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di Claudia Lionetti
Un articolo per Traducendo Mondi... Primo appunto: al
bando le riflessioni banali. Proprio per questo l’unica – io ci provo! – che
voglio concedermi la gioco subito, in apertura. Quante volte si sente
sospirare: «Ah, beata te che
ti-puoi-organizzare-non-devi-uscire-di-casa-ogni-mattina-fai-come-ti-pare»? Almeno
tante quante ci si sente chiedere: «Ma quindi cos’è che fai?»
Mai nessuno che si soffermi a
riflettere su una semplicissima verità: il traduttore dev’essere un camaleonte
psicologico; sì, insomma, portato per natura a una lieve «dissociazione» della
personalità. A comando, s’intende.
A me, per esempio, è capitato di
dovermi fare in ventitré, ora scriba e filosofo esperto di scrittura del vento,
ora guerriero scurrile o aeromastra lieve e sofisticata.
E poi dev’essere persona dai
sentimenti forti, che sia amore spassionato per il testo, odio triviale o noia indifferente,
la via di mezzo raramente esiste. Alla faccia della beatitudine!
Ora che ho
lanciato il sasso, ritraggo la mano ma solo per riprendere dall’inizio.
Quando nel luglio del 2007 mi
sono vista assegnare una prova da Editrice Nord mai avrei immaginato che
sarebbe stato l’inizio dell’avventura di tutto un anno, un’esperienza disseminata
di ostacoli (personali, con lo zampino di una sorte informatica birichina) e
sfide (traduttive) di quelle che insegnano e tanto.
Calvino, Zimmer Bradley, Dick,
gli Urania orecchiuti del papà... Fantastico
e fantascienza erano sempre stati il genere del comodino, del divano, del
viaggio in metropolitana: insomma, dello svago grazie al lavoro altrui. Non che
l’avessi mai considerato facile, soprattutto da tradurre, e di certo la gioiosa
emozione ha avuto il suo ruolo, ma ammetto senza vergogna di aver letto le
pagine che mi erano state inviate, di averle rimesse nel bustone e di essermi
concessa una giornata intera per digerirle. Rischiare la prova? Rischiare la
figuraccia? (E, ancor più sincera, anche dopo aver consegnato ho spesso
riflettuto sull’opportunità di accettare.) Purtroppo per me l’alchimia era già
scattata perciò, con una valanga di note a parte per il revisore e di NB
disseminati nel testo, alla fine mi sono decisa a consegnare. Ed ecco la prima
mossa della sorte informatica birichina: mi era stato spiegato che la delicata
particolarità del titolo aveva imposto di metterlo in programma solo dopo aver
trovato la voce giusta, e va bene, ma addirittura mesi di silenzio mi parevano
troppi; se quella voce giusta non ero io, che perlomeno me lo dicessero, caspita!
E me l’avrebbero anche detto, che
invece ero proprio io... se solo avessero ricevuto l’e-mail con la prova... che
ho subito provveduto a rispedire, all’alba del dicembre 2007, sentendomi molto
fantozziana e mandando un pensiero molto affettuoso al mio provider.
Il 7 gennaio 2008, lo rammento
come fosse ieri, di rientro dalle ferie natalizie ho trovato un meraviglioso
regalo di buon anno: sono piaciuta, se sono disponibile, il testo è mio. Ci si
accorda su tariffa e tempistiche, di ampissimo respiro, addirittura consegna a
giugno.
Così ha inizio la storia d’amore
viscerale e d’odio appassionato per La Horde
du Contrevent, in italiano L’orda del
vento, tomo di 521 pagine (624 in italiano, con numerazione al contrario),
scrigno pasciutello di un universo spazzato da ben nove forme di vento (ognuno
con una propria trascrizione...), calpestato da uomini e animali assurdi,
sorvolato da uomini e animali ancor più strani e raccontato con una lingua spesso
ricercata negli effetti persino nelle parolacce. La musicalità, infatti,
talvolta è così marcata da spiegare, sola, l’odio appassionato di cui sopra e
l’orticaria con rigetto che mi ha colto in più di un’occasione.
Come spiegavo poc’anzi, per
tradurre L’orda sono dovuta diventare
ventitré persone distinte, chi più presente e chi meno, chi più denotata e chi
quasi per nulla, ma comunque tutte diverse, col proprio modo di esprimersi, col
proprio incarico vitale e ben preciso in un gruppo che, come altri trentatré
negli anni, percorre l’Estremo Fondo (Extrême-Aval) a ritroso per raggiungere
l’Estrema Vetta (Extrême-Amont) e scoprire così l’origine di quel vento che
alita e soffia imperturbabile. Un impegno non da poco eppure, più ancora dei
personaggi e di quel mondo eteroclito, è stato il francese di Alan Damasio a
darmi robustissimo filo da torcere.
