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di Alessandro Ticozzi
Nei
suoi spettacoli teatrali lei da sempre alterna personalissime interpretazioni
del repertorio (dal Tito Andronico
di Shakespeare alla Nemica di Niccodemi) ad opere di cui è autore,
sempre in collaborazione con Ida Omboni (da Il diavolo sino a La leggenda
di San Gregorio), sino a giungere con i suoi spettacoli più recenti (L’asino
d’oro, I viaggi di Gulliver, Caterina de’ Medici) ad una
felicissima sintesi di cabaret e musical che è quasi sempre sfuggita ad ogni incasellamento
critico: ce lo vuole descrivere lei il suo teatro?
In verità io come autore non ho scritto
mai nulla: mi son sempre appoggiato alla penna di scrittori più validi, e la
mia amica Ida Omboni, ormai deceduta da un lustro, mi aiutava nelle riduzioni;
ma io non ho mai scritto niente di mia penna, ho sempre ridotto delle cose che
magari non erano destinate al teatro, e quindi ho fatto un’operazione
completamente contraria a quello che fa il teatro. Il teatro è sintesi, mentre
la letteratura si adagia nella analisi, e quindi è tutta una lotta a coltello:
per fortuna le cose mi vanno meglio quando gli autori sono morti da un bel
pezzo e non possono protestare. Quindi mi son rivolto ad Apuleio con L’asino
d’oro, a Diderot con Jacques il fatalista e tanti altri: il mio è
uno spettacolo misto, perché fin dai miei esordi il pubblico mi conosceva nelle
operette attraverso la neonata televisione, e quindi io ero quello che
canticchiavo e ballettavo, riuscendo però anche a parlare. Pertanto io ho sempre
mantenuto anche negli spettacoli miei più seri e togati una partecipazione di
musica e movimento, a volte maschere e sempre travestimenti di tutti i tipi: è
quella la mia gioia, la mia vita teatrale. Io rifiuto la mia figura borghese:
quando mi chiamano maestro quasi m’arrabbio, perché nei teatri a volte vedono
entrare un maestro di musica e credono che tutti siano maestri. Invece io sono
solo laureato: non potrei neanche insegnare nelle scuole perché non ho fatto
l’esame di stato (ho fatto solo una supplenza un anno), e quindi solo dalle
monache potrei andare a insegnare, ma non credo che mi accetterebbero con
grande entusiasmo. Oggi sono in scena con una riduzione dei Sillabari di
Goffredo Parise, e son proprio qui nelle sue zone: lui era vicentino ed era poi
approdato nella Capitale, avendo già scritto i suoi primi libri – quelli che mi
hanno incantato e che non ebbero successo, ma che furono poi elogiati da
Montale – e questi raccontini comparvero staccati sul Corriere della Sera
e furono poi dall’autore stesso raccolti negli anni Settanta, ma si riferiscono
quasi tutti alla metà del secolo passato, quando la Seconda Guerra Mondiale
rappresentò un cambiamento repentino dell’etica, della moda, del costume e di
tutto il resto. Goffredo, invece di far come tanti intellettuali che
continuavano a rimuginare lo stile aulico di D’Annunzio, scoprì la divina
semplicità: una semplicità però controllata, che non scade mai nella sciatteria
e dipinge con parole semplici, ma allo stesso tempo con la penna dello scrittore.
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Paolo Poli in Caterina de' Medici (1999)
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Della sua lunga e fortunata carriera
teatrale ci sono altri spettacoli che ama ricordare?
Mi fa piacere ricordare anche Caterina
de’ Medici, personaggio storico che mi era piaciuto e che abbiamo desunto
insieme alla mia amica Omboni da Dumas padre, soprattutto dal romanzo Le due
Diane: è stato uno spettacolo fortunato. Mi ricordo che venne a trovarmi
Laura Betti, che aveva interpretato in qualche film il personaggio stesso della
regina nera, perché è stata vedova lungamente e tutti i suoi figli hanno
regnato ma son tutti morti in giovine età: poi è venuto le bon roi Henri,
Enrico IV, che ha deciso come lei di optare per il cattolicesimo e disse
‘Parigi val bene una messa’, ma Caterina in una notte sola – quella di San
Bartolomeo – sgominò tutti gli Ugonotti che si erano ritrovati a Parigi,
ammazzandone un quantitativo da fare invidia a Hitler.
Quali sono gli autori cui è più
affezionato tra quelli da lei riletti?
I poemi cavallereschi: Ariosto e Tasso.
D’estate, quando sono libero che non ho più bisogno di figurare per gli altri e
di fare gli esami per prendere un voto, allora io rileggo i classici, oppure mi
rimetto su Proust, perché non si finisce mai di leggerlo, e perché non Guerra
e pace di Tolstoj? Quando mi chiedono ‘Lei pensa che negli scritti di
Parise ci sia una forma di autobiografia?’ rispondo di sì, che c’era anche in Madame
Bovary; infatti Flaubert disse ‘Madame Bovary sono io’, e così come
fai a dire che anche in Anna Karenina non c’è autobiografia? Senz’altro,
ma non quella sciatta raccontata dalla televisione dove i coniugi vanno a
litigarsi le mamme con i figli e che pare attualità populistica, ma a me fanno
solo vomitare.
