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di Domenico Donatone
[…] Tanto vale per noi, per qualcuno di
noi
possedere notevoli quantità di nulla,
neppure una foglia che segna un destino
sulla strada in salita,
avere l’onesto risparmio della vita.
(V.
Riviello, L’onesto risparmio, in
«Plurime scissioni», ed. Pagine, 2001)
Dire cos’è un poeta è molto
più semplice che dire cos’è la poesia. La poesia, spesso, cade nell’astratto,
si articola come un moto indeterminato, benché al tatto emotivo molto evidente,
di qualcosa che veicola sentimenti assoluti: un mezzo di trasporto della parola
utile al cuore, potremmo definire la poesia, che indica quell’enorme massa di
effluvi, di pensieri, di emozioni, di ragionamenti che, in qualche modo, non
per loro colpa, bensì per naturale deficienza del mezzo stesso, diventano
l’emblema dell’irraggiungibile, dell’indefinito, del limite umano rispetto alla
forza interiore che vuole sconfiggerlo. La poesia è un mezzo del cuore che
attraverso la parola si fa carico di trasportare l’intero bagaglio
razional-emotivo, ludico-serioso, cultural-filosofico che alberga dentro
l’uomo, al fine di identificare meglio la nozione stessa di vita e di
esistenza. Un mezzo che però fallisce sempre questa missione, perché ad
osservare bene da vicino la poesia, lì, ferma, chiusa nella pagina, si capisce
che dentro essa ci si perde, e che è molto più semplice dire cos’è la vita
attraverso altre discipline che la governano, piuttosto che dirlo con dei versi. Questo fa della poesia la costante
dell’anti-tempo rispetto ad un tempo della ragione che scorre inarrestabile. La
poesia rimane l’esempio di qualcosa di irraggiungibile, di assoluto, di
profondo, qualcosa di a tal punto vitale da scatenare un’invidia morale per chi riesce a dire con le parole quello che
gli altri vagamente riescono a dire solo pensando o riflettendo in soliloquio.
La poesia è la voce di chi non ha le parole, di chi non possiede la facoltà di
farsi artefice e protagonista dello stesso mezzo che adopera per dare voce ai
sentimenti, alla ragione, al senso civile. La poesia è un mezzo che fallisce
per la sua assoluta bellezza. Le cose troppo belle sono disoneste, non riescono
a sviluppare quell’empatia che una certa morale democratica vorrebbe fosse
sempre rispettata. La poesia è un mezzo del cuore che dà invidia, che produce
effrazione, un mezzo della parola che fa sentire sicuramente inferiori, una
volta raggiunta la sua perfezione metrico-sintattica, una volta che ogni parola
è lì al posto giusto e picchia il lettore che non riesce a pensare quello che
il poeta sta scrivendo, in quel deserto in cui la pagina fa da contraltare al
mare di parole che animano la distanza dal senso. Proprio per questo motivo
quando capita di pensare alla poesia si pensa a qualcosa di stupendo che innalza
lo spirito dell’uomo, che fa lievitare la sua sensibilità ma poi resta
ingabbiata in un sistema che, benché faccia della vita lo specchio di ciò che
nella poesia è scritto, la stessa poesia non riesce ad alimentare concretamente
quella vita che rappresenta, non riesce a darle lo stimolo giusto per
l’autosufficienza. È quello che i latini dicevano con la formula carmina non
dant panem! Tradotto: la poesia non dà da vivere.
La poesia è, dunque,
strumento del sogno e dell’oblio allo stesso tempo. Questa è la poesia, ovvero
qualcosa che include ragionamenti che in qualche modo diventano divaganti, che
subiscono il fascino abusato di una certa retorica per la quale la poesia
diventa materia comunque dell’immateriale, qualcosa che pone le sue basi
essenziali sull’astratto più che sul concreto. E agli uomini occorre per primo
il panem, e dopo il carmen. In una visione totalmente
distante dalla realtà della poesia si pensa che il verso segua al
sostentamento, cioè che la poesia sia il frutto di una vita autosufficiente che
consente addirittura di essere poeta, di scrivere poesie: in sostanza, secondo
logica borghese, una buona vita dà origine anche alla poesia, e non che il
sostentamento, cioè la vita di per sé, segua al verso. Il meccanismo di verità
sul tema, invece, è tale per cui se la vita è una presenza, la stessa poesia
non può non esserlo nella misura proporzionata alla mancanza di mezzi.
