LUOGO COMUNE
VITO RIVIELLO - 1
Il corpo del poeta era già la sua poesia


      
Un anno fa, il 18 giugno 2009, moriva dopo una lunga malattia lo scrittore potentino. Nel ricordo di un giovane critico la sua figura assurge ad icona di una condizione assieme marginale e artisticamente centrale. Per l’autore lucano il fare poetico attinge l’universale dentro il particolare, e si fa uno strumento della comunicazione culturale, filosofica, emotiva all’interno di comunicazioni sempre più vuote.
      



      

di Domenico Donatone

 

 

[…] Tanto vale per noi, per qualcuno di noi

possedere notevoli quantità di nulla,

neppure una foglia che segna un destino

sulla strada in salita,

avere l’onesto risparmio della vita.

(V. Riviello, L’onesto risparmio, in «Plurime scissioni», ed. Pagine, 2001)

 

 

 

Dire cos’è un poeta è molto più semplice che dire cos’è la poesia. La poesia, spesso, cade nell’astratto, si articola come un moto indeterminato, benché al tatto emotivo molto evidente, di qualcosa che veicola sentimenti assoluti: un mezzo di trasporto della parola utile al cuore, potremmo definire la poesia, che indica quell’enorme massa di effluvi, di pensieri, di emozioni, di ragionamenti che, in qualche modo, non per loro colpa, bensì per naturale deficienza del mezzo stesso, diventano l’emblema dell’irraggiungibile, dell’indefinito, del limite umano rispetto alla forza interiore che vuole sconfiggerlo. La poesia è un mezzo del cuore che attraverso la parola si fa carico di trasportare l’intero bagaglio razional-emotivo, ludico-serioso, cultural-filosofico che alberga dentro l’uomo, al fine di identificare meglio la nozione stessa di vita e di esistenza. Un mezzo che però fallisce sempre questa missione, perché ad osservare bene da vicino la poesia, lì, ferma, chiusa nella pagina, si capisce che dentro essa ci si perde, e che è molto più semplice dire cos’è la vita attraverso altre discipline che la governano, piuttosto che dirlo con dei  versi. Questo fa della poesia la costante dell’anti-tempo rispetto ad un tempo della ragione che scorre inarrestabile. La poesia rimane l’esempio di qualcosa di irraggiungibile, di assoluto, di profondo, qualcosa di a tal punto vitale da scatenare un’invidia morale per chi riesce a dire con le parole quello che gli altri vagamente riescono a dire solo pensando o riflettendo in soliloquio. La poesia è la voce di chi non ha le parole, di chi non possiede la facoltà di farsi artefice e protagonista dello stesso mezzo che adopera per dare voce ai sentimenti, alla ragione, al senso civile. La poesia è un mezzo che fallisce per la sua assoluta bellezza. Le cose troppo belle sono disoneste, non riescono a sviluppare quell’empatia che una certa morale democratica vorrebbe fosse sempre rispettata. La poesia è un mezzo del cuore che dà invidia, che produce effrazione, un mezzo della parola che fa sentire sicuramente inferiori, una volta raggiunta la sua perfezione metrico-sintattica, una volta che ogni parola è lì al posto giusto e picchia il lettore che non riesce a pensare quello che il poeta sta scrivendo, in quel deserto in cui la pagina fa da contraltare al mare di parole che animano la distanza dal senso. Proprio per questo motivo quando capita di pensare alla poesia si pensa a qualcosa di stupendo che innalza lo spirito dell’uomo, che fa lievitare la sua sensibilità ma poi resta ingabbiata in un sistema che, benché faccia della vita lo specchio di ciò che nella poesia è scritto, la stessa poesia non riesce ad alimentare concretamente quella vita che rappresenta, non riesce a darle lo stimolo giusto per l’autosufficienza. È quello che i latini dicevano con la formula carmina non dant panem! Tradotto: la poesia non dà da vivere.

