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di Antonino Pirillo
Chi
sono le persone che stanno in scena? Si possono chiamare ancora attori? O
performer o attanti? O Figure?
Immagini. Immagini, direi. Immagini in mezzo
ad altre immagini. Pulsazioni, masse di energia, corpi in mezzo ad altri corpi.
Forme a bassa definizione, pressioni che si ergono in un avanzamento drammatico
verso lo spettatore. Il ruolo dell’attore è in un certo senso più complicato,
non è più colui che deve farsi carico del personaggio, ma dei personaggi e
delle forze. Piuttosto, una figura completamente allargata, con i confini che
escono da ogni forma di determinazione, necessità, intenzionalità. Gli attori
non sono là per oggettivare una figura, per giustificarla, ma risultano
piuttosto come dei richiami.
Quindi dell’attore tradizionale non è rimasto
nulla?
È rimasta sicuramente l’assioma, l’aspetto,
la superficie. Ma questa superficie è diventata enormemente più complicata, dal
mio punto di vista: la superficie che parla come un tutto-comunicabile, un
puro-comunicabile potenziale; da un corpo così com’è, di quello che è già. In
questo caso, queste persone, questi attori, salgono sul palcoscenico con il
loro “soma-sema”: il loro aspetto, quanto pesano, le loro esperienze di vita,
che età hanno, il giro-vita, se hanno una cicatrice oppure no, la loro capacità
tecnica, il loro grado di stupore, il numero di scarpe, se sono felici o
depressi.
Cosa intende per capacità tecnica?
Sapere, per esempio, parlare ebraico o sapere
danzare o cantare o stare immobili, stare in equilibrio su un piede, dislocare
le articolazioni, fare piangere e piangere, essere buffi; non tutti sono capaci
o se sono capaci ci sono delle differenze e queste differenze fanno la
differenza rispetto alla drammaturgia che, in quel momento, risuona. In alcuni
casi gli attori sono chiamati per come sono, invocando la potenza della
letteralità della forma che riposa in se stessa. Per fare un esempio pratico,
quando ho messo in scena l’Orestea,
Clitennestra, che etimologicamente significa “la grande signora”, era
interpretata da una donna di duecento chili; ecco, questo rapporto brutale,
onesto e oggettivo intendo per scelta letterale.
Quindi già dei corpi che “significano”?
Necessariamente. Ma cosa significano non sta
a me deciderlo. Io avanzo dei sospetti e delle ipotesi. Significano molto,
troppo, eccedono il significato, annullandolo.
Il primo dato per lei è quello?
Non per me, ma per lo spettatore: è la
corteccia del cervello che, in prima istanza, legge e riconosce, empatizza la
forma, il bagliore di qualcuno che ci sta davanti; tutto ciò appartiene alla
nostra struttura sociale, alla parte che struttura la nostra percezione
dell’ambiente al minimo grado; come succede anche agli animali che sono
immediatamente in grado di capire se hanno davanti un predatore o una preda in
base al riconoscimento di corna, artigli, macchie sulla pelliccia, etc.. etc…
Però non sono dei “tipi”, così mi è sembrato
di leggere in qualche sua intervista.
No per carità! Quelli sono i “personaggi”. La
tipizzazione scade nella bidimensionalità di un carattere privo di avanzamento
drammatico, fissa una cosa piuttosto che allargarla. Il tipo, inteso come
personaggio, veicola al sentimento. Il sentimento, in una sala di teatro, io
non lo posso sopportare. È sempre condiscendente e stereotipato. Chi
rappresenta i sentimenti sulla scena tradisce il peggiore dei difetti;
l’ingenuità. Altra cosa sono le sensazioni e le emozioni. Il teatro che mi
interessa è un’epifania intima dello spettatore. Sapere come un’immagine, un
corpo, un suono, vengano letti, questo, potrei dire, non è un mio problema.
Nei suoi spettacoli c’è sempre una scissione
tra intenzione e azione. Nell’Orestea, Pilade e Oreste, sono lo sdoppiamento tra le intenzioni (Pilade) e l’azione, sebbene coatta (Oreste). Si può parlare di scissione dei vari
codici? E ciò presuppone una perdita dell’io?