È una lingua evocativa, sonora, frutto
di impasti e limature certosine (non per nulla gli sono occorsi 7 anni buoni
per ultimare il romanzo!) talmente accurate da risultare naturali. Ciò vale per
i campi più disparati, dai toponimi agli animali e agli oggetti. E per il
personaggio di Caracollo, il trovatore, il quale si esprime seguendo una logica
libera come il vento di cui (attenzione! Spoiler in arrivo!) è fatto.
Coi nomi dei personaggi, che pure
hanno richiesto una buona dose di ricerca, me la sono cavata con relativa
facilità optando più per un velato adattamento che per una vera e propria
traduzione. In altri casi, seppur fiera rappresentante dei cocciuti che chiedono
aiuto solo un attimo prima di ficcare le dita nella presa, non credo che sarei
giunta a nulla di buono senza l’autore e rammento sempre con una risata
soddisfatta gli scambi di e-mail con le sue spiegazioni sul filo del filosofico
e i miei improbabili tentativi di spiegazione fonetica con scarsissimo uso del
relativo alfabeto, indigesto a entrambi.
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Stefano Lanuzza, Arte della notte (024 - 2006)
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Lo spazio è tiranno e
l’attenzione finita (nel senso di dotata di limiti), mi limito quindi a un paio
di esempi fra le minuzie, giusto per intendersi: se una delle nove forme del
vento in francese si chiama (la) zéfirine,
ecco che zefirina è servito su un piatto d’argento. Ma che fare nel caso di choon? Le spiegazioni di Alain si sono
rivelate fondamentali e così un vento che nei suoi intenti (cito in traduzione)
è « umido, carico di pioggia, prossimo quindi al monsone, alle incessanti
piogge asiatiche», è diventato scroscio, con quel suono prolungato d’acqua che
non smette di cadere.
E come comportarsi se ci si
ritrova a faccia a faccia con un gorce?
Il primo istinto è di darsela a
gambe, ma chi (la sottoscritta!) non può? Bisogna capire, e vi assicuro che
ragionandoci da soli non è immediato, che si tratta (di nuovo in traduzione)
«di un cinghiale di vento, perfetta macchina di risalita controvento, elaborato
a partire da "goret", "porc" e porcelet"; anche in
questo caso la dimensione fonetica è fondamentale. Dev’essere rugosa, virile,
un po’ barbara; la contrazione di –rce dà un’idea di potenza, di forza
perforante. Sono queste le sensazioni cui affidarti... senza dimenticare l’allusione
porcina e... porcellina!»
Se porco dev’essere, che porco
sia! E data la grugnente massa mastodontica e per nulla amichevole, ecco
inventato il grorco.
Finché si tratta di giochi di
parole e invenzioni di questo tenore la sfida è divertente e, con la rete di sicurezza
dell’autore, anche chi non si sente particolarmente portato alla fine si
sorprende delle trovate che riesce a partorire.
I dolori, soprattutto per chi come
me è sprovvisto di innata ispirazione poetica, iniziano quando si è sfidati,
insieme al personaggio di turno (ed eccomi tornare al Caracollo succitato) in
un certame poetico a suon di palindromi dialogati[i],
veloci scambi di battute monovocali[ii]
(botta e risposta con frasi di senso compiuto formate da parole contenenti
un’unica vocale), versi in rima a briglia sciolta e un paio di vezzosi capricci
stilistici che vogliono l’uno l’utilizzo di un dittongo per il maggior numero
di volte possibili all’interno di una stessa battuta (rigorosamente di senso
compiuto e con schema ritmico)[iii] e
l’altro la creazione di una scalettera[iv],
ossia di una serie di frasi di senso compiuto di una, due, tre parole e così
via... Per mia fortuna ho potuto contare sul mio Caracollo personale, un amico
che non vuole essere citato e che, infinitamente più poeta di me, mi ha aiutato
«risgomitandomi» senza troppi complimenti in carreggiata quando smarrivo la
via.
