LETTERATURE MONDO
KEN SARO-WIWA
Nella “Foresta di fiori” le tante storie di una Nigeria derelitta e indigente

      
Diciannove racconti dello scrittore e attivista politico – impiccato nel 1995 dal regime militare di Sani Abacha – che esplorano, in toni tragicomici, la costante e variegata quantità di accidenti, angosce, catastrofi e drammi caratteristica del popolo brulicante nei villaggi sovraffollati e nei quartieri bassi delle disordinate metropoli del paese africano. Il suo ossessivo sguardo si appunta sulla vergognosa povertà materiale di un’umanità derubata di orizzonti e secolarmente manipolata, di cui l’Occidente (colpevole) si accorge soltanto quando viene irreparabilmente inghiottita da inattese apocalissi.
      




   

di Sarah Panatta

 

 

I “fiori” di Saro-Wiwa sono umanamente multiformi, operosi, tormentati, impacciati, superstiziosi, esausti, agitati da venti che minacciano quotidianamente la loro natura intrinsecamente fragile. Sono “fiori” innumerevoli eppure soli nella povertà agghiacciante e nell’avvilimento generato dal “progresso” fallace; “fiori” sperduti e scossi dagli odi reciproci e dalle passioni quotidiane; “fiori” in bilico fra le tradizioni millenarie immarcescibili e l’allettante incontro e scambio con i “bianchi”, che si rivelano sistematicamente mendaci e arroganti.

Il poliedrico Ken Saro-Wiwa ha dipinto con il tocco lieve della sua prosa e con un sorriso irriverente le creature della sua “foresta” madre, ha scrutato tra le fronde stanche, ricolme di doni e di segreti, del suo paese straziato, raccontando con candore e tenerezza disarmante una Nigeria caotica, multietnica, desolante, tenacemente amata e difesa dall’autore stesso. Saro-Wiwa ha cantato e denunciato, fino all’ultimo dei suoi giorni[1], un paese martirizzato da guerre etnico-religiose e da contese sleali per il possesso e il commercio del petrolio; una nazione devastata dalla colonizzazione e abbandonata nell’inefficienza della burocrazia di abietti governi post coloniali; una terra sfruttata e denigrata dall’Occidente ipocrita e meschino. Saro-Wiwa ha restituito con schiettezza il volto di una nazione insudiciata da sordidi compromessi e infestata dall’odore acre e ineliminabile della miseria, ed ha costantemente preservato, tanto nei racconti quanto nelle poesie, l’equilibrio tra la cronaca obiettiva e dettagliata delle vicende del popolo nigeriano e la partecipazione sentita alle sue tragicomiche disavventure, tratteggiandole con mano sicura e discreta, sottilmente ironica, ma avulsa da pietismi e da incursioni compiaciute nello stereotipo.






Nella raccolta Foresta di fiori[2] lo scrittore ha intrecciato brevi e vividi racconti i cui personaggi sono accomunati dalla variegata quantità di accidenti, angosce, catastrofi e drammi caratteristica del popolo brulicante nei villaggi sovraffollati e nei quartieri bassi delle disordinate metropoli nigeriane. Ciascuno dei diciannove racconti che emergono dalla “foresta” esplorata da Saro-Wiwa è sostenuto da una narrazione placida e succinta, dallo sguardo critico ma non feroce dell’autore che affonda nella verità grottesca e immutabile di una nazione scalpitante e derelitta, soffocata dai rifiuti del capitalismo e triturata da malattie e conflitti civili terrificanti, da avvicendamenti politici e militari turbolenti e da stratificazioni socio-culturali pericolose e problematiche. I piccoli uomini osservati dallo scrittore, costretti sotto tetti di lamiera arrugginita o nelle stanze scarsamente ventilate dei palazzi del governo o, ancora, intenti a vendere o barattare merci scadenti e aspirazioni fallimentari tra i banchi marcescenti del mercato, non sono gli esseri evanescenti e dannati delle visioni carnali e al contempo oniriche di Ben Okri, né gli eroi amletici dell’umanissima epica di Chinua Achebe. Quelle di Saro-Wiwa sono creature semplici, che metaforizzano la parabola tremenda della Nigeria moderna senza giganteggiare valorosamente nelle lotte intestine tra clan rivali, ma neppure impersonando le marionette sfarzosamente colorate di una macchiettistica farsa. Sono esseri mortalmente comuni, colti mentre la Storia si appropria indifferente dei loro destini, mentre la lotta per la sopravvivenza li priva del sapore dolce e rassicurante della frugalità domestica o mentre prepotenti desideri di riscatto e di benessere o banali egoismi strappano loro il conforto della saggezza ancestrale, delle amicizie e degli affetti familiari.

Saro-Wiwa non azzarda ritratti corali imponenti, preferisce insinuarsi nella psiche di singoli individui, accompagnandoli nelle difficoltà della routine domestica, lavorativa, sentimentale, avvicinandosi con implacabile mimetismo alle loro immani sofferenze come alle loro ridicole indecisioni, assumendo talvolta il loro punto di vista, proiettando gli orrori e le gioie del loro cammino solitario con invisibile e misurata, tuttavia costante, condivisione.

