Yohannes
Cairo, un giorno come un altro: lezione di arabo, palestra, incontro con
gli amici, scrittura la sera. Emilie è a scuola di arabo a Mohandeseen; a
dicembre ha terminato il suo tirocinio all’ambasciata svizzera del Cairo.
Questo fine settimana dobbiamo pulire casa come al solito, è una delle
condizioni che pongo a chi affitta la stanza e viene a vivere con me; non sono
un sergente di ferro, durante la settimana ognuno fa il suo piccolo, ma almeno
una volta in sette giorni dare una bella ramazzata all’appartamento non guasta.
Conoscendo la mia inquilina alla quale non piace perdere il suo tempo in
queste faccende domestiche, ho pensato di chiamare Yohannes, un eritreo che
lavora otto ore al giorno, sei giorni alla settimana, da George, un amico
vicino di casa conosciuto per caso all’università americana dove lavora come
professore e con il quale condividiamo la passione per la cucina e con il quale
spesso ci troviamo per cenare insieme.
George paga bene Yohannes, LE 1800 al mese. Per un egiziano è un buono
stipendio, per un rifugiato politico eritreo che vive in Egitto è regalo dal
cielo. Sono solito comparare una lira egiziana con un euro (certo, non per
tutto) e in Italia uno stipendio di € 1800 penso che farebbe gola a molti. George è severo con
lui, ma gli vuole bene, gli paga le spese sanitarie, lo ha aiutato a migliorare
il suo inglese, gli ha insegnato come vanno fatte le pulizie (è maniaco, non
diteglielo, ma è maniaco, una volta ho aperto la tenda per caso e per poco non
mi uccide … c’era il Khamasiin), gli dà dei soldi in più ogni mese, è andato al
commissariato di polizia a testimoniare per Yohannes quando l’hanno preso senza
documenti un giorno che era uscito a fare una commissione per lui… quel giorno
doveva partire in vacanza per la Malesia… l’irritazione degli americani quando
si scombinano i piani che hanno la si può notare dall’espressione del volto.
Emilie è d’accordo, chiamiamo Yohannes così non dobbiamo fare niente
questo fine settimana. Sinceramente neanche io ne avevo voglia e sono contento
che venga lui, pulisce in maniera impeccabile. Quando lo sento al telefono lo
trovo un po’ impacciato, ma è normale penso, non parla bene la l’inglese,
ripenso alla sua condizione di rifugiato, alla sua cicatrice nello stomaco per
una pallottola presa in uno scontro con le truppe etiopi al confine, alla sua
storia di soldato che con la moglie anche lei soldatessa attraversarono
furtivamente il confine per andare in Sudan e poi venire in Egitto lasciando
una bambina e una nonna a prendersi cura di lei. In Egitto Yohannes ha avuto un
altro bambino, era contentissimo quel giorno quando è nato. George gli fece un
bel regalo e una lauta mancia di 500 lire egiziane.
Il Venerdì si presenta alla porta
come da accordi. Anche se è solo la seconda volta che viene da me conosce già
dove trovare tutto il necessario per pulire. Non avendo una persona che mi
pulisce casa tutti i giorni, o anche settimanalmente, non mi sento a mio agio;
chi non è abituato come me gli sembra sempre che deve fare qualcosa per
aiutare, così per un attimo penso di spolverare o di passare l’aspirapolvere,
poi devo forzarmi a non fare nulla dicendomi che in fondo lo pago e così posso
dedicarmi alla scrittura. In questi frangenti vorrei essere come quegli
altolocati che danno per scontato che loro non debbano muovere un dito, avere
la loro stessa no chalance … forse quest’ultima è un lusso per pochi.
Alle tre del pomeriggio ha finito tutta quanta la casa. Ci sarebbero
alcune piccole cose da fare ancora ma non voglio trattenerlo, in fin dei conti
lui oggi ha il giorno libero da George e invece di spenderlo con la sua
famiglia, con il suo bambino, è venuto qua da me per far quadrare il bilancio
famigliare. Sulla porta gli dico che forse anche la settimana prossima mi
farebbe piacere se venisse, tanto per abituarmi a quello spirito di no
chalance, alla fine diventa solo una questione di abitudine più che un lusso
per pochi. Con il suo inglese impacciato mi dice che forse non sarà possibile,
forse Mercoledì andrà in Canada. Per un momento mi prende alla sprovvista. Poi
dice refugee, l’Egitto non è sicuro, lo ricollego all’altro giorno quando la
polizia l’ha portato al commissariato per
approfondire la sua posizione al Cairo. Il suo inglese diventa più
sicuro, mi spiega che forse il Canada ha accettato la sua domanda di rifugiato
politico che era in stand-by da circa un anno. Mi dice che lì avrà possibilità
di migliorare il suo inglese, che lì potrà studiare, dare un futuro a suo
figlio e alla sua famiglia, potrà lavorare non come uomo delle pulizie ma
trovare un lavoro decente… i suoi occhi brillano per un futuro incerto ma pieno
di speranza. Per un attimo lo invidio, catturo il suo sguardo come volessi
assaporare quella speranza e quel futuro che passano davanti al suo viso. Lo abbraccio
e gli dico che sono contento per lui. Sono sincero. Dentro di me lo ringrazio
per quel piccolo regalo di umanità che mi ha regalato, per quel sogno che per
un attimo ho accarezzato anch’io. Penso che forse lui ritornerà nella sua terra
natia solo tra venti o trenta anni, quando la situazione africana ed eritrea si
spera sarà migliorata, fino ad allora non potrà mettere piede nel suo paese,
lui è un disertore, lui verrebbe messo in prigione… forse passeranno più di
trenta anni… ma ora ha la possibilità di avere e credere in un futuro anche
lui.
Gli domando se George è al corrente di tutto. Abbassa lo sguardo
osservando il pavimento, il suo inglese ritorna impacciato. Mi fa capire che
fino a Domenica non saprà con esattezza se partirà Mercoledì o tra un mese. La
seconda opzione gli permetterebbe di salutare George e di ringraziarlo di
persona. Gli dico di non preoccuparsi, che Domenica mi farà sapere quello che
decideranno per lui e io avviserò George. Mi ringrazia e si porta via la sua
ombra e le sue speranze mentre scende le scale. Mi chiama George. Mi domanda
come organizzarsi se Yohannes va via. Come fa a saperlo? Non mi sono reso conto
che prima mentre parlavo con Yohannes glielo avevo chattato su Skype. Maledico
me stesso e la mia distrazione…
Oggi sono andato a innaffiare i fiori e le piante a casa di George. Yohannes
ha pulito tutto fino all’ultimo granello di polvere, ha steso lenzuola sui
letti e sul divano come se la casa dovesse rimanere chiusa per mesi. Ha
lasciato il numero di un amico eritreo sull’agenda aperta in cucina e un
messaggio di tre pagine in cui ringrazia
George per tutto quello che ha fatto per lui nell’ultimo anno e mezzo, per
essergli stato d’aiuto nelle situazioni d’emergenza, per tutto quello che gli
ha insegnato. Vedo ancora le sue pupille che brillano quando mi dice “George
non lo scorderò mai, ha cambiato la mia vita”. Batteva il pugno sullo sterno,
all’altezza del cuore. Quando chiudo a chiave la porta m’immagino una mattina
fredda in Canada dove l’abbraccio di due vecchi amici spazza via la neve e
dipinge un deserto egiziano.