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di Alessandro
Ticozzi
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Alberto Lattuada: Il cappotto (1952), con Renato Rascel
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De Marchi, Zuccoli, D'Annunzio, Bacchelli, Gogol’, Verga, Puškin,
Piovene, Čechov, Machiavelli, Brancati, Piero Chiara e Bulgakov: qual è
l'approccio di Lattuada a questi autori, lui che nel corso della sua lunga
carriera è rimasto sostanzialmente fedele ad un'eclettica vocazione letteraria
e illustrativa?
“Posso dirti l’idea che mi sono fatta… La definizione di
eclettico non mi piace; troppo comodo definire eclettico un autore che non si
riesce a “incasellare”. Non è lui eclettico, siamo noi incapaci di capirlo
semmai. Dire che è eclettico è un po’ dire che non è un vero e proprio autore,
se per le nostre categorie autore è un artista con una precisa identità. Ho
intitolato il mio libro su Lattuada (edito da Centro Sperimentale di
Cinematografia e Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, 2009, con
filmografia a cura di Adriano Aprà) L’inganno
più dolce, giocando su uno dei titoli più noti di Lattuada, perché uno dei
fili conduttori della sua opera mi sembra l’amore per il cinema, inteso come
macchina narrativa e spettacolare: l’urgenza del fare cinema, in ossequio alla
potenza seduttiva di questo mezzo e del narrare storie. Lattuada era un regista
colto, innamorato della letteratura, come della pittura e del disegno, della
fotografia, dell’architettura, e della storia del cinema (è stato tra i fondatori della Cineteca Italiana di Milano).
Già da ragazzo era accanto a Ernesto Treccani nella rivista «Corrente», a cui collaboravano,
tra gli altri, Argan, Gadda, Quasimodo, Pratolini, Saba, Vittorini. Ed è stato
lui stesso scrittore. L’approccio narrativo è fondamentale nel suo cinema, la
letteratura è stata per lui il bacino naturale nel quale cercare storie e
personaggi per lo schermo. Credo sia questo un primo punto da considerare. Il
suo attraversare ambiti letterari molto diversi tra loro, come il naturalismo
di De Marchi (Giacomo l’idealista,
1942), il tardo-liberty di Zuccoli (La
freccia nel fianco, 1945), il D’Annunzio del Delitto di Giovanni Episcopo (1947), l’epopea sociale di Bacchelli
(Il mulino del Po, 1949), l’umorismo
surreale di Gogol’ (Il cappotto,
1952) e poi ancora il Čechov di La steppa
(1962) e Piovene, Verga, Machiavelli, Brancati, e molti altri se consideriamo i
progetti che Lattuada non è riuscito a realizzare (Moravia, Conrad, Serao,
Stevenson, Melville, James), non deve stupire, perché deriva da affinità di
volta in volta diverse. In alcuni casi, affinità stilistica, diciamo anche
linguistica, in altri affinità relative a un tema, ad un personaggio o a un
tipo di riflessione sulla società, ad un tipo di moralità. Un tema ricorrente, come ha scritto Gianni Volpi, è stato
quello dell’umiliazione. Per esempio, in Giacomo
l’idealista Lattuada non si interessa tanto allo stile di De Marchi quanto
al personaggio femminile, una donna mite, sola davanti alla necessità di una
presa di coscienza. E questo rivela subito l’interesse del regista per la vita
interiore femminile. Così avviene in La
freccia nel fianco e nel Mulino del
Po, film, quest’ultimo, dove il ritratto della protagonista è straordinario
e straordinaria è la capacità di raccontare l’equilibrio e il rispetto tra un
uomo e una donna, così come i contrasti sociali, narrati in maniera libera da
qualsiasi approccio ideologico. Al di là dell’appartenenza dei testi a correnti
stilistiche diverse, Lattuada era molto interessato a questi temi. Tra le
affinità elettive sul piano stilistico quella più evidente è con la letteratura
russa, con il suo sostrato surreale e grottesco, come nelle opere tratte da
Gogol’ (a proposito de Il cappotto
André Bazin ha messo in rilievo le qualità “comiche”, in senso alto, di
Lattuada) e da Bulgakov (Cuore di cane,
1976). Ma il grottesco è anche presente in film come Matchless (1967), Fräulein Doktor (1968), Venga a prendere
il caffè da noi (1970), Oh, Serafina! (1976) e, per alcuni aspetti, Mafioso (1962)”.
