di Antonino Pirillo
Chi sono le persone che stanno in scena? Si
possono ancora oggi chiamare attori? O performer, attanti, figure?
Credo che in
questi anni ci sia stata una rivoluzione importante nell’arte di cui ancora non
ci si è resi conto. Non si sono resi conto soprattutto coloro che questo teatro
dovrebbero programmarlo, comprarlo e scriverne. In effetti ci sono stati dei
cambiamenti inevitabili che hanno modificato il senso della rappresentazione.
Il teatro è un territorio che rimane però sempre più indietro rispetto a tutte
le altre arti, se pensiamo alla musica contemporanea la quale è stata
protagonista di grandi movimenti di innovazione; al cubismo per che ha
trasformato un modo di vedere. Il teatro invece non ha grandi movimenti
innovativi e in teatro trasformazione vuol dire trasformazione di tutte le sue
componenti. Come lo trasformi il teatro? Come il cubismo la trasformazione sta
nella composizione, invece il teatro rimane in alcuni suoi elementi
assolutamente vecchio: le scuole, la formazione, l’impostazione, il rapporto
con il corpo, cosa si insegna a scuola, cioè si fa un po’ di corpo, un po’ di mimo,
un po’ di danza, un po’ di studio del testo, un po’ di psicodramma. E in
effetti non si è mai contaminato di tutti quegli elementi che poi sono stati
fondamentali in questo secolo, la danza, il teatro danza di Pina Bausch. Io mi
considero figlio di quell’innovazione anche se in effetti non c’è un movimento
in cui questa danza sia entrata influenzandone il linguaggio, l’immagine: c’è
la musica, c’è tutto quello che avrebbe dovuto contaminare la rappresentazione.
Ma rispetto all’attorialità?
Anche l’attorialità
cambia valore? Io sono all’antica. C’è un mestiere d’attore, c’è qualcuno che
sulla scena si fa tramite di un’esperienza. Quindi in qualche modo credo molto
nella forza del mio lavoro.
E a che tipo di lavoro si riferisce?
Politico. Non
mi piace proprio il rapporto concettuale. Mi piace il teatro che nasce
dall’attore. Avere una bella idea e metterla in scena è sempre un bel rischio
anche se l’arte contemporanea va in quella zone. L’ultimo mio spettacolo La menzogna è oggettivamente lo
spettacolo che sta più lontano dal concetto di attore. Qualche volta c’è una
rappresentazione, quasi una forma di installazione. Però c’è una grande differenza… Io ti posso spiegare ogni
principio, ogni passaggio che hanno a che fare con una storia del teatro molto
antica. La mia formazione attinge dall’Odin Teatret, che a sua volta ha attinto
dal teatro orientale, a tutti i principi della forza drammatica che sta in uno
stop. Tu non puoi innovare qualcosa se non ti porti dietro l’esperienza dei
maestri. Non puoi innovare se produci un sistema vecchio. La vera rivoluzione è
nel linguaggio. Comunque è cambiato, deve cambiare il senso di essere attore…
Deve comunque scegliere una definizione tra
attore, performer, attante o figura…
Attore…
performer non mi piace… attante che vuol dire?
Attante è che lui che “fa” senza una
motivazione psicologica (Greimas).
No. Oppure?
Figura.
No allora
scelgo “attore”. L’attore è una cosa diversa…
In che senso?
È diverso. È
un attore che prende un po’ di tutte queste cose.
Sì però c’è differenza all’interno della
sua stessa compagnia tra lei, che ha una formazione attoriale, e le altre
persone che non si possono chiamare attori, ma che presentano invece
un’esperienza diversa.
Ognuno mette
nell’atto creativo la propria esperienza, la propria storia però poi è chiaro
che il segno che ognuno porta dentro è un segno che diventa in qualche modo
performativo, diventa una lucidità. Non c’è un percorso psicologico. Nessuno
dei miei attori entra in un personaggio. È la persona che entra ed esce da un
gioco. Non c’è tanta differenza tra me e il Sig. Nelson: quest’ultimo ne La menzogna si mette a terra,
rappresenta l’operaio morto e poi nell’intervallo vende i quadri, cioè gioca
con il gioco del teatro. Bobò che si veste elegante rappresenta un maestro di
cerimonia ma allo stesso tempo ritorna Bobò.
