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DIARIO D’AUTORE (13)
Insegnare a Rebibbia: come ascoltare e farsi ascoltare dai carcerati


      
La doppia vita di una traduttrice. Di pomeriggio il lavoro di volgere in lingua italiana romanzi e racconti, immersa nel silenzio e nella solitudine; la mattina, in mezzo alle voci e ai rumori anche dolorosi e sinistri dell’istituto di pena romano, l’impegno per far imparare l’inglese ai detenuti sia italiani che stranieri. Un compito che si scontra con la povertà dei mezzi, le dinamiche particolari e contraddittorie degli allievi adulti, ma anche la soddisfazione di riuscire a stimolare le loro capacità di apprendimento, come possibili prove di libertà futura.
      



      


di Federica Aceto

 

 

Il traduttore letterario raramente si trova in natura allo stato puro. Molto spesso fa altri lavori, sia per ovvi motivi economici sia per ricaricarsi e uscire dalla sua famigerata solitudine. Troviamo spesso traduttori-redattori, traduttori-revisori, traduttori-contadini, traduttori-insegnanti. Quest’ultima specie, alla quale io appartengo, è forse la più comune. La mattina insegno inglese nella scuola media del carcere di Rebibbia e il pomeriggio traduco libri – fondamentalmente romanzi e racconti – dall’inglese. La mattina le voci della scuola, i rumori del carcere, storie diverse, spesso dolorose, insegnare l’inglese, insegnare a imparare. Il pomeriggio il silenzio, io e il libro che traduco, minuti e minuti a riflettere sulla resa migliore di un singolo verbo. Sembrerebbero due modi molto distanti – a volte antitetici – di impiegare praticamente i miei studi linguistici. Le differenze ci sono, ma sono anche molti i punti di incontro e di complementarità di questi lavori. L’insegnamento, soprattutto quello in carcere, richiede capacità di adattamento a situazioni scomode, a volte estreme, capacità di semplificare, rapidità. La traduzione vuole comodità e calma, lentezza e puntiglio. Ciò che questi due lavori hanno in comune è la necessità di saper cogliere le sfumature di voci ed esigenze diverse. Anche se il mio compito a scuola è quello di insegnare l’inglese, io in carcere fondamentalmente incontro persone, ascolto storie, vengo a contatto con vite e realtà diversissime dalla mia. Insegno l’inglese e imparo ad ascoltare. Questo la traduzione ha in comune con l’insegnamento: è anch’essa un esercizio di ascolto, è un incontro ravvicinato con storie diverse, mondi spesso distantissimi dal mio.

L’istruzione è uno dei diritti inalienabili dei detenuti. Conseguire un titolo di studio, apprendere, acquisire abilità non sono cose importanti solo in vista di una futura spendibilità lavorativa. In carcere – microcosmo che riproduce estremizzandoli i valori e le contraddizioni di una società – la scuola svolge principalmente una funzione sociale e rieducativa.

 

Come dicevo, il carcere ha il potere di estremizzare tutto, compresa la scuola, già di per sé spesso misconosciuto luogo di frontiera. Le lungaggini e i disguidi possono assumere proporzioni surreali. La carenza di mezzi e di fondi che oggi affliggono il mondo della scuola con delle inevitabili ricadute sulle attività didattiche, in carcere sono doppiamente penalizzanti. Per motivi facilmente intuibili, niente libri di testo, niente internet. Si va avanti a fotocopie e gesso e lavagna. Se comprare l’inchiostro per la stampante o fare richiesta per una lavagna significa attese di mesi, è facile capire che l’impegno e i progressi di alcuni allievi hanno a volte del miracoloso. Il carcere è un luogo che rallenta alcuni processi e ne accelera altri, secondo logiche imperscrutabili.

Chi insegna a scuola si chiede spesso se quello che fa ha un senso, se qualcosa rimarrà, se qualcosa attecchirà alla fine. I frutti che si raccolgono nell’immediato sono pochi e spesso poco significativi. L’operato di un insegnante agisce sulla distanza, sul lungo termine, matura lentamente. L’insegnante butta dei semi, apre porte, sviluppa potenzialità. E poi non sa cosa sarà di qui a dieci anni, di qui a cinque. In carcere i dubbi dell’insegnante si moltiplicano a livello esponenziale.

Qual è il vero scopo dell’insegnamento di una lingua straniera? Che senso ha studiare in genere? Gli alunni delle medie – parlo dei ragazzini – se lo chiedono spesso e volentieri, perché la loro è un’età in cui è difficile immaginare un futuro in cui si metteranno a frutto le scelte che stanno facendo ora, è quasi fantascienza per loro. È difficile che trovino un senso e un posto per la lingua straniera nella loro vita se non è giustificato dal desiderio di capire meglio testi di canzoni, per esempio, o di comunicare con amici di altri paesi. Lo studio diventa pura astrazione se non è legato anche a necessità immediate e pratiche.

Anche i detenuti si fanno le stesse domande, hanno le stesse perplessità di fronte all’importanza dello studio, perché il carcere, come l’adolescenza, è un presente che ingoia tutto il resto e rende molto difficile immaginare una qualsiasi ipotesi di futuro. Se in una “normale” scuola per adulti si può far leva sulla spendibilità lavorativa delle abilità che si acquisiscono, sull’utilità pratica della lingua inglese, in carcere questa motivazione è molto più debole. Perché molti dei tuoi alunni sanno che non impiegheranno in nessun modo le abilità acquisite a scuola, non useranno l’inglese per lavoro quando usciranno, alcuni non lavoreranno proprio, altri sanno che stare fuori è solo una condizione temporanea, altri sanno che non usciranno più.




