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di Domenico Donatone
“mancano di sonorità le mie parole
si vede che vivo solo di dissonanze”
- Fiastrelli, Smalto
fucsia
Le dinamiche di un intenso malessere generazionale
Cosa spinga Alberto Fiastrelli a
intitolare la sua raccolta di poesie Smalto
fucsia, credo sia un naturale senso d’impotenza, così profondo e anche così
ingenuo da colpire sempre più spesso le giovani generazioni. Nella sostanza, in
questo titolo, a tratti intimistico e a tratti caustico, c’è qualcosa di sostanzialmente
vago, di indefinibile, se non addirittura, in molte parti del libro, che dovrebbero
sorreggere il titolo dell’opera, qualcosa di così semplicistico da infondere
prerogative d’analisi proprie di una materia psico-pedagogica pregressa. Perché
il significato di quest’opera appartiene unicamente ad una visione, diciamo
pure, personale, nonché privata e quasi clinica, che intende delineare un’esistenza
convulsa, straziata dal ritmo angoscioso e terapeutico-neurologico che in sé
definisce e, al contempo, intacca il progetto di scrittura. Qualcosa di sospeso
e di minimo nella sostanza, perché il libro si concentra semanticamente su un rapporto,
non del tutto compiuto, di frenetica reciprocità, psico-caco-estetizzante, con
le cose del mondo. È un meccanismo fragile e ordinario quello che delinea i
contorni psicologici e semantici di questo libro. Debole e pseudomondano! Una
elementarità, stilistica e verbale, nonché grammaticale, con tutte le annesse
storpiature e sviste del pensiero, – oggi così proprie di uno stile che a
stento si comprende –, avvolge il testo, per cui solo con presunzione tutta la
gittata dei versi può ritenersi compiutamente poesia.
L’aspetto interessante di questo che
in più parti del libro appare come un divertimento, un modo concreto di
svagarsi, coltivando un’esistenza ai margini, sta nel fatto che l’autore si dichiara
poeta («Salve sono uno scrittore | ma di cosa scrivere non so ||»), ma nel
contempo è come se ammettesse di non avere le capacità, come se la scrittura
fosse il risultato di un’atavica neo-patologia moderna che si basa sullo
scrivere in quanto forma dell’essere
senza poter in concreto rappresentare qualcosa, se non uno sfogo contro la
vita, e da qui assumere la posa del borderline, del maudit di provincia che,
nel paese, sale le scale del campanile davanti casa. Rischioso ammettere di non
essere poeta e poi scrivere: è come invitare il lupo (il critico) a divorare
l’agnello (il poeta). Dalla Prefazione
al libro si legge: «è una dozzina di anni che scrivo e non è mai una buona
annata; tuttavia non posso smettere, chissà, magari sono solo manie di
protagonismo, ma non riesco proprio a smettere».
Nulla è più desolante della
scrittura come vizio. È come un medico, e tanti ce ne sono, che dopo che ha
operato cuore, fegato e polmone, scrive poesie romantiche. Quella non è poesia,
è una iattura. Così il gioco come divertissement
include a priori il suo fallimento, perché fino a prova contraria si gioca per
crescere ma non si cresce per giocare, per dire al mondo di appartenere
unicamente a quel divertimento, a quella bizzarria. Non si è Landolfi che giocava
d’azzardo o Palazzeschi che imitava sé stesso; non si è come i tragicomici del
Novecento che col riso intimorivano il dolore e scacciavano la paura. Qui è la
provincia che tenta per l’ennesima volta di riprendersi quello che le viene
tolto. E non è che la semplicità stilistica e la densa sintassi spalmata sulla
pagina di questa raccolta poetica siano in qualche modo vicine ad una linea
espressiva che possa far pensare ad un Penna o ad un lirico ermetico come Luzi,
di rarefatta e, al contempo, sublime densità dialettica: niente affatto. Qui tutto
ciò che è elementare è, nella sostanza, spicciolo, banale, con l’aggravante,
tutta personalistica dell’autore, di sconfinare in territori, come quello della
sperimentazione, in cui il verso a sua volta diventa un ilare tentativo di mostrarsi,
pienamente convinto di essere efficace, vicino alla beat generation o alla poesia
impegnata, capace di esaminare i vivi luoghi della coscienza. Ci dispiace, ma
non è così.