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Pippo Delbono in La menzogna (2008)
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Trasformisti quindi?
Trasformisti
senza un percorso di personaggio. Non mi interessa il personaggio.
«Il personaggio» dichiara Reza Abdoh «per
me è un’unione di simboli e segni, una cornice psicologica ed emotiva abitata
da una persona piuttosto che da un personaggio che ha un proprio percorso…».
Che fine ha fatto il personaggio nel teatro del secondo Novecento?
Il
personaggio esiste ancora nel teatro del duemila. Non vedo soluzioni diverse
nel teatro classico.
Comunque il personaggio è sempre legato al
testo…
Certo è
legato al testo, all’interpretazione delle parole. Per esempio quando “faccio” Enrico V, uso le parole di Shakespeare
per emettere suoni, colori, e uso un corpo, un modo di correre, di camminare,
ma c’è sempre una persona, una risata che è la mia.
Insomma più attento alla forma che al
contenuto.
Il contenuto
è una questione di forma poi; il contenuto è più profondo e si disegna con
delle linee come in un quadro stilizzato giapponese. Non si può dire che non ci
sia contenuto…
Ma è secondario?
Però non
parte dall’emozione perché l’emozione è anche molto banale. È troppo facile
l’emozione. Come nel cinema, basti pensare in Bergman in cui c’è tutto un
rapporto con il segno, lo sguardo, le direzioni. C’è sempre un modo di
dipingere. È scientifico.
Si riferisce alla tecnica?
C’è una
tecnica. L’anima viene fuori dopo. Se si ha qualcosa da dire, la propria storia
personale poi viene fuori, ma non si parte da quell’esperienza personale per
lavorare. Per esempio anch’io che faccio teatro autobiografico, la mia
esperienza personale è assolutamente segno: in Racconti di giugno, un monologo che sembrerebbe una seduta
psichiatrica e invece anche lì sono chiari le pause, i ritmi; anche se è la
propria vita, ancora di più, allora l’attenzione non è a tirare fuori ma
piuttosto a far diventare politico il privato. È importante non perché si
voglia raccontare i fatti propri ma perché ci si guarda come occhio esterno,
cioè ci si guarda dentro e fuori di sé. E infatti oggi Franco Quadri ha scritto
su La Repubblica
a proposito de La menzogna che con il
tempo quest’autobiografia è divenuta sincerità. E quindi la propria storia non
è più la propria storia e la metti così a disposizione degli altri perché è
diventata un segno. Invece la messa in
scena di testi è sempre stata noiosa per me. È il nostro vecchio teatro.
Nei suoi spettacoli c’è sempre una
separazione tra attore che racconta e varie altre figure, corpi “di luce e di
ombra”, già personaggi in scena, insomma corpi con una loro storia. Si può
parlare di scissione dei vari codici? E ciò presuppone una perdita dell’io?
A me sembra
molto importante la scissione. È nella scissione che si trova una nuova verità.
Perché?
Perché
altrimenti si cade nel naturalismo. Per esempio nel mio spettacolo dico più
volte “dimmi che mi ami” come un suono, una nota. Il mio corpo, il mio sguardo
lavorano in un’altra direzione, forse opposta, la mia mente sta in un’altra
zona e questa scissione non naturalistica fa trovare qualcosa che, secondo me,
è molto più forte del naturalismo e c’entra di più con la verità. Trovo che
ognuna di queste cose viaggi su binari diversi, messe assieme dal montaggio.
L’io come un tutt’uno lo trovo poco interessante. Anna Magnani che corre verso
il figlio morto piangendo e grida “Francesco” è un pezzo di cinema
straordinario ma noi non siamo più frutto di quel linguaggio. La pateticità in
questo tempo è estremamente pericolosa: i politici che vanno piangendo in
visita ai terremotati dell’Abruzzo. Preferisco far vedere da una parte la
faccia di un politico, dall’altra le parole di un altro politico, da un’altra
ancora il terremoto. Smembrare gli elementi e rimontarli in un altro modo.