Maurizio Buscarino, Opera da tre soldi (2002), con i detenuti attori della Compagnia della Fortezza di Volterra


Quindi l’utilità pratica in un ipotetico futuro lavorativo è solo una fra le tante motivazioni dietro l’istruzione in carcere, e forse nemmeno quella principale. Perché dunque insegnare una lingua straniera in carcere (come si diceva senza libri di testo, a volte senza lavagna e senza fotocopiatrice)? Tanto per cominciare, perché imparare una lingua straniera è un modo di familiarizzare con l’idea del diverso. Il diverso inteso sia come persona altra da me, con una cultura e con abitudini lontane dalle mie, sia come possibilità alternative di vedere ed esprimere una stessa realtà. Parlare un’altra lingua non significa soltanto chiamare un oggetto con un altro nome, significa anche spostare la prospettiva, allargare i propri orizzonti percettivi, pensare in maniera più elastica, imparare a essere più aperti e adattabili.

 

I miei alunni sono detenuti uomini, spesso non più giovanissimi, e quindi persone disabituate a concentrarsi sullo studio, con poca pazienza per le cose teoriche. Spesso rimangono sorpresi, a volte anche infastiditi, dal fatto, per esempio, che la costruzione della frase inglese non sia fatta a immagine e somiglianza di quella italiana. La costruzione transitiva del verbo to like li indispettisce, il passato semplice li disorienta con la sua infingarda semplicità, la pronuncia imprevedibile, soprattutto della vocale “i”, è quasi un insulto. Continuano a ripetersi che l’inglese è utile, al giorno d’oggi, non puoi non conoscerlo, ma c’è sempre qualcuno, soprattutto tra gli alunni italiani, a cui questa lingua sta sulle scatole appunto perché è diversa dall’italiano. Se si percepisce questa iniziale resistenza che hanno molti di coloro che si ritrovano, nella scuola dell’obbligo come in carcere, a dover apprendere una lingua straniera non per scelta, a mio avviso si ha anche la chiave per capire molte delle ragioni che sono dietro l’insofferenza nei confronti di ciò che è diverso in genere e si può approfittare dell’occasione per trasformare l’insegnamento di una lingua straniera anche e soprattutto in una riflessione sul diverso, sull’altro, una preparazione a riconoscerlo, accoglierlo, assimilarlo, farselo amico, senza timore di esserne annullati. Per i detenuti stranieri – sempre più in aumento – il discorso è leggermente diverso. Ognuno di loro ha ovviamente una storia a sé: c’è chi sa scrivere a malapena anche nella propria lingua, c’è chi frequenta le medie perché non conosce bene l’italiano ma nel suo paese magari si è laureato. E quindi l’insegnamento dell’inglese, in condizioni simili, non può prescindere da continue riflessioni anche sull’italiano come lingua veicolare. L’insegnamento di una lingua straniera, a scuola in genere e a maggior ragione in carcere, serve anche e soprattutto a capire l’importanza di sapersi esprimere nella propria lingua. Il detenuto spesso, oltre alla costrizione fisica delle mura carcerarie, ha un altro limite più subdolo: quello linguistico. Chi non sa parlare, chi non sa farsi capire, chi non riesce a capire quello che legge e quello che ascolta non è mai veramente libero. In carcere più che mai ha senso il concetto dell’aderenza espresso dalla pedagogia di Don Milani. Bisogna partire dalla realtà in cui ci si trova, dal carcere, dai limiti e gli intoppi di ogni genere sul percorso esistenziale del detenuto, negoziare di volta in volta un patto formativo con le persone che ti stanno davanti, che sono mondi, universi complicatissimi. È l’insegnante il primo a doversi adattare alle tante realtà diverse con cui viene a contatto se davvero vuole che i suoi allievi imparino l’inglese, l’italiano, la matematica, imparino ad adattarsi, imparino a imparare, a capire, ascoltare, esprimersi al meglio, a immaginare possibilità diverse da quella presente, degli spazi di libertà oltre i limiti che hanno sempre conosciuto.

 

In fondo penso che se non avessi questo scambio quotidiano con i miei alunni sarei una traduttrice peggiore, meno attenta, meno paziente. Insegnare inglese in carcere per me è soprattutto insegnare a superare dei limiti, insegnare a usare le parole in modo più efficace, più aderente alla realtà in cui ci si trova. E insegnando imparo a superare i miei limiti, ad essere più elastica, più fluida e attenta.

Chi traduce, come chi insegna, offre all’altro – ai lettori, agli allievi – la possibilità di un’apertura, delle potenzialità di cambiamento, ma non può sapere, almeno non nell’immediato, se queste occasioni verranno colte e come verranno messe a frutto. Perché cambiare, aprirsi all’altro sono prospettive esaltanti, certo, ma richiedono impegno e fatica, è un cammino costantemente boicottato da resistenze, perché è una scommessa, un investimento a fondo perduto. Leggere e studiare, tradurre e insegnare, raccontare e ascoltare storie, lavorare in carcere, sono attività che operano mutazioni lente, sono atti di fede nel potere trasformativo della parola, nella forza liberatrice insita nella capacità di apprendere, ascoltare e farsi ascoltare, nelle infinite, insospettabili risorse di ogni essere umano, sempre, anche nelle situazioni apparentemente più disperate.




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