Motivazione
di Francesco
Muzzioli
Come migliori
rappresentanti delle giovani generazioni poetiche ho scelto Sara Davidovics e Federico Scaramuccia,
due autori che presentano nella mia prospettiva molti meriti e spiccate
caratteristiche, avendo, malgrado l’età “verde”, già alle spalle un percorso
maturo, riconoscibile e rilevante.
Soprattutto entrambi gli autori hanno dimostrato la capacità di saper procedere
controcorrente rispetto al senso comune egemone che accompagna questo periodo
di caduta di valore della poesia.
Ad esempio la
poetica di Sara
Davidovics si pone agli antipodi della poesia come linguaggio dell’anima; la
sua è una poetica del corpo, le materie
dei suoi testi sono organi parziali, epidermidi, mucose, flussi, insomma tutta
una disseminazione biologica percepita con grande attenzione, proprio nel
momento in cui questa corporeità concreta e elusiva viene cancellata o contraffatta
nel trionfo dei modelli di fisico preconfezionati (negli “estetismi” attuali).
Dunque il corpo (e il corpo femminile in particolare) come reticolo pulsionale
e forma di resistenza alla definizione dell’ordine discorsivo. Infatti, il
recupero delle entità “molecolari”, pullulanti e sottotraccia, decisamente
anarchiche, non può essere tradotto in un “sentire pieno”, deve essere
affrontato invece come una strana costellazione di parole-materie da mettere
sulla pagina nel modo più idoneo per essere osservata ed esperita. Di qui la
dislocazione spaziale dei testi di Sara Davidovics, il loro
carattere visivo (quasi rimbalzo di dadi mallarmeani impazziti), fatto di vuoti
spazi bianchi e di imprevedibili insorgenze, che è anche un ritmo di segmenti e
di frammenti che si attraggono e si respingono. A proposito del ritmo, molto
importante nella poesia di Sara
Davidovics è anche l’aspetto sonoro della voce recitante, che si è sviluppato di
recente nel lavoro di interconnessione e collaborazione con Lorenzo Durante
nell’Ensemble Duale, in performance dove la voce assume una
tonalità impersonale, ma pronta allo scatto e alla ribellione.
Quanto a Federico Scaramuccia,
anche la sua produzione si distingue dalle modalità poetiche invalse,
soprattutto rispetto all’idea della poesia come emissione emotivo-personale. La
via scelta da Scaramuccia si butta tutta sul versante della tecnica, fino
all’eccesso iper-retorico, con una estrema perizia nell’esecuzione delle forme
chiuse e in particolare di quelle più “acrobatiche” come la sestina (di cui
egli è un esperto di primo grado) e, nel periodo recente – guardando al di là
dei confini della tradizione nazionale, – l’haiku, la più breve (e perciò
costrittiva) forma chiusa del mondo. Esclusa qualsiasi nostalgia del passato e
qualsiasi implemento del patrimonio letterario, semmai in Scaramuccia il
recupero rende un suono trasgressivo (sembrerebbe un “delirio del dottorando”);
ed è semmai la parodia a funzionare alla grande, nello scontro neobarocco tra
una forma riesumata quando è ormai morta e sepolta e il contenuto attuale dei
moderni (o postmoderni) feticci e simulacri, degli idoli e simboli del
desiderio, che in tal modo vengono straniati e sottoposti a critica. L’antico
riappare come un intruso nel bel mezzo dell’immaginario collettivo, le modalità
elogiative e le aure auree si tingono di palese ironia. Dov’è l’autore? L’autore
sparisce come in un gioco di prestigio dietro le maschere letterarie, i calchi,
le imitazioni, gli pseudonimi, oppure si dà in pasto alla dialogicità. Malgrado
ciò il soggetto insubordinato emerge perentoriamente come impersonale ideatore
del progetto e graffiante “buttafuori” degli oggetti (e delle persone-oggetto)
della realtà mercificata.