 

La poesia è, dunque, strumento del sogno e dell’oblio allo stesso tempo. Questa è la poesia, ovvero qualcosa che include ragionamenti che in qualche modo diventano divaganti, che subiscono il fascino abusato di una certa retorica per la quale la poesia diventa materia comunque dell’immateriale, qualcosa che pone le sue basi essenziali sull’astratto più che sul concreto. E agli uomini occorre per primo il panem, e dopo il carmen. In una visione totalmente distante dalla realtà della poesia si pensa che il verso segua al sostentamento, cioè che la poesia sia il frutto di una vita autosufficiente che consente addirittura di essere poeta, di scrivere poesie: in sostanza, secondo logica borghese, una buona vita dà origine anche alla poesia, e non che il sostentamento, cioè la vita di per sé, segua al verso. Il meccanismo di verità sul tema, invece, è tale per cui se la vita è una presenza, la stessa poesia non può non esserlo nella misura proporzionata alla mancanza di mezzi.

Il vero poeta è uno spiantato. Non ha nulla. Se avesse la pancia piena scriverebbe idiozie, cose di poco conto. Più la pancia è vuota e più si scrivono cose vere, cose sentite, cose che determinano lo slancio stesso della poesia verso una pulsione vitale. Una logica costruttiva e naturale vuole che il sostentamento segua al verso. La poesia, quindi, viene prima della vita. È qualcosa che la determina, non qualcosa a cui essa segue. Capita spesso che il sistema di ragionamento si ribalti, e che coinvolga nel vivo le persone che sentono la poesia come qualcosa di imprescindibile, di vitale importanza, di naturale sostentamento. Queste persone sono poi i poeti, cioè coloro che della poesia fanno la loro vita. Il poeta è il risultato dell’incontro tra l’astrattezza della poesia, dell’incontro con quei ragionamenti che indicano la poesia come qualcosa di stupendo ma di assolutamente no profit, con il senso riprodotto dello stesso in maniera assolutamente corporale, viscerale, endemico. Il primo corpo della poesia che si vede è dato dal poeta che la incarna. Il corpo del poeta è lo specchio della sua poesia, o meglio, è lo specchio di quel carmina non dant panem a cui prima si faceva riferimento. Non dà pane, ma nemmeno companatico o champagne!, disse in una intervista un mio amico poeta di cui tra poco vi parlerò. Il poeta è un sopravvissuto. Un sopravvissuto dall’immensa onda che la poesia genera in lui con inevitabile caduta, uno sfruttamento della stessa ispirazione, della stessa volontà ad essere poeta. Per cui dire cos’è la poesia è molto più difficile che dire cos’è un poeta, ma spesso il meccanismo di verità si ribalta e vedere chi è il poeta fa più male che sapere cos’è la poesia. Il corpo martoria quello che l’anima sublima. E la memoria, così seguendo, è il costante problema di chi scrive.




Gaetano Zampogna, La pazienza è la virtù dei Fanti, 2009 (ritratto di Vito Riviello)


Questa affezione verso la poesia, questa innaturale smania di definire una progressione extra-umana, fuori dal comune, credo derivi dall’incapacità di saper ascoltare e ricevere insegnamenti che cambiano il corso della stessa esistenza. L’emozione data da un incontro, la possibilità di vivere per gli stessi si palesa come la più veritiera delle scuole. E ciò lo si sa benissimo quando da ragazzi s’incontra una ragazza che ci piace e ci si chiede se si ha la possibilità concreta di rivederla. Senza questa possibilità non si ha a disposizione il senso stesso della persona, della vita più concreta che esista. Il mio caso, non essendo qui di natura amorosa ma di umanità a prescindere, poggia su un incontro, direi esclusivo, avuto nel 2001 a Roma con Vito Riviello. Chi è Vito Riviello? Vito Riviello è un poeta lucano, nato a Potenza nel 1933, ma che è lungamente vissuto a Roma. Dire che io e Vito Riviello eravamo amici significa per me abusare di una condizione esclusiva. Per cui più che amici, io e Vito eravamo due persone alla ricerca di un incontro come di qualcosa che desse la possibilità di ottenere in concreto una emozione: la volontà spasmodica di ricevere un istante di vera condivisione che meglio stabilisse il senso stesso della ricerca. Scrivo queste cose, anche facendo una sorta di volontaria confusione temporale, - “è un poeta”, “lungamente vissuto”, “eravamo amici” – perché quello che è il concetto dell’immanenza del poeta come persona viva accanto a te, prende spunto dal fatto stesso che il poeta è il corpo primo della sua poesia, per cui venendo meno la sua presenza, viene meno la possibilità dell’incontro che spesso è molto più nociva di quanto non si è letto o non si è studiato. Vito Riviello, infatti, è scomparso, “non c’è più”, - come una volta mi capitò di udire dalla bocca di mia zia in occasione della morte di mia nonna paterna. Non c’è più! Qualcosa che linguisticamente indica altrettanto una immanenza, però, di un vuoto: il senso definitivo della mancanza, quindi della impossibilità dell’incontro, di non poter parlare nuovamente con quella persona. Di fronte alla morte anche le parole cadono.

