di Mario Lunetta
Di fronte a un’opera priva di argini
difensivi come quella di Céline, la cui nudità è totale malgrado (e magari,
contro) i mascheramenti comico-grotteschi cui senza tregua si sottopone, in una
sorta di gioco metamorfico votato alla fissità, non si possono assumere che tre
atteggiamenti: 1. quello moralistico-cerchiobottista, che divarica l’energia
della scrittura nei confronti dell’inaccettabile ideologia che la supporta; 2.
quello del rifiuto, dal momento che con le canaglie razziste (perdipiù
collaborazioniste) non si parla; 3) quello che si prova a lavorare all’interno
del nesso scrittura-pulsioni dell’inconscio-ideologia col massimo di freddezza,
cercando di individuarne le strategie di impostura/simulazione in rapporto al
corpo di un linguaggio che è perpetuamente in
fieri. Qualcuno, magari trascinato dal gergo dei nostri tempi un po’ troppo
subliminali, parlerebbe forse di eccessiva transigenza, al massimo di visione
ostentatamente “laica”. A me pare che, appunto e solo in questo caso, si debba
parlare di onestà dell’intelligenza.
È
questa terza opzione quella che ha orientato, in modi decisamente innovativi,
il saggio di Piero Sanavio sull’autore di Mort
à crédit: Virtù dell’odio. Louis-Ferdinand Céline (Raffaelli
Editore, Rimini 2009, pp. 204, € 20,00). Remore, sensi di colpa non
indispensabili e varie ipocrisie Sanavio non li ha presi in considerazione
neppure come possibili vie di fuga in corner,
magari solo transitorie, o solo adombrate. Li ha semplicemente ignorati, com’è
giusto. Questo gli ha permesso una lettura critica priva di arrière pensées e di ritorni sui passi
perduti, di rimozioni e di ripensamenti. Il suo saggio, tessuto su una rete
documentaria di rara ricchezza, lascia spazio ai testi e alle dichiarazioni
dello scrittore trattandoli in una specie di contrappelo paradossale rispetto
alle pulsioni più torbide della pancia dell’epoca e della cultura diffusa in
Francia (non solo nella destra teorico-politica), ma non per scovare chissà mai
quali alibi o “comprensioni” o attenuanti più o meno generiche: piuttosto, al
contrario, per capire con maggior precisione l’antisemitismo di Céline, le sue
posizioni nei confronti del fascismo e del comunismo, il suo collaborazionismo
negli anni di Vichy (mai veramente provato, e dallo scrittore peraltro sempre
negato con ambigua indignazione): e tutto, ciò che alla fine davvero conta, per
cogliere il più esattamente possibile le modalità con cui questo magma si
traduce nella scrittura, nell’impegno ossessivo di quel visionario strabico che
è l’uomo e lo scrittore Céline per “forzare il sogno nella realtà”, com’egli
stesso diceva: una poetica e insieme un atteggiamento del tutto
“antifilosofico” per imprimere una qualche normatività plausibile alla
relazione tra la sua psicologia e il mondo.
Ecco, quindi, la necessità di tornare a
leggere Céline non come arrabbiato bastian contrario, ma come straordinario “innovatore
del linguaggio”: operazione d’altronde già intrapresa da Sanavio in anni
lontani con la collaborazione al secondo volume delle Editions de l’Herne dedicato
allo scrittore (1965). Oggi, fin dall’incipit del suo saggio monografico,
Sanavio mette senza ambagi le carte in tavola: “Non occorre essere un patito
dell’opera letteraria del dottor Louis-Ferdinand Destouches, meglio noto come
Louis-Ferdinand Céline, per riconoscere l’importanza delle sue invenzioni
formali, e la sua capacità – grazie ad esse – di allargare la nostra percezione
del ‘vero’. Occuparsi di Céline, però, significa confrontarsi con una
fondamentale difficoltà, l’antisemitismo, aberrazione non soltanto inseparabile
dal suo stile ma paradossalmente uno dei suoi elementi qualitativi. Ad
apprezzare la scrittura, perciò, si corre il rischio di essere fraintesi. È lo
scotto forse inevitabile delle ipocrisie della nostra versione di democrazia.