Pur non
costituendo una vera e propria tendenza, né potrebbero farlo in due, Sara
Davidovics e Federico
Scaramuccia portano avanti, in una situazione mutata, lo
spirito sperimentale e connettono alla poesia caratteri di ricerca e di
contrasto dando quindi una risposta non regressiva e non parareligiosa alla
crisi della poesia, a quella “perdita d’aureola” che pare davvero arrivata ai
suoi stadi più compiuti, ma che richiede a maggior ragione una vivace risposta,
non revanchista né retrograda, piuttosto direi “produttiva” secondo le
potenzialità di un antagonismo “senza illusioni”.
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3° Premio "Le reti di Dedalus" - 2010. Da sinistra: Tiziana Colusso, Francesco Muzzioli, Sara Davidovics e Federico Scaramuccia (ph. Franco Falasca)
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SARA DAVIDOVICS
Selezione da Ictus, poema in 10 quadri fonetici
(2009/2010):
Ictus – 1 ( ascolta
il file mp3 )
Ictus – 2 ( ascolta
il file mp3 )
Selezione da Corticale, volume verbo-visivo (Onyx edizioni, Roma, 2010):
Corticale - frammento ( ascolta
il file mp3 )
Sara Davidovics,
poeta, performer, artista sonoro visuale è nata nel 1981 a Roma dove vive. Dal
2003 conduce ricerche sulla vocalità e sulla testualità intercodice. Nel
2006 ha fondato con Lorenzo Durante il gruppo di sperimentazione
verbosonora Laboratorio Ensemble DUALE. Dal 2009 dirige con Ivan Schiavone la collana di materiali
verbali EX[T]RATIONE per le Edizioni
Polìmata di Roma. Tra le sue
pubblicazioni Corrente (2006), D’Acque, volume finalista al premio
Antonio Delfini (2007), Corticale
(2010). Tra i suoi libri d’artista Parolibere
postali (2009), Un, due, tre, stella!
(2010), Giocami (2010).
La sua pagina web: saradavidovics.blogspot.com
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Federico
Scaramuccia
ASPERRIME
(anteprime)
1996-2006
“intreccio che imbroglia
se può l’artificio
s’incolla all’orecchio”
(Jacopo
Granella)
¾
(in/quadrature)
1996-1999
“Un
due tre, un…”
(Jacopo
Granella)
se appena morto risorgesse il giro
tutto
sarebbe com’era al suo posto
chiuso
nel cerchio che mescola ieri oggi
e
domani in un unico concerto
tutto di nuovo uguale che sconcerto
se
appena morto risorgesse il giro
tutto
quello che sta intorno a noi oggi
domani
tornerebbe al proprio posto
ognuno avrebbe già pronto il suo posto
stabilito
già prima che sconcerto
lo
stesso posto già proprio come oggi
tutto
di nuovo uguale all’altro giro
ora che è morto ecco risorge il giro
tutto
com’era tutto al proprio posto
chiuso
nel cerchio che mescola ieri oggi
e
domani in un unico concerto
*
ad ogni aprile
è in potenza una svolta
d’erbe di fiori dovunque rivolta
quando si spera sia questa la
volta
che sia infine la terra travolta
perché ogni
terra in guerra capovolta
sia capo di quella voluta svolta
che voler vuole che aprile ogni
volta
volti la faccia che al sole è
rivolta
ed ogni volta
finisce in rivolta
che proprio il sole di luce
devolta
fin quando aprile all’indietro si
volta
nel cerchio che si chiude ad ogni
svolta
ad ogni aprile
è in potenza una svolta
d’erbe di fiori dovunque rivolta
eppure scivola ancora una volta
tutto daccapo ma che giravolta
*
sotto
il sole che tiepido colora
ancora candido
e assopito il volto
come se fosse
già scolpito in mente
nel pensiero
mi fingo un finimondo
con
gente che si manda all’altro mondo
ripetendosi è
giunta la tua ora
gente messa di
fronte inversamente
l’uno ha il
capo nell’altro capovolto
così
che ognuno graffi il proprio volto
nel farsi l’un l’altro alla fine
mondo
sebbene segua
inesorabilmente
ad avvolgersi
tutt’intorno l’ora
fino
al punto in cui tiepido scolora
e si sveglia
di soprassalto il volto
pallido in
faccia a quanto ormai non mente
ma che
fantastico è qui l’altro mondo
*
COME UNA LACRIMA
(light)
2001
“tutto
sotto una cupola di neve”
(Jacopo
Granella)
PROLOGO
gente di corsa al principio del
giorno
non ne attende l’arrivo né il
ritorno
ATTO
si dondola al vento ormai in panne