Direi che a questo punto si deve fare un
piccolo discorso sul concetto del tragico, della visione della Tragedia Attica;
dove l’io esplode in continuazione; con il movimento dell’esplosione occupa
tutti gli angoli dello spazio. È un io pervasivo, antibiografico e universale.
L’attore, insieme agli altri elementi della scena, produce l’onda emotiva dello
spettacolo, frammentando il sé affinché queste schegge possano raggiungere e
penetrare il corpo dello spettatore in profondità.
Possiamo parlare di una crisi dell’io e di un
sostanziale scisma del sé. Per la verità, quando l’eroe tragico monta sul
palcoscenico non sa chi è, non sa perché è lì, non sa che tempo è, se è fuori o
dentro dal tempo. Rosenzweig parla dell’arte tragica come dell’arte della
solitudine, della parola che “produce” silenzio e uno spazio vuoto e che questa
mancanza sostanziale è ciò che forma la città. Anche Amleto non sa chi è,
Oreste non sa chi è, sono esseri perduti, scissi, separati dall’io. C’è la
dimensione sostanziale della perdita. È una perdita ma, al tempo stesso, suona
come una affermazione. Oreste è come se venisse condotto a un gesto che neppure
sapeva esistesse: uccidere la madre. Gli viene suggerito, viene condotto a
un’azione fuori da lui.
Anche perché viene “soccorso” dal braccio
meccanico…
Esatto. Indossa un’azione, come si indossa un
costume. Questa, è evidente, è la scena di una crisi. Il teatro tragico, che è
la radice dell’arte occidentale, mostra in continuazione questo scisma, che
divide l’eroe da ciò che fa e da ciò che è, e lo pone continuamente sul baratro
del vuoto, della perdita; ma questo è il paradosso tipico della tragedia, fa
tutto il contrario perché ciò avvenga. Più si muove e più parla, più si inoltra
in questa aporia dell’essere, che è la Bellezza Tragica per il greco.
Quindi questa perdita dell’io è tipica del
Teatro o è più legata ai giorni nostri?
É legata anche ai giorni nostri, direi. La
tragedia ha inventato tutto. Non c’è niente di più forte della tragedia, è
tutto lì. Anche il futuro.
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Socìetas Raffaello Sanzio: Amleto. La veemente esteriorità della morte di un mollusco (1992)
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Grazie a Paolo Tonti/Amleto, che si presta
con una generosità estrema, è possibile studiare con accuratezza le varie sfere
del lavoro dell’attore/Tonti, ma anche dell’attore in generale, ovvero è come
vedere scisse le varie fasi: dall’intenzione al movimento, dal silenzio
soffocato alla voce, dalla sillabizzazione alla parola, dall’inazione ai raptus
gestuali che restano comunque azioni “abortite”. Si trova d’accordo sul fatto
che risulta un lavoro che nasce dal corpo e nel corpo si
“abortisce”?
Si nasce dal corpo anche se il corpo di
Amleto è in divenire un fantasma. Il fantasma del padre gli appare in corpore, la cosa curiosa è che si
chiama come lui: Amleto. Dal quel momento in poi è un contagio contratto dallo
spettro. A sua volta Amleto comincia a comportarsi da fantasma, comincia ad
assumere diverse personalità. Abbiamo parlato del sé, che sembra all’opera più
per la distruzione che per la ricerca di una coerenza. La cosa strana, ancora
una volta il paradosso della tragedia, è che tutta questa distruzione è in
realtà un’affermazione. Oreste e Amleto nella distruzione sono persone che
affermano nell’iperbole di un doppio “no”; sono figure a venire. C’è
un’affermazione, che non afferma niente di visibile, non c’è niente da vedere
in realtà, lavorano per produrre del vuoto. Sono produttori di vuoto. Ma questo
vuoto è un nuovissimo ambito di pensiero, di collocazione di un nuovo sé.