Céline era inequivocabilmente,
vergognosamente, antisemita. L’atteggiamento era radicato nel corpo stesso del
suo Paese dove – soprattutto dopo Sedan – si tendeva a vedere un nemico in ogni
straniero, a maggior ragione se di lingua tedesca o se parlava francese con un
accento. Alla vigilia della seconda guerra mondiale lo aveva alimentato anche
un certo pacifismo a oltranza che vedeva negli ebrei gli istigatori del
prossimo conflitto. La sconfitta del 1940, l’occupazione nazista, il governo di
Vichy tutto questo lo avrebbero istituzionalizzato”.
Tutto ciò, per lo studioso, ha solo un
valore di contesto attivo, non di larvata giustificazione. Nel l’invincibile complesso
di superiorità dei francesi, e nel loro razzismo diffuso, confluisce nel caso
di Céline la miscela del suo narcisismo di autore, un “naturale gigionismo”,
idiosincrasie, invidie, cieco desiderio di rivalsa sociale, infine “la volontà
di épater le bourgeois “. Attraverso
l’insulto, le radici piccoloborghesi di Destouches assumono a livello sociale
la propria legittimità di giudizio, ovviamente incontrollabile e fuori codice,
mentre a livello linguistico vanno a costituire un esasperato surplus rispetto alla fisionomia
acclarata della lingua letteraria. È qui, in questa crucialità a suo modo
terribile, che l’inventività dello stile céliniano si libera dentro la gabbia
elastica e per così dire reiteratamente isterica, della sua forma in perpetua
esondazione. L’invettiva razzista che si trasmuta in strafottente novità di
linguaggio sembra a Gide un “gioco eccessivo”. E commenta Sanavio: “un ‘gioco’
che, anche a supporre che davvero lo fosse, era comunque delinquenziale”.
A suggestivo rinforzo di questo giudizio
non moralistico ma intrinseco allo specifico di una scrittura, che mette in
conto la novità irriverente di aver portato in letteratura (ovviamente
attraverso la “deformazione” della propria voce) la voce roca, tenue, ipocrita,
sgraziata, querula, delirante, dolcissima, furiosa e idiota delle classi
marginali e escluse, e a cui Sanavio riconosce il merito di avere inferto una
lacerazione di specie morale e politica, oltre che letteraria, nel corpo riconosciuto della letteratura del suo
paese: quella che lo stesso Céline sbeffeggia in Bagatelles pour un massacre come “il francese minchione, il
francese alla montaigne, alla racine, francese ebraizzato per lauree, francese d’Anatole France il
giudaizzato, il francese accademia Goncourt, il francese schifoso per eleganza,
manierato, orientale, untuoso, vischioso come lo sterco”, che è diventato alla
fine “l’epitaffio stesso della razza francese”, il critico richiama per
analogia il coraggio che in pittura hanno avuto i fauves inserendo brutalmente nella loro tavolozza il nero,
rigorosamente escluso dagli impressionisti. “Si intende, con questo – argomenta
Sanavio – che con tutto il suo inaccettabile antisemitismo, Céline, del pari di
Joyce e Fitzgerald a dispetto del loro razzismo, ci ha lasciato un opus che è una delle pietre miliari
dell’arte della scrittura”. E il punto, si ribadisce, è che “L’antisemitismo,
pur nella sua totale ignominia, è inseparabile dall’arte di Céline ed è anzi
dalla scelta dell’ignominia che egli trae la sua ‘grandezza’. Senza
l’antisemitismo, il dottor Destouches non sarebbe stato che uno dei tanti
urlatori anarchici del suo Paese. Con l’antisemitismo sono le viscere profonde
di una terra e una classe che egli riesce a portare in superficie; con esse
l’odio, lo si è detto, ma anche l’ignoranza, la violenza, la disperazione”.
Nella scrittura céliniana, dice Sanavio con una precisione che sottintende una
fulminea analisi di classe, si entra in territori “di contiguità sadiana pur
senza l’aristocratico distacco antiumanistico del marchese. Comune è
l’irriconciliabile materialismo, del tutto impervio alla meccanica salvifica
della dialettica che aveva fatto balenare la speranza di un paradiso terreno
anche all’inguaribile millenarista Karl Marx. Se Sade però – attraverso il
piacere visto come una delle meccaniche di un potere assoluto e quindi neppure
più eros effettivo ma metafora – giungeva alla distruzione del reale e perciò
alla sua negazione, Céline esaltava il reale attraverso la recitazione del
rifiuto. E qui egli si distingueva da un altro disperato che gli era
contemporaneo e che nel suicidio avrebbe cercato una forma estrema che
soddisfacesse la sua estetica del narcisismo, un gesto esemplare da lanciare in
faccia a nemici e amici e per esso essere ricordato: Drieu La Rochelle”.
