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UN VOLUME
FRANCO-ITALIANO
La narrativa ‘nera’ del Belpaese vuole indagare il lato oscuro delle cose

      
È uscito in Francia, per le Presses Sorbonne, “L’Italie en jaune et noir. La littérature policière de 1990 à nos jours”, curato dell’italianista Maria Pia De Paulis-Dalembert. Si tratta di un libro a più voci che intende fare il punto sul rigoglioso filone del romanzo di genere poliziesco esploso nel nostro paese a partire dagli anni Novanta. È in quel decennio che gli scrittori dal ‘giallo’ classico si spostano sul terreno del ‘noir’, anche come chiave per raccontare la realtà tricolore contemporanea, i suoi misteri, le sue efferatezze, la sua contraddittoria socialità. Un’operazione generazionale rivendicata e teorizzata, un paio di stagioni fa, da Wu Ming 1 in “New Italian Epic”.
      




   

di Jacqueline Spaccini

 

In principio era il cadavere, il detective e l’assassino. Giocando con questi tre elementi e costruendoci accanto, come polpa attorno all’osso, una storia più o meno plausibile, più o meno dura, un tempo si otteneva il giallo. Le regole erano poche (anche a prendere in considerazione il doppio decalogo di S.S. Van Dine), ma non disattendibili: qualcuno indaga sull’assassinio di una persona; in base a una serie di ragionamenti ne trova il colpevole; lo assicura alla giustizia che fa il suo corso. L’equilibrio del mondo – per un attimo offuscato dal deragliamento omicida – viene nuovamente a ristabilirsi. Tutto è pacificato e tutti accettano il verdetto. L’indagine come pure l’inchiesta del nostro classico giallo può svolgersi al chiuso o all’aperto. Grosso modo, i luoghi sono il commissariato, un’aula di tribunale, oppure la casa del cadavere (importantissima per l’epilogo); più raramente lo scantinato segreto dell’assassino (che in tal caso è di certo uno squilibrato). Questo almeno fino alla metà degli anni Sessanta del secolo scorso. In quel periodo, in Italia, un signore (arrivato bambino dalla lontana Ucraina) di nome Giorgio Scerbanenco comincia infatti a cambiare le carte in tavola. Prima di lui ci sarebbe il romano Augusto De Angelis col suo commissario della squadra mobile di Milano, Carlo De Vincenzi, se a fermarlo non ci fosse stato il fascismo che gli spezzò metaforicamente la penna e fisicamente la vita, nel 1944. L’investigatore dei romanzi di Scerbanenco non è il classico tutore della giustizia, anzi, dalla giustizia (ovvero dalla Legge) è stato persino condannato. Duca Lamberti detective – prima per insopprimibile moto dell’essere, poi per professione – in realtà è un medico radiato dall’albo per aver praticato l’eutanasia su di un paziente in agonia. Gli assassini che ricerca, circolano in una Milano per nulla rassicurante, estremamente diversa da quell’immagine pubblicitaria di una Milano capitale della modernizzazione che veniva veicolata in quegli anni. La sua è una città avvolta nella nebbia non solo meteorologica ma anche morale, che accoglie e fa prosperare i cattivi, dei sadici assassini perlopiù. Ne faranno le spese personaggi come il povero (in realtà, assai ricco) macellaio Ulrico Brambilla cui il carnefice farà passare la testa nella macchina segaossi, come fosse un vitello (Traditori di tutti, 1966).

Poi, insieme con tutta una serie di piccoli smottamenti, come faglie trascorrenti nella narrativa poliziesca, il giallo, che nel 1929 ha preso questo nome dal colore delle copertine della Mondadori, intraprende nuove strade, usando la tecnica giallistica per dire altro. A dire il vero, Sciascia vi aveva fatto già ricorso per scrivere di mafia, ne Il giorno della civetta (1961), un romanzo in cui l’arresto di sicari e mandanti non servirà a nulla, se in una notte vengono costruiti alibi di ferro; non volendo soccombere, il giovane e parmigiano capitano di carabinieri Bellodi (impersonato al cinema da Franco Nero), preconizza per sé un ritorno nella terra siciliana ove ci si romperà la testa (e immaginiamo purtroppo non in senso figurato).