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Alberto Lattuada: Il bandito (1946), con Anna Magnani
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Il bandito e Senza pietà: qual è l’approccio di Lattuada al
neorealismo?
“Il bandito è del
1946 e Senza pietà del 1948, gli
stessi anni, rispettivamente, di Paisà
di Rossellini e di Ladri di biciclette
di De Sica. Sappiamo bene come non si possa parlare di un unico neorealismo, e
vi siano aspetti e sfumature diverse nei film che ad esso si fanno appartenere,
tenuti insieme dall’impronta del momento storico, dalla scelta di abbandonare i
teatri di posa a favore della strada, dalla presenza di attori non
professionisti. Il bandito mette in
scena una Torino ferita dai bombardamenti e Senza
pietà esplora un territorio importante durante la guerra, la pineta di
Tombolo, tra Livorno e Marina di Pisa, in quegli anni deposito dell’esercito
americano, ma nei due film gli ambienti reali in realtà sono un po’ relegati a
sfondo. Il bandito è un vero e
proprio melodramma (Lattuada racconta che il produttore Ponti aveva voluto
calcare la mano su questo aspetto); gli attori sono il divo dell’epoca, Amedeo
Nazzari e la diva Anna Magnani; Carla Del Poggio, moglie del regista, presente
in entrambi i film, aveva già interpretato Maddalena
zero in condotta (1941) di De Sica, e film di Bragaglia, Zampa, Malasomma,
Coletti e Camerini. In Il bandito e
in Senza pietà poi si sentono molto i
modelli classici francesi – La Bête humaine, 1938, La Grand illusion, 1937 di Renoir – e americani
(il camera car con cui si chiude Senza pietà; il topos del viaggio in treno su un vagone merci che apre entrambi i
film). Ma il discorso da fare quando si accosta Lattuada al neorealismo è più
generale, o meglio era cominciato prima. Fin dal suo primo film Lattuada non
piacque alla critica di sinistra, a causa della presenza nella sua opera di
aspetti lontani dalla purezza del neorealismo, visto come occasione di
rinascita umana, artistica e politica. Sulle pagine della rivista «Cinema»,
Antonio Pietrangeli, parlando di Giacomo
l’idealista, nel ’43, pur apprezzandone le scene all’aria aperta, la
capacità di guardare ai luoghi: la
Lombardia, l’Adda, il popolo e il suo paesaggio, critica la
mancanza di un giudizio sulla società borghese-cattolica. Sulla stessa rivista,
Guido Aristarco formula l’accusa di formalismo, contrapponendo la forza vitale
del realismo di Visconti al “decorativismo vuoto” dei Castellani, Chiarini,
Soldati, Poggioli, e Lattuada appunto: il famoso auspicio del ritiro dei
cadaveri nei cimiteri. Su «Star», Pietrangeli, recensendo La freccia nel fianco, parla di tradimento del cinema italiano. Il delitto di Giovanni Episcopo, tratto
da D’Annunzio, bollerà definitivamente il regista come cineasta formalista. E
dire che Lattuada era così vicino a una delle anime più profondamente eversive
del neorealismo, quella di Zavattini: Gli
italiani si voltano, del ’53, episodio lattuadiano de L’amore in città, sembra una divertita variante erotica del
pedinamento zavattiniano e sfocia in un linguaggio molto vicino a quello che
apparterrà alla Nouvelle Vague francese, che molto ha preso, in termini
linguistici, dal neorealismo”.