C’è, in questo affascinante e rigoroso
saggio su Céline, una modalità di
movimento energetico-analitico che mi pare si possa chiamare “procedimento
Sanavio”, e che curiosamente – ma insieme pour
cause – corrisponde sul terreno letterario al lascito marxiano più
profondamente materialistico e laico:
non una predicazione ma un metodo.
Nell’uomo di Treviri, dalle dinamiche sociali al rifiuto dell’ideologia; in
Sanavio, dal dettato di Céline al suo sistema di pulsioni che rimanda
immediatamente al quadro generale in cui si esplicano la sua scrittura e il
buio delle sue viscere (nonché, sempre, della loro teatralizzazione). Céline
resta un groviglio di contraddizioni risolte nella magia di una scrittura
infera. Come spiegare altrimenti, in lui così radicatamente antisemita, e
convinto che dall’interesse delle grandi lobbies
ebraiche sarebbe stata scatenata la terza guerra mondiale, la nausea nei
confronti di un figuro paranoico come Hitler? (Si legge infatti, in una lettera
a Milton Hindus, docente universitario a Chicago, col quale lo scrittore aprirà
un’amicizia finita malamente, e marchiata a fuoco da un libro di quest’ultimo (The Cripple Giant, Il gigante storpio):
“E sì che le sparate di Hitler mi sono sempre sembrate futili. Del resto il suo
seguito mi detestava – Il vociferare Hitleriano, questo neo-romanticismo
berciante, questo satanismo wagneriano mi è sempre sembrato un’enorme e
insopportabile oscenità”. C’è da credere a Céline, magari solo per rispetto
alla sua intelligenza, anche se siamo ormai al 1947. Tuttavia, ancora
nell’ottobre 1933, in
Omaggio a Zola, aveva scritto:
“Hitler non è l’ultima parola, ne vedremo di più epilettici ancora”). Due punti
invece su cui non c’è possibilità di equivoco, e che restano ferocemente
connessi, sono: 1) l’antisemitismo, nel quale, come vede Sanavio e su cui non
mi pare possibile obiettare, Céline intinge la propria penna con voluttà; 2)
l’odio per la guerra, per tutte le guerre – viste come un massacro, appunto, a petto del quale tutto il resto non sono che bagattelle.
La guerra è solo “un’immensa, universale
assurdità”, e basterebbe il Voyage a
convincere il lettore più indifferente. La guerra è solo un enorme affare. Ma
l’antisemitismo? Beh, si può dire che sia la scabbia inguaribile di un uomo, di
uno scrittore come Céline, respirata dentro la sua umiliazione sociale ciecamente in cerca di
una testa di turco da detestare e accusare di ogni ignominia collettiva e di
ogni fallimento personale. A partire dalla Bibbia che, come si legge in Rigodon, è “il libro più letto del
mondo” e insieme il “più sporco, più razzista, più sadico”… (Difficile dargli
torto). E lo scrittore cerca il risarcimento nell’odio, che – come dice anche
nel titolo del suo libro Sanavio – è la sua virtù
capitale. Ne ha bisogno la sua parola, il suo argot: quella vitamina
naturale che alimenta la sua lingua efferata: “L’argot è una lingua dell’odio
che ti stende secco il lettore… l’annichila! … alla tua mercé!... che ci resta
proprio sedotto!... (…) l’argot è un piccante formidabile” (Colloqui con il professor Y). E ancora:
“L’argot non si fa col glossario, ma con le immagini dell’odio… è l’odio che fa
l’argot! L’argot serve a esprimere i sentimenti veri della miseria”. Céline si
sente il Grande Agnello Sacrificale, e risponde con ondate sempre rinnovate di
odio: per gli uomini, gli scrittori, il mondo, se stesso. “Mi manca ancora
qualche motivo di odio, Sono sicuro che esiste” si sfoga in Mea culpa. “Io non ci tengo affatto ad
essere amato… Non ho bisogno di ‘tenerezza’” (Bagattelle). E allora, per risarcimento insieme spontaneo e
artificiale, ecco venirgli in aiuto la “petite musique”. Prima che uno
scrittore, egli afferma di essere un medico (un medico della banlieu, che si vergogna a chiedere
l’onorario ai suoi pazienti più diseredati): ma la Grande Invenzione è dello
scrittore, non del medico – ed è la famosa resa
emotiva, che in qualche modo esonera il Céline homme à style separandolo dall’homme
à idées. Egli è e si percepisce esclusivamente come uno stilista, un
virtuoso attentissimo ai bàttiti del cuore del linguaggio, alle sue pulsioni
primordiali, essenzialmente di natura lirica. È un paradosso, certo; forse
un’ulteriore provocazione. Ma intanto, argomenta lo scrittore, “Il trucco
consiste nell’imprimere al linguaggio parlato una certa deformazione in maniera
tale che una volta scritto, alla lettura, SEMBRI al lettore che gli si parli all’orecchio”.