 

Vito Riviello è venuto a mancare il 18 giugno del 2009. È morto a casa sua, a Potenza, dopo una lunga malattia che lo teneva prigioniero rispetto a quella sua verve, a quella sua vivida ironia che lo caratterizzava. Perché l’impossibilità dell’incontro è più drammatica della poesia che puoi continuare sempre a leggere di quel poeta? Più drammatico del fatto che, come sempre dicevano i latini, verba volant scripta manent? Del fatto che la poesia resiste alla morte, resiste alla scomparsa della persona conservandone in eterno il pensiero. Perché l’incontro è anzitutto la persona, e quando s’incontra un poeta s’incontrano anche i suoi tic, le sue fissazioni, le sue nevralgie, il suo peso evidente, i suoi occhi stanchi, il suo pensiero più vivo che viene fuori senza nessun labor limae, ma è immediato come immediata è la vita che ci circonda. Mancando la persona, di fatto, manca la vita, e manca soprattutto quella vita. Dico queste cose perché io e Vito dopo esserci visti in diverse circostanze, dovevamo rivederci per un’intervista. Al direttore della rivista on line Le reti di Dedalus, Marco Palladini, avevo proposto un’intervista proprio con Vito Riviello, da farsi in merito all’uscita del suo ultimo libro di poesie dal titolo «Scala condominiale». Un libro in cui l’esistenza si avvicenda nella sua condizione più quotidiana, quella propria del condominio, da cui si deduce che il senso della vita è quello di una costante osservazione, di un regresso ravvicinato e di un allontanamento istintivo. Avevo visto Vito l’ultima volta attraverso gli occhi di sua figlia, Lidia, a sua volta poetessa e performer di qualità, in una serata romana in cui alcune delle scrittrici più attive nel panorama culturale della Capitale avevano deciso di leggere altre poetesse. Un ponte supergenerazionale che legasse in qualche modo Gaspara Stampa a Monica Maggi: una poetessa del presente che vive quello che una poetessa del passato ha scritto. Attraverso gli occhi di sua figlia mi sono accorto che qualcosa di Vito stava morendo, ma non credevo che il tutto fosse di un’imminenza sconcertante. Così ho sottovalutato la morte e accresciuto in me, giovane, - e la cosa si rivela naturale nella mia età, - la possibilità della vita, che la vita potesse tornare a sorridere. Non è stato così! È stata la morte a sorridere e a rapire per sempre Vito Riviello. L’incontro mancato, la possibilità che si stava inseguendo è svanita così, in un attimo, e tutto è diventato subito eterno, incancellabile.

 

Io e Vito non ci siamo visti più. Il nostro ultimo incontro, benché fugace, avvenne all’interno della magnifica cornice della storica biblioteca Vallicelliana di Roma, in occasione della presentazione del suo ultimo libro. Un incontro non-incontro, perché in quella sede la mia attitudine alla conversazione con lui venne frenata da una strana timidezza, dal fatto stesso che mi si rendeva quasi impossibile emotivamente tornare a dialogare con lui, con quel poeta che in altre occasioni mi aveva manifestato il desiderio culturale, quasi antropologico, che un giorno saremmo giunti a parlare con la poesia, non più solo con le parole più comuni del tipo “ciao, come stai?”; un desiderio che manifesta l’inarrestabile volontà di Riviello a saper definire bene cos’è la poesia, dicendomi che la poesia è l’universale dentro il particolare, uno strumento della comunicazione all’interno di comunicazioni sempre più vuote. Forse per questo sperava che un giorno saremmo arrivati a comunicare direttamente con la poesia, cioè attraverso il mezzo del cuore ma, soprattutto, il mezzo che veicola il reale più vero, più tangibile, più scottante. I nostri incontri erano stati il frutto di plurime scissioni, come indica il titolo di un’altra sua raccolta di poesie. Incontri in cui lui mi diceva del numero straordinario di poeti che conosceva ogni giorno, quasi tutti giovani con la smania di comunicare qualcosa, di un numero così elevato da fare invidia al Partito Democratico, qualcosa che avrebbe consentito di fare quasi le primarie: le primarie dei poeti!