La realtà dei racconti ferisce, diverte e indigna, catapultando il fruitore nello spazio angusto, ma affollato della vita dei vari personaggi, tutti egualmente bramosi di appagare piaceri inevitabilmente negati, indaffarati a costruire nuove “chiese” per attirare clienti-fedeli o a difendere il credo atavico minacciato dalle favole e dal denaro dei potenti, a risparmiare centesimi per garantire la scuola ai propri figli o a perdere la ragione dietro ad affari promettenti distrutti da ingenue paure. Le peripezie e le contraddizioni di questo popolo inquieto sono emblematicamente rappresentate nelle poche, folgoranti pagine del primo racconto: la protagonista torna al suo villaggio natale dopo aver concluso gli studi universitari e percorrendo, a bordo dell’autobus “Progres”, i chilometri che la separano dall’abbraccio della madre e dei conoscenti ella nota ironicamente quanto siano fumosi e inconsistenti i presunti cambiamenti (stimolati nel paese dall’era dello sviluppo industriale), l’incentivo minimo dato ai trasporti pubblici e le saltuarie comunicazioni con le zone limitrofe. La diffidenza della gente e l’attaccamento ai riti e alle abitudini tradizionali sono rimasti solidamente ancorati alla terra quanto le piante rigogliose dei banani (ritenuti inutili portatori di zanzare dai boriosi imprenditori bianchi), come esse baluardi imprescindibili di una cultura che tenta disperatamente di trarre salvezza dalle proprie radici. La protagonista come pure l’autore rintracciano sia le assurdità sia la profonda, indispensabile ricchezza e verità di una simile cultura, la sua necessità affinché la terra nigeriana possa essere ancora chiamata “casa” dalle sue genti. Tanto le donne oberate dalla responsabilità dei troppi figli o confuse dalla poligamia dei mariti oppure attirate da un’indipendenza da raggiungere senza scrupoli, quanto gli uomini sbandati, divenuti mendicanti o magnati imbecilli o poliziotti flaccidi e sonnolenti, sono attraversati dalle stesse incertezze riguardo il proprio ruolo e le proprie possibilità nel mondo. Il deragliamento morale e culturale e l’insanabile desiderio di possedere (casa, terra, prole), ovvero di appaltare a se stessi un dignitoso futuro, marchiano indelebilmente e macerano tutti i personaggi narrati dall’autore, il quale disegna tuttavia per ciascuno di essi una distinta fisionomia psicologica e un differente approccio alla vita, che li rendono unici, comici e struggenti al contempo. Chiaramente l’ossessione di Saro-Wiwa è la vergognosa povertà materiale di un popolo derubato di orizzonti e manipolato secolarmente da mani incaute: l’autore restituisce umanità alle figure goffe e complesse di un universo altrimenti oscuro e oscurato, del quale l’altra metà colpevole del mondo si accorge soltanto quando viene irreparabilmente inghiottito da apocalissi inattese.




Ken Saro-Wiwa (1941-1995)


Dalle diciannove, nitide storie della “foresta” di Ken Saro-Wiwa affiora la sensazione che l’audace e sventurato autore volesse mostrare ma anche svellere la “prigione” che avvolge impercettibile la Nigeria, l’Africa, ma anche l’Occidente superbo; la prigione della “decrepitezza morale”, della corruzione, delle bugie, delle barriere all’umanità che gli uomini si autofrappongono, non rendendosi conto di poter rinascere dagli abissi che essi stessi hanno scavato nel delta fantasmatico del loro “progresso”.

 

 

 

 



[1] Scrittore a ambientalista, strenuamente impegnato nella difesa dei diritti civili del popolo nigeriano (in particolare della popolazione Ogoni, costretta ad emigrare dalle sue terre a causa dell’inquinamento provocato dall’estrazione di petrolio da parte della Shell nei giacimenti presso il fiume Niger), Ken Saro-Wiwa ha scritto oltre ventisei opere, tra cui romanzi, racconti, poesie. Nato a Bori, in Nigeria, nel 1941, si è laureato in inglese ed ha insegnato presso le università nigeriane di Nsukka e di Lagos. L’amore per il suo paese e la lotta contro lo strapotere delle multinazionali occidentali sono state le costanti della sua vita. Nel 1993 è diventato presidente del MOSOP (Movimento per la salvaguardia degli Ogoni) e il 10 novembre del 1995 è stato giustiziato dal regime militare nigeriano, dopo essere stato condannato insieme ad altri otto attivisti ogoni schierati da anni contro le attività della Shell in Nigeria.

[2] Traduzione a cura di una selezione di allievi della Scuola Herzog, Edizioni Socrates, Roma 2009 (prima edizione settembre 2004), pp. 166, euro 10,00.




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