È appena uscita per le Edizioni Tracce di
Pescara, La
parola che ricostruisce (poeti italiani per L’Aquila), un’antologia curata da Anna Maria
Giancarli (marzo 2010, pp. 136, € 16,00), in cui 62 poeti hanno manifestato in
versi la loro partecipazione e profonda solidarietà alla popolazione aquilana
drammaticamente colpita dal disastroso terremoto del 6 aprile 2009.
Gli autori presenti sono:
Antonio
Alleva, Stefano Amorese, Raymond Andrè, Manuela Ardingo, Nanni Balestrini,
Andrea Barletta, Franca Battista, Francesco Belluomini, Mariella Bettarini,
Maria Cristina Biggio, Tomaso Binga, Maria Grazia Calandrone, Andrea Cati,
Nadia Cavalera, Daniele Cavicchia, Domenico Cipriano, Elena Clementelli, Vilma
Costantini, Igino Creati, Claudio Damiani, Ignazio Delogu, Nicoletta Di
Gregorio, Michele Fianco, Giancarla Frare, Ubaldo Giacomucci, Anna Maria
Giancarli, Giancarlo Giuliani, Francesco Giusti, Paolo Guzzi, Gëzim Hajdari,
Anila Hanxhari, Claudia Iandolo, Valentina Inserra, Franz Krauspenhaar, Bibiana
La Rovere, Luciano Luisi, Mario Lunetta, Dante Maffia, Loredana Magazzeni,
Gabriella Maleti, Dante Marianacci, Nina Maroccolo, Francesco Marroni, Renato
Minore, Vito Moretti, Cristina Mosca, Francesco Muzzioli, Mario Narducci, Marco
Palladini, Elio Pecora, Plinio Perilli, Mario Quattrucci, Daniela Quieti,
Davide Rondoni, Maria Luisa Spaziani, Luca Succhiarelli, Marco Tebellione, Márcia
Theóphilo, Isabella Tomassi, Marco Tornar, Anna Ventura, Anna Zoli.
Da questa antologia – che è stata
presentata martedì 13 aprile u.s. all’Aquila presso la Multisala Movieplex, di
fronte a un folto e plaudente pubblico di centinaia di cittadini vittime del
terremoto – vogliamo presentare i significativi testi di tre autrici aquilane.
La stessa curatrice Giancarli, da anni la
più conosciuta e apprezzata poetessa del capoluogo abruzzese, e due giovani e
assai valide esponenti della nuova generazione: Manuela Ardingo e Isabella
Tomassi.
***
Anna Maria Giancarli
IMMOTA MANET
a
Giustino Parisse
agli
Aquilani nel dolore
pacha mama terra buona madre terra
che nutri germogli ospiti la vita
se tremi incuti terrore distruggi inaudita
i sogni i bianchi merletti della città
costruita
l’aquila altera di roccia precipita
straziata
quale vento asciugherà di lacrime la
pioggia
quale sole scalderà il dolore compresso
in eterni secondi ladreschi avvinghiati al
cuore
motus terrae contorce chiese palazzi fontane
cancella esistenze scompiglia vissuti
oscura il cielo
azzurro terso che fascia col flusso del
tempo
monumenti piazze e case pulsanti d’energia
silenziosi i vicoli medievali mostrano
ferite
e s’allargano crepe lesioni anche nei
cuori
di chi porta negli occhi bifore archi
cortili
eleganti nel loro pudico splendore
immota manet nel moto la città immota manet
per chi l’ha vissuta e amata pietra per
pietra
immota manet musicale creativa manet
dentro di noi che i suoi voli ri/costruiremo
***
Manuela Ardingo
COME TI CHIAMI
buon autunno e buon anno, sì
ma piove da mesi e il cielo va e viene
schiumoso
sott’acqua chiudo le mani per trattenere
le gocce
ma la pioggia è più sabbia che altro
e scivola giù in mezzo al fango
dopo ogni scroscio mi inginocchio
cerco di separare le gocce dai granelli di
sabbia
ma non ne trovo una e il terreno è
diventato mobile
tanto che non riesci più a distinguere
dove non è più quello che era e dove è
solo quello che sarà
ma dicono che non dobbiamo preoccuparci
che presto tutto sarà come prima
e solo ci vorrà un po’ di tempo, ché il tempo
ci vuole sempre
e non fai prima se aggiungi più sabbia o
più rabbia
dopo ogni scroscio mi inginocchio a
cercare gocce
e, anche se non le trovo, continuo sempre
è un dolore che aiuta toccarsi i lividi
sfiorarsi i bordi delle ferite
controllare se e quanto i tagli stiano
cicatrizzando bene
poi se ti avvicini e togli piano piano un
po’ di sabbia
puoi sentirla ancora brontolare, sotto, la
terra
per mesi ci ha chiesto chi siamo e noi non
abbiamo risposto:
siamo soldati anziani, noi
e a volte alzava la voce e continuava a
chiedere
come ti chiami? come ti chiami? come ti
chiami?
