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di Stefano
Lanuzza
Caro Leonardo Sciascia,
è stato
dopo la pubblicazone del Consiglio d’Egitto (1963), genuino
capolavoro per qualità di scrittura e la radicale condanna delle mistificazioni
storiche tramandate, che ho intrapreso la lettura dei suoi libri: da Favole
della dittatura (1950) alle poesie di La Sicilia, il suo
cuore (1952), alle prose ora in forma saggistica ora narrativa di Le
parrocchie di Regalpetra (1956) e Gli zii di Sicilia
(1958), preziosi incunaboli delle opere successive. Dopo Pirandello e la
Sicilia (1961), che rimarca il superamento della presunta o limitativa
‘insularità’ di un drammaturgo e narratore votato piuttosto a rappresentare
l’universale condizione umana, s’avvia con Il giorno della civetta (1961)
il ciclo sciasciano più strettamente narrativo, confermato, a suggellare una
memorabile dilogia ‘di mafia’, da A ciascuno il suo (1966). Mentre
romanzi quali Il contesto (1971) e Todo modo (1974) raccontano la
corruttela d’un potere politico connivente, nel nostro paese, con quello ecclesiastico.
Con La corda pazza (1970), raccolta di saggi
letterari, si può leggere, tra l’altro, una lapidaria critica del ‘carattere
siciliano’ sospeso tra “‘la corda civile’ […,] bloccata da secoli; e
[…la] ‘corda seria’ […] in sincronia allo scatenarsi della ‘corda pazza’”.
Fino all’orgogliosa affermazione secondo cui “se l’arte e la letteratura del
nostro tempo contano qualcosa nel mondo, il merito è peculiarmente di scrittori
e artisti siciliani, di scrittori e artisti regionalisti […]. E basti pensare
[a] quella summa del regionalismo che è Il Gattopardo di Tomasi di
Lampedusa”... Quasi ad echeggiare la nota frase di Goethe, che indaga
l’indecifrabile diversità dell’animo dei siciliani giungendo ad affermare:
“Senza la Sicilia non ci si può fare un’idea dell’Italia: qui soltanto è la
chiave di tutto” (Italianische Reise, 1828). Frase sottoposta al vaglio
del romanzo di Tomasi, per il quale la ragione della differenza tra i siciliani
e il mondo “deve trovarsi in quel senso di superiorità che barbaglia in ogni
occhio siciliano, che noi stessi chiamiamo fierezza, che in realtà è cecità”…
C’è un orgoglioso lampeggiamento, in quell’occhio d’abisso; che però impedisce
di vedere il vero più evidente delle cose.
Frattanto, in un articolo sul “Corriere della sera” (2
settembre 1984), lei, caro Sciascia, s’immalinconisce menzionando una lamentela
del poeta Lucio Piccolo. “‘Noi siciliani […] siamo antipatici’” sostiene
Piccolo. “Era, la sua, una constatazione,” chiosa Sciascia “ormai, per
assuefazione, appena dolente: rassegnata, accettata. E in un certo senso
goduta, poiché è degli uomini diciamo speculativi, la capacità di estrarre da
una condizione infelice una certa felicità, una sottile allegria”.
Affiancando, poi, al nome di Piccolo quello di Salvatore
Quasimodo, aggiunge: “Sempre Quasimodo avvertì intorno a sé un’avversione, una
persecuzione quasi […]; e la si considerava una specie di mania. Ma quando, nel
1959, gli fu conferito il premio Nobel, si ebbe la prova che non c’era nulla di
maniacale nell’ostilità di cui si sentiva circondato: credo che nessun paese,
mai, abbia reagito come l’Italia letteraria ha reagito all’assegnazione del
Nobel a Quasimodo. Come ad una offesa. Juan Ramon Jiménez era fuoruscito, in
esilio, quando ebbe il Nobel: ma se ne rallegrò anche la Spagna franchista. Né
si può dire che Quasimodo fosse al di sotto della media dei Nobel: basta
scorrerne l’elenco dal 1901”.
Nel 1971 escono i racconti di Il mare colore del vino e
gli Atti relativi alla morte di Raymond Roussel, indagine sulla
misteriosa morte a Palermo, in una camera del famoso Albergo delle Palme, dello
scrittore francese autore di Locus solus (1914).
