di Sarah Panatta
I “fiori” di Saro-Wiwa sono umanamente
multiformi, operosi, tormentati, impacciati, superstiziosi, esausti, agitati da
venti che minacciano quotidianamente la loro natura intrinsecamente fragile. Sono
“fiori” innumerevoli eppure soli nella povertà agghiacciante e nell’avvilimento
generato dal “progresso” fallace; “fiori” sperduti e scossi dagli odi reciproci
e dalle passioni quotidiane; “fiori” in bilico fra le tradizioni millenarie immarcescibili
e l’allettante incontro e scambio con i “bianchi”, che si rivelano
sistematicamente mendaci e arroganti.
Il poliedrico Ken Saro-Wiwa ha
dipinto con il tocco lieve della sua prosa e con un sorriso irriverente le
creature della sua “foresta” madre, ha scrutato tra le fronde stanche, ricolme
di doni e di segreti, del suo paese straziato, raccontando con candore e
tenerezza disarmante una Nigeria caotica, multietnica, desolante, tenacemente
amata e difesa dall’autore stesso. Saro-Wiwa ha cantato e denunciato, fino
all’ultimo dei suoi giorni[1], un paese
martirizzato da guerre etnico-religiose e da contese sleali per il possesso e
il commercio del petrolio; una nazione devastata dalla colonizzazione e
abbandonata nell’inefficienza della burocrazia di abietti governi post
coloniali; una terra sfruttata e denigrata dall’Occidente ipocrita e meschino.
Saro-Wiwa ha restituito con schiettezza il volto di una nazione insudiciata da
sordidi compromessi e infestata dall’odore acre e ineliminabile della miseria,
ed ha costantemente preservato, tanto nei racconti quanto nelle poesie,
l’equilibrio tra la cronaca obiettiva e dettagliata delle vicende del popolo nigeriano
e la partecipazione sentita alle sue tragicomiche disavventure, tratteggiandole
con mano sicura e discreta, sottilmente ironica, ma avulsa da pietismi e da
incursioni compiaciute nello stereotipo.
Nella raccolta Foresta di fiori[2] lo scrittore ha
intrecciato brevi e vividi racconti i cui personaggi sono accomunati dalla
variegata quantità di accidenti, angosce, catastrofi e drammi caratteristica del
popolo brulicante nei villaggi sovraffollati e nei quartieri bassi delle
disordinate metropoli nigeriane. Ciascuno dei diciannove racconti che emergono
dalla “foresta” esplorata da Saro-Wiwa è sostenuto da una narrazione placida e
succinta, dallo sguardo critico ma non feroce dell’autore che affonda nella
verità grottesca e immutabile di una nazione scalpitante e derelitta, soffocata
dai rifiuti del capitalismo e triturata da malattie e conflitti civili
terrificanti, da avvicendamenti politici e militari turbolenti e da
stratificazioni socio-culturali pericolose e problematiche. I piccoli uomini osservati
dallo scrittore, costretti sotto tetti di lamiera arrugginita o nelle stanze
scarsamente ventilate dei palazzi del governo o, ancora, intenti a vendere o
barattare merci scadenti e aspirazioni fallimentari tra i banchi marcescenti
del mercato, non sono gli esseri evanescenti e dannati delle visioni carnali e
al contempo oniriche di Ben Okri, né gli eroi amletici dell’umanissima epica di
Chinua Achebe. Quelle di Saro-Wiwa sono creature semplici, che metaforizzano la
parabola tremenda della Nigeria moderna senza giganteggiare valorosamente nelle
lotte intestine tra clan rivali, ma neppure impersonando le marionette
sfarzosamente colorate di una macchiettistica farsa. Sono esseri mortalmente comuni,
colti mentre la Storia
si appropria indifferente dei loro destini, mentre la lotta per la
sopravvivenza li priva del sapore dolce e rassicurante della frugalità
domestica o mentre prepotenti desideri di riscatto e di benessere o banali
egoismi strappano loro il conforto della saggezza ancestrale, delle amicizie e
degli affetti familiari.
