PRIMO PIANO
IN MORTEM DI SANGUINETI
Ritratto del poeta come materialista storico


      
Un’ampia riflessione saggistica sulla vita e sulle opere dell’autore genovese, scomparso il mese scorso. Analizzando il suo ruolo di fondamentale innovatore della scena poetica del secondo Novecento, anche attraverso una serrata teorizzazione sulle forme linguistico-informali e neobarocche dello sperimentalismo letterario. E poi approfondendo la sua figura di non pentito intellettuale marxista, di autonominato ‘chierico organico’ più volte impegnato sul terreno della politica e fino all’ultimo fieramente convinto della necessità di rappresentare un’opposizione scientifica e morale alla corruzione e al pessimismo nichilista della odierna putrescenza capitalistica.
      



      


di Gabriele Perretta

 

 

Durante la frequentazione delle ultime edizioni delle fiere del libro di Torino, Roma, Francoforte, magari di qualche Festival della letteratura ed altre cerimonie affini, ci sarà capitato di innamorarci dei titoli prodotti di recente dal poeta genovese Edoardo Sanguineti, probabilmente perdendoci nelle brevi silloge e nei potentissimi epitomi che figuravano accanto alle opere in esposizione! Quella che abbiamo ereditato è una poetica del frammento, rintronata e dentellata, urtante e folgorante, che va informando, con una prospettiva inconsueta, sulla relazione opera-industria-culturale-produzione, sull’enorme buco, nero e profano, da cui escono guizzi, scintille dell’adorazione, dell’allegoria o del rifiuto. Parliamo dello scrittore genovese, poeta e artista totale, e del suo raccontare obliquo, mai fuori fuoco, sapiente e graffiante al tempo stesso, di una vita spesa con umorismo e passione per “le letterature” [da quella saggistica a quella metanarrativa o quella politica].

Dai frontespizi delle pubblicazioni che vanno dai primi anni del nuovo millennio a pochi mesi prima della morte], Sanguineti appare attivissimo e rappresentato in tutta la sua poliedricità di artista e di intellettuale: Distanze. Tre monologhi [2000, Avagliano, a cura di I. Landolfi]; Il Chierico organico. Scritture e intellettuali [2000, Feltrinelli, a cura di E. Risso]; Verdi in Technicolor [2001, Il Nuovo Melangolo]; Atlante del 900 italiano. La cultura letteraria [2001, Manni, a cura di E. Risso]; L’amore delle tre melarance. Un travestimento fiabesco del Canovaccio di Carlo Gozzi [2001, Il Nuovo Melangolo]; Faust un travestimento [2003, Carocci, a cura di N. Lorenzini]; Schede Gramsciane [2004, Utet Università]; Omaggio a Shakespeare. Nove Sonetti [Ed. inglese e it. con Mario Persico, 2004, Manni ed.]; Mikrokosmos. Poesie 1951-2004 [2004, Feltrinelli, a cura di E. Risso]; Storie Naturali [2005, Manni]; Genova per me [2005, Guida]; Commedia dell’inferno. Un travestimento dantesco [2005, Carocci, a cura di N. Lorenzini]; Teatro antico. Traduzioni e ricordi [2006, Bur, Biblioteca Universale Rizzoli, a cura di F. Condello e C. Longhi]; Novecento. Conversazioni sulla cultura del Ventesimo secolo [2006, Il Nuovo Melangolo, a cura di G. Galletta]; Questa città a quest’ora. Genova e dintorni [2006, ed. Erga]; Come si diventa materialisti storici [2006, Manni]; Smorfie. Romanzi e racconti [2007, Feltrinelli]. E, negli ultimi mesi, a confermarcelo, caso mai ce ne fosse bisogno, sono arrivati Ritratto del 900 [2009, Manni, a cura di N. Lorenzini]; Lettere degli anni Cinquanta [2009, ed. De Ferrari, a cura di N. Lorenzini] oppure, la partecipazione al "Poestate" di Lugano, o l’inaugurazione [a Genova] del “Festival del pensiero comico”, che rafforzano in maniera definitiva la sua idea “sul ridere come arma di potere”, alla maniera di un’apologia huizinghiana dell’Homo ridens [vedi il suo articolo uscito un giorno prima della morte sul Corriere della Sera].

 

Ma la storia dei fatti è altrove, così come ha deciso il tempo, Eduardo Sanguineti è morto il 18 maggio 2010 in Sampierdarena, lo conferma l’autopsia effettuata su incarico del pm, presso la Medicina Legale del San Martino di Genova. Edoardo Sanguineti aveva un aneurisma addominale per il quale era stato sottoposto ad intervento chirurgico. L’aorta è la principale arteria presente nel nostro corpo ed è responsabile del trasporto di sangue ed ossigeno, attraverso i suoi numerosi rami, a vari organi ed apparati. Un aneurisma dell’aorta addominale è una dilatazione permanente dell’arteria che se non trattata in tempo può andare incontro a rottura con conseguente emorragia. Si definisce aneurismatica un’arteria il cui calibro supera del 50% il diametro normale. Da quello che raccontano le cronache di questi giorni per i medici che lo hanno operato tutto è andato bene, ma, giunto nella sala post-operatoria, il paziente è deceduto. Il medico legale aveva il compito di chiarire se l'intervento fosse stato condotto in modo corretto e se le procedure seguite nel periodo post-operatorio siano state compiute con efficacia. Riflettendo su questa vicenda, ci viene da pensare che, forse nel suo destino si nasconde, così come nella sua opera, il progetto artaudiano di dissoluzione del corpo senza organi. Insomma una conflittualità corporale, che egli stesso rivendicava e spesso considerava ardua.

La camera ardente del poeta genovese, deceduto all’età di 79 anni, è stata allestita venerdì 21 maggio 2010 nel salone di rappresentanza di Palazzo Tursi. L’orazione funebre, è stata tenuta dallo storico della letteratura italiana Niva Lorenzini [Università di Bologna] e la salma è stata poi accompagnata al Pantheon del cimitero monumentale di Staglieno. Sino alla domenica, alcune poesie “volanti” di Sanguineti sono state sparse per le strade e le piazze del capoluogo ligure, grazie all’iniziativa promossa da un’Ass. Cult. locale, per coinvolgere in modo attivo tutta la cittadinanza nell’addio al poeta. Quanto di meglio, per le idee artistiche del nostro mirabile autore di Laborintus, che forse non si sarebbe mai aspettato, ma sicuramente avrebbe gradito, un’onoranza fatta con un intervento di public art e di gesellschftliche Bildhauerei [della poesia]. Infatti, gli organizzatori hanno invitato a scegliere una o due poesie particolarmente amate tra quelle composte da Sanguineti, e lasciarne una copia in giro per la città, magari aggiungendo una propria dedica o un proprio pensiero: appese a un muro, adagiate sul banco di un caffè, sul sedile di un treno, di un bus, su una panchina, così che chiunque potesse leggerle. Dopo le 18 di ognuno dei giorni dell’iniziativa, inoltre, era possibile lasciare le poesie al locale Le Corbusier di San Donato, nel centro storico di Genova, punto di raccolta e di esposizione. Il motore che ha animato l’iniziativa, come hanno spiegato i promotori, è quello di avere una Genova piena di poesia, grazie al contributo dei cittadini, come omaggio a Sanguineti, «per accompagnarlo» con una sorta di collective public poetry e forse una forma di legittimazione di una sua idea del ’63 come poesia mass-media!