Smontando la realtà si riesce a comprenderla meglio. È lo stesso procedimento
che avviene nel cinema. Ultimamente mi sono avvicinato al cinema perché mi
interessa molto lo smontaggio e il montaggio. Una musica che contraddice o che
può anche agevolare. Tutti gli elementi sono indipendenti ma poi si innescano.
Ed è che così che si possono vedere le cose nuove nonché più interessanti e più
vere. Alla fine paradossalmente nel non voler raccontare e anche nel non voler
capire, si capiscono le cose più profonde, attraverso quindi quella
scomposizione che mi ricorda Picasso e il cubismo.
Alcune figure mute dei suoi spettacoli
sembrano manichini che ogni tanto si ricordano che devono muoversi. Spesso
infatti danno davvero la sensazione di essere come “richiamati dall’esterno” e
posseduti da una vita che non è loro. Vorrebbe commentare?
Penso che nei
miei spettacoli tutto è vero e tutto è costruito. Io posso decidere di indicare
la strada a Bobò, ma lui sa esattamente dove deve andare. Fa quello che vuole
lui. E poi c’è una finta ideologia, democrazia, comunismo che fa si che crea i
valori del “poverino”. È una visione un po’ “borghesina”: “perché se questa
persona non parla forse non sarà cosciente”. È una banale analisi buonista.
Quando hai scelto come protagonisti persone che la società in qualche modo le ha
considerate nulle e che invece tu consideri straordinarie, geniali, tutto il
resto non conta. È un problema solo borghese, di chi va una volta alla
settimana a fare beneficienza ma non per chi ci vive.
Questo
buio feroce è lo spettacolo della sua assenza (stessa funzione ha avuto
Danio Manfredini ne Il Silenzio): c’è
poco visivamente in scena, per la prima volta anche lei diventa una figura come
Bobò, Gianluca, Nelson. Si
assiste a un Pippo sdoppiato
totalmente, la voce da una parte, registrata, e il corpo dall’altra: anche
quando appare per esempio sulla poltrona durante la macabra sfilata di
carnevale che evoca una Venezia agonizzante, “Venezia sta morendo”, sta seduto,
guarda il pubblico, si osserva da spettatore. Si trova d’accordo con il fatto
che l’attore oggi debba essere spettatore di se stesso?
L’attore che
si guarda… beh io sono molto legato alla tradizione dell’attore sciamanico. I
dervishi che sono completamente perduti, ma nello stesso tempo si guardano,
hanno per esempio un’attenzione a non cadere. Uno sdoppiamento totale. Questo
sdoppiamento su di me come attore è quell’essere dentro perduto, è quell’essere
dentro guardandoti. Ti lasci perdere, ti lasci guardare per cui sei incosciente
psicologicamente ma cosciente totalmente. E questo è il fatto più importante
che appartiene alla mia esperienza, alla nostra e che fa differenza rispetto ad
altre esperienze che presuppongono un
modo molto particolare di essere attori e di stare sulla scena.
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Pippo Delbono in Questo buio feroce (2006)
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Questo distacco a cosa sarebbe legato?
C’è un distacco
e c’è un essere. C’è un corpo, un grande rapporto con la presenza fisica.
Che è governata dalla mente?
Sì, è un
rapporto che si può vivere solo se si è in uno stato straordinario che è
difficile spiegare; si può solo vivere: due persone camminano di spalle e si
fermano nello stesso momento, ma non si stanno vedendo, ovvero vivono
l’esperienza dello stare assieme non psicologica ma energetica, in cui alleni
le tue attenzioni. Questo stato è legato a una tradizione sicuramente non
dell’Occidente, lo yoga per esempio. Nell’Occidente può capitare, anche se si
resta legati all’aspetto psicologico-interpretativo. Si arriva anche a quello
straordinario, ma il percorso è molto più lungo.