Luci del varietà, Scuola elementare, Guendalina
e Dolci inganni: come
approccia Lattuada a temi più intimisti e ad atmosfere più psicologiche?
“Sento un po’ a parte Luci
del varietà. Proprio per la sua diversità rispetto alla ‘corrente’
neorealista di cui abbiamo parlato, nei secondi anni ’40 Lattuada aveva trovato
un collaboratore stretto nel giovane Fellini, di cui a posteriori possiamo
considerare il potenziale visionario. Luci
del varietà è il film della loro co-regia, dopo che Fellini era stato
sceneggiatore di Il delitto di Giovanni
Episcopo, Senza pietà e Il mulino del Po. Luci del varietà è il ritratto di un mondo, quello dei guitti di avanspettacolo, e se i suoi personaggi
sono delineati in modo molto sensibile e realistico, importante è però la sua
dimensione corale, quasi tribale. Per questo film le coppie Lattuada-Del Poggio
e Fellini-Masina tentarono l’avventura dell’autoproduzione, caricandosi poi il
peso del mancato successo al botteghino. Lattuada volle far firmare il film
anche da Fellini, per riconoscere la loro forte condivisione del lavoro, ma soffrì
poi del fatto che le scelte registiche non venissero totalmente riconosciute a
lui. Anche Scuola elementare, storia
di un’amicizia maschile immersa nelle difficoltà dell’affermazione sociale, è
diverso da Guendalina (1957) e da Dolci inganni (1960), capolavori di
riflessione sul comportamento femminile in ambito altoborghese. Guendalina e Dolci inganni sono due film importantissimi per Lattuada; veramente
in questi due titoli si coglie la sua ispirazione. Non vorrei dire che siano
film più intimisti di altri, perché sempre, in Lattuada, è importante la
dimensione psicologica dei personaggi, molto approfondita, indagata già nei
primi film, con le figure delle protagoniste di Giacomo l’idealista e di La
freccia nel fianco, nel quale ultimo si sfiora l’interpretazione
psicoanalitica. Anche il personaggio femminile di Senza pietà è di una grande modernità: una donna sola, che vorrebbe
essere indipendente, che non cerca protezioni, un’eroina che non si innamora,
che però è capace di grandi sentimenti di amicizia, di lealtà, che non conosce
il razzismo; doti letali in un mondo fondato sullo sfruttamento. E tra i film
intimisti ci sono anche Lettere di una
novizia (1960), da Piovene, tutto basato sull’ambiguità del personaggio
femminile, L’imprevisto (1961), che è
anche un viaggio nella psicologia maschile, L’amica
(1969), sul tema della crisi matrimoniale, e La steppa, dove protagonista è l’interiorità di un bambino. Guendalina, con la sensibile
sceneggiatura di Zurlini, e Dolci inganni
fermano un momento molto caro a Lattuada: quello del risvegliarsi, nella
“ragazza”, di una possibile autonomia sessuale-affettiva. Con il riferimento
all’adolescenza il tema del femminile si fa più profondo, e tocca risvolti non
solo sociali, ma anche filosofici. La donna diventa segno dell'individuo, del
nascere della coscienza, della consapevolezza del desiderio e dell’identità. Dolci inganni colpisce profondamente l’immaginario
e le aspirazioni dell’epoca, e la censura reagisce bloccandolo per tre anni”.
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Alberto Lattuada: La spiaggia (1954), con Martine Carol e Valeria Moriconi
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La spiaggia, Mafioso, Fräulein
Doktor, Sono stato io!, Le farò da padre, Oh,
Serafina!, Così come sei, La cicala e Una
spina nel cuore: in questi film di
costume così diversi tra di loro qual'è la polemica che opera Lattuada alla
società contemporanea?