 

Mi parlò di come avesse deciso di sfuggire al corteggiamento televisivo di Maurizio Costanzo, che lo avrebbe così relegato in un ruolo di poeta-commentatore della storia e dei fatti del quotidiano senza potersene più liberare; mentre io quasi gli rimproveravo di non aver accettato, lui mi faceva capire che la vita vera consiste nel saper accendere e spegnere il proprio interruttore senza stare al comando di chi dà la corrente. “Sul palcoscenico della vita chi non è protagonista è padrone assoluto dell’interruttore”, questo mi disse Vito Riviello, e questo oggi, che lui non c’è più, io, da giovane invaghito anche della televisione, sottoscrivo con nuova e ponderata affezione. Ma è il corpo la vera materia poetica che mi ha sempre affascinato di Vito Riviello, come una specie di nozione scientifica della poesia fortemente antropologica. Il senso stesso di un disfacimento che colpisce non tanto con l’avanzare del tempo, ma con l’avanzare dell’ispirazione, del fatto stesso che se il poeta rappresenta il corpo primo della sua poesia, quello di Riviello era qualcosa che costantemente ribadiva quel carmina non dant panem. I pezzi della sua sopravvivenza erano tutti raccolti nella sua persona che lasciava fuoriuscire dalla sua mente una vivacità che sembrava contraddire a pieno quella pesantezza del corpo, quella lentezza fisica, quella sottigliezza della voce. Vito Riviello è stato poeta doppiamente, come uomo e come scrittore. Il fatto stesso che certifica questo prolungamento antropo-culturale, era visibile in quella straordinaria predilezione che Vito aveva nei confronti della leggerezza, della paronomasia, dell’ironia filosofica che mutava man mano che nuova si mostrava l’ispirazione nei suoi testi poetici. Questo fu l’impatto che io ho ricevuto della sua poesia anzitutto attraverso la sua persona, attraverso il suo fisico, la sua mole.




Giuliana Laportella, Senza titolo - dal libro "Paesaggi di Passaggio - Fotofonemi" con testi poetici di Vito Riviello (Onyx Edizioni, 2008)


Ho capito guardandolo chi è il poeta. Il fisico di Valentino Zeichen non è da poeta, è piuttosto da professore, quindi da privilegiato. Non è il fisico giusto per fare davvero il poeta. Per questo motivo Vito era grande, in tutti i sensi. L’ipertrofia fisica era altrettanto verbale, evidente nella ricerca di continui corto circuiti della parola. Richieste che stavano alla base del suo naturale sentimento nei confronti della poesia, perché Vito Riviello è stato poeta prima ancora che uomo, nel senso che l’uomo era già squisitamente custodito dentro il corpo del poeta da non poter più invocare nessuna scissione. Scissione che egli sicuramente neanche desiderava, perché Vito era esattamente come appariva, esattamente così, originale ed umano. Tentai di esserlo altrettanto anche io nei suoi confronti, ma forse non ci sono riuscito a causa di quella stessa paura che confondeva me nell’impresa e lui nella consapevolezza di non poter vedere altri giovani avvicinarsi alla sua persona. Un poeta popolare, popolarissimo, specie nel suo quartiere romano di San Lorenzo, dove si intratteneva parlando con tutti. Anche con me. Questo è stato il mio privilegio, nonostante l’intervista mancata, nonostante io non abbia avuto la possibilità di domandargli cosa pensava seriamente dei giovani, cosa avrebbe consigliato ad un ragazzo che ardeva del fuoco della poesia, cosa pensava di Dio, del fato, della disoccupazione. Tutte cose a cui egli aveva in qualche modo dato delle risposte indirettamente, mentre lo ascoltavo parlare al microfono della Vallicelliana. Io cercavo le mie risposte, ma desideravo enormemente che lui mi desse le sue solo a me, a me solamente. Quel mio desiderio d’intervista nasceva dal fatto che pretendevo quasi un’esclusiva generazionale, potergli fare quelle domande che i giovani sentono più importanti. Non ci sono riuscito! Custodisco in me il ricordo di Vito Riviello come di una persona che con grande desiderio di far capire le cose capovolge tutti i costrutti mentali che ti sei fatto. Un poeta spettacolare, che faceva scoppiare anche dalle risate, dal suo buon umore, quando decantava la parodia del sud, dove a sud c’è sempre il sud e più a sud del sud ancora sud. Solo più a sud c’è il Sud Africa. L’immagine esemplare della sua parola, a me, che una volta mi definì “giovane critico ragioniere”, in una occasione in cui mi ero messo una cravatta gialla che abbagliava la vista sulla mia eterna camicia bianca, resterà legata al libro Plurime scissione. Non perché egli non abbia scritto qualcosa di più significativo, anzi, a me disse, una volta che glielo ricordai, che Plurime scissione era “roba del passato”, ma sempre viva, viva innanzitutto per me che con quell’opera l’ho conosciuto, negli anni in cui sbadatamente frequentavo il teatro Euclide di Roma e il circolo semi letterario della casa editrice Pagine&Poesia. L’immagine di Vito Riviello per me rimane questa: la sua persona che decanta le poesie direttamente da Plurime scissioni. La sua poesia, il suo fisico, corpo primo del poeta:

 

Puzzle

 

Siamo “puzzle”,

ci ricomponiamo casualmente,

lo schema a monte preordinato,

combaciamo senza baciarci, lentamente.

Nostro compito è metterci in regola

seguire un senso, a caso

ritrovando parti di noi

parti di corpo frante

e rimetterle insieme con costanza.

La vicinanza assoluta

è la fragranza dell’operazione.

La vita ama collages.

*

 

Dislocamenti

 

Si vive da acrobati nelle scissioni plurime

saltellando qua e là ondivaghi a caccia

di parti implose e finite nei recessi infiniti

d’inconsci di tutti i tipi e parti esplose

disseminate e visibili ma inarrivabili

per la loro folle mobilità

nell’area della ritrosia.

Il pensiero sottratto dunque

dondola a pochi metri dal corpo

lo si contempla come forma vagante

desiderante e non pregnante,

da cui giungono riflessi di fragili ragioni

reperti di logiche erranti

fanali tenui nella notte senza stelle.

Alle pareti del cervello

vi sono ancora intonacate congetture

ipotesi di pensiero a venire,

nessuno può dire se sarà unitario

dopo il grande sbando di fuga

se tornerà ad esprimersi, tutto blando e feroce.

 

Questi testi sono il motivo primo per cui Vito Riviello per me resterà importante, per il semplice fatto di aver con chiarezza delineato una geografia corporale, una scansione logico-aritmetica delle scelte e delle possibilità di vita, lo spazio dentro il quale effettivamente si gestiscono le nostre abnegazioni e sofferenze. È stato Vito Riviello ad insegnarmi che il corpo del poeta è il primo parametro di riferimento della sua logica, di come lui si muove.

 

Autovelox

 

Siam sempre gli stessi

siam depressi

viaggiamo automatici

siamo pratici o simpatici

non ci facciamo sfuggire l’occasione

per compiere una buona azione,

pane e nutella oppure mortadella,

sforziamoci d’essere sinceri

diciamo oggi quel

che abbiamo taciuto ieri,

non siate vanitose voi,

stimandovi più belle delle rose

non siate presuntuosi

lasciate le memorie

preferite i riassunti.

E non mafiate mai, semmai.

 