Ma se lei e i suoi “attori” non
interpretate, che fate in scena?
È quello
stato molto speciale che io ho raggiunto per una serie di coincidenze della
vita anche casuali. Da una parte c’è stata un grande lavoro per una tecnica che
mi ha fatto superare certi limiti sulla coscienza, ad esempio in Danimarca
lavoravo con un training molto duro, strano, folklorico, ma di grande sapienza;
per me era difficilissimo quel lavoro ma sono stato uno di quelli che vi si è
buttato a capofitto e alla fine il training l’ha assimilato tanto che quando
Eugenio Barba è venuto a vedere il mio Enrico
V mi ha detto “il training ti è entrato dentro, ti ha posseduto”. In
effetti Barba ha ragione che il training sta tutto dentro, ma nel frattempo c’è
stato un corpo ferito, le gambe che non potevano più camminare, la malattia, la
follia. Tutto questo fa si che questo tipo di attore è uno che non parla più a nessuno
e si crea un grande silenzio. Io mi sento più vicino a Umberto Orsini perché
almeno con lui mi posso confrontare con una tecnica. Invece c’è una generazione
di teatranti che ha avuto belle idee, che ha fatto bei spettacoli, ma che non è
interessata al lavoro dell’attore. Io non contesto, ma devo invece dire che per
me risulta indispensabile.
Nel teatro attuale non c’è monologo né
dialoghi, ma a solo. Il monologo
presuppone una sorta di relazione con il gruppo o con i partner della scena,
che nei suoi lavori non c’è quasi mai. Cosa distingue l’a solo, secondo lei.
Non capisco.
Non trovo sia una domanda intelligente. Per me non c’è differenza.
Non ci sono dialoghi nei suoi spettacoli, a
esempio in Urlo, l’unico dialogo è
quello tra Umberto Orsini che racconta a Bobò
delle morti dei re tratto dall’Enrico
II di Shakespeare. È un dialogo di una tenerezza brutale che spiazza:
Orsini parla con le parole di Shakespeare e Bobò
risponde in playback con la sua stessa
voce. Ritengo che sia il punto cruciale dello spettacolo da un punto di
vista meramente riflessivo sul suo fare teatro, ma anche sul fare teatro di
altri gruppi che lavorano con attori e non attori: due mondi a confronto
quindi, da una parte l’attore di tradizione, di professione dall’altra Bobò, una persona. Come supera questa
differenza sostanziale a livello proprio di lavoro per la scena.
Con Orsini,
che aveva un grande desiderio di mettersi in discussione, è stato un rapporto
molto interessante. Chiaramente lui si
portava dietro una struttura molto forte, “un modo di…” e nonostante ciò è
stato molto generoso a “restare lì”. Ma un attore di tradizione resta in piedi,
non deve fare visivamente nulla e mi chiede “ma Pippo che devo fare qui in
piedi” e io gli rispondo “beh puoi benissimo stare lì perché tu sei
assolutamente tutto”. Se uno ha una storia formativa come la mia può
tranquillamente stare fermo e lavorare tantissimo, con gli sguardi per esempio.
Se uno invece viene da un’altra formazione trova invece la difficoltà. Sono
stato l’unico a mettere Umberto Orsini seduto. È stata un’esperienza non
facile.
Ma a livello scenico?
Erano due
storie che si confrontavano: c’era una vicinanza rispetto all’uso della voce,
entrambi facevamo duetti di testi. Diversa è l’impostazione. Per me la voce è
musicale, molto diversa dalla sua, quasi all’opposto. Lui è molto ronconiano per
quanto riguarda l’impostazione. Io invece sono per la musicalità. Io so che
quando dico le parole di Oscar Wilde ho un rapporto diverso. Con le parole ho
uno strano rapporto, infatti quando le pronuncio sono la mia vita. C’è
qualcos’altro, c’è una storia diversa che ha fatto si che quando dico le parole
di Wilde, ma anche di Shakespeare la gente pensa che siano parole mie. È
un’altra storia.