 

Forse il mio ricordo della tragica e improvvisa scomparsa di Sanguineti, uno dei più prestigiosi poeti della neo-avanguardia, è sicuramente ascrivibile al gesto di questi stessi giorni reso dai cittadini siciliani. Mi riferisco all’omaggio tributatogli dai seimila biglietti venduti al Teatro Greco di Siracusa per la sua versione della Fedra! La forza di Sanguineti sta nell’aver compreso da sempre quanto sia importante l’attualità dell’arte. Il suo tratto poetico e critico ha saputo spaziare, così come piaceva a Marx ed ai marxisti della prima ora, uno sguardo a 360 gradi nella storia della cultura universale. Da intelligente illuminista che era – tra quelli che non aveva mai dimenticato la lezione di quel piccolo contributo di Lucien Goldmann Die Aufklarung und die moderne Gesellschaft – Sanguineti partiva da la Fedra di Seneca e contemporaneamente, passando attraverso un lavoro sugli scritti gramsciani o ancora una nuova riflessione sull’Inferno di Dante, giungeva a idee originali sulle politiche dei chierici antichi e moderni. Una volta, quando erano ancora gli anni Ottanta, si era lamentato del fatto che il nome di Goldmann o ancora di Lukacs e altri, all’improvviso erano scomparsi dal dibattito sulle forme della modernità europea! Era sempre preoccupato delle sorti politiche di una qualsiasi cultura. Sanguineti era un artista particolare, di quelli che appartengono sicuramente alla grande scuola dell’avanguardia del secondo Novecento. Naturalmente anche lui – con le sue sviste, con le sue forti contraddizioni e con i suoi vigorosi amori e disamori, con le sue simpatie ed antipatie che qualche volta hanno prodotto impressioni dure, ma sempre vissute con passione e savoir faire – ha inciampato all’interno della road to contemporary art. Eppure inciampare, detto da lui stesso, è sinonimo di vita! Potremmo dire filosofo, sociologo, scrittore, poeta, traduttore e traduttologo, linguista e soprattutto intellettuale di grande impegno politico, che tramite la letteratura si è confrontato con i temi dell’uguaglianza, la libertà d’espressione e di critica, la tolleranza, il progresso verso il comunismo. Sanguineti, pur tenendo fermo quel progetto che serviva ad esaminare se è ancora valido e come si configuri il valore dell’Aufklarung, indagando i processi di liberazione che muovevano contro i divieti politici, culturali e religiosi della nostra e dell’altrui epoca, non disdegnava un lavoro che partendo dalla traduzione del Teatro Antico giunge poi ad un esame che implica – da Boccaccio a Calvino, da Ariosto a Pascoli – la natura sociale dell’atto artistico, mostrando l’essere di un Benda-gramsciano di tutto punto!




Edoardo Sanguineti, uno e trino


Figlio unico di impiegato di banca e di casalinga torinese si trasferì all'età di quattro anni a Torino, grazie ad un nuovo lavoro del padre. Nel capoluogo piemontese lo zio Luigi Cocchi, musicista e musicologo, che aveva conosciuto Gobetti e Gramsci e aveva collaborato alla rivista L’Ordine Nuovo sarà il primo punto di riferimento per la formazione del giovane Edoardo. A Bordighera, inoltre, frequenta il cugino Angelo Cervetto, che gli tramanda la passione per il jazz. Nel 1946, Edoardo si iscrive al Liceo Classico M. d'Azeglio e avrà come insegnante di italiano Luigi Vigliani. A lui intitolerà il saggio su Gozzano e gli farà leggere alcune poesie che appariranno in seguito come parte di Laborintus. In terza liceo, Sanguineti avrà come docente di storia e filosofia Albino Galvano, pittore, critico, storico d'arte, filosofo amante della psicanalisi e interessato alle avanguardie, allievo a sua volta di F. Casorati, promotore del MAC e fondatore della rivista Tendenza. In questi anni, il giovane frequenta il mondo "culturale" torinese, si reca a mostre, ascolta concerti, conosce Carol Rama, della quale battezza alcuni suoi dipinti "bricolages" e tramite l’abile artista torinese impara a frequentare soggetti come Andy Warhol, Orson Welles, Man Ray e poi il filologo classico Vincenzo Ciaffi, lo studioso di lingue e culture germaniche Vittorio Amoretti, esperto di Boine e della cultura mittleuropea, e il romanziere, giornalista, poeta, pittore e moralista di impronta gobettiana Seborga, che lo indirizzerà alle letture di Artaud. Nel 1951, inizia a scrivere Laborintus e conosce intanto Enrico Baj che crea, insieme a Sergio D’Angelo il Manifesto Della Pittura Nucleare, dando vita al Nuclearismo. Sempre nel 1954, in occasione della recensione di Sanguineti sulla rivista torinese “Galleria”, dell’Antologia critica del Novecento, conosce Luciano Anceschi che, dopo aver letto Laborintus decide di darlo alle stampe.

Laborintus, rispecchia una pratica artistica di profonda novità, che scava nell’universo della ricerca estetica degli anni Cinquanta e confrontandosi con le poetiche del gesto e dell’informale, di quello stesso periodo scaraventa bucini sagge e sapienti sintassi su un immenso incomodo vitale, ereditato dai disagi del clima culturale post-guerra. Palus putredinis, sezione particolarissima di Laborintus, ad esempio, si riferiva ad un sito acquitrinoso, paludoso e malsano come espressione figurata del disordine, della palude. Un universo che a dir poco somigliava ad un quadro di Tancredi, al fiorire della materia bruciata di Burri, all’eredità dei Pasiphaè di Masson, alle composizioni forti di Hartung e soprattutto alle Verlust der Mitte di Asger Jorn o ai Kuh und Blumen di Karel Appel. Un pianeta riluttante in cui s’era andato a impantanarsi, secondo Sanguineti, l’universo lirico italiano, tutto sistemato e pianificato da uno stile esageratamente simbolico e superficialmente eccelso. Tenendo conto dell’analogia informel e gestuel in Laborintus appaiono travolgenti le trasformazioni della struttura compositiva del testo: sintassi totalmente lussata, frasi penzolanti e impiccate dalle loro stesse sospensioni, troncate in maniera massiccia da parentesi e da allegorici incisi, un’interpunzione eccedente, e tante precisazioni che fanno da sovra e sottotesto, uno avanzo continuo e aggressivo, forse brutale, come le stesse denominazioni dei lavori di Jean Dubuffet, dell’ordine discorsivo e della prassi emanativa della testualità.

Negli statement che ritroviamo nell’antologia de I Novissimi [curata da A. Giuliani e che riprendono la poetica dell’informale e della dimensione della critica mitologica], lo stesso Sanguineti scrive: “Fare dell’avanguardia un’arte da museo voleva dire, invece (allo stato, s’intende, di poetica intenzionale […] ) riconoscere l’errore della regressione, significava gettare se stessi, subito, e a testa prima, nel labirinto del formalismo e dell’irrazionalismo, nella Palus Putredinis, precisamente dell’anarchismo e dell’alienazione, con la speranza, che mi ostino a non ritenere illusoria, di uscirne poi veramente, attraversato il tutto, con le mani sporche, ma con il fango, anche lasciato davvero alle spalle […] non esiste un patetico puro, ma soltanto un patetico patologicamente straniato, per noi, qui, oggi: che non è possibile essere innocenti: che la forma non si pone, in nessun caso, che a partire, per noi dall’informale, e in questo informe orizzonte che, ci piaccia o non ci piaccia, è il nostro.” (1961): “ l. / composte terre in strutturali complessioni sono Palus Putredinis / riposa tenue Ellie e tu mio corpo tu infatti tenue Ellie eri il mio corpo / immaginosoquasi conclusione di una estatica dialettica spirituale / noi che riceviamo la qualità dai tempi / tu e tu mio spazioso corpo / di flogisto che ti alzi e ti materializzi nell’idea del nuoto / sistematica costruzione in ferro filamentoso lamentoso / lacuna lievitata in compagnia di una tenace tematica / composta terra delle distensioni dialogiche insistenze intemperanti / le condizioni esterne è evidente esistono realmente queste condizioni / esistevano prima di noi ed esisteranno dopo di noi qui è il dibattimento / liberazioni frequenza e forza e agitazione potenziata e altro / aliquot lineae desiderantur / dove dormi cuore ritagliato / e incollato e illustrato con documentazioni viscerali dove soprattutto / vedete igienicamente nell’acqua antifermentativa ma fissati adesso / quelli i nani extratemporali i nani insomma o Ellie / nell'aria inquinata / in un costante cratere anatomico ellittico / perché ulteriormente diremo che non possono crescere / tu sempre la mia natura e rasserenata tu canzone metodologica / periferica introspezione dell’introversione forza centrifuga delimitata / Ellie tenue corpo di peccaminose escrescenze / che possiamo roteare / e rivolgere e odorare e adorare nel tempo / desiderantur (essi) / analizzatori e analizzatrici desiderantur (essi) personaggi anche / ed erotici e sofisticati / desiderantur desiderantur”.

