LUOGO COMUNE
3° PREMIO DI LETTERATURA ON-LINE
“LE RETI DI DEDALUS”


      

Martedì 15 giugno 2010, a Roma, presso la Sala Convegni della Biblioteca e Museo Teatrale del Burcardo si è svolta la manifestazione di consegna del 3° Premio di Letteratura on-line “Le reti di Dedalus”, promosso e sostenuto dalla SIAE, dall’Ass. Cult. Reprò e dal Sindacato Nazionale Scrittori.

 

Quest’anno il Premio è stato assegnato (giurato unico il critico e scrittore Francesco Muzzioli, docente all’Università La Sapienza di Roma) a due giovani poeti: la romana Sara Davidovics e lo spezzino Federico Scaramuccia, che hanno per l’occasione effettuato un’articolata e apprezzata lettura antologica dei loro versi.

 

Durante l’incontro, condotto da Tiziana Colusso, dirigente del Sns, sono intervenuti la dr.ssa Stefania Amodeo, in rappresentanza della Siae, Rocco Cesareo, presidente di Reprò, e Marco Palladini, direttore della web-review “Le reti di Dedalus”. Il prof. Muzzioli ha letto la motivazione del Premio. 

      



      

Motivazione di Francesco Muzzioli

 

 

Come migliori rappresentanti delle giovani generazioni poetiche ho scelto Sara Davidovics e Federico Scaramuccia, due autori che presentano nella mia prospettiva molti meriti e spiccate caratteristiche, avendo, malgrado l’età “verde”, già alle spalle un percorso maturo,  riconoscibile e rilevante. Soprattutto entrambi gli autori hanno dimostrato la capacità di saper procedere controcorrente rispetto al senso comune egemone che accompagna questo periodo di caduta di valore della poesia.

 

Ad esempio la poetica di Sara Davidovics si pone agli antipodi della poesia come linguaggio dell’anima; la sua è una poetica del corpo, le materie dei suoi testi sono organi parziali, epidermidi, mucose, flussi, insomma tutta una disseminazione biologica percepita con grande attenzione, proprio nel momento in cui questa corporeità concreta e elusiva viene cancellata o contraffatta nel trionfo dei modelli di fisico preconfezionati (negli “estetismi” attuali). Dunque il corpo (e il corpo femminile in particolare) come reticolo pulsionale e forma di resistenza alla definizione dell’ordine discorsivo. Infatti, il recupero delle entità “molecolari”, pullulanti e sottotraccia, decisamente anarchiche, non può essere tradotto in un “sentire pieno”, deve essere affrontato invece come una strana costellazione di parole-materie da mettere sulla pagina nel modo più idoneo per essere osservata ed esperita. Di qui la dislocazione spaziale dei testi di  Sara Davidovics, il loro carattere visivo (quasi rimbalzo di dadi mallarmeani impazziti), fatto di vuoti spazi bianchi e di imprevedibili insorgenze, che è anche un ritmo di segmenti e di frammenti che si attraggono e si respingono. A proposito del ritmo, molto importante nella poesia di Sara Davidovics è anche l’aspetto sonoro della voce recitante, che si è sviluppato di recente nel lavoro di interconnessione e collaborazione con Lorenzo Durante nell’Ensemble Duale, in performance dove la voce assume una tonalità impersonale, ma pronta allo scatto e alla ribellione.

 

Quanto a Federico Scaramuccia, anche la sua produzione si distingue dalle modalità poetiche invalse, soprattutto rispetto all’idea della poesia come emissione emotivo-personale. La via scelta da Scaramuccia si butta tutta sul versante della tecnica, fino all’eccesso iper-retorico, con una estrema perizia nell’esecuzione delle forme chiuse e in particolare di quelle più “acrobatiche” come la sestina (di cui egli è un esperto di primo grado) e, nel periodo recente – guardando al di là dei confini della tradizione nazionale, – l’haiku, la più breve (e perciò costrittiva) forma chiusa del mondo. Esclusa qualsiasi nostalgia del passato e qualsiasi implemento del patrimonio letterario, semmai in Scaramuccia il recupero rende un suono trasgressivo (sembrerebbe un “delirio del dottorando”); ed è semmai la parodia a funzionare alla grande, nello scontro neobarocco tra una forma riesumata quando è ormai morta e sepolta e il contenuto attuale dei moderni (o postmoderni) feticci e simulacri, degli idoli e simboli del desiderio, che in tal modo vengono straniati e sottoposti a critica. L’antico riappare come un intruso nel bel mezzo dell’immaginario collettivo, le modalità elogiative e le aure auree si tingono di palese ironia. Dov’è l’autore? L’autore sparisce come in un gioco di prestigio dietro le maschere letterarie, i calchi, le imitazioni, gli pseudonimi, oppure si dà in pasto alla dialogicità. Malgrado ciò il soggetto insubordinato emerge perentoriamente come impersonale ideatore del progetto e graffiante “buttafuori” degli oggetti (e delle persone-oggetto) della realtà mercificata.