“Con La
spiaggia Lattuada punta il dito contro l’ipocrisia della società italiana, dove
l’arrivismo e la mancanza di scrupoli si rivestono di perbenismo. Con il
contributo di Sonego e Malerba alla sceneggiatura, il film mette in campo un
personaggio originalissimo: la prostituta in ferie. Che nasconde il suo
“mestiere” quando porta la figlioletta in vacanza al mare. I villeggianti
dapprima la ossequiano e poi la escludono quando la verità viene fuori. Nel
film non c’è spazio per l’ottimismo: non sarà il giovane sindaco progressista,
un po’ innamorato di lei, ad aiutarla, ma il vecchio milionario locale, che
impone il proprio potere alla comunità. La capacità dell’eros di contrapporsi
ai vizi sociali, che era forte nel Mulino del Po, sembra indebolita. Mafioso,
come è noto, ritrae l’impossibilità di uscire dai meccanismi mafiosi, e la
capacità di rimuovere le proprie colpe. Le farò da padre, film molto
interessante, rude e politicamente scorretto, ritrae il capitalismo rampante,
gretto, emotivamente immaturo, maschilista, che riesce ad aprirsi un varco
verso il riscatto attraverso l’eros. Anche in questo film la società è tenuta
insieme da corruzione e bassezze; l’aristocrazia decaduta meridionale come la
borghesia imprenditoriale. In Oh, Serafina! torna la fabbrica, che era
apparsa in Mafioso e in Scuola elementare. Il padroncino atipico
e un po’ naif finisce succube di un’operaia bella e arrivista, ma poi
riesce a liberarsi attraverso l’amore per una donna con cui condivide degli
ideali. Il film finisce con i personaggi che attraversano la città di Milano
liberando degli uccelli da una gabbia. Si è parlato molto di apertura di
Lattuada all’utopia, in particolare all’utopia di una salvezza nella bellezza. Sono
stato io, del ’73, sceneggiato da Maccari, testimonia la capacità di
Lattuada di percepire l’avvento della società dello spettacolo, in cui per
emergere va bene anche autoaccusarsi di un delitto. Il mondo dei media, dei
giornali già era stato rappresentato, con la sua aggressività e con la sua
capacità di disgregare la realtà, in L’amica, del ’69. Fräulein
Doktor lo sento in maniera differente… È un divertissement sul
genere di guerra e di spionaggio. Ha degli spunti surreali, la guerra non è
presa sul serio, i personaggi mettono in atto dei giochi di ruolo, non c’è
verosimiglianza nel succedersi dei fatti. Come scrive Enzo Ungari Fräulein
Doktor non è un film sulla guerra, ma sulla messa in scena e
sull’illusione. Anche Venga a prendere il
caffè da noi è un grande ritratto di vizi e perbenismo, di virtù di
facciata e peccati nascosti: un apologo sul mostruoso. Lattuada ha amato
il mostruoso quanto ha amato la bellezza. Così come sei (1978), La
cicala (1980) e Una spina nel cuore (1986) portano il segno della
difficoltà di Lattuada nel rimanere al passo con i tempi. Il primo mette Mastroianni
accanto alla debuttante Nastassja Kinski in una storia in cui lui ama lei, ma
nello stesso tempo teme di essere suo padre. La cicala, con Virna Lisi e
la giovane Barbara De Rossi, molto amato dai cinefili, vive di antichi modelli
come il noir anni ’30, come Ossessione di Visconti, senza però
riuscire a raggiungere la stessa profondità né a toccare una dimensione
archetipica dei personaggi (il conflitto madre-figlia, la bellezza che
sfiorisce e perde potere). Stessa cosa vale per Una spina nel cuore, da
un romanzo di Piero Chiara ambientato negli anni ’30. I film in cui Lattuada fa
con maggior forza un discorso sulla società secondo me sono Il mulino del
Po, Il cappotto, La spiaggia, Le farò da padre e Cuore di
cane”.
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Alberto Lattuada: La cicala (1980), con Clio Goldsmith e Virna Lisi
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Cristoforo Colombo e la miniserie Due fratelli: come mai nella
seconda metà degli anni Ottanta è avvenuto il passaggio di Lattuada alla
televisione e qual è il suo approccio al piccolo schermo?
