternativo, di una lunga tradizione critica. Parimenti, Lunetta si allunga nella contemporaneità,
selezionando e nominando una fila di sodali, artisti, scrittori, intellettuali
che, ancora una volta, da un’altra prospettiva, depistano la parola poetica, la
obbligano ad accogliere una ineludibile istanza
metariflessiva e autocritica.
“Liberazione dal mondo, perché
cerchiamo di farne un altro”, così Emilio Villa definisce l’arte, in uno degli esergo scelti da Lunetta. La medesima tensione
politica alimenta questa poesia, tutta oggettivata, tutta insoddisfatta perché
“da compiere” altrove.
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