LETTURE
ALBERTO FIASTRELLI
      

Smalto fucsia

 

Zona editore, Arezzo 2009, pp. 134, € 12,00

    

      


di Domenico Donatone

 

 

“mancano di sonorità le mie parole

si vede che vivo solo di dissonanze”

  1. Fiastrelli, Smalto fucsia

 

 

 

Le dinamiche di un intenso malessere generazionale

 

 

Cosa spinga Alberto Fiastrelli a intitolare la sua raccolta di poesie Smalto fucsia, credo sia un naturale senso d’impotenza, così profondo e anche così ingenuo da colpire sempre più spesso le giovani generazioni. Nella sostanza, in questo titolo, a tratti intimistico e a tratti caustico, c’è qualcosa di sostanzialmente vago, di indefinibile, se non addirittura, in molte parti del libro, che dovrebbero sorreggere il titolo dell’opera, qualcosa di così semplicistico da infondere prerogative d’analisi proprie di una materia psico-pedagogica pregressa. Perché il significato di quest’opera appartiene unicamente ad una visione, diciamo pure, personale, nonché privata e quasi clinica, che intende delineare un’esistenza convulsa, straziata dal ritmo angoscioso e terapeutico-neurologico che in sé definisce e, al contempo, intacca il progetto di scrittura. Qualcosa di sospeso e di minimo nella sostanza, perché il libro si concentra semanticamente su un rapporto, non del tutto compiuto, di frenetica reciprocità, psico-caco-estetizzante, con le cose del mondo. È un meccanismo fragile e ordinario quello che delinea i contorni psicologici e semantici di questo libro. Debole e pseudomondano! Una elementarità, stilistica e verbale, nonché grammaticale, con tutte le annesse storpiature e sviste del pensiero, – oggi così proprie di uno stile che a stento si comprende –, avvolge il testo, per cui solo con presunzione tutta la gittata dei versi può ritenersi compiutamente poesia.

 

L’aspetto interessante di questo che in più parti del libro appare come un divertimento, un modo concreto di svagarsi, coltivando un’esistenza ai margini, sta nel fatto che l’autore si dichiara poeta («Salve sono uno scrittore | ma di cosa scrivere non so ||»), ma nel contempo è come se ammettesse di non avere le capacità, come se la scrittura fosse il risultato di un’atavica neo-patologia moderna che si basa sullo scrivere in quanto forma dell’essere senza poter in concreto rappresentare qualcosa, se non uno sfogo contro la vita, e da qui assumere la posa del borderline, del maudit di provincia che, nel paese, sale le scale del campanile davanti casa. Rischioso ammettere di non essere poeta e poi scrivere: è come invitare il lupo (il critico) a divorare l’agnello (il poeta). Dalla Prefazione al libro si legge: «è una dozzina di anni che scrivo e non è mai una buona annata; tuttavia non posso smettere, chissà, magari sono solo manie di protagonismo, ma non riesco proprio a smettere».

Nulla è più desolante della scrittura come vizio. È come un medico, e tanti ce ne sono, che dopo che ha operato cuore, fegato e polmone, scrive poesie romantiche. Quella non è poesia, è una iattura. Così il gioco come divertissement include a priori il suo fallimento, perché fino a prova contraria si gioca per crescere ma non si cresce per giocare, per dire al mondo di appartenere unicamente a quel divertimento, a quella bizzarria. Non si è Landolfi che giocava d’azzardo o Palazzeschi che imitava sé stesso; non si è come i tragicomici del Novecento che col riso intimorivano il dolore e scacciavano la paura. Qui è la provincia che tenta per l’ennesima volta di riprendersi quello che le viene tolto. E non è che la semplicità stilistica e la densa sintassi spalmata sulla pagina di questa raccolta poetica siano in qualche modo vicine ad una linea espressiva che possa far pensare ad un Penna o ad un lirico ermetico come Luzi, di rarefatta e, al contempo, sublime densità dialettica: niente affatto. Qui tutto ciò che è elementare è, nella sostanza, spicciolo, banale, con l’aggravante, tutta personalistica dell’autore, di sconfinare in territori, come quello della sperimentazione, in cui il verso a sua volta diventa un ilare tentativo di mostrarsi, pienamente convinto di essere efficace, vicino alla beat generation o alla poesia impegnata, capace di esaminare i vivi luoghi della coscienza. Ci dispiace, ma non è così.