 

La prima pubblicazione di Laborintus, nel 1956, nella collezione “Oggetto e simbolo” diretta da Luciano Anceschi per la casa editrice Magenta, passa quasi inosservata. Le sue poesie, così complesse ed enigmatiche, sarebbero divenute, solo un decennio dopo, esempio per le sperimentazioni linguistiche-poetiche che imperverseranno negli anni Sessanta. Laborintus è, infatti, un testo di riferimento centrale per lo sperimentalismo degli anni Sessanta, soprattutto se confrontato con la poesia del suo tempo. Esso si presenta come qualcosa di nuovo, che apre soluzioni linguistiche e formali sconosciute a quella poesia che, nella seconda metà degli anni Cinquanta, dopo lo spegnersi del neorealismo, si stava orientando verso l’antinovecentismo introdotto all'interno della rivista “Officina”. Sanguineti, nel programma della neoavanguardia, è figura centrale per i richiami psicoanalitici dei suoi testi, per il suo plurilinguismo e per quel verso pronto a dilatarsi in “un recitativo drammatico dove la soluzione metrica è rigorosamente atonale”, o meglio “gestuale”. Laborintus sembra vicina alle esperienze musicali di Berio, di Cage o dell’informalismo di Pollock, Fautrier, Rothko o Vedova. La tecnica dell’assemblage, utilizzata nella poesia di Sanguineti, è infatti presa dall'ambito pittorico e gli oggetti - segni, tolti dallo spazio in cui erano collocati – acquistano improvvisamente la loro piena autonomia, ingrandendosi a dismisura. Il titolo – un'ibridazione tra labyrinthus, labor e l’avverbio intus, dentro – è tratto dal nome che Everardus Alemannus, autore del XIII secolo, diede alla sua “arte poetica” ed esso pone un'equivalenza tra il lavoro dell’inconscio e il lavoro della poesia. I versi vengono definiti dall’autore un “recitativo drammatico”, organizzato secondo una metrica “rigorosamente frammentata”, che rifiuta cioè l’idea tradizionale di “armonia”. Alcune poesie di Laborintus erano intanto apparse su “Numero”, una rivista fiorentina diretta da Fiamma Vigo, alla quale Sanguineti era stato invitato a collaborare da Gianni Bertini, un pittore pisano incontrato nello studio di Galvano Della Volpe.

Nel 1961, fa conoscenza con Luciano Berio chiedendogli di collaborare per la Piccola Scala con una anti-opera. Nascerà da questa collaborazione Passaggio che verrà rappresentato nel 1963. Il testo di Laborintus fu utilizzato nel 1965 dallo stesso Berio per una sua composizione musicale, nella quale Sanguineti interveniva direttamente come lettore. In seguito all’uscita dell’antologia dei Novissimi Sanguineti, mutuando da Barthes, parla di una mitopoiesi incontaminata in lotta contro ogni sorta di mitopoiesi lirica e, quindi, dà per buona la definizione attribuitagli da Vivaldi di action-poetry. Nel 1963, si istituisce a Palermo il Gruppo che prende il nome dall’anno della sua stessa aggregazione. Il gruppo, che si sciolse nel 1969, diede vita alle riviste Malebolge, Quindici e Grammatica. Nel frattempo Sanguineti, che era diventato assistente incaricato e in seguito assistente ordinario di Giovanni Getto, nel 1963 consegue la libera docenza. In questo periodo frequenterà, in tre occasioni, anche le Décades di Cerisy: la prima volta invitato da Ungaretti, al quale era rivolto il convegno, la seconda volta invitato dal gruppo di Tel Quel, per il romanzo sperimentale e, alla fine degli anni Sessanta, per il cinema. Nel 1965 ottiene la cattedra di Letteratura italiana moderna e contemporanea presso la facoltà di lettere dell'università di Torino.

 

Dopo Laborintus, Sanguineti prosegue con lo stesso stile ipercolto e sovraccarico e scrive, tra il 1956 e il 1959 le poesie di tema erotico che vanno sotto il nominativo Erotopaegnia poi, tra il 1960 e il 1963, Purgatorio de l’Inferno e nel 1964 raccoglie, sotto il titolo di Triperuno, le precedenti sequenze anticipate da Laborintus. Ma in queste poesie già si possono notare dei movimenti verso una scrittura che si orienta dal laboratorio dei primi esordi alla tangibilità delle oggetti quotidiani e che, in alcuni punti, si apre al block-notes dei libri successivi. Nella seconda raccolta del 1972, Wirrwarr che si compone di due parti, “Testo di appercezione tematica” (1966-1968) e “Reisebilder” (1971), Sanguineti pur proseguendo l’opera di destrutturazione del linguaggio iniziato con Triperuno, cerca di recuperare le cose autentiche del reale e del vissuto.

Anche nel romanzo Sanguineti dedica molta attenzione al trattamento del linguaggio, tanto sul piano lessicale quanto su quello sintattico, e sia nel romanzo Capriccio italiano, pubblicato nel 1963, e sia in Il gioco dell'Oca del 1967 si avverte il piacere ludico della parola (homo ludens e homo ridens, l’ultimo articolo sul Corriere della Sera). La sua produzione narrativa è stata raccolta in Smorfie (1986-2007), contenente i due romanzi oltre ad altri testi in prosa. Ed è con Capriccio italiano che lo scrittore si fa portavoce del “romanzo sperimentale” rivelando il disfacimento dell’opera narrativa classica e scherzando sulle cagioni dell’inconscio, dell’onirico e del biologico-carnale. Il tema centrale del romanzo si basa sulla gestazione della moglie e l’attesa del figlio, ed è trattato non in modo naturalistico ma come una prova che, attraverso rapidi passaggi simili ad un sogno, rivoltano gli strati dell’inconscio. Il nucleo principale del romanzo – strutturato in centoundici brevi capitoli – è una crisi coniugale tra il narrante e la moglie Luciana. La crisi, che si ricomporrà con la nascita del figlio, è il filo conduttore che attraversa piani narrativi sovrapposti, in una persistente rotazione e mescolanza di effettività e allucinazione. Il racconto ha inizio con una festa nella sala da ballo di una pensione. L’inserimento inatteso di una storia di marziani predispone il lettore a una serie di “situazioni” che si ramificano l’una dall’altra: la narrazione, il sogno, il ricordo di avvenimenti precedenti, si intrecciano con calcolata complessità. Dopo la festa, i coniugi si ritirano nella camera d’albergo: il protagonista si addormenta e, al risveglio, non trova più la moglie accanto a sé. Poco dopo, un amico gli comunica che la donna è stata vittima di un incomprensibile sinistro, cosicché entrambi si recano nel luogo dove è ricoverata. Da questo punto in poi, prende il sopravvento la trama fantastica: si addensano le avventure, vissute o più spesso sognate, e i tempi narrativi. Il racconto si snoda dapprima attraverso le passate esperienze erotiche del narratore, riesumate in modo freddo e minuzioso, poi nella rievocazione di alcuni momenti della vita coniugale – in cui tornano i reciproci sospetti di tradimento – infine attraverso una serie di luoghi (percorsi realmente o in sogno) che comunicano per mezzo di una serie di scavi, soglie, stretti transiti. Il tempo della narrazione si svolge quasi per intero nei dintorni dell’albergo che la coppia frequenta con i figli (e che somiglia talvolta a un ospedale o a un sanatorio), ma è continuamente interrotto da ricordi e da intrusioni narrative del personaggio principale. Il recupero di molteplici tradizioni letterarie (resuscitate attraverso l’autotrepidazione) costituisce il «moderno, inatteso barocco» (L. Anceschi) cui il romanzo fa capo. L'uso libero dell’interpunzione, l'infrazione del consueto andamento narrativo, la perdita di centralità del soggetto o la sedizione delle concatenazioni momentanee – codici retorici della narrativa sperimentale degli anni Sessanta, esasperate da Sanguineti – fanno di questo scritto uno tra i più sintomatici della neoavanguardia.