Stampato a breve distanza dall’uscita del libro-inchiesta La
scomparsa di Majorana (1975), ecco I pugnalatori (1976), evocazione
d’un complotto palermitano del 1862 contro lo Stato che sembra preannunciare le
trame eversive culminate il secolo scorso nel tragico rapimento, da parte delle
Brigate rosse, di Aldo Moro, presidente della Democrazia cristiana, partito
maggioritario al governo in Italia e in procinto d’accogliere l’appoggio
esterno del Partito comunista…
Va ora notato, caro Sciascia, che col suo L’affaire Moro (1978),
mimesi d’un grande dramma civile ancora in atto, lei è forse l’unico
intellettuale a distanziarsi dal coro di voci sul Moro ‘Grande Statista’: che
invece, nell’inusitata orchestrazione filologica del suo libro, è
ridimensionato a “politicante” privo di “senso dello Stato” e preoccupato
soltanto di mantenere il potere. Accorda invece una partecipe credibilità alle
lettere del prigioniero condannato a morte in nome di una ragion di Stato
fondata sull’ambiguità di un ‘compromesso storico’ che bolla la Dc e il Pci
come complici effettuali delle Br.
Moro prigioniero non è diverso da Moro politico, dunque:
egli rimane “indefettibilmente fedele a se stesso, a se stesso cristiano, a se
stesso, soprattutto, democristiano. Presentarlo come impazzito di paura è
stato, cristianamente, umanamente, un delitto” (L. Sciascia, Io vi accuso!,
intervista a “Panorama”, settembre 1978).
***
In questi anni settanta, cadenzati delle sue parole sempre
intrise d’una intelligenza senza pari (è, questo, il tempo in cui noi facciamo
conoscenza – in occasione d’una mostra romana dove, tra l’altro, s’espongono le
tele di Renato Guttuso), quasi nessuno quanto lei ha memoria dello scrittore e
pittore Savinio, ‘realista magico’ contiguo a Bontempelli e forse il più
europeo tra gli artisti italiani.
Prendendomi sottobraccio e spostando il discorso, avviato
con qualche vaghezza, circa il rapporto fra l’arte figurativa realista e un
romanzo come A ciascuno il suo – dove si fa riferimento a un’opera di
Guttuso –, tirando una convulsa boccata dall’eterna sigaretta mi dice, con
nella voce dall’accento così marcatamente ‘siculoccidentale’ un lieve tremito
d’entusiasmo misto a pudore (da altri confuso con la timidezza), che, subito
dopo Pirandello, tra i maggiori del Novecento italiano c’è Savinio… Convinzione
definita anche in un articolo, Testimonianza per Savinio, pubblicato
dalla rivista “Scena” (n. 5, ottobre-novembre 1976): “Ci si trova davanti […] a
uno dei pochi geni sicuri (con Bruno Barilli e Carlo Emilio Gadda) della
letteratura italiana”.
Colui che, con uno dei suoi rari sorrisi di benevolenza non
disgiunta da discrezione, lei presenta a Guttuso come “un giovane molto
promettente”? Ero proprio io: oggi un ex giovane che non ha mantenuto le
promesse da lei stabilite per lui…
Il nostro dialogo non ha seguito, a parte una sua
telefonata, subito successiva al pomeriggio romano, per chiedermi l’indirizzo
del poeta e bibliofilo fiorentino Arnaldo Pini, proprietario d’una libreria
antiquaria e suo fornitore di volumi… teologici (seppure estraneo a ideologie
religiose, da sempre ritengo rilevante, nell’ambito delle sciasciane prese di posizione
morali, l’aspetto teologico e “una certa religiosità” – parole sue – di chi,
erede dell’illuminismo europeo, non si è mai dichiarato ateo. Risvolto, questo,
d’uno scrittore talora enigmatico e per certi aspetti ‘segreto’)…
Trascorre altro tempo e, forse perché penso che lei, spesso
pressato da postulanti, possa credere a una qualche mia richiesta d’attenzione,
non le invio il mio primo libro: pubblicato a Firenze da La Nuova Italia nel
1979, anno in cui lei si candida alle elezioni col Partito radicale e per
questo motivo, nel mese di maggio, finisce per rompere la quarantennale
amicizia col comunista Guttuso. “Caro
Sciascia, perché con Pannella?” le rimprovera Guttuso. “Caro Guttuso, amico
inquisitore…” è la piccata replica sciasciana.
