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di
Vincenzo Barca
Negli
ultimi anni ho tradotto per lo più autori africani di lingua portoghese, ovvero
provenienti dalle ex-colonie africane del Portogallo (principalmente Angola,
Mozambico e Capo Verde, perché le altre due – Guinea Bissau e SãoTomé, oltre a
essere puntini microscopici sulla carta geografica, hanno altre gatte da pelare
e i romanzi, si sa, si scrivono meglio a pancia piena).
Due
anni fa finalmente riesco a realizzare un mio vecchio progetto: tradurre in
italiano il romanzo Chiquinho, del capoverdiano Baltasar Lopes,
considerata l’opera fondatrice della letteratura dell’arcipelago e inserita
dall’Unesco nel novero delle opere “patrimonio dell’Umanità”. (Non so con che
criteri venga stilato l’elenco, ma giuro che esiste, per la letteratura come
per il patrimonio architettonico, e lo trovo sensato).
La
comunità capoverdiana in Italia è formata da oltre seimila persone, metà delle
quali vivono a Roma. Si tratta di un’emigrazione relativamente antica, avviata
negli anni ’60 dello scorso secolo da un cappuccino originario di Fiuggi – tal
padre Gesualdo Fiorini – il quale, mandato in missione nell’isola di SãoNicolau
(l’isola di Chiquinho!), finisce, come tanti europei (in perenne
apostolato d’anime o di merci), per ammalarsi di “mal d’Africa” e non voler più
tornare alle natie acque oligominerali.
Il
padre Gesualdo, oltre a regolarizzare 250 coppie che, nel territorio sotto la
sua paterna giurisdizione, vivevano in stato di concubinaggio, promuove un
embrionale progetto di emigrazione femminile, avviando ragazze di comprovata
serietà verso case italiane presso cui impiegarsi come domestiche.
L’emigrazione,
si sa come funziona: la ragazza chiama la sorella, la cugina, l’amica della
cugina. Siamo stati emigranti anche noi, più o meno fino agli anni del “boom”.
Le capoverdiane si costruiscono fama di ragazze laboriose e timorate di Dio.
Molto spesso si sposano da noi, con uomini italici rassicurati da una
femminilità per così dire più “addomesticabile” (le italiane, nello stesso
periodo, iniziano ad alzare la cresta e a gettare la crestina
nell’immondizia…).
Questa
comunità (tuttora femminile all’80%) non spezza mai i legami con il paese
d’origine: tutte tornano a Capo Verde per le ferie, cariche di regali per i
parenti, tutte si frequentano nei luoghi di emigrazione. A Roma danno vita a
una delle prime associazioni di donne immigrate e poi via via a un circolo,
dove si riuniscono anche per ascoltare musica e ballare, e a un pub dove si può
ritrovare la classica “catchupa” (il piatto nazionale) e il “grogue”
(l’acquavite capoverdiana). È una comunità vivace, che non trascura di presentarsi
anche attraverso gli aspetti culturali. In primo luogo la musica (il fenomeno
Cesária Évora in Italia si deve anche alla loro particolare effervescenza), ma
anche la letteratura. Agli inizi degli anni ’90 vengono tradotti due titoli,
rispettivamente di Orlanda Amarilis e di Germano Almeida. I capoverdiani
d’Italia si organizzano, trovano sponsor perché i loro autori possano venire e
presentare così un’altra faccia del loro Paese. Perché – va detto – questo
piccolissimo arcipelago di dieci isole perdute nell’Atlantico, attraversato
ciclicamente da epidemie e carestie, con più gente emigrata di quella
residente, è stato, fin dagli anni ’30, un incredibile laboratorio di
esperienze culturali. (Le isole, disabitate quando furono avvistate la prima
volta da un navigatore genovese, e poi colonizzate dai portoghesi, hanno
costituito, fin dalla loro “scoperta”, un esperimento di meticciato razziale
unico, visto che il colono ebbe sempre relazioni sessuali disinvolte con le
schiave nere, incomparabilmente più attraenti delle tozze conterranee.) Appare
strabiliante come un’intera generazione di intellettuali, da questo
osservatorio di estrema periferia, sia riuscita a stare al passo con i
movimenti culturali dell’epoca, a leggere e metabolizzare le avanguardie europee
fino a dar vita a un prodotto culturale proprio, contrassegnato dal proprio