Qui nulla è beat e nulla è
sperimentale: qui tutto ciò che è elementare, sintatticamente articolato e
semplice, grammaticalmente poco ordinato, mette in luce la difficoltà di saper
fare poesia, di essere all’altezza del compito. Qui tutto precipita nella
provincia: il senso della nervatura poetica si designa nell’indicare
significazioni autoctone, intese come istanze pure e crude. Essere poeta qui
vuol dire distillare sogni, ingoiare pillole, fare l’occhiolino alle muse,
andare a visita dal neurologo, bere al bar e stare nei pub. Cosa che nessun
poeta farebbe se nel contempo, nel work
in progress della sua scrittura, egli non dimostrasse d’essere in grado di
divorare quell’intero armamentario di opacità e di noia. Qui il salto non c’è;
il libro finisce così come inizia: la poesia è in gran parte del testo prolissa
e carica di sferzate sintattico-lessicali, piena di rimembranze poco lucide e
contemporaneamente sollecitate da prassi terapeutiche neurologiche, al poeta utili
per tendere la corda semantica ed inneggiare all’impiccagione. Solo a tratti egli
lascia venir fuori qualcosa che vale la pena di sottolineare. Ed è un peccato,
perché in molti casi lo sforzo di Fiastrelli si avverte nell’immediatezza della
sua età (classe 1981) e della sua problematica esistenziale, capace di cogliere
quel profondo che giace dentro di sé. Ma l’abbaglio che prende è grande.
Lascerei stare proclami che inneggiano ad un’alta significazione della parola e
che solo Roberto Saviano ha saputo riassumere dentro la letteratura non come
licenza, ma come coraggio, come prerogativa morale. Quando Fiastrelli dice
“credo nel potere delle parole” commette un errore ingenuo che nessun altro
critico gli avrebbe perdonato, perché la letteratura e la poesia sono, oggi più
di ieri, nella costante irriducibilità di una eversione fatta di impegno e di sacrificio,
qualcosa che indica una ferocia più che un canto, una durezza più che una melodia,
e a sufficienza ciò è stato mostrato come forma d’arte ormai modulata in
maniera molto inconcludente. La forma determina il contenuto. Questo, in poesia,
è il segnale di una corruzione che deve tornare a redimere sé stessa. L’intuizione
del nostro giovane è sicuramente pura, ma responsabile di sfrontatezza, di poco
studio, di poca audacia della sintassi, posta in serie come se l’interlocutore
a cui egli si rivolge passasse le sue più intense giornate al supermercato o a
giocare a carte. E se la sfiga (generazionale) a cui egli fa riferimento è
frutto di un segno d’avanguardia, altrettanto vero è che la sua eterodossa
ispirazione immancabilmente cade sulla presunzione di ottenere risarcimento.
Non ci si ostina ad essere per essere, si è.
Questo manca al libro, ovvero la
reale prospettiva di poter far credere che da questa inquadratura morale ci si
possa riprendere e migliorare. Un dispiacere, si diceva, perché a volte il poeta-non poeta inserisce nell’opera quello che nella sua mente continua
a restare puro sentimento senza argomentazione. «Ho voce | e me la gioco in un
boato ||», afferma, piacendoci molto; «mettetevi in salvo | non mi leggete ||»,
sostiene con imperizia, piacendoci assai meno. La presunzione in provincia è
ciò che impedisce di raggiungere un vero traguardo. Ed ognuno lo sa, se è vero,
come è vero, che ogni uomo in terra fa i conti con una sua provincia mentale.
Smalto fucsia poteva essere un buon libro, ad iniziare dal titolo.
Il fucsia è il colore dell’ambiguo, qualcosa che richiama alla mente territori
d’altro amore non impossibile; qualcosa che è anche forza, stravaganza,
impazienza, avvalorato dalla fervente estetizzazione dello smalto. Un binomio
che il poeta vuol rendere inscindibile, mentre perde una battaglia che poteva
essere anche trans poetica, frutto
esteso di un’accorta mimetizzazione in una giungla di linguaggi. Qui gran parte
di quello che si legge si svela per ciò che è: una sicumera non del tutto
digerita, perché laddove la sincerità di un metodo di scrittura poco attento al
verso può riscattare l’indeterminatezza finale, nel contempo accade che questa
complicità si perde nei meandri di una logica strettamente vincolata ad
esperienze limitari. Nei testi di Fiastrelli, non va negato, ci sono delle
intuizioni poetiche che si mostrano al lettore come spazi raggiunti dentro l’empasse della grammatica, della sintassi,
della voce. Ad esempio, buone e soddisfacenti sono le strutture di alcuni
versi: «la follia è sete di verità | o il bicchiere vuoto dopo aver bevuto ||»;
«zoppa la pace segue benedicendo i cadaveri dei caduti»; «pronto a vivere
l’infarto della memoria»; «ai pazzi giusto si riconosce | l’abilità nel
disegno»; «è il più sporco degli affari | vendersi a se stessi | nudi di fronte
ad uno specchio ||»; «perché al declinato domani non si lancia il guanto»; «Non
si è mai poveri finché ci sono diverse strade da scegliere e non si è mai
colpevoli finché non ci è tolta la possibilità di farlo»; «un neon balbetta una
strofa squassata»; «la mia lingua spellata barca di campane»; «nel velluto dei
sospiri perla del mattino».