Probabilmente queste persone vogliono rinascere. L’Amleto sarebbe stato un lavoro impossibile da fare con un’altra
persona che non fosse stata Paolo Tonti; con lui ho fatto un lavoro profondo
sulla forma e sull’amnesia, durato alcuni mesi. Abbiamo provato delle cose che
nascevano da un’interpretazione scabrosamente letterale: per esempio, quando
Fortebraccio saluta il cadavere di Amleto, fa sparare dei colpi in aria a
salve, come saluto estremo alla nobiltà di spirito del principe; questi colpi a
salve sono dispersi per tutto lo spettacolo. I colpi di pistola sono colpi di
pistola dall’inizio alla fine, è un saluto continuo allo spirito di Amleto.
Alcune scelte drammaturgiche fondamentali sono state prese proprio a partire
dai caratteri corporei di Paolo Tonti e dalla concezione del tempo che era già
contenuta nel suo modo di essere. Ciascun attore vive il tempo in un certo modo
e lo comunica sostanzialmente attraverso i movimenti e le pause tra i gesti. È
una cosa scontata, ma bisogna riuscire a vederla. E per me è stato
straordinario scoprire come Paolo Tonti avesse questa capacità peculiare di far
colare il tempo attraverso le membra, i passi, la bocca aperta, il suo sentire
il palcoscenico, lavorando sull’estensione fino al punto di rottura: poteva
tenere una scena sino a un punto esasperato di rottura e soltanto lui lo poteva
fare e lo rendeva possibile. Attraverso di lui la mia biografia, in quanto
spettatore, veniva assorbita.
Lei ha dichiarato che l’attore ha come “meta,
irraggiungibile, la stupidità animale”. Perché non ci riuscirebbe?
Perché se ci riuscisse cesserebbe di colpo di
essere un attore. L’animalità è sempre presente, l’animale è quello che è, non
può che essere quello che è sempre stato. È un dono chiuso nella perfezione
della forma (un cavallo, un cane, un caprone) ma aperto sul cancello che apre
un passaggio sull’Olimpo degli dei. Il corpo muto dell’animale rappresenta il
sacrificio, nel contesto della tragedia greca. Ma è un sacrificio che la
tragedia ha sostituito in tronco con il dramma mutacico dell’eroe. Gli dei sono
tutti morti. Questa è la novità e, direi, la buona notizia. L’animale è
l’ombra, il sogno e la minaccia per l’attore. Gli dei sono morti, gli animali
da sacrificare sono scomparsi. Rimane la presenza dell’attore-eroe, davanti al
nulla.
Una presenza oggettiva?
Sì, una presenza oggettiva; riposa in se
stesso. L’attore è un animale, ma allo stesso tempo è anche una macchina. È
quello che è, con il suo corpo fisico, ma è anche chiamato a una funzione come
una macchina. In qualche modo fuoriesce sia dal basso che dall’alto dalla
rappresentazione dell’uomo. Questa tensione mi interessa perché è presa tra la
polarità di forme disumanizzate: si esce dall’umano dal basso, verso il corpo
esteso dell’animale, e dall’alto, verso la macchina in quanto pura funzione.
Soltanto facendo un passo fuori dall’umano si può richiamarlo, o addirittura
vederlo. Vederlo negli occhi, intendo. L’animale non pensa ma è, la macchina
non pensa ma fa.
Come sempre il regista ha un piano, un’idea
che realizza grazie anche alle figure che richiamano le cose. Ma queste ultime
che livello di autonomia hanno?
Di autonomia l’attore ne ha poca (ma che senso
ha la libertà a teatro?...) o meglio, deve continuamente combattere per
ricavarsi un suo nuovo ambito di azione; ma lo deve fare entro certi confini,
entro certe leggi. L’attore deve essere cattivo. La cattiveria di chi taglia,
taglia per penetrare, per entrare.
L’attore, in questo senso, è l’invasore. L’attore ha dei limiti, ma questa è la
sua possibilità; come, se vogliamo, il pittore di icone che trovava la libertà
esattamente nel rigore del canone che doveva rispettare.