marchio singolare. Nascono in quegli anni opere di antropologia (“l’indigeno
che riflette su se stesso” – uno sberleffo all’antropologia bianca), di
sociologia, di linguistica (il creolo parlato nelle isole è un’interessante
esperienza, ancora vitalissima, di evoluzione di una lingua romanza a contatto
con le lingue bantu degli schiavi importati dalla costa). E ovviamente di
letteratura: grande poesia (legata anche alle esperienze dei caraibici e dei
neri americani) e romanzi. Chiquinho ne è considerato il capostipite: un
romanzo di formazione, ma di un mulatto, che scopre con orgoglio la cultura del
suo paese (ancora molto lontano dall’essere nazione indipendente) e, allo stesso
tempo, sempre attraverso la cultura, scopre il mondo fuori dalle isole. E che
ripensa l’emigrazione (alla quale, come tanti, contraddittoriamente aspira) non
solo come una possibilità di crescita economica, ma come l’opportunità di
accedere a un complesso di saperi in grado di proiettarlo in un mondo che è già
anticipazione del nostro mondo globale. L’emigrazione, insomma, come “viaggio
di formazione”, una specie di contrappunto proletario al grand tour
delle classi agiate.
La
traduzione del libro mi aveva posto non pochi problemi: il fatto che fosse una
sorta di manifesto di “capoverdianità” e che intendesse, programmaticamente,
presentare la specificità culturale dell’arcipelago, mi obbligava a tenere
nella massima considerazione ogni riferimento alla cultura locale. E questi non
si contavano: storie orali di provenienza europea (il ciclo carolingio!) o
africana, storie di stregoneria, malocchi, fatture e incantesimi. E poi
tradizioni, usanze, credenze. Giochi infantili, detti popolari, filastrocche,
scongiuri. Senza contare i brani di canzoni (mornas, principalmente), in
portoghese o in creolo. Trascuro il mondo vegetale e quello marino, croce di
ogni traduttore. Che fare? Un testo letterario va letto come tale, non si può
trasformare in un trattato di antropologia o di scienze umane. E Chiquinho
era prima di tutto un buon romanzo. Essendo per principio contrario ad
affollare il testo di note o a rinviare il lettore a un prolisso glossario in
cui fornire le ricette – abborracciate – dei piatti locali e la descrizione
particolareggiata di alberi mai visti, mi sono attenuto a un principio di
negoziazione. Ho selezionato, in nota, solo le informazioni che mi sono parse
essenziali alla comprensione del testo, accorpando il resto in una prefazione
ben nutrita di tutti gli argomenti utili a introdurre il lettore nell’universo
del protagonista. Una serie di informazioni-stimolo, una base per proseguire,
se si è interessati, la ricerca, con i tanti mezzi oggi a disposizione.
Posizione opinabile, chiaro, ma è questa la responsabilità del traduttore.
Essere fedeli a cosa? Dare priorità a cosa? Il testo originario parla per sé e
per i suoi contemporanei, il testo tradotto deve parlare a un altro pubblico,
non sempre coincidente, non sempre informato sui fatti. In accordo con
l’editore (o con il revisore che, per quel testo, lo rappresenta) bisogna di
volta in volta assumere decisioni, mediare tra tentazioni addomesticatrici e
fedeltà filologiche, in una parola scegliere. Di grande aiuto (alla
comprensione, a evitare quindi errori di senso) mi è stata la rete di amici
capoverdiani. Giochi ormai andati perduti, modi di dire dimenticati, per i
quali si rincorrevano le e-mail fino a raggiungere gli anziani rimasti nelle
isole che ci aiutavano a sgarbugliare i tanti nodi del testo. Un’operazione
collettiva che, per molti di loro significava anche un recupero di elementi
culturali rimasti sullo sfondo, subissati dalla ricerca di appartenenza alla
cultura di questo lato del mare, quella del Paese che li ha accolti. Per non
dire dei più giovani, quelli arrivati in Italia bambini con le loro madri o
addirittura nati qui, le seconde generazioni, che non conoscono il portoghese
(in casa si parla solo il creolo-madre o l’italiano) e ritrovavano quindi,
attraverso la traduzione, tutto un mondo solo supposto o intravisto durante le
vacanze d’agosto.