Saro-Wiwa non azzarda ritratti
corali imponenti, preferisce insinuarsi nella psiche di singoli individui, accompagnandoli
nelle difficoltà della routine domestica, lavorativa, sentimentale,
avvicinandosi con implacabile mimetismo alle loro immani sofferenze come alle
loro ridicole indecisioni, assumendo talvolta il loro punto di vista,
proiettando gli orrori e le gioie del loro cammino solitario con invisibile e
misurata, tuttavia costante, condivisione.
La realtà dei racconti ferisce,
diverte e indigna, catapultando il fruitore nello spazio angusto, ma affollato
della vita dei vari personaggi, tutti egualmente bramosi di appagare piaceri
inevitabilmente negati, indaffarati a costruire nuove “chiese” per attirare
clienti-fedeli o a difendere il credo atavico minacciato dalle favole e dal
denaro dei potenti, a risparmiare centesimi per garantire la scuola ai propri
figli o a perdere la ragione dietro ad affari promettenti distrutti da ingenue
paure. Le peripezie e le contraddizioni di questo popolo inquieto sono emblematicamente
rappresentate nelle poche, folgoranti pagine del primo racconto: la protagonista
torna al suo villaggio natale dopo aver concluso gli studi universitari e
percorrendo, a bordo dell’autobus “Progres”, i chilometri che la separano
dall’abbraccio della madre e dei conoscenti ella nota ironicamente quanto siano
fumosi e inconsistenti i presunti cambiamenti (stimolati nel paese dall’era
dello sviluppo industriale), l’incentivo minimo dato ai trasporti pubblici e le
saltuarie comunicazioni con le zone limitrofe. La diffidenza della gente e
l’attaccamento ai riti e alle abitudini tradizionali sono rimasti solidamente
ancorati alla terra quanto le piante rigogliose dei banani (ritenuti inutili
portatori di zanzare dai boriosi imprenditori bianchi), come esse baluardi
imprescindibili di una cultura che tenta disperatamente di trarre salvezza
dalle proprie radici. La protagonista come pure l’autore rintracciano sia le
assurdità sia la profonda, indispensabile ricchezza e verità di una simile
cultura, la sua necessità affinché la terra nigeriana possa essere ancora
chiamata “casa” dalle sue genti. Tanto le donne oberate dalla responsabilità
dei troppi figli o confuse dalla poligamia dei mariti oppure attirate da
un’indipendenza da raggiungere senza scrupoli, quanto gli uomini sbandati,
divenuti mendicanti o magnati imbecilli o poliziotti flaccidi e sonnolenti,
sono attraversati dalle stesse incertezze riguardo il proprio ruolo e le
proprie possibilità nel mondo. Il deragliamento morale e culturale e
l’insanabile desiderio di possedere (casa, terra, prole), ovvero di appaltare a
se stessi un dignitoso futuro, marchiano indelebilmente e macerano tutti i
personaggi narrati dall’autore, il quale disegna tuttavia per ciascuno di essi
una distinta fisionomia psicologica e un differente approccio alla vita, che li
rendono unici, comici e struggenti al contempo. Chiaramente l’ossessione di
Saro-Wiwa è la vergognosa povertà materiale di un popolo derubato di orizzonti
e manipolato secolarmente da mani incaute: l’autore restituisce umanità alle
figure goffe e complesse di un universo altrimenti oscuro e oscurato, del quale
l’altra metà colpevole del mondo si accorge soltanto quando viene
irreparabilmente inghiottito da apocalissi inattese.
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Ken Saro-Wiwa (1941-1995)
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Dalle diciannove, nitide storie
della “foresta” di Ken Saro-Wiwa affiora la sensazione che l’audace e
sventurato autore volesse mostrare ma anche svellere la “prigione” che avvolge
impercettibile la Nigeria,
l’Africa, ma anche l’Occidente superbo; la prigione della “decrepitezza
morale”, della corruzione, delle bugie, delle barriere all’umanità che gli uomini
si autofrappongono, non rendendosi conto di poter rinascere dagli abissi che
essi stessi hanno scavato nel delta fantasmatico del loro “progresso”.