Non solo la tecnica, anche lo status della lingua insieme con lo stile erano stati da tempo sdoganati: da Gadda, all’epoca di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana (1946-1957), un giallo senza soluzione a detta dello stesso Sciascia, mentre per alcuni il finale del romanzo – in tutto, una quarantina di fogli – esisteva e probabilmente esiste ancora da qualche parte. Altre vie, si è detto. Il fatto è che a un certo punto i giallisti abbandonano l’indagine costruita su un intrigo con un enigma da risolvere. A un certo momento, non interesserà più risolvere il giallo, scoprire chi sia il colpevole. Interesserà altro: il mistero, per esempio, ma anche la psicologia dell’assassino, questo mondo sempre più instabile. A certi nuovi giallisti – che rivendicheranno per se stessi un altro termine – piacerà indagare sulle contraddizioni della società moderna, meglio se quelle della propria regione, provincia, città. Quel certo momento non ha una esatta data spartiacque, diciamo che è a partire dagli anni Novanta che il giallo si tinge prepotentemente di nero. E anche di rosso sangue.

Accade che il protagonista è sempre meno spesso il buon deuteragonista di Holmes e sempre più spesso l’assassino, il quale può anche essere il narratore. Oddio, lo avevano già fatto Agatha Christie nel The Murder of Roger Ackroyd (1926; successivamente anche in Endless Night, tradotto da Laura Grimaldi con il titolo Nella mia fine è il mio principio) e Sciascia in Todo modo (1974, ma in questo caso specifico, il lettore non ne sarà perfettamente cosciente nemmeno alla fine della lettura). Se nella Christie però il fatto che il narratore sia anche l’assassino è quel che si chiama il cosiddetto coup de théâtre, in Sciascia è deliberatamente «motivo», come ha ben spiegato altrove Umberto Eco: «questo meccanismo […], che attira tanto Sciascia, è quello che fa dei suoi gialli delle allegorie: dei racconti su un mondo dove la verità ci verrà sempre celata»1. Alla Christie interessa comunque arrivare alla soluzione dell’enigma – imbrogliando de liberamente il lettore –; a Sciascia preme dire altro, e cioè che soluzione non v’è, aprendo gli occhi al suo lettore sull’impossibilità dell’esercizio della giustizia laddove imperano gli interessi mafiosi e politici.






Proprio gli anni Novanta sono quelli che interessano gli autori dell’interessante volume franco-italiano L’Italie en jaune et noir. La littérature policière de 1990 à nos jours, a cura dell’italianista Maria Pia De Paulis-Dalembert, uscito da poco in Francia per le Presses Sorbonne. Sguardi puntati sull’ultimo decennio del secolo scorso in Italia allorquando si operano non tanto delle modifiche, quanto semmai delle vere e proprie svolte, che non esiterei a definire un (per alcuni felice, per altri no) deragliamento dalle regole classiche del poliziesco Ricordo, tuttavia, che quarant’anni fa – scrivendo sulla letteratura di massa e sulla tipologia del romanzo d’investigazione – Tzvetan Todorov ammoniva dicendo che «il romanzo poliziesco per eccellenza non è quello che trasgredisce alle regole del genere, bensì quello che vi si conforma». Significa dunque che quello di oggi non è più un poliziesco? Diciamo che se il classico regge ancora, dalla sua costola è nato – e si è definitivamente affrancato – un altro (sotto)genere, che chiamiamo alla francese: noir. Differenze?, chiederete voi. Un tempo, il segugio (o poliziotto o detective privato) era incaricato di sconfiggere il male in un mondo manicheo; ora, con il passaggio al noir, il detective, sempre più improvvisato e comunque con minori certezze, ha a che fare con psicopatici, quegli assassini cioè che in una società scoppiata agiscono come schegge impazzite. In casi simili, la logica cartesiana va a farsi benedire. In simili casi, occorre «ragionare» come farebbe lo psicopatico.