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Cesária Évora, la più famosa cantante di Capo Verde
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Arriva
il momento dell’uscita del libro e la presentazione è una gran festa.
L’auditorio del Centro di Studi Brasiliani è affollato: le bambine con le
treccine, tanti amici capoverdiani e italiani, l’Ambasciatore. È vero che una
giovane studiosa capoverdiana attacca puntigliosamente (e un po’ rabbiosamente)
le mie “infedeltà”, ma sono critiche prevedibili, che ho già messo in conto nel
venire a patti col testo. Per il resto prevale un’atmosfera di simpatia ed è
incredibile come i capoverdiani siano orgogliosi del libro: ognuno si stringe
in mano la sua copia, come se l’avesse scritto lui stesso. E un po’ è così: la
storia di Chiquinho è la storia di ognuno di loro. Tutti hanno visto il
mare (l’Oceano, non la familiare pozza del nostro Mediterraneo) come barriera e
come via di fuga. Tutti sono stati attraversati dallo stesso dilemma (restare e
voler partire, partire e voler restare), tutti hanno conosciuto, una volta
varcato quel mare, la nostalgia della terra, dell’aria di casa, di sapori e
odori. E per molti di loro l’esperienza dell’emigrazione è stata anche una
crescita culturale: qui da noi hanno studiato, o hanno fatto studiare i loro
figli, e si battono con strumenti affinati per affermare il loro diritto di
cittadinanza nel nostro Paese. La cultura d’origine, il rilievo che le è dato,
è il loro blasone e Chiquinho ne è il portabandiera.
Dopo
tante esperienze di traduzione condotte in solitudine, mi ritrovo per la prima
volta a condividere fatiche e soddisfazioni. L’aiuto (anche morale) della
comunità mi è stato indispensabile e ora la gioia del lavoro compiuto è
un’allegria altrettanto condivisa.
Mai
come stavolta l’operazione del tradurre mi pare una metafora viva, la sintesi
di tante altre “traduzioni”: i portoghesi che vanno per mare fuggendo dalla
loro stretta striscia di terra, e si portano (in Africa, in Asia) la loro
lingua; gli schiavi neri razziati sulla costa atlantica e convogliati sulle
isole per essere avviati ai porti europei e americani; le loro lingue divise,
abusate, sradicate; la nascita di una lingua di comunicazione (il creolo di
base portoghese) necessaria agli scambi, sia pur minimi, tra queste comunità di
schiavi e padroni; le lotte per liberarsi dai coloni; la scelta della lingua
dei padroni (ma la lingua non ha padroni) al momento dell’Indipendenza;
l’emigrazione in Italia; il ritorno a Capo Verde. A tutto questo possiamo
aggiungere l’ondata del turismo italiano verso alcune isole dell’arcipelago,
dove la nostra lingua (anche per la scarsa dimestichezza che in genere abbiamo
con le altre lingue) è diventata lingua franca del piccolo commercio e
dell’abbordaggio. Un’altra lingua che va ad aggiungersi al creolo e al
portoghese nella complessa vicenda storica di un popolo.
Ed
è in italiano che ora tanti capoverdiani leggono questa vicenda, “si
ritraducono”, ognuno nella propria lingua intermedia, verso la loro terra, in
un andirivieni ormai continuo tra terre e lingue, che ci mette in contatto,
gomito a gomito, nel nuovo scenario globale. Smarriti, decentrati, ci scambiamo
storie e nei reciproci racconti troviamo spesso più punti di contatto di quanti
non ne immaginassimo. Seguendo le orme del traduttore, l’apripista, ci
camminiamo incontro.
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Vincenzo
Barca
ha tradotto numerosi autori di lingua portoghese, in particolare dei paesi
africani lusofoni. Ha insegnato per molti anni “Lingua e traduzione portoghese
e brasiliana” presso la facoltà di Lettere dell’Università “La Sapienza” di
Roma, città dove vive e nuota.
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