Quindi una struttura rigida che dà il testo,
o nel suo caso la regia. Non è cambiato nulla rispetto alla tradizione, solo è
che nei suoi spettacoli anziché di azioni si parla di movimenti. L’azione è
completa se c’è un’intenzione e un espletamento di quell’intenzione.
Sì, è proprio così. In questo caso l’azione
potrebbe togliere informazioni piuttosto che darle. Potrebbe esserci anche
questo tipo di strategia. Comporre uno spettacolo non significa risolvere una
cosa. Molto spesso, come si sa, succede il contrario.
Questo va bene, se si intende il progetto
complessivo dello spettacolo ma a livello dell’individuo? Amleto manteneva una certa organicità. Oreste invece sta lì, cammina, indossa “il
braccio”, volendo scarnificare il discorso…
Sì, direi ridotto all’osso. Sembra quasi che
Oreste sia chiamato solo per quello, per indossare finalmente questo braccio
(che era una sorta di manica meccanica azionata da pistoni ad aria compressa )
che, tra le altre cose, avrebbe potuto funzionare anche senza di lui. Ma nel
caso di Oreste era il gesto (direi la storia universale di quel gesto: una pugnalata
) a occupare e a abitare il suo corpo.
Quindi Oreste diventa il mezzo?
In un certo senso sì. Qui si ritorna alla
stupidità della pure funzione della macchina. È come se non ci fosse coscienza
in quel gesto, né scelta. È una macchina e allo stesso tempo l’artiglio di un
predatore.
Se con l’Amleto si giunge al “superamento dell’attore” con Genesi al superamento sia dell’attore che
dell’umano a teatro. Che ne pensa?
Sì, per me si tratta esattamente di questo.
Si tratta di tecnologie diverse, da una parte la tecnologia del sé, dall’altra
quella del “noi”. Una genesi che ci riguarda tutti perché la Genesi è il libro per antonomasia. Nella
Genesi l’uomo viene creato dal nulla.
La Genesi è composta da parole che
hanno avuto il potere fattuale di formare le cose. Nello spettacolo la parola
che crea viene associata a un’altra parola che ne significa il suo più estremo
rovescio: “Auschwitz”. Sin dalla creazione del mondo la parola Auschwitz era
già lì, nel fango, accanto all’uomo,
dentro di lui.
Il fatto del superamento dell’umano è che
comunque si arriva all’osso delle azioni per cui non c’è bisogno di nessuna
motivazione interna per fare i movimenti.
Motivazione psicologica, intendi? In questo
caso no. Gli attori di Genesi, sono
molto più vicini a un concetto di forme universali riconoscibili e che
appartengono a ciascuno di noi. Se, ancora una volta, Amleto poteva significare un viaggio individuale di un certo eroe,
in Genesi, invece, questo fatto è
disperso in tutta l’umanità. Ci sono delle icone riconoscibili: Adamo è un
corpo confuso, che si deve ancora inventare, che non si sa ancora che forma
avrà e che è interpretato da un contorsionista di professione; Eva, la madre
asimmetrica, è interpretata da una anziana attrice mastectomizzata; la
rappresentazione umana di Dio è affidata a un uomo di colore gigantesco e che
dà sempre le spalle al pubblico; Caino, Abele, gli angeli, ciascuno con la
propria forma; i bambini nel campo di concentramento. Sono figure che, al di là
delle scelte di regia, appartengono a tutti noi ancora prima di ogni possibile
teatro. Non sono favole. Non sono racconti. Sono immagini impresse nella
coscienza di ciascun spettatore.
Secondo Valentina Valentini nel teatro
attuale non c’è monologo né dialoghi ma a solo. Il monologo presuppone una sorta di relazione con il gruppo o con i
partner della scena, che nei suoi lavori non c’è quasi mai. Cosa distingue l’a
solo, secondo lei.
Il monologo ha ancora una struttura
fortemente letteraria, molto legata alla struttura narrativa e illustrativa.
Nel monologo inevitabilmente si allude alla presenza dell’autore, dello
scrittore. È lui che parla in realtà. Noi dobbiamo solo ascoltare e ricevere.