 

Qui nulla è beat e nulla è sperimentale: qui tutto ciò che è elementare, sintatticamente articolato e semplice, grammaticalmente poco ordinato, mette in luce la difficoltà di saper fare poesia, di essere all’altezza del compito. Qui tutto precipita nella provincia: il senso della nervatura poetica si designa nell’indicare significazioni autoctone, intese come istanze pure e crude. Essere poeta qui vuol dire distillare sogni, ingoiare pillole, fare l’occhiolino alle muse, andare a visita dal neurologo, bere al bar e stare nei pub. Cosa che nessun poeta farebbe se nel contempo, nel work in progress della sua scrittura, egli non dimostrasse d’essere in grado di divorare quell’intero armamentario di opacità e di noia. Qui il salto non c’è; il libro finisce così come inizia: la poesia è in gran parte del testo prolissa e carica di sferzate sintattico-lessicali, piena di rimembranze poco lucide e contemporaneamente sollecitate da prassi terapeutiche neurologiche, al poeta utili per tendere la corda semantica ed inneggiare all’impiccagione. Solo a tratti egli lascia venir fuori qualcosa che vale la pena di sottolineare. Ed è un peccato, perché in molti casi lo sforzo di Fiastrelli si avverte nell’immediatezza della sua età (classe 1981) e della sua problematica esistenziale, capace di cogliere quel profondo che giace dentro di sé. Ma l’abbaglio che prende è grande. Lascerei stare proclami che inneggiano ad un’alta significazione della parola e che solo Roberto Saviano ha saputo riassumere dentro la letteratura non come licenza, ma come coraggio, come prerogativa morale. Quando Fiastrelli dice “credo nel potere delle parole” commette un errore ingenuo che nessun altro critico gli avrebbe perdonato, perché la letteratura e la poesia sono, oggi più di ieri, nella costante irriducibilità di una eversione fatta di impegno e di sacrificio, qualcosa che indica una ferocia più che un canto, una durezza più che una melodia, e a sufficienza ciò è stato mostrato come forma d’arte ormai modulata in maniera molto inconcludente. La forma determina il contenuto. Questo, in poesia, è il segnale di una corruzione che deve tornare a redimere sé stessa. L’intuizione del nostro giovane è sicuramente pura, ma responsabile di sfrontatezza, di poco studio, di poca audacia della sintassi, posta in serie come se l’interlocutore a cui egli si rivolge passasse le sue più intense giornate al supermercato o a giocare a carte. E se la sfiga (generazionale) a cui egli fa riferimento è frutto di un segno d’avanguardia, altrettanto vero è che la sua eterodossa ispirazione immancabilmente cade sulla presunzione di ottenere risarcimento. Non ci si ostina ad essere per essere, si è.

Questo manca al libro, ovvero la reale prospettiva di poter far credere che da questa inquadratura morale ci si possa riprendere e migliorare. Un dispiacere, si diceva, perché a volte il poeta-non poeta inserisce nell’opera quello che nella sua mente continua a restare puro sentimento senza argomentazione. «Ho voce | e me la gioco in un boato ||», afferma, piacendoci molto; «mettetevi in salvo | non mi leggete ||», sostiene con imperizia, piacendoci assai meno. La presunzione in provincia è ciò che impedisce di raggiungere un vero traguardo. Ed ognuno lo sa, se è vero, come è vero, che ogni uomo in terra fa i conti con una sua provincia mentale.

 

Smalto fucsia poteva essere un buon libro, ad iniziare dal titolo. Il fucsia è il colore dell’ambiguo, qualcosa che richiama alla mente territori d’altro amore non impossibile; qualcosa che è anche forza, stravaganza, impazienza, avvalorato dalla fervente estetizzazione dello smalto. Un binomio che il poeta vuol rendere inscindibile, mentre perde una battaglia che poteva essere anche trans poetica, frutto esteso di un’accorta mimetizzazione in una giungla di linguaggi. Qui gran parte di quello che si legge si svela per ciò che è: una sicumera non del tutto digerita, perché laddove la sincerità di un metodo di scrittura poco attento al verso può riscattare l’indeterminatezza finale, nel contempo accade che questa complicità si perde nei meandri di una logica strettamente vincolata ad esperienze limitari. Nei testi di Fiastrelli, non va negato, ci sono delle intuizioni poetiche che si mostrano al lettore come spazi raggiunti dentro l’empasse della grammatica, della sintassi, della voce. Ad esempio, buone e soddisfacenti sono le strutture di alcuni versi: «la follia è sete di verità | o il bicchiere vuoto dopo aver bevuto ||»; «zoppa la pace segue benedicendo i cadaveri dei caduti»; «pronto a vivere l’infarto della memoria»; «ai pazzi giusto si riconosce | l’abilità nel disegno»; «è il più sporco degli affari | vendersi a se stessi | nudi di fronte ad uno specchio ||»; «perché al declinato domani non si lancia il guanto»; «Non si è mai poveri finché ci sono diverse strade da scegliere e non si è mai colpevoli finché non ci è tolta la possibilità di farlo»; «un neon balbetta una strofa squassata»; «la mia lingua spellata barca di campane»; «nel velluto dei sospiri perla del mattino».