 

Pur non costituendo una vera e propria tendenza, né potrebbero farlo in due, Sara Davidovics e Federico Scaramuccia portano avanti, in una situazione mutata, lo spirito sperimentale e connettono alla poesia caratteri di ricerca e di contrasto dando quindi una risposta non regressiva e non parareligiosa alla crisi della poesia, a quella “perdita d’aureola” che pare davvero arrivata ai suoi stadi più compiuti, ma che richiede a maggior ragione una vivace risposta, non revanchista né retrograda, piuttosto direi “produttiva” secondo le potenzialità di un antagonismo “senza illusioni”.




3° Premio "Le reti di Dedalus" - 2010. Da sinistra: Tiziana Colusso, Francesco Muzzioli,
Sara Davidovics e Federico Scaramuccia (ph. Franco Falasca)


***

 

 

SARA DAVIDOVICS

 

 

Selezione da Ictus, poema in 10 quadri fonetici (2009/2010):

 

Ictus – 1  ( ascolta il file mp3 )

 

Ictus – 2  ( ascolta il file mp3 )

 

 

Selezione da Corticale, volume verbo-visivo (Onyx edizioni, Roma, 2010):

 

 Corticale - frammento ( ascolta il file mp3 )

 

 

Sara Davidovics, poeta, performer, artista sonoro visuale è nata nel 1981 a Roma dove vive. Dal 2003 conduce ricerche sulla vocalità e sulla testualità intercodice. Nel 2006 ha fondato con Lorenzo Durante il gruppo di sperimentazione verbosonora Laboratorio Ensemble DUALE. Dal 2009 dirige con Ivan Schiavone  la collana di materiali verbali EX[T]RATIONE  per le Edizioni Polìmata di Roma. Tra le sue pubblicazioni Corrente (2006), D’Acque, volume finalista al premio Antonio Delfini (2007), Corticale (2010). Tra i suoi libri d’artista Parolibere postali (2009), Un, due, tre, stella! (2010), Giocami (2010).

La sua pagina web: saradavidovics.blogspot.com

 

 

***

 

 

Federico Scaramuccia

 

 

 

 

ASPERRIME

(anteprime)

 

1996-2006

 

 

“intreccio che imbroglia

se può l’artificio

s’incolla all’orecchio”

 

(Jacopo Granella)

 

 


¾

(in/quadrature)

 

1996-1999

 

 

 

“Un due tre, un…”

 

(Jacopo Granella)

 

 

 

se appena morto risorgesse il giro

tutto sarebbe com’era al suo posto

chiuso nel cerchio che mescola ieri oggi

e domani in un unico concerto

tutto di nuovo uguale che sconcerto

se appena morto risorgesse il giro

tutto quello che sta intorno a noi oggi

domani tornerebbe al proprio posto

ognuno avrebbe già pronto il suo posto

stabilito già prima che sconcerto

lo stesso posto già proprio come oggi

tutto di nuovo uguale all’altro giro

ora che è morto ecco risorge il giro

tutto com’era tutto al proprio posto

chiuso nel cerchio che mescola ieri oggi

e domani in un unico concerto

 

*

 

ad ogni aprile è in potenza una svolta

d’erbe di fiori dovunque rivolta

quando si spera sia questa la volta

che sia infine la terra travolta

perché ogni terra in guerra capovolta

sia capo di quella voluta svolta

che voler vuole che aprile ogni volta

volti la faccia che al sole è rivolta

ed ogni volta finisce in rivolta

che proprio il sole di luce devolta

fin quando aprile all’indietro si volta

nel cerchio che si chiude ad ogni svolta

ad ogni aprile è in potenza una svolta

d’erbe di fiori dovunque rivolta

eppure scivola ancora una volta

tutto daccapo ma che giravolta

 