in trionfo sul tempo uno sciame
di fiamme che irrompono dentro
un vento di rame e di piombo
EPILOGO
gente che si sforza e si accende
a turno
come una torcia alla fine del
giorno
*
RIEPILOGO
gente rimasta nella morsa il
giorno
dopo con l’occhio fisso annaspa
intorno
ATTO
un tonfo le fiamme l’incenso
immondo rimane un silenzio
e in grembo giù in fondo una fame
le fiamme che dentro confondono
COPROLOGO
gente accorsa che spinge alcuni
intorno
altri nella fossa come in un
forno
*
INOX
(macchina da presa)
2004-2005
“Questo
soltanto, e non è poco, ha prodotto la nostra industria: uno strumento
inossidabile, con cui progressivamente consegnarsi all’eternità.”
(Jacopo
Granella)
perdurante
un pezzo assolo che si fa cantante
splendido
splendente ma non il ferro
che non mente sfila l’inox
che mi prende ma che pelle
trasparente
come quelle
di un serpente mi congelo
eternamente mio divino
impenitente ah
sei il bisturi più fino
anestetico lucente tra le stelle
finalmente su nel cielo
ma cadente
desiderio
della gente sì splendido
splendente
invitante frangente
sì splendido splendente
accecante per sempre
sì splendido splendente
*
APOSTOLI E PISTOLE
(treppiedi)
1996-2006
“colui che nel sonno consuma
colpito diretto alla nuca
si sveglia mutuato in persona
ribattono i media lo slogan”
(Jacopo
Granella)
se sento che il tempo non passa
per
quanto ormai scorre veloce
vuol
dire che come uno schermo
non penso non sono confermo
la resa
alla piena che ammassa
che a
spire mi avvolge la voce
se contro corrente alla foce
ci
penso lo sento ma il fermo
volere
che oppongo collassa
*
fregando
ciascuna alla volta
i pezzi migliori raccoglie
l’infame mai sazia formica
facendo ben
poca fatica
allora un po’ tronfia si volta
alle altre che quatte e ormai
spoglie
gli investono
in rialzo le voglie
dicendo non sono nemica
suvvia libertà di raccolta
*
nel fosso che
pare di merda
si attuffano come in un’orgia
puttane e papponi a merenda
si leccano il
culo a vicenda
mettendosi a turno in offerta
che l’uno nell’altro si scorcia
con lingua che
ruvida forgia
ne marca la parte che ostenta
curandosi che non si perda
*
chissà che
succede allo stadio
in cui in numerosi già assistono
immobili urlando per l’etere
ognuno che
vuole la rete
vincendo al più presto l’armadio
che sbarra la porta all’acquisto
occorre un
attacco mai visto
che abbatta qualunque parete
sommessa ripete la radio
*
correndo ai
ripari le parti
lavorano a tempra gli insorti
in fabbrica dove si lima
perché la
realtà si comprima
fin quando compatta in comparti
lasciando posare nel vortice
indotto facendo
dei torti
la quota che adesso concima
del blocco minuto di scarti
*
supina soggiace
la gente
al sole che scalda con rabbia
alcuni si sdraiano sciolti
alcuni si
stanno raccolti
alcuni camminano sempre
è questo l’inferno di sabbia
che indora
facendosi cappa
finché non adombrano i corpi
cadendo in oblio lentamente
*
invocano
un cristo a querela
i popoli
aperti al serraglio
marciandovi al
grido di osanna
la
pace che vogliono affanna
respira a
fatica congela
è il mondo che
geme in travaglio
fremendo
sotterra per sbaglio
che in fiore
alla fine si danna
crescendo quel
tanto che inciela
*
rinfocola
l’arida landa
un’orda di barbari in festa
che senza ritegno rimuove
chiunque si
fermi laddove
ancora resiste lo scandalo
un ultimo moto che resta
finché non si
perde la testa
trovando soltanto un ricovero
il luogo perduto la banda
*
il boia un po’
troppo agitato
lamenta che è già da parecchio
che aspetta dall’alto il comando
un altro
qualunque allo sbando
che spreca anche l’ultimo fiato
gridandogli dentro l’orecchio
di colpo poi
piega sul secchio
perdendo la testa allorquando
capisce che è lui il condannato
*
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I due poeti premiati Sara Davidovics e Federico Scaramuccia (ph. Franco Falasca)
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RECLAME
(il fine)
15 giugno 2010
“Oh crudi e stolti! / Oh stolti e crudi!