“Credo che la televisione sia stata per Lattuada un modo
per continuare a lavorare. Lui stesso dice che i produttori non gli davano più
fiducia. E allora il piccolo schermo ha rappresentato una possibilità.
L’approccio non poteva che rimanere lo stesso. Lattuada ha continuato a fare
cinema. C’è un altro titolo televisivo, il mediometraggio Mano rubata (1989), tratto dal racconto omonimo di Tommaso
Landolfi, in cui Lattuada lavora ancora con Milena Vukotic, indimenticabile
interprete di Venga a prendere il caffè da
noi. Mentre nel Colombo era
tornato a girare con Virna Lisi, già sua interprete ne La cicala. Secondo le testimonianze delle due attrici, Lattuada era
percepito, sui set televisivi, come un grandissimo maestro; se ne sentiva la
competenza in tutti i settori del set: qualcosa che negli anni ’80 non esisteva
più. Ed era a suo agio, sempre presente, paziente”.
A cinque anni dalla scomparsa, cosa rimane
di Lattuada uomo e regista?
“Lattuada ha avuto una lunga e molto prolifica carriera,
fatta di grandi slanci e di cadute. Spesso la sua immagine è stata etichettata
e limitata in stereotipi. La retrospettiva realizzata lo scorso anno da Adriano
Aprà per la Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro ha voluto tornare
a riflettere su un autore di cui non si possono non riconoscere la grandezza,
la passione, l’impegno. Credo che Lattuada abbia inciso molto nella nostra
cultura. Molte sue opere sono state dei grandi successi di pubblico, a partire
da Anna (1951), con Silvana Mangano,
che non avevamo ancora citato, film che riesce a incantare le platee di inizio
anni ’50 con i trascorsi amorosi di una suora. Penso si possa dire che Lattuada
abbia contribuito a combattere molti stereotipi, e che abbia dato energia, da
un punto di vista maschile, all’emancipazione femminile. Come dimostra anche il
fatto che ha sempre dovuto combattere contro la censura”.
A chiusura di questo articolo, così il regista padovano Carlo
Mazzacurati ricorda Alberto Lattuada, che apparve simpaticamente nel suo film Il toro, nei panni di un burbero uomo
d’affari: “Qualche anno prima di fare Il
toro, Tele+ mi chiese se volevo filmare una conversazione con un regista di
esperienza a cui io avevo guardato sempre con rispetto ed interesse: avevo
pensato che mi sarebbe piaciuto fare questa conversazione filmata con Lattuada,
senonché, quando lo andai a trovare, lui mi disse che nel frattempo questo
lavoro l’aveva già fatto con Daniele Luchetti. Ho filmato pertanto tale
conversazione con un altro regista interessantissimo, Giuseppe De Santis, però
mi era rimasta la voglia di fare qualche cosa con Lattuada. Quando ho scritto Il toro, mi ero chiesto se, nonostante
non fosse certo più un ragazzino, gli andasse di fare una piccola apparizione
in questo film, e lui – molto simpaticamente ed affettuosamente – accettò:
aveva visto qualche mio film e credo gli fosse piaciuto, trovando magari una
contiguità legata ad alcuni suoi lavori, come Il mulino del Po. Era più
per averlo come presenza fisica, e si rivelò per me un ottima faccenda. Gli
avevo detto: ‘Mi raccomando, Alberto, vorrei che questo personaggio fumasse il
sigaro’, perché avevo visto che lui fumava il toscano. Siccome abbiamo ripetuto
la scena non so quante volte, perché anche lui era un perfezionista, alla sera
mi ha detto: ‘Guarda che mi avrai fatto fumare cinquanta toscani’, ed ero
preoccupatissimo che si fosse un po’ intossicato. Ricordo una persona molto
disponibile e gentile, per niente con l’aria di uno che viene dal grande cinema
del passato: insomma, era proprio una bella persona”.
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Carlo Mazzacurati: Il toro (1994), con Alberto Lattuada e Diego Abatantuono
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