*

 

sotto il sole che tiepido colora

ancora candido e assopito il volto

come se fosse già scolpito in mente

nel pensiero mi fingo un finimondo

con gente che si manda all’altro mondo

ripetendosi è giunta la tua ora

gente messa di fronte inversamente

l’uno ha il capo nell’altro capovolto

così che ognuno graffi il proprio volto

nel farsi l’un l’altro alla fine mondo

sebbene segua inesorabilmente

ad avvolgersi tutt’intorno l’ora

fino al punto in cui tiepido scolora

e si sveglia di soprassalto il volto

pallido in faccia a quanto ormai non mente

ma che fantastico è qui l’altro mondo

 

*

 


COME UNA LACRIMA

(light)

 

2001

 

 

 

“tutto sotto una cupola di neve”

 

(Jacopo Granella)

 

 

 

PROLOGO

gente di corsa al principio del giorno

non ne attende l’arrivo né il ritorno

 

 

ATTO

si dondola al vento ormai in panne

 

in trionfo sul tempo uno sciame

di fiamme che irrompono dentro

un vento di rame e di piombo

 

 

EPILOGO

gente che si sforza e si accende a turno

come una torcia alla fine del giorno

 

*

 

RIEPILOGO

gente rimasta nella morsa il giorno

dopo con l’occhio fisso annaspa intorno

 

 

ATTO

un tonfo le fiamme l’incenso

 

immondo rimane un silenzio

e in grembo giù in fondo una fame

le fiamme che dentro confondono

 

 

COPROLOGO

gente accorsa che spinge alcuni intorno

altri nella fossa come in un forno

 

*

 


INOX

(macchina da presa)

 

2004-2005

 

 

 

“Questo soltanto, e non è poco, ha prodotto la nostra industria: uno strumento inossidabile, con cui progressivamente consegnarsi all’eternità.”

 

(Jacopo Granella)

 

 

 

perdurante

un pezzo assolo che si fa cantante

 

 

splendido splendente ma non il ferro

che non mente sfila l’inox

che mi prende ma che pelle

trasparente come quelle

di un serpente mi congelo

eternamente mio divino

impenitente ah sei il bisturi più fino

anestetico lucente tra le stelle

finalmente su nel cielo

ma cadente desiderio

della gente sì splendido splendente

 

 

invitante frangente

sì splendido splendente

 

accecante per sempre

sì splendido splendente

 

*

 


APOSTOLI E PISTOLE

(treppiedi)

 

1996-2006

 

 

 

“colui che nel sonno consuma

colpito diretto alla nuca

si sveglia mutuato in persona

ribattono i media lo slogan”

 

(Jacopo Granella)

 

 

 

se sento che il tempo non passa

per quanto ormai scorre veloce

vuol dire che come uno schermo

non penso non sono confermo

la resa alla piena che ammassa

che a spire mi avvolge la voce

se contro corrente alla foce

ci penso lo sento ma il fermo

volere che oppongo collassa

 

*

 

fregando ciascuna alla volta

i pezzi migliori raccoglie

l’infame mai sazia formica

facendo ben poca fatica

allora un po’ tronfia si volta

alle altre che quatte e ormai spoglie

gli investono in rialzo le voglie

dicendo non sono nemica

suvvia libertà di raccolta

 

*

 

nel fosso che pare di merda

si attuffano come in un’orgia

puttane e papponi a merenda

si leccano il culo a vicenda

mettendosi a turno in offerta

che l’uno nell’altro si scorcia

con lingua che ruvida forgia

ne marca la parte che ostenta

curandosi che non si perda

 

*

 

chissà che succede allo stadio

in cui in numerosi già assistono

immobili urlando per l’etere

ognuno che vuole la rete

vincendo al più presto l’armadio

che sbarra la porta all’acquisto

occorre un attacco mai visto

che abbatta qualunque parete

sommessa ripete la radio

 

*

 

correndo ai ripari le parti

lavorano a tempra gli insorti

in fabbrica dove si lima

perché la realtà si comprima

fin quando compatta in comparti

lasciando posare nel vortice

indotto facendo dei torti

la quota che adesso concima

del blocco minuto di scarti

 