Due posizioni. A e B. Un “solo”, un
assolo, invece, può esprimere una solitudine gigantesca. Penso agli assoli
sfrenati di Carmelo Bene, per fare un esempio a tutti noto. Carmelo Bene
eccedeva il concetto di monologo per via omeopatica. Era l’attore a occupare il
posto dell’autore. Ragione per cui Bene poteva recitare Manzoni, Dante o
Shakespeare, ma il centro rimaneva sempre e comunque lui, l’attore. Ora, in
questa epoca, il ruolo fondamentale ce l’ha lo spettatore. L’attore può essere
solo, nel suo assolo, davanti a un singolo gesto, per esempio. Si può tacere e
guardare lo spettatore e spezzare lo specchio del teatro e non capire più chi
guarda e chi è guardato. Un assolo più difficilmente può scadere in una lezione
morale proprio perché condivide – o nasce da – la stessa solitudine dello
spettatore.
Lei fa di tutto per distruggere le parole,
deformandole, invece assumono una forza inusitata che si sostanzia proprio
della loro stessa de-costruzione e de-sillabizzazione. È il caso dell’a
solo di Lucifero in Genesi.
Beh, sì. Ma non voglio distruggere niente.
Non è un modo automatico, ma avendo io un grande rispetto per le parole e anche
una grande paura, cerco di trattarle come le bombe, con tutta la prudenza e la
circospezione di un artificiere. Ciò che rimane, che viene pronunciato è l’osso
duro, il nucleo di quello che non si può non dire in un’economia della
sopravvivenza. Soltanto in questo modo le parole possono avere potenza
radiante, senza appartenere alla confezione del discorso di un autore.
Non sono legate al testo?
Non necessariamente perché le parole prima di
tutto rappresentano la voce annunciando
il corpo.
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Socìetas Raffaello Sanzio: Orestea (una commedia organica?)(1995)
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Mi ricordo che, in Orestea, il ragazzo affetto da sindrome di down che
“interpreta” Agamennone esordisce con un
“Romeo non si sente”…
Quella era una parte non voluta. Era una
parte che egli stesso si era scritto. Era un momento di assoluta
monarchia-anarchia. Era perfetto!
Come nel caso di Lucifero… abbiamo parlato nell’Amleto di tempo dilatato e questo vale anche per
le parole?
Le parole sono le sopravvissute di un
incendio. Devono arrivare da una regione al calor bianco, più profonda. Hanno
conseguenze. Non sono bocconi zuccherosi. Non comunicano. Sono.
E se in Orestea le voci erano accolte come qualcosa di esterno alle varie figure, in Genesi invece sembra avvenga l’effetto contrario,
cioè le voci sembrano abbandonare i corpi. Come ha lavorato con gli “attori”?
Nell’Orestea
ho utilizzato alcune macchine per sintetizzare le voci. Le voci vengono
deformate proprio perché sono gli spiriti che parlano: la voce di Atena è la
sommatoria della voce di bambino, di una donna e di un vecchio. La voce del
Coniglio Corifeo è quella di un eunuco e quella di Clitennestra resa mascolina
con la correzione drastica del pitch. Il processo che seguo è il seguente: la
voce si stacca dal corpo per divenire corpo, massa.
Il suo teatro se fosse un corpo umano sarebbe
senza pelle, un teatro rivoltato, messo a fuoco dal suo “di dentro”.
È un’immagine icastica se non rimane solo
un’immagine figurata. La sola volta che mi è capitato di rappresentarla
letteralmente lo è stata nel Giulio
Cesare. Un attore, attraverso una sonda endoscopica perlustrava in tempo
reale l’apparato fonatorio in piena funzione. Quella era la prima immagine che
si mostrava dello spettacolo: un attore visto da dentro, le sue mucose,
l’origine della voce nelle corde vocali che vibravano sotto gli occhi di tutti.
Un attore rovesciato come un calzino. Vivente e operante.
E come se lei volesse far vedere non tanto il
teatro ma quello che c’è dentro, ovvero la sua struttura. Procedimento non
nuovissimo ma interessante, perché ciò che lei vi aggiunge è il disvelamento
della meccanica.