Sanguineti 'contro'


Esemplificazione e concretizzazione di tale linea critica è l’antologia Poesia italiana del Novecento (1970, 2 voll.) la cui prefazione mostra la consonanza tra prerogativa stilistico-linguistica e tratto distintivo ideologico-psicologico degli autori. Ma già in Ideologia e linguaggio Sanguineti chiarisce dettagliatamente come nello studio su pensiero e lessico: “nessuna forma di esame critico della parola letteraria si sottrae, […] a un sistematico allegorismo. Una letteratura della crudeltà, dal punto di vista della critica (dell’esame critico della parola letteraria), opera consapevolmente – cinicamente – per allegorie” (1965). L'antologia è, dunque, già per se stessa, saggio critico, per la scelta degli autori e soprattutto dei singoli testi, con attenzione a quelli significativi di posizioni ideologiche e di sperimentalismo linguistico.

L'attività critica di Sanguineti si è svolta inizialmente all’interno dell’ambito accademico: a lui si devono brillanti lavori su Dante (“Dante reazionario”) ed un’articolata analisi sui nessi tra poesia crepuscolare e liberty, in cui si rintraccia l’origine della poesia italiana del novecento nella reazione ironica operata dai poeti crepuscolari ai danni dell'estetizzazione liberty, a partire dalla necessità, poi riconosciuta da Eugenio Montale, di “attraversare D'Annunzio”. Per Edoardo Sanguineti, Dante è il primo ad accorgersi che il mondo dispotico feudale è in via di esaurimento, sovrastato dalla nuova borghesia dei mercanti e dei banchieri. Quella di Dante è una critica feroce del nascente capitalismo, dei suoi uomini famelici, ma è una critica “da destra”, aggiunge il poeta, che si concretizza nell’invocazione al ritorno dell’imperatore. Nel libro del 1992, che indagava sul conservatorismo dantesco, Sanguineti sosteneva che il sommo poeta è un po’ come il Balzac prediletto da Marx, il Balzac legittimista e tradizionalista, ma spietato analista della borghesia francese del primo Ottocento e delle sue turpitudini.

Nel 1968 inizia la crisi del Gruppo 63 e nel ’69 si interrompono anche le uscite di “Quindici”. Nello stesso anno, Sanguineti si candida alle elezioni per la Camera nelle liste del PCI, ma deve trasferirsi all’università di Salerno. Nel capoluogo salernitano Sanguineti terrà due corsi, quello di Letteratura italiana generale e quello di Letteratura italiana contemporanea e nel 1970 diventerà professore straordinario. Nel 1971, dopo un soggiorno semestrale a Berlino, diventa, sempre a Salerno, professore ordinario. Nello stesso anno inizia la collaborazione al quotidiano “Paese Sera”. Ricordo ancora l’anno in cui lo ascoltai per la prima volta nella sede di quella Università campana. Per me era il primo o il secondo anno di liceo e in quel periodo a Pomigliano d’Arco facevamo una rivista clandestina che affiancava i circoli di base di LC. Alcuni “compagni” della redazione – di gran lunga più grandi di me – aprirono al dibattito politico di classe e decisero che forse era il caso di confrontarsi finanche con i più audaci rampolli “dell’avanguardia entrista ed organicistica” [non a caso Sanguineti ha lavorato a vari livelli alla stesura di testi che glossavano a margine del pensiero gramsciano, vedi la prima edizione di Ideologia e linguaggio, che già dal 1965 circolava in maniera prorompente]. Detto, fatto! Finita la riunione, con il solito zaino e sacco a pelo mi incamminai in autostop verso il casello della Napoli-Salerno, per trovarmi in tempo ad una lezione del Prof. Edoardo Sanguineti. Ma in quegli stessi anni come se non bastasse altri stimoli mi portarono vicino alle lezioni di Sanguineti a Salerno. Non fu solo lo sprone proveniente dalle riunioni della cellula di fabbrica di LC dell’Alfa Sud a incoraggiare alla maggiore conoscenza dell’abile intellettuale, ma anche un ponte tra noi e il poeta che portava il nome di Luca. Ricordato come uno dei più vecchi componenti e fondatori del Gruppo ’58 ( i cosiddetti nuclearisti napoletani), “Giggino Castellano” sin dai testi come Per una nuova figurazione o Proposta per una figurazione veramente nuova a Napoli, nel bel mezzo degli anni Settanta, ci proponeva la lettura e la rilettura di Sanguineti. Inoltre, questi due contributi erano stati pubblicati dall’autore di Laborintus sul n. 12 de Il Verri e sul n. 1 di Numero. In quelle pagine le parole stesse di Sanguineti dicevano che Luca era un personaggio eccezionale e che Documento Sud era una vera ouverture al Manifeste De Naples. Apprendevamo in quegli anni del contatto e del sodalizio di Sanguineti con Mario Persico, una familiarità e frequentazione che è durata sino ai giorni nostri, in occasione dell’Omaggio a Shakespeare del 2004. Castellano, che ci parlava spesso di queste sue amicizie radicali e d’avanguardia, ci aveva suggerito la maniera di instradarci negli elisi dell’ideologia e del linguaggio e quindi ci confermò la vitalità di Sanguineti, indicandocelo come un felice compagno di strada.