Il titolo del mio libro? Debitamente lapidario, sintetizza,
nemmeno a farlo apposta, l’argomento del nostro colloquio: Alberto Savinio;
che pubblico negli stessi giorni del suo Nero su nero (1979), corrusco
scartafaccio diaristico, filologico ‘giornale di bordo’, calepino di storie
appassionanti e certo un testo che non ha niente da invidiare, per esempio,
all’omologo La provincia dell’uomo. Quaderni di appunti 1942-1972 (1973)
del Nobel Elias Canetti.
A Nero su nero, monumento al disincanto
e al pessimismo dell’intelligenza, seguono la raccolta di articoli e interviste
La palma va a nord (1980), Il teatro della memoria (1981) e Cruciverba
(1983), terza parte, quest’opera tutta da leggere, d’una sapienziale trilogia
saggistica comprendente Pirandello e la Sicilia e La
corda pazza.
Analogo alla raccolta di motti Kermesse (1982) è Occhio
di capra (1985), dizionario di ‘modi di dire’ siciliani.
Una vera e propria ‘chicca’, sorta d’affettuoso
‘smascheramento’ d’una delle innocenti millanterie di Stendhal che racconta di
avere fatto un viaggio in Sicilia mai avvenuto, è Stendhal e la Sicilia (1984).
Segue Per un ritratto dello scrittore da giovane (1985), saggio dedicato
a Borgese, che precede La strega e il capitano (1986), l’amoroso Ore
di Spagna (1988), i romanzi Il Cavaliere e la morte (1989) e Una
storia semplice (1989). Questa folta produzione si conclude con A futura
memoria (1989), raccolta di scritti giornalistici “su certi delitti, certa
amministrazione della giustizia; e sulla mafia”.
Precedentemente, anno 1975, con scalpore giunge in libreria
un romanzo che non c’è motivo per non considerare tra i capolavori della
letteratura: Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo… Pochi ricordano la
sensazione provocata dall’inopinato battage pubblicitario della
Mondadori, che lo stampa, e le polemiche fra sostenitori e detrattori d’un
libro di 1257 pagine fittamente impresse, repleto di neologismi e dalla
complessa costruzione: da taluni (per esempio, George Steiner) giudicato ai
vertici della narrativa occidentale e da altri un ambizioso prodotto
dell’editoria di consumo.
Si tratta, inoltre, d’un libro tutto ‘di mare’, l’unico
scritto da un grande romanziere siciliano se si pensa che negli stessi Malavoglia
di Verga il mare risulta solo uno ‘sfondo’ della narrazione.
Autori siciliani quali Bufalino, Consolo e Camilleri
esprimono sincero apprezzamento per l’opera del conterraneo d’area messinese
(quanti sanno che, a Messina, il giovane Sciascia, diplomatosi maestro
elementare, frequenta un po’ la Facoltà di Magistero dell’Università, lasciata
dopo un deludente 18 in filosofia e un’incredibile bocciatura in letteratura
italiana?).
Se alla triade siciliana si legano gli interventi di critici
come Maria Corti o Contini, fra le numerose altre espressioni pro o contro lei
non aggiunge la sua. Tale mio riscontro, certo pleonastico, mutua una domanda
rivolta ad alcuni scrittori, per lo più siciliani, che rispondono rilevando
un’estrema distanza fra la scrittura di Sciascia, secca, incisiva, ‘cartesiana’
e quella immaginosa, visionaria, poetica e avvolgente di D’Arrigo; tra il
ferreo illuminismo sciasciano e l’estenuato, baroccheggiante romanticismo
darrighiano.
I più maliziosi non mancano di alludere anche a una mera
rivalità fra scrittori della stessa terra; o a quell’inguaribile ‘atarassia’
per la quale – come lei stesso, in varie occasioni, denuncia – ciò che tanti
siciliani rimproverano ad altri siciliani non è di fare ‘fare qualcosa’ ma ‘il
fare’ tout court.
Del resto lei stesso, venerato nell’illuministica Francia,
non si sente tenuto in pregio dai suoi conterranei: magari spiegandoselo col
fatto che, in contrasto col suo logocentrismo, l’anima siciliana profonda resta
inguaribilmente barocca e romantica: ovvero – si opina – ‘irrazionale’…
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Stefano D'Arrigo (1919-1992 - ph. M. Sanminiatelli Odescalchi)
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Precisandole che non attribuisco senso alcuno a quanto non
si distingua dalla superficialità e dal generico pregiudizio, tento – purtroppo
soltanto adesso, dopo aver pubblicato nel 1985 il volume Scill’e Cariddi.