Struttura. La struttura è la parola
fondamentale, la parola chiave. E come può essere nuovissima visto che è antica
come il linguaggio dell’uomo?
Quindi il suo teatro può essere definito
strutturale o strutturalista?
Strutturalista. Sì. Non ho paura di questa
parola ora. Lo strutturalismo secondo me è stato grande. Era uno studio
coraggioso, onesto, artistico, perché ha mostrato le menzogne necessarie del
linguaggio e delle comunità umane rendendole trasparenti e rivelandole in
un’ulteriore struttura. Lo strutturalista può leggere tutti i fenomeni
attraverso un prisma di cristallo in grado di moltiplicare le facce delle cose
da intendere. Moltiplica all’infinito la superficie.
È anche teatro concettuale?
Sì, concettuale, ma non c’è bisogno di
riconoscerlo.
Infatti non servono etichette però lei
sceglie una particolare caratteristica di un personaggio, per esempio Amleto, e poi attraverso quel concetto lo
materializza a livello corporeo, attraverso le figure, sulla scena.
È un lavoro classico, sul concetto di
rappresentazione classica.
I rumori/suoni hanno una loro autonomia
segnica tale da diventare a pieno titolo elementi vivi della scena. E se tutti
gli altri elementi hanno una loro vita indotta, a cominciare dalle figure
stesse, i suoni invece si presentano come sintesi perfetta di idea e materia,
perché non hanno fisicità visibile?
Non hanno fisicità visibile, ma i suoni
modificano il voltaggio dell’aria, promuovono una certa azione, la veicolano,
la accordano, la preparano o eventualmente la distruggono, come se il suono
producesse l’azione. Sono i movimenti che producono il suono: è il caso in Orestea del braccio meccanico che
produce onde sonore dovute al movimento o della mano meccanica che in Genesi scrivendo e incidendo il palco,
produce rumori. E ho potuto “mettere in scena” questi rumori grazie
all’incontro con un grande artista: Scott Gibbons. Lui parte da una tecnica
della musica che non nasce dai sintetizzatori, ma dai microfoni; capta i
fenomeni del mondo. Esterni e ambientali o da quelli dell’interno, come il
defluire del sangue, il rumore delle ossa, o i rumori di un’autopsia. O le
rocce, il fuoco, la carta, il metallo… Parte dalla sorgente del suono. La
radice di ogni suono è aderente alla materia. Sono onde sonore che trovano dei
punti comuni con la luce. Si può illuminare una cosa o un gesto con un suono.
Ma anche metterlo in ombra.
Poi c’è anche il fatto che il suono è sempre
identico a se stesso per cui più vicino all’universale…
Il suono è la via più breve per raggiungere
una sensazione. Il suono è una cosa oggettiva, persino apodittica nella sua
mancanza di argomenti. C’è. Si manifesta. Colpisce o sfiora. Entra e svuota
prima di ogni barriera critica, prima di ogni difesa. Il suono è cattivo.
Il suono può essere vero ma soprattutto
reale…
Sì, reale. È la parola più giusta.
I rumori assordanti devastano lo spettatore,
“infatti qualcuno si allontana dopo mezz’ora”, così racconta Manzella a
proposito dell’Amleto.
Sì, succedeva.
Ma il rumore è un fastidio che lei produce
volutamente, contro le figure e contro lo spettatore?
L’uso che faccio del rumore nei miei spettacoli
non ha alcuna intenzione. Punto e basta. In
rapporto al suono si può cogliere tutta l’urgenza di un dramma in atto
senza neppure riuscire a vederlo, o a comprenderlo del tutto. È questo che
probabilmente può spaventare.
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Socìetas Raffaello Sanzio: Genesi. From the museum of sleep (1999)
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Se si riferisce ad Amleto, come diceva prima, i suoni sono
direttamente suggeriti dal testo di Shakespeare ma in Genesi i rumori di aspirapolvere e di
elettrodomestici vari come li giustifica?
