LETTURE
MARCO PALLADINI
      

Il mondo percepito (incubi e dediche)

 

Le impronte degli uccelli, Roma, 2010, pp. 46,
€ 10,00

    

      


di Massimiliano Borelli

 

 

La copertina disegnata da Bruno Conte ben racconta in immagine l’ultima raccolta poetica di Marco Palladini, Il mondo percepito, uscita per le raffinate e quasi “familiari” (ogni libro è letteralmente cucito a mano, con un filo rosso) edizioni de Le impronte degli uccelli. Vi si ritrae un volto composto di colonne di giornale, incollate e sovrapposte a dovere, con un cuneo fitto di caratteri tipografici dilatati che entra in, e/o esce da un occhio spalancato.

 

Lungo questo orizzonte, infatti, si muovono i testi di Palladini qui riuniti: nel confronto tra oggetto osservato e percezione, tra documento esterno e reazione soggettiva (estranea però a qualsiasi “canto dell’Io”: chi scrive è un soggetto aperto alla collettività, è una voce anonima in dialogo, in scontro con l’altro). I quotidiani della copertina diventano, nella parola, le tappe di una cronaca e di una situazione storica che vengono assunte come schermi di proiezione di un’indefessa tensione politica, che alimenta in ogni anfratto i versi. Tuttavia, tale carburante eteronomo viene riversato attraverso il filtro della deformazione poetica, cioè del lavoro specifico del linguaggio, così che lo spunto del “quotidiano” patisce un’increspatura, al pari di come avviene, di nuovo in perfetta, reciproca ecfrasi, nelle altre corrugate tavole fuori testo di Bruno Conte. È pertanto rinvenibile un uso deviato di immagini, di espressioni verbali, di acquisizioni ideologiche della nostra frusta contemporaneità, che agisce da demistificante controcanto di uno sviluppo mendace e fallace, di un diffuso rigurgito reazionario, di costanti contraddizioni non sanate nel seno della nostra (ma anche altrui: a prova che non si dà un sistema sociale privo di smagliature, di storture) civiltà. In questo senso dice molto il verso di chiusura del libro, appartenente non per nulla a una “dedica” (ce n’è una serie, di dediche in versi, che forma la seconda parte della raccolta, a Sofri, Cordelli, Riviello, Giuliani, Risi, e che in esergo porta un omaggio a un altro autore molto frequentato, anche sul versante teatrale, da Palladini, Gianni Toti) a Elio Pagliarani: «Inglobare e reinventare la lingua-merce è la sola plausibile missione poetica»: Palladini opera in quest’ottica (che rimanda alla semiotica materialista di Rossi-Landi) dentro all’officina del linguaggio, divaricando la lingua comune in molteplici registri, in escursioni poliglotte, in storpiature grammaticali e ortografiche, in neologismi, così che la forma poetica rimastica e agisce in détournement sui materiali disponibili.

 

La ragion d’essere e quindi il principio tonale della raccolta sono tutti fondati sul terreno dell’invettiva, che è il vero sentimento propulsore: un “pensiero dominante” estroflesso, quindi, proiettato su obiettivi spesso cronologicamente tracciati, sempre individuati nella loro concreta (e molesta e pressante, da “incubo” come suggerisce la prima parte del sottotitolo) invadenza. È su questo piano polemico che si insediano indignazione e delusione, rabbia e interrogazione pubblica, in strofe di varia misura che però quasi ovunque portano in testa una ripetizione anaforica, un refrain proprio della litania, ma appunto anche del modo invettivo. E come invettiva comanda, vengono puntualmente individuati, non senza l’eco di un altro grande, scomodissimo e polemicissimo autore nostrano, Gian Pietro Lucini, i bersagli da colpire, lungo un ampio campionario di “maschere” attuali, di un teatro mondano degradato e rimbecillito («vipparoli passatisti, pretoni mondani parafuturisti, / italo-skin da sbraco e da sbarco sgominati, alé, / in quattro e quattr’otto… tutti i camerati Suvisti / passati rigorosamente a fil di spada…»). Una requisitoria che non risparmia l’Io, lui pure messo nel novero degli oggetti in causa: «che Io è un uomo finito, o meglio / (o peggio) uno che non è mai cominciato, / un feto fetente rimasto allo stadio di progetto, / sgravato solo per scherzo o per ischerno», anche lui riposto nell’ammasso da bruciare: «Mi scombuio e non mi voglio reincarnare / così al tramonto lasciatemi sanguinare» (chiusa che richiama alla mente un altro “incendiario” e demitizzato demistificatore prossimo a Lucini, Aldo Palazzeschi, con cui il testo instaura una discendenza per assonanza).

 

E quel che si percorre è un panorama desolante, di corrotte condotte, di un «endoscheletro» collettivo muffo, di un barbaro «crepuscolo della repubblica», dove si parla per vuoti anglicismi e ci si consola in «una blogosfera sempre a somma zero» nell’utopia (declassata al significato letterale di “non luogo”) della libertà dei «telesudditi» (oppure dove il massimo di esperienza di partecipazione collettiva appare quella delle formazioni ultras di una «Romma plebbea e strafatta»).

 

La direzione della raccolta di Palladini punta insomma tutta verso il basso, in sfregio, in graffio, fino ad attaccare l’inno nazionale, ovvero il luogo simbolico di una condivisione civica sempre più minacciata, stuprata da interessi “particulari” e meschini, dal gene divorante dell’«ItalTapino» piccolo piccolo. È in questo parodico “Mamelino”, franato in un romanesco volutamente d’accatto, che la storpiatura dei miti d’oggi si addensa, e sbocca sopra gli «Sfratelli d’itaglia», così, su una nazione minuscola, che è l’«itajia», che è l’«ytaglia».

 




Scarica in formato pdf  


      

Il contatore dei visitatori Shiny Stat è attivo da dicembre 2006