Lei
è stato uno dei primi personaggi dichiaratamente omosessuali ad apparire in
televisione e sulle scene, quando imperava l’intransigente censura
democristiana: ricorda qualche episodio di boicottaggio nei Suoi confronti
all’epoca?
Mai, perché non se ne parlava: Mussolini
stesso quando gli proposero il codice delle pene disse ‘Ma no, questa è roba
degli inglesi, gli italiani son tranquilli’, non prendendolo neanche in
considerazione. Io non ne ho fatto mai mistero, però allo stesso tempo non ho
mai allestito degli spettacoli inneggianti all’omosessualità.
Lei
ha infatti subito avuto un grande successo di pubblico e critica, che non l’ha
mai abbandonata in cinquant’anni d’attività: si sente un precursore o un
modello per certi personaggi che nel mondo dello spettacolo non hanno mai
nascosto la loro diversità sessuale, ma l’hanno anzi volta a essenza stessa
della loro immagine artistica?
Mah, non saprei: io non sono lo storico
di me stesso, non so se sono il precursore o il succedaneo. Io, essendo un
giovinetto effeminato, ho pensato di usare la mia effeminatezza per
interpretare dei personaggi femminili con dentro un cervello virile.
Vede un suo successore?
Non è che siamo nella monarchia,
comunque Arturo Brachetti è perfino più bravo di me, sicché lo vedo con grande
piacere quando miete successo anche all’estero. Lui fa un tipo di apparizioni
che non hanno bisogno di spiegazioni: è bravissimo a fare quei trasformismi
folgoranti, mentre io m’appoggio di più alla letteratura, sono più vecchio
stile, per me il teatro era soprattutto di parola.
Lei
cosa ne pensa dei movimenti per i diritti degli omosessuali, che hanno avuto
grande rilievo mediatico in particolare da una decina di anni a questa parte? E
di episodi d’intolleranza che spesso si verificano?
Sì, fanno bene quelli che hanno bisogno.
Io sono di epoca individualistica: Pasolini non aveva bisogno della carta bollata,
e neanch’io, ma se loro si vogliono sposare lo facciano, e se avranno i diritti
a lasciare l’appartamento al coniuge e poi magari in un futuro ci saranno delle
coppie di lesbiche e di pederasti che adotteranno i bambini e faranno delle
famiglie quasi tradizionali mi va benissimo. Per quanto riguarda gli episodi
d’intolleranza, l’idiozia non manca mai: e la politica stessa che dice ‘Quelli
di un’altra regione non li vogliamo nella nostra regione’, ‘Quelli di un'altra
nazione devono stare nella loro nazione’… anche il nazionalismo è una forma di
intolleranza orrenda.
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Paolo Poli in Sillabari (2008)
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Lei
dopo aver conquistato una certa fama televisiva, il piccolo schermo l’ha
praticato pochissimo in verità il grande quasi mai: ha qualche riluttanza nei
confronti della televisione e del cinema, i due grandi media per eccellenza?
Ennio Flaiano sperava che la televisione
sviluppasse un suo linguaggio, invece è rimasta “un brutto cinema alquanto
migliorato dalla bella pubblicità”, come diceva lui. Io sono dell’epoca in cui
il cinema lo facevano Luchino Visconti, Fellini, Rossellini, Vittorio De Sica:
c’erano dei film straordinari, e quindi noi giovani eravamo molto modesti per
far gli attori in confronto al cinema. In Torna a casa Lassie era bravo
il cane come Liz Taylor: il cinema si fa con tutto, anche senza gli attori.
Però
il cinema ha consegnato l’immagine di tanti personaggi più o meno illustri
all’immortalità, mentre il teatro…
Il teatro è come l’amore: si fa in quel
momento e l’applauso è la paga dell’artista, a parte i soldi più o meno. Benché
oggi sembra che si faccia il teatro quando non c’è la televisione: appena
adesso una vocina nel teatro annunciava agli spettatori che il prossimo
spettacolo non ci sarà perché l’attore ha già preso impegni televisivi e
cinematografici. Io invece lasciavo tutto per il teatro, che è il mio vero
lavoro: è quello che mi piace, non l’ho fatto per ripiego.
L’anno
scorso Lei ha compiuto ottant’anni (“Sono tanti? Sono pochi? Pare che sia l’età
più bella”, diceva Vittorio Gassman alla fine del film di Ettore Scola La famiglia), e con l’occasione è uscito il
volume autobiografico, sotto forma di lunga intervista, Siamo tutte delle
gran bugiarde: che bilancio trae della sua vita personale e professionale?
Quella era un intervista rilasciata ad
un garbato professorino periferico, ma io penso che della vita di un uomo
rimane ben poco: la data di nascita e quella di morte sopra una tomba, basta!
Poi tutte le età sono belle, così come i fiori son belli quando sbocciano e
anche quando si afflosciano: in natura tutto ha la sua ragion d’essere.
Dopo
questi Sillabari da
Parise, che sta portando in tournée da ormai due stagioni, ha qualche
nuovo progetto per il futuro?
Eh certo, perché ho una brutta pensione
e devo lavorare, e quindi andrò avanti: chissà cosa si farà, chi vivrà vedrà!
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