In quel caso sono le macchine reali che
producono i rumori per quello che sono. Sono pezzi di poesia, sono pezzi di
fantasmi microfonati. Cosa ci vogliono dire? Probabilmente alludono alla
creazione come al tremendo sforzo muscolare di Dio nella sua operazione
macchinica. I rumori delle macchine registrano in continuazione la spesa di
energia, descrivendo la tautologia dell’operazione disumana che stanno
compiendo.
Le macchine, i suoni... tutti hanno pari
vita, quindi l’umano ha una minima parte?
È solo una parte. Le macchine producono
rumore e nel loro furore (le macchine sono, tout-court, tutte fredde e furiose,
senza intervalli) si rapportano metaforicamente alla presenza-assenza
dell’uomo.
Questo è chiaro. Però è un disagio in più che
si dà alle figure: già che il contorsionista Adamo, in Genesi, o Cassandra, in Orestea, debbano stare schiacciati in una teca.
Secondo me sono forme di disagio che
corrispondono a una forma di vera bellezza apodittica.
Lei parteggia per uno spettatore affetto da “apnea critica”
(V. Valentini), come per l’attore? Uno spettatore deve essere “punto” solo
“emozionalmente”?
Deve assentarsi, nel raccoglimento. È una
forma di rapimento della contemplazione. E cosa si contempla? Io credo che la
rivelazione sia proprio quella dello spettatore che si vede vedere. Strano, no?
Vedersi le spalle e vedersi davanti a quello spettacolo. Crearlo. Vedersi
crearlo. L’arte di quest’epoca è la creazione dello spettatore. Lo spettatore è
dio che crea in una nuova luce figurativa.
Se non è più possibile il transfert
psicologico tra spettatore e attore, che tipo di fruizione immagina? Gli
spettatori sono conigli impagliati?
Quella era un’immagine poetica degli
spettatori nello spettacolo Br.#03. Ce n’erano 650, grandi come persone e
occupavano l’intera platea dei teatri in cui dava quello spettacolo. No. Io credo nella potenza creatrice dello
spettatore. Direi che è la figura più nuova e straordinaria. L’ho detto, per me
è dio. La sua urgenza supera persino quella dell’artista che invece dovrebbe
diventare trasparente, anzi io la vedo come una forma di necessità: sparire
nell’opera. L’arte di quest’epoca è la creazione dello spettatore. Io credo in
una certa forma psicologica…o forse psichica…
Psicologia che appartiene solo alla vita e
non alla scena?
Solo nella vita dello spettatore, certo! Che
c’entra la mia psiche? A chi può interessare? Quando parlo di psiche mi
riferisco a quella del vero artista: lo spettatore. Che è potentemente anonimo.
Comunque quando parlo di transfert mi
riferisco al processo di immedesimazione.
A me succede solo nel cinema o nei libri. Io
credo nel transfert, nel senso che ci casco dentro puntualmente se un film o un
libro è ben fatto. E quando succede, devo ammetterlo, è una bellissima
sensazione liberatoria. Apprezzo anche il lavoro dell’attore tradizionalista a
teatro, ma solo da un punto di vista storiografico, come vedere un bel quadro
del passato. Il teatro di finzione tradizionalista purtroppo mi risulta spesso
come un tentativo maldestro e abbastanza disperato di attirare la mia
attenzione a tal punto che mi è totalmente impossibile immedesimarmi. Per ora
posso solo immaginare di andare al teatro di finzione tradizionalista come si
va in un museo, ma francamente qui ci posso trovare Caravaggio… e questa è la
ragione per cui mi capita di frequentare molto di più i musei. Voglio dire,
davanti a un Caravaggio avviene il transfert, come lo chiama lei, con il
personaggio dipinto o addirittura con il pittore. Sto lì, davanti a un quadro e
sono così sopraffatto e così senza parole, così spossato dalla bellezza e così
stupido che sento di averlo fatto io. Lo so a memoria anche se lo vedo per la
prima volta. Nel nostro caso: transfert vuol forse dire essere registi dello
spettacolo. Troppo semplice?
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