/ Iniqui!”
(Niccolò Tommaseo)
Non ascolterete alcun sentimentalismo o intimismo o naturismo epifanico
di sorta.
Nessun afflato ineffabile
dell’anima o dell’ispirazione.
Perché l’atto creativo è pura
programmazione.
Né alcunché di pacificante o
consolatorio.
Ascolterete, piuttosto, testi che
invitano alla guerra dei sensi e del senso.
Ascolterete una poesia che si fa
“verbo”, in senso (formu)laico.
Ovvero corpo della realtà, contro ogni “merinismo”.
E che di quel “verbo” – di quel
corpo, cioè, di quella realtà – mette in luce il negativo.
A tal fine si userà qualunque
stile (o stilo) occorra all’occasione.
Perché la poesia è per
definizione “sperimentale”, o, come si dice, “di ricerca”.
Aprendosi a dismisura,
infinitamente.
Con un unico limite.
Ogni volta la forma dovrà
contenere il contenuto.
Perché la forma è il primo dei
contenuti.
Ed una sola avvertenza.
La poesia è canto.
Al bando gli aggettivi allora!
Poesia d’amore, poesia religiosa,
poesia civile, poesia “al femminile”, e così via…
Così non sia, per carità!
L’aggettivazione, quando non
necessaria, come l’acca resta soltanto una aspirazione.
Attenzione però.
Non si rivendica in questa maniera alcuna “di-versità”.
Non si sostiene in questo luogo
alcuna alterità.
Semmai una identità.
Perché non v’è altro o veltro o filtro che tenga.
Perché l’unica alterità possibile, oggi, resta la consapevolezza.
Per raggiungere la quale occorre
comprendersi all’esterno.
Non esterno, quindi, ma
all’esterno.
Il che significa puntarsi il dito
(o la pistola) contro.
In entrambi i sensi, accusandosi
e – a un tempo – giustiziandosi senza appello.
Che tanto non c’è scampo o campo
alcuno.
Prima o poi, comunque, si cede
alla propria natura.
Federico Scaramuccia (1973) è nato a La Spezia, ma
vive tra Chiavari e Firenze. Redattore di “AbsoluteVille”, si occupa di poesia
cinquecentesca e tardo-novecentesca. È presente con testi critici e poetici in
volumi e riviste (tra cui “il verri”). Nel 2004 costituisce il consort neo-metrico “I PerVersi” insieme
a Lorenzo Durante e Tommaso Lisa, con cui pubblica Trilorgìa (Zona 2006). Con la sigla “LoSca”, insieme a Lorenzo
Durante, pubblica The Cal2 (Absolute
Poetry 2008) e Doppia Coppia(2)
LoSca (Gattili 2009). Insieme a Cosimo Budetta, pubblica Ninfuga (Ogopogo 2008). Con la sigla
“DaDuSka”, insieme a Sara Davidovics e Lorenzo Durante, pubblica Sconcerto Triplo (Polìmata 2009). Recentemente,
invece, ha pubblicato Incanto (Onyx
2010).
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