Il saggio di Sanavio ha, oltre al resto,
il notevolissimo merito di restituire Céline al proprio spazio specifico di
grande inventore di una dimensione della
scrittura letteraria che lavora alla costituzione di una sua regola ferrea
mentre sembra impegnata a demolirla. Una bella lezione di chiarezza, nella
confusione non sempre involontaria che circonda Céline in un mai risolto
scambio contaminatorio tra l’uomo, lo scrittore e la sua opera. Perché quello
che ho chiamato “procedimento Sanavio” agisce per connessioni continue tra le
testualità céliniane e la biografia, gli intrichi della cultura del tempo dello
scrittore in Francia e nel mondo, la folata pazza delle ideologie tra fascismo
e stalinismo, in una sorta di ritmo a stantuffo che imprime all’analisi la
forza penetrante dei fatti e il legittimo arbitrio delle ipotesi critiche.
Probabilmente, solo uno studioso pluridisciplinare del valore di Sanavio che è
al tempo stesso un narratore di gran razza poteva trovare una chiave tanto viva
di interpretazione, una ricchezza tanto convincente di risultati. Alla densità
piena di cupo respiro di questo panorama, di questo presepe tragico di cui
l’autore di Mort à crédit gioca contemporaneamente
il ruolo di Gesù Bambino e dell’ombra di Erode, contribuisce la sostanza funzionale
delle note, che non sono semplici dati appendicolari del testo major, ma momenti altri di
riflessione/informazione che con esso interloquiscono intensamente. “In Céline,
come in Goya, - dice Sanavio – il grottesco domina la rappresentazione. Nasce
non soltanto dal suo gusto dell’orrido e un senso primitivo, popolaresco, della
comicità: anche da un moralismo che, per quanto distorto possa essere
giudicato, lo apparenta, oltre che al pittore spagnolo, a Baudelaire e Dostoevslij,
però ‘depurati’ di ogni ansia metafisica”. E, se certe analogie hanno un senso:
“Il dottor Louis-Ferdinand Destouches morì nella sua casa di Meudon, alle porte
di Parigi, il primo luglio 1961, un giorno prima che a Ketchum, Idaho, Ernest
Hemingway si facesse esplodere il cervello con il suo fucile preferito. Ma
anche quello del dottor Destouches fu, in qualche modo, un suicidio”.
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Senza azzardare un’improbabile Céline Renaissance italica, c’è comunque
da accogliere con piacere l’apparizione, a poche settimane da quella di Virtù dell’odio di Piero Sanavio,
dell’intelligente, eccentrico testo di Stefano Lanuzza: Maledetto Céline. Un manuale del caos (Stampa Alternativa, Viterbo
2010, pp. 240, € 13,00). Lanuzza, non nuovo a certe ficcanti operazioni di écart, realizza in questo caso una sorta
di “autobiografia immaginaria” assolutamente attendibile in quanto costruita
sui fatti, le date, i testi con estrema puntualità. L’uomo e lo scrittore
Céline tornano ad affacciarsi alla balconata becera di questo nostro tempo
inqualificabile, o infilano lo sguardo nella fessura del loro bunker per
cogliere con grottesca ferocia i tratti più infami di un sistema d’uso della
vita ancora arrogantemente in auge
malgrado la sua cancrena, ancora capace di provocare disastri ed di allestire
reti di ingiustizia, sopruso, violenza che sembrano indistruttibili.