Tale è il dilemma dell’ormai famoso romanzo di Carlo Lucarelli, Almost Blue (2002), in cui per l’individuazione del pazzo criminale, a collaborare con l’ispettrice Negro sarà chiamato il giovane Simone che non soltanto di mestiere non fa il poliziotto né il detective ma ha anche – perlomeno all’apparenza – un handicap in più: è cieco. Nel romanzo dell’autore bolognese, oltre al classico narratore extradiegetico, ci sono due personaggi che raccontano la storia in prima persona: il cieco Simone e l’Iguana, appunto il pazzo assassino che gira nudo, con la musica in cuffia a martellargli il cervello, sennò impazzisce per via delle campane dell’inferno che suonano a stormo nella sua testa. Vedete? Sappiamo già chi è il cattivo, non è più un giallo classico. Seriale non è solo l’assassino, seriale è anche l’investigatore, sia esso istituzionale o privato. Sicché il pubblico si affeziona al coattissimo (e ancora lucarelliano) sovrintendente Coliandro, ma anche al malinconico Soneri, il commissario padano di Valerio Varesi (che conosciamo sotto le sembianze televisive di Luca Barbareschi), impegnato a risolvere delitti permeati da una venatura sociale e politica. Se penso al recente La casa del comandante (2008), una traccia in tal senso neanche troppo sottile, precipita il nostro commissario dentro elucubrazioni parafilosofiche, probabilmente a causa di tutta quella nebbia meteorologica che lo circonda. Come pure è seriale Sarti Antonio, sergente, un personaggio di cui il suo autore, Loriano Macchiavelli, padre spirituale dei noiristi italiani, ha cercato invano di disfarsi come prima di lui ugualmente senza profitto avevano provato Conan Doyle e Simenon coi loro Holmes e Maigret. L’originalità di questo poliziotto atipico e che in tv diventerà un ispettore (il grado di sergente in Italia è riservato all’esercito) con le fattezze di Gianni Cavina, è che una volta tanto il detective non è più intelligente del lettore. Al contrario. E lo si capisce fin dal patronimico, laddove Macchiavelli lo designa prima con il cognome e poi con il nome, come si usava un tempo, quando si sapeva appena firmare e ci si riconosceva dapprima attraverso la propria gens e solo in seguito come individuo specifico.

Seriale è diventato l’alter ego di Gianrico Carofiglio – uno dei nostri due giallisti magistrati – quell’avvocato Guido Guerrieri che è una sorta di Perry Mason nazionale, meno imponente e più sportivo, assurto anch’egli alla notorietà televisiva nell’interpretazione di Emilio Solfrizzi (barese come il personaggio e come l’autore). E se non è seriale Salvo Montalbano del siciliano Camilleri, il commissario (incarnato sugli schermi da Luca Zingaretti) che ha al suo attivo ormai sedici romanzi e quattro raccolte di racconti... Come se non bastasse, Lucarelli e Camilleri hanno deciso di far incontrare l’ispettore Grazia Negro, il commissario di Vigàta e persino Coliandro, in un romanzo scritto a quattro mani, Acqua in bocca (2010).

Qual è dunque la posta in gioco?, si chiedono gli autori che nel libro delle Presses Sorbonne ritracciano la storia del giallo italiano per poterne meglio comprendere i motivi dell’odierno successo. Si dice da più parti che nelle sue varie declinazioni questo genere (infine promosso in serie A) è l’unico esempio di romanzo sociale, di denuncia e aggiungeremo di engagement. L’ibridazione è giunta per davvero a tanto? Una voce fuori dal coro nel volume franco-italiano è insospettabilmente quella di Luigi Bernardi, scrittore ed ex-editore che non tollera è l’aura di realismo sociale che gravita sul genere; ancor più fastidio gli danno quei «carabinieri acciaccati, poliziotti pieni di risibili problemi personali, magistrati». Non risparmia di certo né le trame né i criminali: «inverosimili serial killer, moventi rococò, linguaggi e comportamenti arzigogolati, precauzioni insensate, errori clamorosi».

Intervento al vetriolo che fa immediatamente reagire Carlo Lucarelli, il quale rivendica per sé e gli altri autori un’originalità («stiamo costruendo qualcosa di nuovo all’interno di un genere che si sta evolvendo») che molti non vedono. Quel che si vuol spiegare a certi critici e giornalisti che criticano il giallo noir, è che il romanzo poliziesco non è più quello degli anni Venti. È evidente che quel che sta a cuore ai giallisti noir di oggi è il lato oscuro delle cose, il mistero. Le priorità dei giallisti bolognesi (Gruppo 13) sono: sguardo alle trasformazioni della società, impegno a tener desta l’attenzione del lettore (suspense, fiato corto, tensione), autoironia qua e là (si pensi al sovrintendente Coliandro, il felice personaggio approdato lui pure in tv con la bella faccia di Giampaolo Morelli), rielaborazione della realtà in una lingua che pur rimanendo aderente alla realtà, non si fa mai sgrammaticata. Non esiste solo il gruppo bolognese dei 13, però.




