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di Massimiliano Borelli
La copertina disegnata da Bruno
Conte ben racconta in immagine l’ultima raccolta poetica di Marco Palladini, Il mondo percepito, uscita per le
raffinate e quasi “familiari” (ogni libro è letteralmente cucito a mano, con un
filo rosso) edizioni de Le impronte degli uccelli. Vi si ritrae un volto
composto di colonne di giornale, incollate e sovrapposte a dovere, con un cuneo
fitto di caratteri tipografici dilatati che entra in, e/o esce da un occhio
spalancato.
Lungo questo orizzonte, infatti,
si muovono i testi di Palladini qui riuniti: nel confronto tra oggetto
osservato e percezione, tra documento esterno e reazione soggettiva (estranea
però a qualsiasi “canto dell’Io”: chi scrive è un soggetto aperto alla
collettività, è una voce anonima in dialogo, in scontro con l’altro). I
quotidiani della copertina diventano, nella parola, le tappe di una cronaca e
di una situazione storica che vengono assunte come schermi di proiezione di un’indefessa
tensione politica, che alimenta in ogni anfratto i versi. Tuttavia, tale
carburante eteronomo viene riversato attraverso il filtro della deformazione
poetica, cioè del lavoro specifico del linguaggio, così che lo spunto del
“quotidiano” patisce un’increspatura, al pari di come avviene, di nuovo in
perfetta, reciproca ecfrasi, nelle altre corrugate tavole fuori testo di Bruno
Conte. È pertanto rinvenibile un uso deviato di immagini, di espressioni
verbali, di acquisizioni ideologiche della nostra frusta contemporaneità, che
agisce da demistificante controcanto di uno sviluppo mendace e fallace, di un
diffuso rigurgito reazionario, di costanti contraddizioni non sanate nel seno della
nostra (ma anche altrui: a prova che non si dà un sistema sociale privo di smagliature,
di storture) civiltà. In questo senso dice molto il verso di chiusura del
libro, appartenente non per nulla a una “dedica” (ce n’è una serie, di dediche
in versi, che forma la seconda parte della raccolta, a Sofri, Cordelli,
Riviello, Giuliani, Risi, e che in esergo porta un omaggio a un altro autore
molto frequentato, anche sul versante teatrale, da Palladini, Gianni Toti) a
Elio Pagliarani: «Inglobare e reinventare la lingua-merce è la sola plausibile
missione poetica»: Palladini opera in quest’ottica (che rimanda alla semiotica
materialista di Rossi-Landi) dentro all’officina del linguaggio, divaricando la
lingua comune in molteplici registri, in escursioni poliglotte, in storpiature
grammaticali e ortografiche, in neologismi, così che la forma poetica rimastica
e agisce in détournement sui
materiali disponibili.
La ragion d’essere e quindi il
principio tonale della raccolta sono tutti fondati sul terreno dell’invettiva, che
è il vero sentimento propulsore: un “pensiero dominante” estroflesso, quindi,
proiettato su obiettivi spesso cronologicamente tracciati, sempre individuati
nella loro concreta (e molesta e pressante, da “incubo” come suggerisce la
prima parte del sottotitolo) invadenza. È su questo piano polemico che si
insediano indignazione e delusione, rabbia e interrogazione pubblica, in strofe
di varia misura che però quasi ovunque portano in testa una ripetizione
anaforica, un refrain proprio della
litania, ma appunto anche del modo invettivo. E come invettiva comanda, vengono
puntualmente individuati, non senza l’eco di un altro grande, scomodissimo e polemicissimo
autore nostrano, Gian Pietro Lucini, i bersagli da colpire, lungo un ampio
campionario di “maschere” attuali, di un teatro mondano degradato e
rimbecillito («vipparoli passatisti, pretoni mondani parafuturisti, /
italo-skin da sbraco e da sbarco sgominati, alé, / in quattro e quattr’otto…
tutti i camerati Suvisti / passati rigorosamente a fil di spada…»). Una
requisitoria che non risparmia l’Io, lui pure messo nel novero degli oggetti in
causa: «che Io è un uomo finito, o meglio / (o peggio) uno che non è mai
cominciato, / un feto fetente rimasto allo stadio di progetto, / sgravato solo
per scherzo o per ischerno», anche lui riposto nell’ammasso da bruciare: «Mi
scombuio e non mi voglio reincarnare / così al tramonto lasciatemi sanguinare»
(chiusa che richiama alla mente un altro “incendiario” e demitizzato
demistificatore prossimo a Lucini, Aldo Palazzeschi, con cui il testo instaura
una discendenza per assonanza).
E quel che si percorre è un
panorama desolante, di corrotte condotte, di un «endoscheletro» collettivo
muffo, di un barbaro «crepuscolo della repubblica», dove si parla per vuoti
anglicismi e ci si consola in «una blogosfera sempre a somma zero» nell’utopia (declassata
al significato letterale di “non luogo”) della libertà dei «telesudditi»
(oppure dove il massimo di esperienza di partecipazione collettiva appare
quella delle formazioni ultras di una
«Romma plebbea e strafatta»).
La direzione della raccolta di
Palladini punta insomma tutta verso il basso, in sfregio, in graffio, fino ad
attaccare l’inno nazionale, ovvero il luogo simbolico di una condivisione
civica sempre più minacciata, stuprata da interessi “particulari” e meschini,
dal gene divorante dell’«ItalTapino» piccolo piccolo. È in questo
parodico “Mamelino”, franato in un romanesco volutamente d’accatto, che la
storpiatura dei miti d’oggi si addensa, e sbocca sopra gli «Sfratelli d’itaglia», così, su una nazione
minuscola, che è l’«itajia», che è l’«ytaglia».
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