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di
Nevio Gàmbula
Nanni
Balestrini ribadisce, con la sua Caosmogonia, che
la poesia non è innocente: quando il poeta compie una scelta sul
linguaggio rende palese il proprio modo di intendere il mondo. D’altra parte,
Balestrini non fa che confermare la caratterizzazione immediatamente politica
della disposizione dei segni. Ma l’operazione di Balestrini va oltre,
spingendosi fino a rimettere in gioco la prospettiva tipica dell’arte
d’avanguardia, dove il momento estetico e quello politico si compenetrano uno
nell’altro. L’ultima parte della raccolta, infatti, significativamente
intitolata Istruzioni preliminari, esplicita il programma di una
scrittura materialista e, allo stesso tempo, la sua coincidenza con «una
prospettiva rivoluzionaria» che trascende l’opera. È evidente che l’ambito
teorico al quale si riferisce Balestrini è il marxismo. Per lui la
«disperazione mortuaria» che isola il poeta dentro la sua stessa produzione non
ha senso: è solo un modo di mettere i sigilli alla «violenza che stravolge la
quotidianità». Oggi è tempo di riprendere a praticare una scrittura consapevole
della sua relazione con la «realtà caotica ostile immensa»; è tempo di
riprendere in mano il sogno di una cosa.
Giustamente
Balestrini si pone il problema di quale sia il modo migliore di mettere in
tensione la struttura poetica con la realtà del dominio; il problema, cioè, di
come non subordinare la poesia alle norme alienate e standardizzate del
linguaggio comune. Le sue risposte non sono nuove, anzi perseguono con coerenza
quella violazione del modello lineare con cui, da sempre,
Balestrini «agisce sulle strutture del linguaggio fino a provocare una nuova
emergenza del senso» (Fausto Curi, Metodo Storia Strutture, Paravia
1971). Si tratta, ancora una volta, di rompere con ciò che porta consenso allo
stato delle cose, rifiutandone le modalità discorsive che ne permettono la
riproduzione. Il primo passo è la dissoluzione dei legami formali: tendere a
una «forma liberata dalla palude delle sintassi». Vale a dire che ciò che è
proprio del linguaggio poetico è lo scarto irriducibile tra la
comunicazione ordinaria, che disloca le sue parti per alimentare ciò che la
rende falsa e violenta, e la negazione dell’armonia. Esso diventa così un gesto
di contrarietà: «rendere partecipe il lettore azzerando il linguaggio / contro
l’abuso la convenzione lo svuotamento di senso».
La
poesia, dunque, per Balestrini è una sorta di caos organizzato. Il poeta non
coagula le parti, dando compattezza a ciò che nasce e si presenta nella sua
intima caoticità: il poeta, al contrario, «sfa per dire». E insomma la poesia
si pone al di là della pretesa poliziesca di mettere ordine; mantiene,
programmaticamente, l’omologia tra il caos del reale e la struttura poetica:
«piccoli pezzi senza» (ma anche «impazziti coriandoli» e «instabili figure»).
La sintassi perde coerenza, si fa energia primordiale e ricrea –
scientificamente, verrebbe da dire – il caos alogico del mondo. L’immagine è
«creata con segni irrazionali» e la connessione tra le diverse immagini sfugge
a un’organizzazione gerarchica dei materiali: «registrazioni distorte / scempio
dell’immagine / il percorso di un acrobata su una fune tesa».
Ora,
pur ribadendo che la poesia non è un sistema di significati, Balestrini resta
fedele all’impulso di «catturare la realtà». Come lo fa? Scegliendo di
«spezzare l’articolazione». Non a caso il primo componimento è dedicato a
Francis Bacon, fautore di un’arte anti-rappresentativa. Per «ricreare la
violenza della realtà» non serve «limitarsi a una semplice illustrazione»: la
struttura poetica – «altamente artificiale / eppure molto più reale» – deve
essere fatta esplodere affinché si rompa con la consonanza consolatoria della
letteratura. Ripensare «il realismo», allora, che è una parte fondamentale del
programma di scrittura materialistica, equivale a fondare una scrittura diversa
da quella praticata oggi, dove tutto scorre ben levigato e lineare. Bisogna
imparare, sembra dirci Balestrini con questa sua nuova opera poetica, a
praticare una scrittura poco incline alla prevedibilità.
Poiché,
nell’opera, il reale è problematizzato a partire dal linguaggio, il realismo da
reinventare presuppone non più il concetto canonico del riflesso o del ricalco
del reale, quanto piuttosto la consapevolezza della propria presenza nella
realtà della storia. E presuppone – immaginiamo – il rifiuto di una scrittura
che si pieghi alla “cronaca”; un realismo, quindi, poco incline
all’interventismo poetico nell’immediato o alla denuncia in versi. Alla lettura
di questa raccolta, pare infatti che Balestrini confermi la necessità, per la
scrittura materialista, di fare deragliare il senso, costringendolo ad enuclearsi
tra la chiarità dei costrutti e le défaillances: al di là di ogni
pretesa autonomia e di ogni linearità consolante. Un realismo che mostra,
raccontando, l’impossibilità di un racconto preciso: «confuso incoerente
volutamente bislacco».
Proprio
nella difficoltà del linguaggio di fare compiutamente proprio il reale risiede
la possibilità di azione visionaria della poesia, visto che essa può talvolta
giungere a suggerire risvolti nuovi o inattesi nel «dire» la verità del tempo.
D’altra parte, l’infondatezza è la condizione stessa del mondo e,
conseguentemente, delle costruzioni linguistiche che vi si approcciano. «La
nostra urgenza di ordine – scrive Balestrini – si annulla / in un reticolato di
possibilità infinite». Il realismo mimetico è davvero impossibile. Si possono
solo fare ipotesi, ossia sperimentare «un continuo flusso di probabilità»:
«tutto si ramifica si scompone si mescola / proviamo ogni volta con parole
diverse / nessuna ricerca di risposte assolute / poiché ogni sviluppo è segnato
dalla discontinuità».
Direi
che è proprio qui, in questo realismo da ripensare (e in realtà ripensato
nell’atto stesso dell’opera), che si può scorgere la dipendenza reciproca tra
le dimensioni dell’esterno (la realtà) e dell’interno (la poesia in se stessa)
come la vera essenza della scrittura poetica. È vuoto estetismo stare solo sui
significanti, ed è idiota pensare alla scrittura come una messa in forma di
significati. La migliore letteratura, in fondo, nelle sue mille e più
declinazioni, ha sempre ceduto l’iniziativa alle parole, facendole sgorgare al
di là della mera volontà di rappresentare l’esterno, senza però mai
dimenticarlo, anzi decisamente ponendosi in chiave critico-dubitativa rispetto
al guasto del mondo. In questa Caosmogonia, dove appunto Balestrini forza
la lingua oltre le convenzioni, e in particolare oltre la linearità e la
leggibilità immediata, la poesia non si fa distacco o, peggio, insensibilità
rispetto allo stato delle cose; si fa non innocente, come gesto
dissonante.
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