Ma perché, se la consegna era
fissata al maggio del 2008, parlo di un anno in compagnia dell’Orda? Perché nel
frattempo, mi si conceda un guizzo pomposo nei titoli di coda, la vita ci ha
messo del suo (insieme al provider di posta...) e mi sono ritrovata ad
affrontare (come avrei fatto senza il sostegno della mia indispensabile roccia,
Davide?) un periodo difficoltoso, di profondi cambiamenti a molti livelli. La
sorte ha voluto che nel caso dell’Orda la traduzione occupasse il primo gradino
nelle priorità editoriali, permettendo di dilatare i tempi e plasmarli secondo
la mia necessità, che in soldoni ha significato il gennaio 2009.
Anche per questo L’orda del vento ha rappresentato e
rappresenta tanto per me: è stato il testo più complesso che mi sia capitato di
tradurre finora e mi ha accompagnato in un periodo particolare, insegnandomi più
di quanto mi sarei mai aspettata. È «solo» un fantasy, ma per me rappresenta
l’opera della maturità e sono orgogliosa che, fra altri, il fardello sia
capitato proprio a me.
Doveroso sottolineare che però i
tempi non si sarebbero dilatati senza la comprensione e la solidarietà umana
trovata in Editrice Nord. Una persona in particolare merita un GRAZIE, anche se
non vuole essere citata.
In conclusione, poi, ogni
promessa è debito. La collega cui mi rivolgo sa benissimo chi è: ti ringrazio
per avermi messo in contatto con la direttrice editoriale. Sì, lo so, lo so!, non
hai fatto nulla di che, mi sono presentata da me, sono andata per la mia strada
e il lavoro (quello come i due seguenti) me lo sono guadagnato. Verissimo, ma
il gesto, la disponibilità restano.
Alla faccia
di chi pensa che tutti i traduttori si dedichino solo al proprio orticello!
* Claudia Lionetti ha deciso già alle elementari che avrebbe fatto la traduttrice e nel
2004 si è laureata presso l’ISIT di Milano (DESS in traduzione letteraria da
inglese e francese). A quell’anno risale il suo primo titolo e da allora traduce
prevalentemente per l’editoria. Sempre convinta che dovere e piacere possano e
debbano coniugarsi, saltuariamente si concede il divertimento di tradurre un
videogioco.
[i]Per chi fosse curioso, un’auto-citazione da pagina
286. I simboli prima dei nomi sono un’altra particolarità del romanzo: ogni
personaggio è identificato da un simbolo, che apre i «suoi» paragrafi o, in
questo caso, le battute di dialogo.
¿´ Caracollo: «Euh... Hué!»
[...]
] Selemo: «Ameno fonema!»
¿´ Caracollo: «È doc!
Coccodè!»
] Selemo: «E se l’apocope è
poco palese?»
¿´ Caracollo: «A ritroso
sortirà!»
[ii] Da pagina 280:
¿´ Caracollo: «O Sov, Golgoth! Oso, tosto! Propongo!
Sono pronto! Go! Doso molto l’oro smorto, solo... Corso l’ondoso bosco, noto
l’ombroso borgo torvo.»
] Selemo: «Lo torvo borgo, lord, non lo trovo.
L’opposto lo posso: porto morto, molto molo... Scorgo lo gorgo... Mondo
profondo.»
¿´ Caracollo: «Molto colto, nostromo! Trovo lo vostro
modo molto focoso, colgo lo stolto orco col moloc... Sorvolo...»
] Selemo: «Colto, non pomposo, lo sono! Col coro sonoro
lo mostro!»
[iii] Da pagina 272:
¿´ Caracollo:
«Correrò l'immane rischio!
Gli idioti della tua risma
mancano del mio carisma
e ne conosco un fottio!
La tua prosa sa di piscio
e a sentirla mi affloscio
Manco c’azzecchi di striscio
non sarà che ce l’hai moscio?
Sono curioso,
da chi ti rifornisci,
di tanto ritmo fioco?
Il pubblico è furioso!
Sei troppo vecchio, non capisci?
Con me non c’è gioco!»
[iv] Da pagina 259:
¿´ Caracollo: «O!»
] Selemo: «E sì!»
¿´ Caracollo: «S’io fui!»
] Selemo: «E sì, sto bene!»
¿´ Caracollo: «E io sto bene
senza!»
] Selemo: «O, tu non vali
niente, eccome!»»
¿´ Caracollo: «E io sto bene
senza parole astruse»
] Selemo: «O, il rio fato!
Siete nemico financo ostinato!»
¿´ Caracollo: «E io sto bene
senza parole astruse infilate, nondimeno!»
] Selemo: «O, il rio fato!
Siete nemico financo ostinato... Spergiuro, azzarderei!»
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