Ma il soggiorno napoletano, dopo le inchieste sull’arte nel sud, finiscono e naturalmente Sanguineti nel 1974 raggiunge una cattedra di Letteratura italiana presso l’Università di Genova e nel 1975 inizia a collaborare con il “Giorno”, senza però abbandonare mai l’attenzione per la sperimentazione mediterranea. Nel 1976 Sanguineti inizia a contribuire all'“Unità”, e nel 1980 al “Lavoro” di Genova. Sono questi gli anni prossimi al grande impegno politico: viene infatti eletto consigliere comunale a Genova (1976-1981) e deputato della Camera (1979-1983), come indipendente nelle liste del PCI. Ma tornando alle questioni del rapporto con la figura dell’intellettuale organico, nonostante la coltivazione dell’amicizia sanguinetiana tramite Luca, devo dire che la mia generazione visse un ragguaglio difficile con quella compagine di intellettuali che avevano esordito guardando dalle pagine di Quindici criticamente il ’68 e forse ancora di più il movimento del ’77. Basta ricordare gli interventi redatti da Sanguineti sulla rivista. Il primo, che compare sul numero 10 (1968), ironizza sui “nuovi sinistri” come i “nipotini di Camus” e per affermare in maniera decisa la linea fedelmente organica, parla della necessità dell’insegnamento di Mao, usa termini come “netta imposizione”, si scaglia contro i “purismi ideologici” e, quasi come se considerasse il foglio d’avanguardia come una scheda elettorale, propone una critica dura all’antiparlamentarismo, concludendo che ogni “Marxista e leninista lo sa, […] E ormai dimostrano di apprenderlo anche i gruppi intellettuali, le masse cattoliche, gli studenti in movimento, i medi borghesi declassati: perché il difficile e difficilissimo compito è, oggi, qui, costruire e sviluppare un’opposizione rivoluzionaria, marxista, leninista, maoista, […] deve essere oggi, qui, diretta non contro il parlamentarismo o contro l’attività parlamentare, ma contro quei capi che non sanno – e ancora più contro quelli che non vogliono – sfruttare in modo rivoluzionario, comunista, le elezioni parlamentari e la tribuna del parlamento”.

Votare scheda rossa, votare PCI, sarà, se lo vogliamo, anche il primo passo concreto per questa “aspra, spietata, implacabile critica”, che si desidera giustamente”. Ma il PCI è mai stato veramente rivoluzionario? Tale questione è davvero complessa e in questo caso rischia di portarci fuori gioco, in questa ed in altre sedi, anche se va detto che il PCI nella sua coscienza nera si porta Yalta, il togliattismo, la trasfigurazione della figura stessa di A. Gramsci e soprattutto, una linea contro il ’68 che confluisce in posizioni controverse all’interno della redazione dei Quindici, nonché verso l’orizzonte aperto dalla Primavera di Praga, dei movimenti democratici e dei diritti civili! La controversia sul movimento o non movimento degli studenti, sulle lotte e le pratiche che anticipano il periodo stesso degli anni Settanta, nonché la scelta di una classe rispetto ad un’altra e soprattutto la capacità di individuare la nuova urgenza dello scontro di classe, sono tutti dentro al dibattito spontaneo che su Quindici scoppia anche tra Sanguineti e Eco. Il nostro abilissimo poeta genovese insieme a G. Davico Bonino sul n. 12 del ’68 scrivono: “C’è poco da menar vanto per aver difeso la rivolta studentesca, se questa diventa subito il più comodo alibi, per un gruppo di letterati e di intellettuali (sotto specie di impedimentum e di interdetto) per selezionare, privilegiando e condannando, coloro che possono (e molti possono sempre che lo vogliano) intervenire nell’azione rivoluzionaria.[…] Certo siamo ben convinti, intanto, che ogni contestazione che non sia un gioco non possa che svolgersi in stretta congiunzione con la classe operaia e contadina, e sotto l’egemonia della sua coscienza possibile, […]”.

Sullo stesso numero, e con un provocatorio “Vietando s’impara”, Eco risponde a questo discorso: “Sanguineti ha espresso in varie e pubbliche sedi delle diffidenze verso quello che gli pareva il massimalismo ingenuo del Movimento Studentesco […] e che altro significa che chiedevi spazio per attraversare la Palus Putredinis? O pretendevi di attraversarla di corsa, con la sottana di chierico vagante arrotolata ai ginocchi per non inzaccherarti troppo nella foga, e uscirne subito subito con lena affannata per offrire, con “Capriccio Italiano”, un manuale di guerriglia agli operai che fanno il gatto selvaggio? Non mi pare, e dunque ti fai torto e ci fai torto. Almeno mi fai torto”. Eco parla di una zona mediana tra la milizia politica e la ricerca, del caso Braibanti, della disputa mal digerita da un pezzo della classe operaia sulla condanna ai Carri armati sovietici e di agevolare i moralismi organicistici tra classe e partito. Alle parole movimento sì e movimento no, risponde l’impeto di una posizione che scaturisce in risposta a Sanguineti tra gli ultimi numeri di Quindici. È Sergio Bologna che scrive [sul n. 18 di Qundici] che la tattica consiste nello sfruttare questa nuova fase di lotte per una riorganizzazione e un ringiovanimento del sindacato, nell’esaltare le nuove forme di rappresentanza e di democrazia diretta, di tutti gli strumenti che possono portare a una partecipazione della base alle decisioni del vertice (dai delegati all’assemblea agli stessi comitati di base), coinvolgendo in questa operazione tutta quella parte del movimento studentesco, che aveva avuto come parola d’ordine nella pratica sociale “il rifiuto della delega”.

 

In effetti, studiando il punto di confluenza delle idee di Sanguineti sull’intellettuale organico, basta riprendere le parole della sua conferenza del 1988 (ad Amsterdam) su Il Chierico organico, per capire la sua metamorfosi dall’artaudismo di Laborintus allo strutturalismo de Il Gatto Lupesco (Feltrinelli, Milano, 2002, che contiene Bisbidis, Senzatitolo, Corollario, la versione completa di Cose e una sezione di poesie extravaganti intitolate Poesie Fuggitive). Sanguineti, in quella celebre conferenza, dice che gli intellettuali sono organici ad un gruppo sociale, ovvero ad una classe e che nel lessico gramsciano significa gruppo sociale fondamentale. In tutti i periodi storici ogni gruppo che si fa egemone elabora un’immagine illusiva della sua libertà, l’indipendenza intellettuale è un’utopia sociale ed una credenza che si protrae falsamente verso la dimensione dell’indipendenza. Insomma nel bene e nel male siamo tutti chierici! Ma che chierici siamo? Ci sarà una differenza tra un cristiano ortodosso ed un buddhista!? Insomma, a Sanguineti la posizione espressa da Pierre Bourdieu ne La distinction [1979] non andava proprio a genio! E quindi qui esprime l’apice della sua fede all’entrismo marxista comunisteggiante!

Ma ritornando sul crinale della vicenda intellettuale sanguinetiana degli anni Settanta, e soprattutto della fine degli anni Settanta, un periodo che vede molti artisti come lui impegnati a fronteggiare l’ondata post-modernista che sta per emergere, diciamo che non è possibile difendere Gramsci, tifare per un vetero-lukacsianesimo, ed infine sposare i cascami della transavanguardia, della “parola innamorata” e del neo-manierismo anti-concettuale all’italiana, equivocati negli ultimi anni anche da un libro sfuggente e sommario come quello di Frederic Jameson: Il postmoderno, o la logica culturale del tardo capitalismo (Durham: Duke University Press, 1990), che mette sullo stesso piano C. Jenks e A. Bonito Oliva. Infatti, dal 1981 al 1983 Sanguineti – con grande meraviglia di Luca (Luigi Castellano), che cominciava a parlarne in senso critico e sospettoso – dirige la rivista Cervo Volante proprio assieme ad Achille Bonito Oliva, finendo per appoggiare e collaborare con figure lontane dalla tradizione dello sperimentalismo da lui tradizionalmente difeso. In quest’epoca il suo stile si fa più discorsivo e comunicativo, carattere che si ritrova nelle seguenti raccolte Postkarten (cartoline postali) del 1978, Stracciafoglio del 1980 e Scartabello del 1981 dove si impone un linguaggio più articolato che gioca su un registro parodico-ironico e si applica alle piccole cose della vita quotidiana. In queste raccolte l’avanguardia di Sanguineti, pur senza contraddirsi o negarsi, non appare, paradossalmente, lontana da situazioni come quelle vagamente montaliane. Periodicamente Sanguineti raccoglie i suoi versi in volumi riassuntivi, come Catamerone del 1974, ripreso nel 1982 in Segnalibro dove la sperimentazione si riappropria dell’uso della forma tradizionale per approdare, nel 1986, a Novissimum Testamentum, poi incluso in Senzatitolo nel 1992. In queste opere il poeta si impegna, confermando così la sua attenta ricerca prosodica, sulla strofa, sul canto, sul sonetto, distanziandoli con brani dal singolare verso “extra-lungo” che sembra sdrucciolare via e "frantumarsi". Nel 1987 esce la raccolta Bisbidis che costituisce un capitolo aggiuntivo nella linea iniziata con Wirrwarr. Il titolo, che è ripreso da una frottola del poeta ebreo romano Manoello Giudeo, è una voce fonosimbolica che indica il chiacchierio di gente e appare come poesia di carattere discorsivo, quasi vespertina che riprova quel solco aperto negli anni Settanta.