È l’umanità il solo aspetto che non ho colto di questo poeta, perché è il solo aspetto che si può cogliere da una frequentazione attiva. Così come l’intelligenza delle persone è un fattore che si scorge solo nel lungo periodo, cioè è solo col tempo che ci si rende conto se una persona è intelligente o stupida. È solo col tempo che si distingue una “genialata” da un’assidua stupidità. Allo stesso modo è l’umanità di una persona. Se una persona è gentile con me non vuol dire che è buona, magari lo è in quel momento, mentre in molti altri non lo è. Così si scopre l’umanità solo col tempo. Ebbene, per diretto resoconto personale di altri conoscenti del poeta, Vito Riviello era una persona umanissima, gentile, disponibile. Personalmente mi ringraziò per aver riaccompagnato una sera molto tardi sua moglie a casa a San Lorenzo. Finimmo per parlare di salute, del fatto che, - gli dissi io – Roberto Gervaso sostiene che “la salute è uno stato provvisorio che non lascia presagire nulla di buono”. Lui mi rispose dicendomi che il signor Gervaso non solo era pessimista, ma addirittura apocalittico. Io tentai la scorciatoia dialettica dicendo che il pessimista è un ottimista bene informato, e Vito aggiunse ridendo a quella mia affermazione un largo sorriso. Quella risata era la sua inevitabile risposta al sentimento positivo che si deve mantenere sempre vivo nella vita. In questo senso l’umanità di Vito Riviello l’ho colta solo dai suoi testi perché mi è mancata una vera frequentazione della sua persona di cui oggi in parte mi dispiaccio. Il modo migliore per imparare le cose da una persona che le sa è lasciargliele dire. Nel mio caso è stato lasciargliele scrivere.

 

Oh natura!

 

Sento spesso dire: “Perché non andiamo a tramonto?”

il che non significa un invito a concludere la vita

ma proprio a vedere un tramonto

come un qualsiasi altro spettacolo – Per di più

senza nulla pagare – Ma in realtà non avviene

quasi mai che ci si rechi a contemplare

«l’opaco colore del cielo» - Costa molto

lo sforzo, l’idea di sopportare una «riunione»

ormai così fortemente «naturale» quanto l’alba.

Non siamo più preparati, meglio solo l’idea

o una riproduzione di Corot.

La natura senza mediazioni tecnologiche

può subito uccidere ormai.

 

*

Uomo

 

Sulla dignità dell’uomo si sono consumate

frasi ornate e di sublime encomio

nello stesso momento che un plotone

creava lo sterminio di qualche popolazione

e le parole dell’uomo volavano basse

di rimorso o pietà di struggente dolore

di rabbia per la gran stupidità dei fratelli

convinti d’aver più dignità delle vittime.

Che vale, pensano, quel povero a me opposto

cosa pensa s’io non penso nulla ma vivo

in un paesaggio squisito, da me definito

e rifinito secondo memoria estetica e

continuano: quel fesso ha sbagliato e sbaglia

deraglia col pensiero, fa il volo della quaglia,

non conosce gli ascensori pneumatici

o non esercita la volontà del fortissime volli?

E se poi facesse con la sua ragione i trecento

gradini per salire, lo butterei dal settimo piano

con una spallata sportiva, altrimenti perché

avrebbe fatto le scale, paziente? Ma per buttare me,

non è questo il gioco del fai da te?

 

 

Del poeta così ha scritto Francesco Muzzioli: «Certo, oggi, dice giustamente Riviello, la poesia è sola. “La poesia è sola. / In mezzo a un campo sterminato di ex”, cioè di transfughi e di trasformisti, pronti ad adeguarsi alla legge del mercato. La poesia è sola, certo: ma non soltanto perché i poeti sono rimasti soli (non hanno mezzi, collaborano poco l’uno con l’altro e lavorano ciascuno rintanato nel suo buco…); soprattutto perché la poesia è l’unico linguaggio che abbiamo – in questa stretta storica – capace di contraddizione, capace cioè di tenere in considerazione le “due parti” da cui è composta qualsiasi realtà (“Non può mai essere intero / il paesaggio perché le parti / s’alternano sempre / una per volta”). Gli altri linguaggi che ci circondano, invece, negano la contraddizione e la parzialità: sono media “totalizzanti”, assorbenti, che ci attraggono a vivere completamente dentro di loro (la Tv o Internet offrono ai loro utenti qualsiasi cosa possano desiderare, a tempo pieno). La poesia no; è un linguaggio sempre più consapevole della propria insufficienza. In questo è un linguaggio speciale, ma pronto a ridere della sua stessa condizione “straordinaria”. Lo sperimentalismo in chiave parodica di Riviello si è sviluppato e continua a svilupparsi lungo questa tendenza.» Sperimentalismo in chiave parodica e nozione della poesia come persona, come soggetto agente in totale solitudine. Una solitudine che ci attanaglia e che non è peggiore della morte. Buon ritorno a casa, Vito! Buon ritorno ad Acatì! [i]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



[i]Tutti i testi poetici sono tratti dall’opera «Plurime scissioni» (ed. Pagine&Poesia, Roma, 2001).




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