L’uso del microfono come possibilità di
separazione dall’io (a esempio in Questo
buio feroce i monologhi della Ragazza
Italo/americana o dell’Uomo in giacca
di lurex color oro), spersonalizzante, di riuscita lontananza dal proprio
“sentire”. Che significato ha per lei parlare di spersonalizzazione in scena,
se poi invece ha scelto come compagni di viaggio persone con una loro storia
personale invalicabile?
La storia
invalicabile ce l’hanno tutti solo che se la dimenticano. Innanzitutto partiamo
da lì. Bobò ha avuto una storia particolare per cui soffre di più, in ogni caso
ha avuto una storia come l’ha avuta Umberto Orsini. Non c’è differenza. Bobò ha
la fortuna che essendo stato in certe zone ha più lucidità da artista. Per me
l’artista è colui che sta sempre in quelle zone lì. Gli altri non è che non ci
siano, solo che gli altri si annebbiano di più. Per me Bobò è più fortunato, è
più lucido; come Nelson è più felice. Per me le persone “realizzate” hanno una grande sofferenza. Io la sento più
in Berlusconi che in Nelson. Berlusconi fa quasi pena, Nelson no. Ma la società
non la pensa così e dirà che Berlusconi è un “arrivato” e Nelson no. Lo sguardo
è quello. Ma Nelson è libero, è lucido, come anche Bobò. Sono persone che come il
lupo ancora guardano la foresta. Per me sono degli artisti.
Ma circa il microfono?
Ma il
microfono è un altro tema. Non mi piace il teatro che spesso obbliga a usare la
voce forte per arrivare fino alle ultime file. O si grida ma il grido è musica,
nel grido non c’è psicologia. Quando invece si forza spesso si tocca una
leggera pateticità della voce e non ci si può ascoltare, non si può usare la
voce come pensiero, non si può entrare in quel linguaggio cinematografico che a
me piace molto. Il microfono permette paradossalmente di non esibirsi, di non
dover arrivare alla signora dell’ultima fila come ci hanno insegnato a scuola.
La voce esce se deve uscire, ma alcune volte può anche non uscire, pertanto
bisogna vincere quella retorica che vuole che la voce esca a tutti i costi. Non
mi piace lo stereotipo. L’avvicinare e l’allontanare il microfono presuppone
una coscienza, una lucidità. Nell’Enrico
V prendo finalmente il microfono e leggo, anche il leggere ha la stessa
funzione: guardo, leggo, ma non sono più io quello che dico. Mi sembra più
giusto. Leggo anche parole che ho scritto di cui non ricordo più, però in quel
leggere io emergo come persona che dice quelle parole che vede. Ci sono piani
diversi e poi la verità viene più fuori. Il teatro deve essere sobrio.
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Bobò e Pippo Delbono in Urlo (2004)
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In ogni suo spettacolo c’è sempre una danza
o un accenno di danza, che sembra nascere in maniera immotivata. Perché?
Un accenno di
danza? In maniera immotivata?
Beh sì, in Questo buio feroce, lei a petto nudo nel finale…
Ma quello non
è un accenno di danza.
E che cos’è?
Come l’ha
definito la Bentivoglio,
che è la più grande studiosa contemporanea di danza, è un assolo di danza.
Certo se come danza intendi il balletto… se invece danza vuol dire raccontare
con il corpo la forza, la fragilità, la possibilità, l’impossibilità, la morte
con il corpo, allora è assolo di danza.
La critica lo definisce un attore-regista
politico. Come esprime la dimensione
politica nei suoi spettacoli?
Per me
politico è diverso da partitico, anche Shakespeare era politico. Anche il
teatro greco. Il teatro è polis. Secondo me il teatro è fatto di persone che si
riuniscono per confrontarsi su un fatto. C’è un senso politico. Già che delle
persone decidano di riunirsi in una sala e stiano insieme, come dice Bergman che
a me piace molto, è un incontro tra esseri umani e il resto non conta.