Del 2002 è la raccolta Gatto Lupesco che contiene Bisbidis, Senzatitolo, Corollario, la versione definitiva di Cose, e una sezione di poesie intitolate Poesie fuggitive. Recita, la poesia 25 del ciclo Cose, “l’imperativo categorico dice: / mangiare, bere, e, soprattutto, fottere: / (fottere il più possibile, per certo): (e al meglio, se ci riesci, se ci puoi): / (io ci ho speso una vita, a farti questo): (e adesso me lo so, l’ho spesa bene): / dilettissima complice, mia sposa: sono un gatto lupesco, e laido, e lieto:”. Il gatto lupesco è una figura retorica di spessore autobiografico, che si ritrova in un poemetto del Duecento. Si dice che quando Sanguineti incontrò questo animale fantastico ne fu colpito dalla valenza ossimorica: una figura che convoglia in sé due animali antitetici, il gatto e il lupo. Una volta Sanguineti ebbe a raccontare anche che quando nel giugno ’98 scrisse questa poesia, pensò che il nome della strana creatura sarebbe stato un buon titolo, ma non sapeva ancora per cosa. Quattro anni dopo, in quell’artigianato che è il lavoro di poeta, eccogli trovata la destinazione: Il gatto lupesco è il titolo di un volume che rastrella versi che partono dalla fine degli anni Ottanta. È una “raccolta di raccolte”, rimata nella versione originale, perché Sanguineti dice che la poesia, una volta stampata, non va riletta né corretta: “Una poesia si corregge scrivendo un’altra poesia”, è il suo precetto.

Del 2004 è la collezione antologica Mikrokosmos Poesie 1951-2004 che si presenta divisa in due parti. La prima parte comprende una scelta di Laborintus, di Erotopaegnia, di Purgatorio de l’Inferno, di T.A.T., di Reisebilder, di Postkarten, di Stracciafoglio, di Scartabello, di Cataletto, di Codicillo, di Rebus, di Glosse, di Corollario e di Cose. La seconda parte comprende una selezione da Fuori Catalogo, da L’ultima passeggiata, omaggio a Pascoli, da Alfabeto apocalittico, da Novissimum Testamentum, da Ecfrasi, da Mauritshuis, da Ballate, da Fanerografie, da Omaggio a Catullo, da Stravaganze, da Poesie fuggitive, da Varie ed eventuali. Per definire in maniera coerente tutta la scelta, lo statement della quarta di copertina recita più o meno così: “la poesia è ancora praticabile, probabilmente: io me la pratico, lo vedi, in ogni caso, praticamente così”.






Per ricordare il rapporto tra la figura dell’intellettuale, la storia dell’impegno sociale politico, nonché i titoli accademici che lo configurano in un Novecento a volte congeniale e a volte controverso, possiamo segnalare alcuni dei riconoscimenti avuti nel corso della sua carriera. Nel 1996 viene nominato dal presidente della Repubblica O. L. Scalfaro, Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di Gran Merito della Repubblica Italiana. Sanguineti, che ha lasciato nel 2000 l’Università e ha ricevuto numerosi premi letterari tra i quali la Corona d’oro di Struga, diventa membro e fondatore della “Accadémie Européenne de poésie” (Lussemburgo) e socio consulente del “Poetry International” (Rotterdam). Precedentemente Faraone poetico dell'Istituto Patafisico di Milano, dal 2001 Satrapo Trascendentale, Gran Maestro O.G.G. (Parigi) e presidente dell'Oplepo. Il 5 giugno 2006 al poeta genovese verrà assegnato il Premio Librex Montale. È diventato presidente onorario dell'associazione politica Unione a Sinistra ed è stato candidato alle primarie dell’Unione per l’elezione del sindaco di Genova, tenutesi il 4 febbraio 2007, sostenuto dal Partito dei Comunisti Italiani, Partito della Rifondazione Comunista e Unione a Sinistra, ottenendo il 14% dei voti.

Ma se, dunque, è il caso di pensare ad una tomba per un intellettuale marxista che ha creduto nella sua poesia quanto nella sua vita, e che in fondo non ha mai intrecciato la sua storia con quella di Aden Arabia [Paul Nizan, 1932], forse dovremmo ritrovare il modo di rileggere, quasi come una disposizione ideologico-testamentaria, quel suo libro del 2006 su Come si diventa materialisti storici, pubblicato presso Manni! In questo breve saggio, scritto per il compleanno di Pietro Ingrao, Sanguineti “racconta”, con un linguaggio accattivante e provocatorio, il proprio percorso di formazione, rivendicando con forza l’attualità del pensiero marxista e del materialismo storico, così come si e sviluppato nel corso del Novecento, grazie all’apporto di alcuni grandi pensatori come Benjamin e Lukács. La strada indicata dal poeta genovese non si ferma di fronte al pessimismo dell’attualità! In queste pagine, Sanguineti torna a parlare di “nuovo proletariato” e di “lotta di classe”, lanciando un dibattito pronto a difende categorie che ormai possono essere definite extramediali ed extramediatiche. Partendo, quindi, dalle sue riflessioni forse è il caso di ricordare che il pensiero, così come la pratica artistica, devono raggiungere lo spessore dell’esperienza e tuttavia non rinunciare a nulla del loro percorso e della loro ricerca. La chimera della consapevolezza e della padronanza del sapere ha però (come direbbe Adorno, attraverso Benjamin) “l’utopia come contenuto”. Benjamin la chiamava l’«irrealtà della disperazione». La pratica artistica si ispessisce attraverso l’esperienza, affinché le si dischiuda la speranza. Questa “appare tuttavia unicamente come rifratta”. Se Benjamin sovraespone deliberatamente i suoi oggetti, per farne risaltare i contorni nascosti che un giorno dovranno palesarsi nello stadio della conciliazione, al tempo stesso si spalanca, inaccessibile, il baratro tra l’esistente e l’inesistente. Il prezzo della speranza è la vita, ricordava Adorno in Prismi: «messianica è la natura per la sua eterna e totale fugacità» e la felicità è «il ritmo suo proprio». Pertanto al centro della filosofia [di Benjamin], che a noi ancora oggi gratifica, sta l’idea della salvezza di ciò che è morto, ricordava il filosofo francofortese, come ricostruzione della vita crudele tramite il completamento della reificazione sua propria, “giù giù sino all’inorganico”. «Solo per chi non ha più speranza ci è data la speranza», conclude il saggio su Die Wahlverwandtschaften. Nel paradosso della possibilità dell’impossibile, per un’ultima volta, ricorda ancora Adorno a proposito dell’amico Benjamin, si sono ritrovati d'accordo “misticismo e illuminismo”. La scrittura enigmatica ed euristica dell’Einbahnstrasse, e che contraddistingue tutto quel che in genere Benjamin scrisse, ha in quella metaforicità “il suo presupposto”. Il darne conto ci ricorda ancora Adorno – nonostante tutto – con gli “unici mezzi di cui la razionalità disponga costituisce l’Uno, per amor del quale egli senza timore si sprofondò nel Molteplice”. Salve Edoardo!