C’è qualcosa di confusamente campaniano, di decadente e insieme di crepuscolare
ed espressionista, nei versi di Alberto Fiastrelli, un vivere palesato
all’ombra di medici e di psicoterapisti, di neurologi, che assommano le ansie
di questo giovane e poi le fanno esplodere nella scrittura che assume una
dimensione puramente liberatoria. Bisogna credergli come si è creduto al
“balenco” di Marradi? Dobbiamo convincerci che in provincia si assiste ad un
proliferare di azioni e comportamenti tremendamente meccanici? La risposta è
si. E la dimostrazione di questo sta nei fatti, sia pur poco aggrazianti, di
questa poesia, la quale riesce con le sue difficoltà a trasmettere
compiutamente, nel suo insieme altisonante e dispotico, l’immagine di un
giovane che vive all’ombra della sua stessa esistenza. Qui si accenna alla
follia! («Io parlo la lingua dei pazzi | Non perché non abbia speranza | O mi
creda superiore a questa scena | Ed ai suoi belletti | Mi rinchiudo in me per
spacciare | Agli altri il mio egoismo | La mia onestà sta | Nel non farne un
gioco di luci colorate ||»). Potremmo più tranquillamente indicarla come
depressione, magari più intensa dei tratti a cui la giovinezza di solito ci
abitua, ma l’intera costruzione dei versi risente di pulsioni che davvero non
trovano una comoda sistemazione, esattamente come accade in Dino Campana. Una
grammatica e una metrica che si autoinventano, che pongono nel bivio dei loro
ragionamenti una preposizione avversativa, poi comparativa che, nuovamente
adoperata, rende impensabile un suo uso nella stessa strofa. Fiastrelli scrive
così come vive. Senza punteggiatura, quindi senza ordine. Poche strofe
rintracciabili nei suoi componimenti sono come la sua rigida flessibilità. Questo
è sicuramente un punto di forza del libro, purtroppo non sufficiente a
suggestionare il lettore e a trascinarlo totalmente in quel mondo. Ora è
indubbio che Campana tenga vivo e pieno di sentimento il sentiero dettato dalla
sua nevrastenia cronica all’interno della letteratura del Novecento, per cui è improprio
un parallelo Fiastrelli/Campana. Può incuriosire, però, questa verve
sconclusionata e fuori dalle righe della pagina poetica del nostro giovane scrittore,
perché invoglia a rettificare, sia pur con imprudente slancio anche da parte di
chi scrive, questa episodicità esistenziale tutta inserita in un quadro di
languori, di rabbie e di tenerezze che non indicano altro che un tracciato vitale
chimico, fortemente farmacologico. Come Campana dialogava con il suo medico psichiatra
Pariani, anche Fiastrelli dialoga con un uomo col camice bianco, la cui scienza
non sovverte i meccanismi della disperazione:
«lei dice servirebbe
a valutar quanto a mio favore
sposto il pensiero dalla realtà alla fantasia
non fosse che già troppi
han soffiato sulla mia inconsistenza
son io dottore
il suo miraggio
e questo è quel che ho di più prezioso
la libertà
d’inseguire l’ombra
nella canicola del giudizio
nella casistica delle imperfezioni
[…]
sarò pure stravagante
ma di vita ce n’è una
e di pillole tante
non sarà certo quella che mi prescrive
a farmi accettare tutte le altre
non so quanti ce l’abbiano con me
e quanto io con te
ma è da quest’esame che mi fabbrico normalità
intanto sulla seggiola della sala d’attesa
vagliando le condizioni della resa
ho indossato il pennino della stilo
delle mie depresse voracità traccio il filo
il Nilo!»
In questi versi si raggiunge la
compiutezza di un libro incompiuto. Quadri d’idilli psicologici di marca
leopardiana e flash stilistici liricogenici, propri di una versificazione
“senza grammatica”, ci mostrano un poeta che ha una fragilità che sconfina
nella psicopatologia, intesa ormai, da una tradizione critica niente affatto
inconcludente, bensì adusa semmai a ragionamenti schematici, come il resoconto
più attendibile di una generazione bloccata dalla sua stessa immagine riflessa
nel vetro della crisi mondiale, impedita a vivere con le sole sue forze.
Attraverso questo costante procedere inquieto, zoppicante, euforico, Alberto
Fiastrelli ci consente di percepire, sia pur a tratti, le dinamiche di un
intenso malessere generazionale, il simulacro stesso su cui poggia la vita
moderna.
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