Lanuzza, traduttore sui manoscritti delle tranches céliniane che compongono il suo
mobilissimo puzzle (e mi piace sottolineare in proposito l’esattezza
filologico-ideologica con cui un titolo capitale come Voyage au bout de la nuit diventa in italiano, anziché il canonico e
speranzoso Viaggio al termine della notte,
che implica l’attesa di un’alba, tradendo in buona misura l’orizzonte
apocalittico dello scrittore, il ben più radicale Viaggio in fondo alla notte), adotta una strategia che non è quella
consueta del critico-osservatore, ma – dall’interno dell’opera e della
biografia di Céline – quella del critico-complice, che si installa all’interno
della corporeità di una scrittura animata da un fervido amore per la danza e
per il ritmo, liberata di ogni levità e decisa a farsi spudoratamente carico di
tutte le sue lourdeurs e di tutte le
sue maledizioni incistate (e irrisolvibili). Un testo, quello di Lanuzza, che
si presenta come una sorta di brillantissima partitura drammaturgica. Un testo “teatrale”,
quindi, che si pensa come accompagnamento parallelo e controcanto scandito
della scrittura céliniana: di natura plurale, continuamente decentrata eppure
fissata su un’unica ossessione – quello che è in Céline, catastrofe dopo
catastrofe, libro dopo libro, l’incubo del perseguitato, prima di tutto dallo
spettro di una macrometafora delirante: l’antisemitismo.
L’ouverture
di questo strano spartito è il resoconto della vita di Louis Ferdinand Auguste
Destouches (in arte Céline) realizzato da Lanuzza con accanita precisione di
particolari in persona del biografato, mimando certi modi caratteristici della
scrittura di quest’ultimo. Niente di artificioso. Tutto con un profumo di
autenticità, invece. Ed è piuttosto inquietante, in questa specie di autoprocesso
verbale per interposta persona, un tratto di orgoglio pro veritate. Scrive Lanuzza as
Céline: “Ecco il dottor Jekyll trasformato nell’orrido Mr. Hyde. Ecco colui
che ha denunciato le lobbies ebraiche mondiali metamorfosare in turpe
antisemita. Io che, pure, nel 1944,
in un articolo intitolato ‘Omaggio a Louis Ferdinand
Céline’, vengo difeso dal mensile ‘SHEM’ del Movimento Nazionale Ebraico:
‘Céline resta un grande incompreso (…) Il suo individualismo, la sua solitudine
intellettuale lo fanno fratello degli ebrei’. E il 24 dicembre 1948, il
direttore dell’’Aux écoutes’, l’ebreo Paul Lévy, scrive: ‘Céline scrittore,
Céline poeta non può essere considerato responsabile del massacro dei nostri
fratelli. Non è stato lui a creare il mostruoso Hitler che, siatene certi,
ignorante e rozzo, ha ignorato fino alla morte l’esistenza stessa di Céline’”.
In
un libello come La scuola dei cadaveri
(1938) lo scrittore afferma, con disgustata fierezza: “Credo di essere l’uomo
meno comprabile del mondo. Orgoglioso come trentasei pavoni, non traverserei la
strada per raccogliere un milione caduto nel fango”. E circa vent’anni dopo, in
un’intervista radiofonica, passando a contrappelo la letteratura coeva, riafferma
la sua unicità: “Diventare importante, che è una cosa vergognosa”. E quindi:
“Credo d’aver fatto di tutto, inconsciamente certo, ma di tutto, per non
diventare un notabile della letteratura; l’ho per così dire cercato. E per
dirla tutta, se mi sono messo contro tanta gente, l’ostilità del mondo intero,
non sono proprio sicuro di non averlo fatto volontariamente”.
Siamo già dentro al secondo movimento del
libro di Lanuzza, che si intitola “Lessico céliniano”, scoprendo con sguardo
strabico un possibile Cèline come Nouveau
Philosophe, accostamento che non so quanto avrebbe convinto lo stesso
scrittore. Il quale, neppure troppo incredibilmente, non cessando un istante di
riconoscersi nella figura del Reietto perseguitato dagli orrori della vita e
dalla malvagità degli uomini (quasi un’assunzione paradossale su di sé del mito
dell’Ebreo Errante), grida: “Io mi sento comunista in ogni fibra! In tutte le
ossa! in tutti i precordi! E quando occorre, a iosa!”. (Bagattelle). E in Mea culpa (1936)
egli dice: “Quel che seduce nel Comunismo, diciamo il supervantaggio, è che un
bel giorno, finalmente, ci smaschera l’Uomo! Gli toglie di dosso le ‘scuse’ (…)
Il Comunismo, più ancora che le ricchezze, soprattutto significa spartirsi le
sofferenze”.