La locandina del film Romanzo criminale, grande successo in Francia,
tratto dall'omonimo libro di Giancarlo De Cataldo


Luca Crovi si incarica di fare una mappatura delle zone più feconde; solo che alla fine, se si escludono due o tre regioni, giallisti e noiristi crescono in tutta Italia. Dopo l’area emiliano-romagnola (oltre ai dieci padri fondatori, vi sono ascritti anche Varesi, Baldini, Pederiali, Matrone – quest’ultimo poliziotto per davvero), segue la Milano di Andrea G. Pinketts capostipite di quella scuola dei duri da lui fondata nel 1993 insieme con Carlo Oliva (autore di una pregevole Storia sociale del giallo, 2003), senza dimenticare la Sicilia (Camilleri e Piazzesi), il Piemonte (Faletti e la Oggero), e poi Liguria (Fassio, Genova, Novelli), Toscana (Vichi, Filastò, Carabba), Sardegna (Fois), ma noir sono anche Roma (oltre ai criminali che De Cataldo ha reso famosi in tutto il mondo, nel 1994 si è creato il movimento Neonoir che include Blasone, Lombardi e Teodorani), Napoli (ove il gothic si accompagna al pulp) e perché escludere Bari (del già citato Carofiglio)...

Possibile mai, allora, che autori con esperienze diverse, origini diverse e diverse sensibilità rientrino tutti quanti nello stesso scaffale noir? Serge Quadruppani, noto in Italia per essere il traduttore francese di Camilleri, risponde con una frase tratta da New Italian Epic (2008) di Wu Ming 1: gli scrittori di romanzi noir «sono una generazione letteraria, condividono segmenti di poetiche, brandelli di mappe mentali e un desiderio feroce che ogni volta li riporta agli archivi, o per strada, o dove archivi e strada coincidono». Nel consigliare la lettura dell’Italie en jaune et noir, mi permetto di fare qualche considerazione finale. Se il giallo si tinge sempre più di nero, se i cattivi sono sempre più psicolabili, marginali, gente con seri problemi fin dalla più tenera età, se insomma la colpa in fondo è di chi li ha resi tali, vale a dire la sempiterna società, non sarà che il noir che si propone come romanzo sociale, e anche come luogo di riflessione post-lettorale, non sarà – dicevo – che finisce per allontanarsi dalla realtà? Se l’assassino – semplifichiamo: il cattivo – è qualcuno che è diverso dalla gente comune, chi legge potrebbe a buon diritto ritenere che in realtà quel qualcuno è talmente lontano da sé da non scalfirlo. L’eccesso di violenza, poi, offerta non solo dai libri ma corroborata dai film tratti dai libri, «relookati» secondo un Tarantinian style, non finirà allora per mitridatizzare (un termine usato da Giancarlo De Cataldo, l’altro magistrato scrittore), per desensibilizzare i lettori?

Alla fine, non si tornerà a quella condizione che – nel suo Breve storia del romanzo poliziesco (che scrisse a metà degli anni ’70) – Sciascia richiedeva per la lettura dei romanzi (allora solo) polizieschi, vale a dire l’«assoluto riposo intellettuale», vale a dire la lettura come passatempo? Se quel che più conta è la tecnica (il come) piuttosto che trovare il colpevole (il chi), se il romanzo diventa denuncia sociale (il che cosa) e rivelazione dei meccanismi di una realtà disgregata (il perché) diversa o comune nelle varie regioni dell’Italia (il dove) di oggi (il quando), la composizione narrativo-giornalitica rischia di non andare oltre. Se già Sciascia diceva che la letteratura non è salvifica, Consolo ha più volte ribadito che il testo narrativo parla a un mondo di sordi. Speriamo non si crogiolino, i giallisti noir, nelle loro convinzioni.

 

 




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