 

 

Postilla all’organicità del chierico

 

Vista la questione gramsciana sollevata di recente dai culture studies e vista l’attualità – in epoca post-industriale e di “società liquida” – dell’intellettuale flessibile, chiediamoci per un attimo se conosciamo veramente il rapporto Intellettuali-capitale nel nostro celebre filosofo di Ales. La cosa giusta, su cui concordiamo e concordavamo già ai tempi del CUB di Napoli, mentre Sanguineti insegnava a Salerno, è che per Gramsci tutti gli uomini sono intellettuali, dal momento che «non c’è attività umana da cui si possa escludere ogni intervento intellettuale, non si può separare l’homo faber dall’homo sapiens», in quanto, indipendentemente della sua professione specifica, ognuno è a suo modo «un filosofo, un artista, un uomo di gusto, partecipa di una concezione del mondo, ha una consapevole linea di condotta morale». Questo non vuol dire che tutti gli uomini sono degli artisti riconosciuti e quindi hanno nella società la funzione di intellettuali. Secondo Gramsci, storicamente si formano particolari categorie di intellettuali, «specialmente in connessione coi gruppi sociali più importanti e subiscono elaborazioni più estese e complesse in connessione col gruppo sociale dominante». Il gruppo sociale emergente, che lotta per conquistare l’egemonia politica, tende a conquistare alla propria ideologia l’intellettuale tradizionale mentre, nello stesso tempo, forma i propri intellettuali organici. L’organicità degli intellettuali si misura con la maggiore o minore connessione con il gruppo sociale cui essi fanno riferimento: essi operano tanto nella società civile – l’insieme degli organismi privati in cui si dibattono e si diffondono le ideologie necessarie all’acquisizione del consenso, apparentemente dato spontaneamente dalle grandi masse della popolazione alle scelte del gruppo sociale dominante – quanto nella società politica, dove si esercita il «dominio diretto o di comando che si esprime nello Stato e nel governo giuridico». Gli intellettuali sono così «i commessi del gruppo dominante per l’esercizio delle funzioni subalterne dell’egemonia sociale e del governo politico”. Come lo Stato, nella società politica, tende a unificare gli intellettuali tradizionali con quelli organici, così nella società civile il partito politico, ancor più compiutamente e organicamente dello Stato, elabora «i propri componenti, elementi di un gruppo sociale nato e sviluppatosi come economico, fino a farli diventare intellettuali politici qualificati, dirigenti, organizzatori di tutte le attività e le funzioni inerenti all’organico sviluppo di una società integrale, civile e politica». Forse è da qui che nasce l’equivoco della scuola di partito e dell’odio da parte del PCI di tutto ciò che non è chierichizzato! Dato il clima intellettuale del periodo storico che possiamo definire “tardomarxismo” (1956-1991), i movimenti non potevano che essere attratti dalla figura dell'“intellettuale”, nella doppia versione dell’impegnato e dell’organico. Ma oggi è difficile considerare ancora questi profili, è proprio dagli anni ’70 e forse dagli stimoli definitivi che arrivarono dalla crisi petrolifera del 1973, che i soggetti del movimento non si considerano più nemmeno “intellettuali”. All’interno della divisione del lavoro intellettuale e manuale ed all’interno di una gerarchia differenziale di conoscenze e di competenze specifiche, di fatto si è spesso “intellettuali”, in quanto produttori di profili ideologici articolati e sistematizzati che hanno poi una “ricaduta” ed un utilizzo manipolato da parte di ceti politici specializzati o da parte di apparati elitari di potere economico con il loro accompagnamento corale. E, tuttavia, gli intellettuali a partire da fine Ottocento sono un gruppo sociale specifico che non deve essere assolutamente confuso con gli studiosi, gli specialisti, gli artisti, gli scienziati, i filosofi. Dopo la seconda metà del Novecento i due profili principali di intellettuale erano l’“impegnato” e l’“organico” e tra i movimenti giovanili c’è stata una sperimentazione, che ha tentato di essere entrambi e poi c’è stata anche una metamorfosi che ha cambiato idea. L’intellettuale impegnato (engagé) è quello che si impegna per le cause giuste contro quelle ingiuste.

Ma l’organicità dell’intellettuale ormai non è che una forma di subalternità introiettata, che mette al servizio di gruppi specializzati di politici la funzione intellettuale di comprensione della società e il rischio di insolvenza è quasi sempre giurato, ed il Novecento ne è stato un fondale gigantesco. E poi cosa c’è dentro a tale dissenso che attraverso le parole di Eco si rivolge contro questo Sanguineti così “sessantatrè” ma così contemporaneamente “entrista”? Forse c’è quello che si ritrova in tutta l’esperienza intellettuale che si muove dopo Classe Operaia e Quaderni Rossi? Ovvero il desiderio di liberazione dallo storicismo della linea De Sanctis-Labriola-Croce-Gramsci, cemento del gruppo dirigente togliattiano del Pci nel dopoguerra e negli anni Cinquanta. Mentre l’operaio massa, il taylorismo, il fordismo irrompevano sulla scena, il Pci restava fermo alla diagnosi dell’arretratezza del capitalismo italiano. E ancora, la retorica lavorista, che il movimento studentesco più civilistico e libertario mandò all'aria con lo slogan del «rifiuto del lavoro», e la visione salvifica della classe operaia, che nello stesso lessico del Pci doveva sempre farsi «classe generale», agire nell’interesse di tutti, emancipare se stessa per emancipare l’umanità, salvare il paese, la pace, il Terzo Mondo.

In effetti, la liberazione da un Gramsci ortodosso proviene da una riflessione da parte del movements nello stesso Gramsci che oggi è visto bene dai culture studies. Ad esempio si pensi al Gruppo Gramsci cofondato da Madera, Passerini e Giovanni Arrighi. Il contributo più importante che allora sembrava di potere dare al movimento e tra il movimento, non era nelle vesti di chi offriva un sostituto dei sindacati, o dei partiti, ma come studenti e intellettuali impegnati ad aiutare le avanguardie degli operai nello sviluppo della loro stessa autonomia, attraverso una comprensione dei processi più ampi, sia nazionali che globali, in cui le loro lotte avevano luogo. In termini gramsciani, lo si concepiva come formazione di intellettuali organici alla classe operaia in lotta. A questo fine furono formati i Collettivi politici operai (CPO). Da questo punto di vista, la storia della classe operaia appariva come un formidabile romanzo che sarebbe potuto piacere a Sanguineti et company, un nouveau roman dove le grandi trasformazioni produttive, dalla rivoluzione industriale fino all’automazione, sembravano promettere la realizzazione progressiva del più vecchio sogno dell’umanità: liberarsi della fatica del lavoro. Un tale approccio si scostava radicalmente dall’etica del lavoro che era il cavallo di battaglia del PCI. Lo slogan che circolava allora era: “Quaderni Rossi ha macinato l’egemonia sulle presse di Mirafiori”, una maniera raffinata di dire che la rivista si distaccava dal pensiero del fondatore del partito, Antonio Gramsci. Se un pezzo del movimento, che arriva sino al Parco Lambro del ’76 , lì dove Sanguineti e gli altri del gruppo 63 non si sono visti, non approvava lo storicismo “entrista” (PCI: vedi Tronti e Asor Rosa, per esempio, che erano stati allievi di Galvano Della Volpe, un anti-gramsciano convinto) e apprezzavano tuttavia le note su Americanismo e fordismo, dove Gramsci presentava la transizione verso nuove forme di dominio capitalista, vuol dire che esiste un’altra prospettiva anti-organica! Come Gramsci aveva saputo fare, nei suoi momenti migliori, la linea più libertaria del movimento seguiva attentamente le trasformazioni del capitalismo americano: “in America, scriveva Gramsci, la razionalizzazione ha determinato la necessità di elaborare un nuovo tipo umano conforme al nuovo tipo di lavoro e di processo produttivo”.