Rivendicando la sua incorruttibilità di
intellettuale e di scrittore, Céline non smette di mettere in scena (a sue
spese) la propria tragica farsa. “La megalomania è di quest’epoca!” esplode in Rigodon (1969). “… sono il più grande
scrittore del mondo! D’accordo?” E poi, nella Bella rogna, quasi un atto d’omaggio o un saluto tra complici
all’amatissimo Rabelais: “Io vorrei morire dal ridere, ma dolcemente”.
Il suo riso e il suo odio Céline li fa
risuonare senza tregua in tutta la sua opera, e – senza abbandonarsi ad alcuna
teorizzazione letteraria – mostra sempre di avere le idee chiarissime sulla sua
scrittura e su quella degli altri. “Nel maggio 1936, in una lettera a A.
Rousseaux pubblicata sul “Figaro”, espone la sua poetica sotto forma di un
rifiuto: “Non posso leggere romanzi scritti nel linguaggio tradizionale (…) La
loro lingua è impossibile: è morta”. E in un’intervista rilasciata nel 1974 a R. de Saint-Jean,
confessa: “Impossibile, per me, tracciare la trama d’un romanzo… Devo sentire
una risonanza, lavorare di nervi, trovare il contatto giusto. Allora continuo.
Non m’occupo mai della logica. Cerco di seguire la pista buona, di toccare, di
non mollare, d’arrivare fino all’ingresso della grotta, e poi d’entrarci
dentro, finché al minimo suono della mia voce rispondono mille echi…” Si
direbbe la confidenza di un autore che lavora sull’immediatezza e l’impulso, e
non è invece che l’attestazione consapevole di un supremo stilista. Difatti
(1958): “Non sono affar mio le idee, i messaggi. Non sono un uomo da messaggi,
non sono un uomo da idee. Sono un uomo da stile. Lo stile, diamine; tutti ci si
fermano davanti e nessuno ci arriva. Perché è un lavoro molto duro”.
Dice Lanuzza nella sua penetrante analisi
del Voyage: “Scritto trasponendo, con
una programmatica elusione della consecutio temporum, anche forme del parlato
quotidiano popolare più che gergale o argotico, il testo céliniano, come
sospeso in una nebbia decadente e surreale, è una dichiarazione di doloroso
moralismo e, insieme, di rancore, odio, rivolta ossessiva contro il mondo e lo
stato di cose: contro la retorica della patria, contro la borghesia, il
perbenismo ipocrita e il capitalismo usuraio. Contro le illusioni, le menzogne,
le speranze, il perdono. Contro gli uomini che, nella guerra, perdono ogni
alibi e rivelano se stessi: la guerra dove non c’è delitto se si uccide e dove
uccidere appare un merito eroico; la guerra che tira fuori tutto quanto è
contenuto dall’“anima eroica e infingarda degli uomini”. Lo studioso sottopone
a un vigile, concentratissimo vaglio critico tutti i libri céliniani: e risulta
particolarmente interessante l’accostamento – chissà quanto consapevole nello
scrittore francese – delle tarde “cronache” di guerra e di delirio attraverso
l’Europa sconvolta (D’un chateau l’autre,
Nord e Rigodon) con certa pratica parolibera futurista; tuttavia,
avanzando questa ipotesi certo non troppo aerea e volàtile, perché fondata sul
rapporto “invisibile” ma chiaramente esistente sul piano formale tra Céline
“lupo solitario” e le avanguardie organizzate, Lanuzza marca correttamente la
differenza che c’è, in superficie e in profondità, tra l’aggressiva
vociferazione marinettiana intrisa di enfasi bellicistica e il céliniano rigetto
radicale di ogni guerra e di tutte le retoriche che ne giustifichino l’orrore e
ne esaltino le sanguinose conseguenze. Il marinettismo è l’entusiastico
megafono dell’ottimismo imperialistico. La voce roca e franta di Céline è
l’urlo (e lo sghignazzo) di un depresso pessimismo critico risolto in farsa che
è al tempo stesso riso e tragedia.
È fuor di dubbio che nel romanzo del
Novecento lo stream of consciousness di
Joyce e il rendu émotif di Céline
segnano radicalmente la cancellazione del realismo naturalistico ottocentesco.
Un punto di non ritorno poi infinite volte rinnegato da miriadi di autori
vilmente conformisti, presi dentro il potentissimo ingranaggio dell’uniformità
omogeneizzata della subletteratura di consumo etichettata fiction: due esempi, tuttavia, che sono lì, indistruttibili, come
lampeggianti dolmen senza speranza.