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di
Alessandro Ticozzi
Romano classe 1925, attore attivo da oltre sessant’anni, Gabriele
Ferzetti si affermò come uno dei sex symbol degli anni Cinquanta,
portando in teatro un repertorio contemporaneo che spaziava da Pirandello a
Tennessee Williams, e sullo schermo un personaggio che, dietro l’apparente
sicurezza di sé datagli dalla sua prestanza fisica e da un portamento
aristocratico, spesso nascondeva un animo fragile e tormentato, soprattutto nei
rapporti con le donne cui era legato: a parte il brillante ladro gentiluomo
dello spiritoso giallorosa Parola di ladro (1957) di Nanni Loy e Gianni
Puccini, spiccano in tal senso infatti i suoi ritratti di uomini indecisi tra
la propria donna e l’amante, a causa della loro incapacità di portare avanti un
rapporto affettivo realmente solido, che ben si adattavano ai primi tentativi
di approccio al tema dell’incomunicabilità da parte di Michelangelo Antonioni
nei due film Le amiche (1955) e L’avventura (1960), ma anche
il giovane benestante che scaccia l’amante Belinda Lee perché non ha il
coraggio di affrontare la verità sulla rappresaglia fascista dove ha perso la
vita anche il padre, in La lunga notte del ’43 (1960) di Florestano
Vancini, mentre in quello che rimane forse il film più sentito di Mario
Soldati, La provinciale (1953), il suo grigio professore trova alfine la
forza scacciare da casa sua l’infida nobildonna rumena che aveva spinto
l’insoddisfatta moglie Gina Lollobrigida alla prostituzione.
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Monica Vitti e Gabiele Ferzetti in L'avventura (1960) di Michelangelo Antonioni
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Lo stesso Ferzetti ricorda così il periodo più fortunato della sua
carriera cinematografica: “Era un bel periodo: ero molto richiesto, nel pieno
della giovinezza e del successo. Che dire di più? Lavorare con i più grandi
registi del momento è stato per me un onore ed una scuola, ma non sempre è
stato facile: con Antonioni, ad esempio, da un punto di vista personale non fu
un rapporto molto piacevole perché era molto esigente e dava poca soddisfazione
agli attori; con Soldati invece fu gradevolissimo perché era un uomo vivace e
molto divertente”.
Nella prima metà degli anni Sessanta, invece, la sua stella pare
iniziare ad appannarsi, forse perché la sua figura da gentleman sembra
ormai demodé, o comunque sia difficilmente incasellabile nella
produzione nostrana: dalla fine del suddetto decennio però viene riscoperto
quale caratterista di lusso in ruolo di borghese viscido, ma al contempo spesso
vulnerabile psicologicamente, il più delle volte in morbosi contesti di
verminai “bene”. Ecco quindi l’untuoso avvocato di A ciascuno il suo
(1967) di Elio Petri, o il primario senza scrupoli di Bisturi la mafia
bianca (1973) di Luigi Zampa, che faranno pagare cara ai protagonisti
(rispettivamente, Gian Maria Volonté ed Enrico Maria Salerno) la loro sete di
verità contro mafia e malasanità; l’infermo magnate delle ferrovie del
capolavoro di Sergio Leone C’era una volta il West (1968), che si
produce in un memorabile duetto con il suo feroce sicario (un Henry Fonda
nell’inedito ruolo di cattivo), o il nostalgico ex-nazista dello scabroso Il
portiere di notte (1974) di Liliana Cavani, ma anche i vanesi intellettuali
traditi dalle compagne (rispettivamente, Lisa Gastoni e ancora la Lollobrigida) per
svezzare i giovincelli protagonisti di Grazie zia (1968) di Salvatore
Samperi e Un bellissimo novembre (1969) di Mauro Bolognini. Più
brillante appare il mellifluo capofamiglia del nucleo preso in ostaggio in casa
dagli evasi Franco Nero e Franco Javarone in Grog (1982), grottesca
satira sull’influenza dei media nell’odierna società massificata firmata
dal compianto Francesco Laudadio, mentre a cavallo del nuovo millennio Ferzetti
torna alle solide caratterizzazioni drammatiche a lui consuete, tenendo
efficacemente testa ai vecchi colleghi Gastone Moschin e Giorgio Albertazzi,
rispettivamente nel discusso Porzûs (1997) di Renzo Martinelli nel
concitato L’avvocato De Gregorio (2002) di Pasquale Squitieri, e
proponendosi come intenso mentore del giovane aspirante musicista Corrado
Fortuna in Perduto amor (2003), semi-autobiografico esordio nella regia
cinematografica del cantautore Franco Battiato, e del tormentato commissario di
polizia Francesco Nuti nel controverso Concorso di colpa (2005) di
Claudio Fragasso.
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Gian Maria Volonté e Gabriele Ferzetti in A ciascuno il suo (1967) di Elio Petri
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Ci confessa Ferzetti: “Dopo un periodo ‘aureo’ non è facile fare
un passo indietro, ma nel complesso mi ritengo soddisfatto perché anche in
ruoli minori e partecipazioni ho avuto l’opportunità di lavorare con registi
importanti come Petri, Leone, la
Cavani e questo mi ha arricchito anche da un punto di vista
umano… e poi credo di aver fatto la mia bella figura!”
Nel 2006, infine, l’ennesima prestigiosa apparizione: è il
cardinal Siri nella fiction di grande successo Papa Luciani. Il
sorriso di Dio, diretta dallo specialista Giorgio Capitani, con cui spesso
Ferzetti si è trovato a lavorare sui set televisivi che, soprattutto in anni
più recenti, non disdegna di frequentare. L’attore conferma questa sua predilezione:
“Sì, con Giorgio c’è un legame particolare: con lui ho mosso i miei primi
passi, ci conosciamo da oltre sessant’anni!”.
Sua figlia è la compagna di Pierfrancesco Favino, uno dei
protagonisti più affermati del cinema italiano di quest'ultimo decennio, molto
apprezzato anche all'estero e considerato pure lui un sex
symbol ai giorni nostri: come vive la presenza di un altro attore in
famiglia? Che stima ha di Favino come uomo e come attore?
“Anche mia figlia è un’attrice, quindi la presenza di un altro
attore in famiglia la vivo con normalità e soddisfazione, e poi che attore
Favino! Come si può non stimarlo? Come uomo? Anche più ammirevole”.
Che bilancio trae dalla sua vita personale e professionale?
“Non
mi piace fare bilanci... c’è tempo!”.
Ha qualche nuovo progetto per il futuro?
“I
progetti per il futuro ci sono sempre, ma a noi attori non piace parlarne fino
a quando non sono più che sicuri”.
E
allora, come si suol dire, in bocca al lupo a Gabriele Ferzetti, borghese
gentiluomo di molièriana memoria del cinema di casa nostra!
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Gabiele Ferzetti e Neri Marcoré nel film per la televisione
Papa Luciani. Il sorriso di Dio (2006) di Giorgio Capitani
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