ma noi non avevamo tempo, non per lei
così, alla fine, ha perso la pazienza
perché noi siamo soldati anziani, ma lei è
più anziana di noi
e ha continuato a urlare fino a quando
tuttì, chi prima e chi dopo,
abbiamo dovuto fermarci, alzare le mani e
rispondere
ma era ormai troppo tardi
e oggi c’è il sole e la vita continua
e stasera è sabato sera
e al telegiornale hanno detto che a l’aquila
stanno tutti bene
e io ti garantisco che, se lo ripeti per
cinque o sei volte, riuscirai persino a crederci
facciamo il possibile, noi
in mezzo alle macerie, alla paura, alla
polvere
e nuotando nel fango simuliamo un finto
stile libero
e non andiamo da nessuna parte
stretti dentro costumi cuciti per qualche
altro
facciamo finta che il peggio sia passato
che non stiamo affogando
che prima o poi qualcuno ci salverà
dimenticando che l’acqua non è il nostro
ambiente
che noi non siamo fatti per nuotare
che la sabbia sta vicino al mare
e che a casa nostra il mare non c’è
e così eccoci, adesso
pieni di tempo per rispondere a tutto
pronti all’emergenza, all'ascolto, al
segno, alla premonizione
quello che eravamo ci appare di un candore
abbagliante
a natale a casa nostra c’era la neve e si
accendeva il camino
ma troppi fuochi si sono spenti per sempre
nei paesi qua intorno
per non sentire un freddo impossibile,
quest’anno
poi la sera guardiamo la nostra storia
raccontata male
e io non vedo niente, vedo solo una
pioggia fitta e sfiancante
e i vicoli del centro sono zitti e sporchi
e stanchi
e ogni giorno, ma più alle tre e
trentadue, muoiono tante persone
ma così tante che alle volte si riempiono
i cieli
le montagne, gli occhi, le spiagge
e cuori che sanguinano andando al lavoro
e braccia che si ammalano abbracciando
e il fuoco sotto terra che si solleva e
bolle
e sopra mille bocche mi spiegano le cause
a me che, per dire, parlerei solo di colpe
poi, a volte, si pensa di riparare a tutto
il freddo di questi mesi
coprendo gli amabili resti di stoffa
tricolore
ma non serve, ché il freddo è troppo
e sopra la panca la capra campa
e senza coperta la gente crepa
e se dormire non è stato dolce ad aprile,
a novembre sarà ancora più amaro
e io respiro sott’acqua e so tutto dei
terremoti
ce li spartiamo tra noi, innocenti: tieni
assaggia questo, è stato più forte quello
e ingoiamo tutto, e a tratti rispondiamo
in mezzo al fango, dentro i centri
commerciali
a formare il bianco doloroso delle onde
e quando proprio non ce la fai più puoi
piegarti sulle ginocchia e aspettare
sempre attenta all’onda che arriva, sempre
attenta a non bere
ché l’acqua, hai solo trent’anni, ma è già
tutta sporca
e io continuo a pensare che non serve essere
geologo per capire quello che c’è sotto
e che, anche se siamo soldati anziani, ce
la faremo solo non dimenticando
solo ricordando che se qualcuno ti chiede
come ti chiami
si risponde con il proprio nome seguito da
un sorriso
mi chiamo manuela e sono nata qua
***
Isabella Tomassi
non avere paura dell’alto del micro del
normale
dell’ombra del gioco di tutto soprattutto!
non
avere paura della povertà la fame il
freddo la libertà
di come comportarti con ludo quando lo
vedrai
tra cinque dieci minuri, un’ora e di
dormire
sul divano perché la tua bocca non avrà
più accesso
ai suoi baci. Non avere paura di tornare
dove
non vuoi più vivere, soprattutto non avere
paura di denunciare
pubblicamente
che l’esperimento umano
iniziato con la punizione
finisce con la paura assoluta. Soprattutto
non avere paura che duri la paura,
la paura sboccia piano, spacca le zolle
con pazienza
nel giorno che si festeggiano gli umani
che non hanno paura.
non avere paura soprattutto! non avere
paura
non avere paura non avere paura non avere
paura soprattutto,
soprattutto non avere paura, del sole alla
finestra
sull’orto, del vento, del silenzio della
solitudine non
avere paura delle tesi da terminare, di
non
riuscire a farla prima di morire di paura
non devi avere paura di soffrire soprattutto
non devi avere paura del pane, del pane,
delle capre, della penna
e le sue parole, non avere paura di
sorelle cugine nonne
mamme, soprattutto non avere paura dei
pensieri
freddi, del letto vuoto della televisione
ogni giorno,
non avere paura non avere paura delle siepi
dei pioppi, del dente di leone che cresce,
del picchio verde non
avere paura soprattutto
delle macerie, delle pietre alle quali
vorresti rendere la loro vita,
della città buia e vuota
della burocrazia, delle bugie ben dette,
del cemento della costa e
dei forzati del divertimento
no, non avere paura, soprattutto non avere
paura che tutti intorno
lasceranno che l’ingiustizia si
compia senza il coraggio di fermare i
bulldozer che spazzeranno via
la mia assenza di paura, le
bifore i cortili i ciottoli le fontane, il
gelato in piazza, la storia del
tuo primo bacio e la piazza del
vino rosso con gli amici, soprattutto non
avere paura dei qualunquisti e
dei buonisti che sembrano
non avere il corpo martoriato, è il corpo
il solo che non ha paura
che la trasforma nei cori
nei cortei i girotondi con le mani-corpo
che si salutano, questo
corpo sopravvissuto
parla
ma soprattutto esiste non si elimina con
caschi e i manganelli, non
si elimina con il g8, non si
elimina con l’indifferenza, né con il sarcasmo,
la superficialità né
con il fascismo delle menti
collegare congiungere connettere considerare
comprendere condividere
continuare
con-tutti
con-amore
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