L’incontro tra esseri umani è già un fatto politico.
E il successo di critica e di pubblico
unanime, nazionale e internazionale, a cosa è dovuto secondo lei?
Il successo
di critica non è poi così unanime. C’è Renato Palazzi che mi detesta. Palazzi
dice che faccio teatro con gli handicappati senza tetto. Io non mi sento mai
arrivato. Io da buon ligure sono come mia madre, infatti quando le chiedo
“mamma va bene?”, lei mi risponde “guarda Pippo che non è tutto lì”. E allo
stesso modo quando lei mi chiede “va bene Pippo?”, io “non lo so, non tanto
bene” e lei “ ma dai hai fatto anche un film”. C’è sempre un aspetto negativo e
uno positivo in tutte le cose. Quando mi hanno dato il premio Europa e c’erano
tutti a vedermi tranne il teatro di Savona… È un modo per stare sempre a
combattere. La figlia di Kantor, che segue i nostri lavori da anni, è
intervenuta in occasione del premio e ha detto una cosa molto bella, cioè che
da quando è morto il padre ha trovato in me un fratello. E ha aggiunto ancora
che Kantor e io abbiamo una cosa in comune ovvero che entrambi facciamo del
teatro una forma per combattere la morte.
Lei parteggia per uno spettatore affetto da
“apnea critica”, come l’attore? Uno spettatore deve essere “punto
emozionalmente”? Che ne pensa?
L’emozione è
una parola che può essere pericolosa. L’emozione è una contraddizione.
L’emozione che più resta, che segna, è un’emozione più profonda, cioè non
presuppone la pateticità. Posso vedere uno sceneggiato televisivo orribile e
può anche venirmi da piangere. C’è invece l’emozione che rimane incisa. Ieri ho
visto Boccioni che faceva vedere la madre. E io ho rivisto la mia, di madre. A
un certo punto l’emozione è stata così forte che non riuscivo a vedere più lui
con sua madre. L’emozione quand’è forte ti segna e ti confronta con altro da te
e va a toccare delle zone assolutamente non comprensibili.
Se non è possibile il transfert psicologico
tra spettatore e attore. Che tipo di fruizione suggerisce? Gli spettatori sono
conigli impagliati?
Rituale. C’è
un fatto che succede, c’è un contatto di corpi. Per esempio in occasione de La menzogna, nella circolarità della
scena del Piccolo Teatro Studio, la gente sta dritta con i corpi e sento che
c’è una danza collettiva dei corpi. C’è un corpo rispettoso dello spazio. C’è
un silenzio. C’è una tosse che finisce. E questo crea quell’attenzione che è
profonda, non è psicologica. Siamo tutti lucidi. Siamo tutti in quella
dimensione di ascolto. Per esempio l’altra sera c’era una signora che, durante
la scena in cui Gianluca era nudo e faceva “miao miao”, leggeva il programma di
sala e io ero contento così durante l’intervallo avrei potuto dire a Gianluca,
senza indicarla, di rivestirsi che c’era già stata una signora che stava
guardando il programma di sala e tutti a ridere, meno che lei. È assurdo. Non
ho problemi a fare denuncia. C’è un ragazzo down che corre nudo, è un momento
in cui non si sa cosa succederà e la signora legge il programma di sala per
capire cosa sta succedendo.
Ma magari la signora era semplicemente
imbarazzata…
Beh, però a
questo punto uno si deve chiedere cosa stia succedendo in teatro. Però è
interessante che una signora durante lo spettacolo vada a leggere il programma
di sala, come a dire che dal teatro non ci si deve più aspettare nulla che
sconvolga. Ovvero che si vuole restare in una zona di tranquillità culturale. E
questo tipo di fruizione non mi interessa. Mi preoccupa di più vedere gente che
guarda l’orologio, che si annoia, che fa sorrisi carini, piuttosto preferisco
che la gente vada via.
È comunque una presa di posizione…
Assolutamente
sì, è una linea di forza. È un corpo che decide di andarsene e quello diventa
danza, diventa un ritmo.
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