Luoghi di “Horcynus Orca” – di spiegarmi quella che ritengo una sua sincera
o legittima ‘antipatia’ nei confronti della narrazione di D’Arrigo, satura di
mare così come la proustiana Recherche lo è di memoria.
Io immagino che la sua possibile avversione possa
riguardare, allora, segnatamente il… mare: che permea il romanzo darrighiano al
pari del Moby Dick di Melville… “Il mare non mi è mai piaciuto, e non mi
piace neppure oggi” lei dichiara a Marcelle Padovani nel libro-intervista La
Sicilia come metafora (1979). Nota poi che molti paesi della Sicilia
“volgono ostentatamente le spalle al mare”: da lei visto “per la prima volta
soltanto a cinque anni”. Il mare, peraltro, “non piace neppure ai siciliani”:
poiché degli insulari non potrebbero amare “il mare che è capace solo di portar
via gli emigranti e di sbarcare gli invasori”. Così – riepiloga – “non so
neppure nuotare”…
Tuttavia non potrebbe rilevarsi che Horcynus Orca rappresenti
proprio il contrario della stereotipata metafora del siciliano costretto dalla
malasorte ad abbandonare la propria isola? Visto che, concepito come nostos,
ovvero l’omerico ‘viaggio di ritorno’, il romanzo finisce per esprimere
l’anelito di chi, per mare, torna alla propria terra: alla propria lingua, al
proprio mestiere, alla propria identità…
Che infine ’Ndrja Cambia, il protagonista darrighiano, venga
ucciso dalla fucilata d’una scolta inglese e non realizzi le proprie speranze
può simboleggiare una forma d’adesione del ‘romantico’ D’Arrigo allo sciasciano
illuminismo pessimistico relativamente alla possibilità degli uomini di
patteggiare con le iniquità del sistema.
Intanto Horcynus Orca paga la condanna a un
ostracismo non dissimile dall’‘alto silenzio’ in cui anche lei, caro Sciascia,
lo relega magari solo a causa del ‘mare’… “Il mare” lei scrive in La corda
pazza “è la perpetua insicurezza della Sicilia, l’infido destino […]. Il
mare è amaro”.
***
Le scrivo da una città, Firenze, già sede di siciliani
(Gentile, Borgese, Vittorini, Quasimodo, il dimenticato poeta Antonio Bruno di
Biancavilla, il due volte sindaco di Firenze La Pira, fino al critico letterario
Giuseppe Zagarrio): che, per giungervi, hanno traversato lo Stretto in ferry
boat e viaggiato coi treni da lei detti “la grande passione della mia vita”.
Pure spiegando: “Non ho più viaggiato che in treno” (cfr. M. Padovani, cit.)…
Frattanto, penso agli anni in cui ogni suo scritto
rappresenta per l’Italia della civiltà e della cultura una festa
dell’intelligenza e della libertà di pensiero; penso alla sua voce dimessa e
severa, ora soffocata dagli striduli scherani d’un potere affaristico e posti a
guardia di interessi clientelari, dell’attacco alla dignità del posto di
lavoro, della caccia ai profitti e degli illeciti impuniti, della
privatizzazione di scuola e sanità, della corruzione o intimidazione della
giustizia, della sanatoria per i capitali esportati (un regalo alla mafia che
ricicla il denaro delle attività criminali). Ciò malgrado gli eventi bellici
che attraversano l’Occidente globalizzato, questo concentrazionario mercato di
massa incapace di fare i conti con le illusioni edonistiche che lo modellano; e
malgrado la crisi globale del capitalismo, la catastrofe, l’Undici Settembre
2001, delle Torri Gemelle di New York (indubbiamente, lei accetterebbe con
riserva la versione ufficiale secondo cui tale Bin Laden, nascosto in una
grotta tra le montagne dell’Afghanistan, abbia potuto organizzare la più
complessa delle azioni di guerra)…
Con tali rapide riflessioni, la saluto completando questa
mia lettera senza data, scritta in un giorno d’incipiente primavera al tavolo
d’un Caffè di fronte alla Piazza Signoria dove Savonarola bruciava sul rogo e
dove pare che le pietre siano ancora “letteralmente incandescenti”: come, nelle
sue ‘cronache italiane’, annotava il suo Stendhal, scrittore – lei
avvertirebbe – ‘senza mare’.
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