Era questa la novità che andava associata alla poetica militante che Sanguineti aveva saputo interrogare dopo Laborintus e che giunge sino a quella stimolante analisi che egli stesso sintetizza nell’articolo sull’Unità del 30 marzo 2006, titolato «Vi parlo dei proletari: sono il 98% del mondo»: “l’insorgere di bisogni elementari insoddisfatti, che può spingere in maniera decisa verso una posizione di dissenso e di contrasto nei confronti dell’ordine delle cose. L’insoddisfazione e il senso di difficoltà a realizzare i propri desideri, riescono ad acquistare significato, sia personale che collettivo, soltanto di fronte a delle difficoltà estremamente dure nel concreto dell’esistenza. Non trovo un lavoro, trovo un lavoro esclusivamente precario, non riesco a inserirmi nella società perché sono immigrato o perché la mia condizione è marginale, vivo in periferia o in ambienti di degrado sociale... Per un poco queste cose possono essere attenuate dall’apparato alienante della cultura borghese (il fascino della merce, il grande magazzino, il divertimento, la caccia al prodotto che hanno tutti gli amici, il trovarsi insieme in maniera disorganica attraverso spettacoli e giochi di massa) e riversarsi nella famiglia, per chi ce l’ha. […] A un certo momento, secondo la proposizione di base «non si arriva alla fine del mese», scoppia la rivolta. In questa condizione di infelicità e assenza di motivazioni, tra l’altro, la seduzione della violenza e delle organizzazioni criminali è forte. […] Questo è il tempo in cui il capitalismo, attraverso un fortissimo sviluppo tecnologico, ha pochissimo bisogno di forza lavoro, e si arriva a una soluzione paradossale di una società composta di persone che sono in esubero fondamentale, strutturale. Siamo tutti in esubero. Se non lo siamo già, lo saremo. Viviamo in una società di precariato strutturale, e quello che è il centro dell’esperienza umana, cioè la pratica del lavoro – non a caso la nostra Repubblica è fondata sul lavoro e nei suoi articoli iniziali della Costituzione dice subito che il lavoro è un diritto e un dovere e identifica la condizione del cittadino con quella del lavoratore – viene meno. Il problema diventa come far soldi senza passare attraverso il lavoro. Facendosi «imprenditori di se stessi», secondo il noto motto. Che è una frase totalmente priva di senso, perché l’imprenditore, precisamente, è colui che si organizza in modo da sfruttare il lavoro degli altri, e quindi io dovrei diventare lo sfruttatore di me stesso, essere sfruttatori di se stessi vuol dire essere vittime, succubi di qualsiasi spinta possibile fino a quella condizione perfetta che è l’essere totalmente superflui, e quindi non trovare nessun tipo di lavoro. […] La lotta che il capitalismo classico conduceva era una lotta che certamente aveva il suo punto di riferimento nel proletario, qualcosa che esisteva. Oggi, nella fase suprema del capitalismo, è nata un’«associazione» che è diventata planetaria … […] La democrazia americana è diventata altro, non è più americana, ma della fase suprema del capitalismo, fondata sul potere assoluto del capitale sopra i destini del mondo. La globalizzazione è il compimento di questo fatto. […] Bene, questo passaggio è un segno di disperazione, perché non c’è più la capacità di gestire un’egemonia culturale in senso largo – proporre dei modelli, ridurre tutto a un parco veline o a un parco calciatori –, non c’è più la capacità economica di controllare i mercati, perché ormai tutto è una roulette, si spostano capitali da un posto all’altro e non esiste più alcuna possibilità di previsione economica, non c’è più il potere militare, perché la guerra non è più capace di ottenere risultati. Allora tra essere autenticamente e democraticamente civili, terroristi e comunisti, non c’è più nessuna differenza. […]”.

 

Siamo a più di vent’anni dalla caduta del muro di Berlino, il capitalismo domina incontrastato in tutto il mondo. Pur ammettendo che la necessità del passaggio al comunismo sia morta nella coscienza delle masse, ciò non significa assolutamente esautorare l’approccio critico del marxismo allo studio della società e del suo divenire storico. Questo è ciò che in sostanza sosteneva Edoardo Sanguineti. Il poeta genovese ricordava che diviene sempre più urgente – data la fine del ruolo guida dei partiti comunisti e dei loro istituti di ricerca connessi all’annichilimento regressivo del movimento operaio internazionale – che il marxismo torni a riflettere sulle profonde contraddizioni e le manifestazioni alienanti che segnano il declino strutturale della società borghese, ad essere quell’opposizione scientifica e morale alla corruzione e al pessimismo nichilista della putrescenza capitalistica. L’essenza della scienza è quella di dubitare tutto, anche delle conquiste più ovvie, le verità più evidenti, pronta anche a negare se stessa se è necessario. Ed è questo l’approccio che il “pensatore critico” deve riconquistare. Nulla è dato una volta per sempre. Nulla è scontato, naturale. Distinguere la realtà dalla propria manifestazione intellettuale, per riaprire nel quotidiano la strada della riqualificazione progressiva dell’esistente, della vita e della speranza umana. La verità della storia diceva Marx, risiede nella sua concreta possibilità che l’uomo ritorni in sé, che impari a sentirsi a casa nella società che ha contribuito a fondare e a razionalizzare. Ed è questo l’unico ma immane compito che il marxismo ha oggi di fronte.

Cosa deve capire dunque un’intellettuale post-organico contemporaneo? Un ritorno della politica dell’esperienza. Sperimentazione come linguaggio originario. E il linguaggio delle arti, della tecnica e della scienza hanno il linguaggio dell’esperienza, che la politica non ha più. La presenza di linguaggi tecnici, di modi di parlare particolari, hanno conseguenze sulla comprensione e la consapevolezza. Occorre fidarsi dei linguaggi, così come aveva fatto Sanguineti in Laborintus o nei passaggi sull’allegoria che attraverso Walter Benjamin si ritrovano in Ideologia e Linguaggio. Non bisogna aver paura di mettere in discussione l’eredità, fortemente hegeliana, su cui si è fondata la generazione dei “ferventi organicisti”! È necessaria la pratica mediale in una sfera pubblica intesa come spazio universale, dove non si danno segni di appartenenza, ma perdura l’universalismo delle uguaglianze e delle convergenze. Nella “sfera pubblica” ognuno deve raccontarsi con la sua identità, perché siamo tutti artisti e tutti possiamo esprimere potenzialmente una ragione creativa e critica. Bisogna oltrepassare le due logiche della modernità guardando ad un universalismo concreto delle differenze, così come aveva intuito il pensiero femminista. Occorre partire dalla diversità come caratteristica individuale positiva. Occorre capire che ogni uniformità è relativa, che ognuno di noi è contagiato e creolizzato e che la propensione per una direttiva abbiente per tutti è una garanzia di fiducia globale. Quindi, no alla democrazia delle segregazioni townizzate, ma universalismo della diversità. Diversità nel particolare, ovvero concordata non come località o sito, soggetto o requisito specifico, ma come vertice aperto in grado di ricostruire l’universale dal criterio della differenza. Universalismo che può essere inteso solo nei termini di una sintesi disgiuntiva, a partire dal presupposto della inalienabile e inappropriabile differenza singolare di ciascuno. Nel concetto di universale, la relazione è pensabile solo tra singolarità irriducibili e reciprocamente inassimilabili.

 

 




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