*

 

supina soggiace la gente

al sole che scalda con rabbia

alcuni si sdraiano sciolti

alcuni si stanno raccolti

alcuni camminano sempre

è questo l’inferno di sabbia

che indora facendosi cappa

finché non adombrano i corpi

cadendo in oblio lentamente

 

*

 

invocano un cristo a querela

i popoli aperti al serraglio

marciandovi al grido di osanna

la pace che vogliono affanna

respira a fatica congela

è il mondo che geme in travaglio

fremendo sotterra per sbaglio

che in fiore alla fine si danna

crescendo quel tanto che inciela

 

*

 

rinfocola l’arida landa

un’orda di barbari in festa

che senza ritegno rimuove

chiunque si fermi laddove

ancora resiste lo scandalo

un ultimo moto che resta

finché non si perde la testa

trovando soltanto un ricovero

il luogo perduto la banda

 

*

 

il boia un po’ troppo agitato

lamenta che è già da parecchio

che aspetta dall’alto il comando

un altro qualunque allo sbando

che spreca anche l’ultimo fiato

gridandogli dentro l’orecchio

di colpo poi piega sul secchio

perdendo la testa allorquando

capisce che è lui il condannato

 

*




I due poeti premiati Sara Davidovics e Federico Scaramuccia (ph. Franco Falasca)


RECLAME

(il fine)

 

15 giugno 2010

 

 

 

“Oh crudi e stolti! / Oh stolti e crudi! / Iniqui!”

 

(Niccolò Tommaseo)

 

 

 

Non ascolterete alcun sentimentalismo o intimismo o naturismo epifanico di sorta.

Nessun afflato ineffabile dell’anima o dell’ispirazione.

Perché l’atto creativo è pura programmazione.

Né alcunché di pacificante o consolatorio.

 

Ascolterete, piuttosto, testi che invitano alla guerra dei sensi e del senso.

Ascolterete una poesia che si fa “verbo”, in senso (formu)laico.

Ovvero corpo della realtà, contro ogni “merinismo”.

E che di quel “verbo” – di quel corpo, cioè, di quella realtà – mette in luce il negativo.

 

A tal fine si userà qualunque stile (o stilo) occorra all’occasione.

Perché la poesia è per definizione “sperimentale”, o, come si dice, “di ricerca”.

Aprendosi a dismisura, infinitamente.

Con un unico limite.

Ogni volta la forma dovrà contenere il contenuto.

Perché la forma è il primo dei contenuti.

Ed una sola avvertenza.

La poesia è canto.

 

Al bando gli aggettivi allora!

Poesia d’amore, poesia religiosa, poesia civile, poesia “al femminile”, e così via…

Così non sia, per carità!

L’aggettivazione, quando non necessaria, come l’acca resta soltanto una aspirazione.

 

Attenzione però.

Non si rivendica in questa maniera alcuna “di-versità”.

Non si sostiene in questo luogo alcuna alterità.

Semmai una identità.

Perché non v’è altro o veltro o filtro che tenga.

Perché l’unica alterità possibile, oggi, resta la consapevolezza.

Per raggiungere la quale occorre comprendersi all’esterno.

 

Non esterno, quindi, ma all’esterno.

Il che significa puntarsi il dito (o la pistola) contro.

In entrambi i sensi, accusandosi e – a un tempo – giustiziandosi senza appello.

Che tanto non c’è scampo o campo alcuno.

Prima o poi, comunque, si cede alla propria natura.

 

 

 

 

Federico Scaramuccia (1973) è nato a La Spezia, ma vive tra Chiavari e Firenze. Redattore di “AbsoluteVille”, si occupa di poesia cinquecentesca e tardo-novecentesca. È presente con testi critici e poetici in volumi e riviste (tra cui “il verri”). Nel 2004 costituisce il consort neo-metrico “I PerVersi” insieme a Lorenzo Durante e Tommaso Lisa, con cui pubblica Trilorgìa (Zona 2006). Con la sigla “LoSca”, insieme a Lorenzo Durante, pubblica The Cal2 (Absolute Poetry 2008) e Doppia Coppia(2) LoSca (Gattili 2009). Insieme a Cosimo Budetta, pubblica Ninfuga (Ogopogo 2008). Con la sigla “DaDuSka”, insieme a Sara Davidovics e Lorenzo Durante, pubblica Sconcerto Triplo (Polìmata 2009). Recentemente, invece, ha pubblicato Incanto (Onyx 2010).

 

 

 

 

 

 

 

 




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