 

C’è qualcosa di confusamente campaniano, di decadente e insieme di crepuscolare ed espressionista, nei versi di Alberto Fiastrelli, un vivere palesato all’ombra di medici e di psicoterapisti, di neurologi, che assommano le ansie di questo giovane e poi le fanno esplodere nella scrittura che assume una dimensione puramente liberatoria. Bisogna credergli come si è creduto al “balenco” di Marradi? Dobbiamo convincerci che in provincia si assiste ad un proliferare di azioni e comportamenti tremendamente meccanici? La risposta è si. E la dimostrazione di questo sta nei fatti, sia pur poco aggrazianti, di questa poesia, la quale riesce con le sue difficoltà a trasmettere compiutamente, nel suo insieme altisonante e dispotico, l’immagine di un giovane che vive all’ombra della sua stessa esistenza. Qui si accenna alla follia! («Io parlo la lingua dei pazzi | Non perché non abbia speranza | O mi creda superiore a questa scena | Ed ai suoi belletti | Mi rinchiudo in me per spacciare | Agli altri il mio egoismo | La mia onestà sta | Nel non farne un gioco di luci colorate ||»). Potremmo più tranquillamente indicarla come depressione, magari più intensa dei tratti a cui la giovinezza di solito ci abitua, ma l’intera costruzione dei versi risente di pulsioni che davvero non trovano una comoda sistemazione, esattamente come accade in Dino Campana. Una grammatica e una metrica che si autoinventano, che pongono nel bivio dei loro ragionamenti una preposizione avversativa, poi comparativa che, nuovamente adoperata, rende impensabile un suo uso nella stessa strofa. Fiastrelli scrive così come vive. Senza punteggiatura, quindi senza ordine. Poche strofe rintracciabili nei suoi componimenti sono come la sua rigida flessibilità. Questo è sicuramente un punto di forza del libro, purtroppo non sufficiente a suggestionare il lettore e a trascinarlo totalmente in quel mondo. Ora è indubbio che Campana tenga vivo e pieno di sentimento il sentiero dettato dalla sua nevrastenia cronica all’interno della letteratura del Novecento, per cui è improprio un parallelo Fiastrelli/Campana. Può incuriosire, però, questa verve sconclusionata e fuori dalle righe della pagina poetica del nostro giovane scrittore, perché invoglia a rettificare, sia pur con imprudente slancio anche da parte di chi scrive, questa episodicità esistenziale tutta inserita in un quadro di languori, di rabbie e di tenerezze che non indicano altro che un tracciato vitale chimico, fortemente farmacologico. Come Campana dialogava con il suo medico psichiatra Pariani, anche Fiastrelli dialoga con un uomo col camice bianco, la cui scienza non sovverte i meccanismi della disperazione:

 

«lei dice servirebbe

a valutar quanto a mio favore

sposto il pensiero dalla realtà alla fantasia

non fosse che già troppi

han soffiato sulla mia inconsistenza

son io dottore

il suo miraggio

e questo è quel che ho di più prezioso

la libertà

d’inseguire l’ombra

nella canicola del giudizio

nella casistica delle imperfezioni

[…]

sarò pure stravagante

ma di vita ce n’è una

e di pillole tante

non sarà certo quella che mi prescrive

a farmi accettare tutte le altre

non so quanti ce l’abbiano con me

e quanto io con te

ma è da quest’esame che mi fabbrico normalità

intanto sulla seggiola della sala d’attesa

vagliando le condizioni della resa

ho indossato il pennino della stilo

delle mie depresse voracità traccio il filo

il Nilo!»

 

In questi versi si raggiunge la compiutezza di un libro incompiuto. Quadri d’idilli psicologici di marca leopardiana e flash stilistici liricogenici, propri di una versificazione “senza grammatica”, ci mostrano un poeta che ha una fragilità che sconfina nella psicopatologia, intesa ormai, da una tradizione critica niente affatto inconcludente, bensì adusa semmai a ragionamenti schematici, come il resoconto più attendibile di una generazione bloccata dalla sua stessa immagine riflessa nel vetro della crisi mondiale, impedita a vivere con le sole sue forze. Attraverso questo costante procedere inquieto, zoppicante, euforico, Alberto Fiastrelli ci consente di percepire, sia pur a tratti, le dinamiche di un intenso malessere generazionale, il simulacro stesso su cui poggia la vita moderna.




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