INTERVISTE
GABRIELE FERZETTI
La mia avventura nel cinema lungo
sei decenni


  
L’eclettico attore romano ha avuto sul grande schermo una carriera altalenante: da sex symbol maschile e protagonista di successo negli anni ’50 e ’60 con Soldati, Antonioni, Loy e Vancini a caratterista di lusso in seguito con Petri, Leone, Zampa, la Cavani, Samperi e Bolognini. Poi negli ultimi tempi si è riproposto nei film di Martinelli, Squitieri, Battiato e Fragasso, oltreché in importanti fiction televisive come “Papa Luciani” di Giorgio Capitani. A 84 anni rifiuta di fare bilanci e continua a coltivare progetti per il futuro.
  



  

di Alessandro Ticozzi

 

Romano classe 1925, attore attivo da oltre sessant’anni, Gabriele Ferzetti si affermò come uno dei sex symbol degli anni Cinquanta, portando in teatro un repertorio contemporaneo che spaziava da Pirandello a Tennessee Williams, e sullo schermo un personaggio che, dietro l’apparente sicurezza di sé datagli dalla sua prestanza fisica e da un portamento aristocratico, spesso nascondeva un animo fragile e tormentato, soprattutto nei rapporti con le donne cui era legato: a parte il brillante ladro gentiluomo dello spiritoso giallorosa Parola di ladro (1957) di Nanni Loy e Gianni Puccini, spiccano in tal senso infatti i suoi ritratti di uomini indecisi tra la propria donna e l’amante, a causa della loro incapacità di portare avanti un rapporto affettivo realmente solido, che ben si adattavano ai primi tentativi di approccio al tema dell’incomunicabilità da parte di Michelangelo Antonioni nei due film Le amiche (1955) e L’avventura (1960), ma anche il giovane benestante che scaccia l’amante Belinda Lee perché non ha il coraggio di affrontare la verità sulla rappresaglia fascista dove ha perso la vita anche il padre, in La lunga notte del ’43 (1960) di Florestano Vancini, mentre in quello che rimane forse il film più sentito di Mario Soldati, La provinciale (1953), il suo grigio professore trova alfine la forza scacciare da casa sua l’infida nobildonna rumena che aveva spinto l’insoddisfatta moglie Gina Lollobrigida alla prostituzione.




Monica Vitti e Gabiele Ferzetti in L'avventura (1960) di Michelangelo Antonioni


Lo stesso Ferzetti ricorda così il periodo più fortunato della sua carriera cinematografica: “Era un bel periodo: ero molto richiesto, nel pieno della giovinezza e del successo. Che dire di più? Lavorare con i più grandi registi del momento è stato per me un onore ed una scuola, ma non sempre è stato facile: con Antonioni, ad esempio, da un punto di vista personale non fu un rapporto molto piacevole perché era molto esigente e dava poca soddisfazione agli attori; con Soldati invece fu gradevolissimo perché era un uomo vivace e molto divertente”.

Nella prima metà degli anni Sessanta, invece, la sua stella pare iniziare ad appannarsi, forse perché la sua figura da gentleman sembra ormai demodé, o comunque sia difficilmente incasellabile nella produzione nostrana: dalla fine del suddetto decennio però viene riscoperto quale caratterista di lusso in ruolo di borghese viscido, ma al contempo spesso vulnerabile psicologicamente, il più delle volte in morbosi contesti di verminai “bene”. Ecco quindi l’untuoso avvocato di A ciascuno il suo (1967) di Elio Petri, o il primario senza scrupoli di Bisturi la mafia bianca (1973) di Luigi Zampa, che faranno pagare cara ai protagonisti (rispettivamente, Gian Maria Volonté ed Enrico Maria Salerno) la loro sete di verità contro mafia e malasanità; l’infermo magnate delle ferrovie del capolavoro di Sergio Leone C’era una volta il West (1968), che si produce in un memorabile duetto con il suo feroce sicario (un Henry Fonda nell’inedito ruolo di cattivo), o il nostalgico ex-nazista dello scabroso Il portiere di notte (1974) di Liliana Cavani, ma anche i vanesi intellettuali traditi dalle compagne (rispettivamente, Lisa Gastoni e ancora la Lollobrigida) per svezzare i giovincelli protagonisti di Grazie zia (1968) di Salvatore Samperi e Un bellissimo novembre (1969) di Mauro Bolognini. Più brillante appare il mellifluo capofamiglia del nucleo preso in ostaggio in casa dagli evasi Franco Nero e Franco Javarone in Grog (1982), grottesca satira sull’influenza dei media nell’odierna società massificata firmata dal compianto Francesco Laudadio, mentre a cavallo del nuovo millennio Ferzetti torna alle solide caratterizzazioni drammatiche a lui consuete, tenendo efficacemente testa ai vecchi colleghi Gastone Moschin e Giorgio Albertazzi, rispettivamente nel discusso Porzûs (1997) di Renzo Martinelli nel concitato L’avvocato De Gregorio (2002) di Pasquale Squitieri, e proponendosi come intenso mentore del giovane aspirante musicista Corrado Fortuna in Perduto amor (2003), semi-autobiografico esordio nella regia cinematografica del cantautore Franco Battiato, e del tormentato commissario di polizia Francesco Nuti nel controverso Concorso di colpa (2005) di Claudio Fragasso.




Gian Maria Volonté e Gabriele Ferzetti in A ciascuno il suo (1967) di Elio Petri


Ci confessa Ferzetti: “Dopo un periodo ‘aureo’ non è facile fare un passo indietro, ma nel complesso mi ritengo soddisfatto perché anche in ruoli minori e partecipazioni ho avuto l’opportunità di lavorare con registi importanti come Petri, Leone, la Cavani e questo mi ha arricchito anche da un punto di vista umano… e poi credo di aver fatto la mia bella figura!”

Nel 2006, infine, l’ennesima prestigiosa apparizione: è il cardinal Siri nella fiction di grande successo Papa Luciani. Il sorriso di Dio, diretta dallo specialista Giorgio Capitani, con cui spesso Ferzetti si è trovato a lavorare sui set televisivi che, soprattutto in anni più recenti, non disdegna di frequentare. L’attore conferma questa sua predilezione: “Sì, con Giorgio c’è un legame particolare: con lui ho mosso i miei primi passi, ci conosciamo da oltre sessant’anni!”.

Sua figlia è la compagna di Pierfrancesco Favino, uno dei protagonisti più affermati del cinema italiano di quest'ultimo decennio, molto apprezzato anche all'estero e considerato pure lui un sex symbol ai giorni nostri: come vive la presenza di un altro attore in famiglia? Che stima ha di Favino come uomo e come attore?

“Anche mia figlia è un’attrice, quindi la presenza di un altro attore in famiglia la vivo con normalità e soddisfazione, e poi che attore Favino! Come si può non stimarlo? Come uomo? Anche più ammirevole”.

Che bilancio trae dalla sua vita personale e professionale?

“Non mi piace fare bilanci... c’è tempo!”.

Ha qualche nuovo progetto per il futuro?

“I progetti per il futuro ci sono sempre, ma a noi attori non piace parlarne fino a quando non sono più che sicuri”.

E allora, come si suol dire, in bocca al lupo a Gabriele Ferzetti, borghese gentiluomo di molièriana memoria del cinema di casa nostra!




Gabiele Ferzetti e Neri Marcoré nel film per la televisione
Papa Luciani. Il sorriso di Dio (2006) di Giorgio Capitani





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