Il vero poeta è uno
spiantato. Non ha nulla. Se avesse la pancia piena scriverebbe idiozie, cose di
poco conto. Più la pancia è vuota e più si scrivono cose vere, cose sentite,
cose che determinano lo slancio stesso della poesia verso una pulsione vitale.
Una logica costruttiva e naturale vuole che il sostentamento segua al verso. La
poesia, quindi, viene prima della vita. È qualcosa che la determina, non
qualcosa a cui essa segue. Capita spesso che il sistema di ragionamento si
ribalti, e che coinvolga nel vivo le persone che sentono la poesia come
qualcosa di imprescindibile, di vitale importanza, di naturale sostentamento.
Queste persone sono poi i poeti, cioè coloro che della poesia fanno la loro
vita. Il poeta è il risultato dell’incontro tra l’astrattezza della poesia,
dell’incontro con quei ragionamenti che indicano la poesia come qualcosa di
stupendo ma di assolutamente no profit, con il senso riprodotto dello stesso in
maniera assolutamente corporale, viscerale, endemico. Il primo corpo della
poesia che si vede è dato dal poeta che la incarna. Il corpo del poeta è lo
specchio della sua poesia, o meglio, è lo specchio di quel carmina non dant
panem a cui prima si faceva riferimento. Non dà pane, ma nemmeno companatico o
champagne!, disse in una intervista un mio amico poeta di cui tra poco vi
parlerò. Il poeta è un sopravvissuto. Un sopravvissuto dall’immensa onda che la
poesia genera in lui con inevitabile caduta, uno sfruttamento della stessa
ispirazione, della stessa volontà ad essere poeta. Per cui dire cos’è la poesia
è molto più difficile che dire cos’è un poeta, ma spesso il meccanismo di
verità si ribalta e vedere chi è il poeta fa più male che sapere cos’è la
poesia. Il corpo martoria quello che l’anima sublima. E la memoria, così
seguendo, è il costante problema di chi scrive.
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Gaetano Zampogna, La pazienza è la virtù dei Fanti, 2009 (ritratto di Vito Riviello)
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Questa affezione verso la
poesia, questa innaturale smania di definire una progressione extra-umana,
fuori dal comune, credo derivi dall’incapacità di saper ascoltare e ricevere
insegnamenti che cambiano il corso della stessa esistenza. L’emozione data da
un incontro, la possibilità di vivere per gli stessi si palesa come la più
veritiera delle scuole. E ciò lo si sa benissimo quando da ragazzi s’incontra
una ragazza che ci piace e ci si chiede se si ha la possibilità concreta di
rivederla. Senza questa possibilità non si ha a disposizione il senso stesso
della persona, della vita più concreta che esista. Il mio caso, non essendo qui
di natura amorosa ma di umanità a prescindere, poggia su un incontro, direi
esclusivo, avuto nel 2001 a Roma con Vito Riviello. Chi è Vito Riviello? Vito
Riviello è un poeta lucano, nato a Potenza nel 1933, ma che è lungamente
vissuto a Roma. Dire che io e Vito Riviello eravamo amici significa per me
abusare di una condizione esclusiva. Per cui più che amici, io e Vito eravamo
due persone alla ricerca di un incontro come di qualcosa che desse la
possibilità di ottenere in concreto una emozione: la volontà spasmodica di
ricevere un istante di vera condivisione che meglio stabilisse il senso stesso
della ricerca. Scrivo queste cose, anche facendo una sorta di volontaria
confusione temporale, - “è un poeta”, “lungamente vissuto”, “eravamo amici” –
perché quello che è il concetto dell’immanenza del poeta come persona viva
accanto a te, prende spunto dal fatto stesso che il poeta è il corpo primo
della sua poesia, per cui venendo meno la sua presenza, viene meno la possibilità
dell’incontro che spesso è molto più nociva di quanto non si è letto o non si è
studiato. Vito Riviello, infatti, è scomparso, “non c’è più”, - come una volta
mi capitò di udire dalla bocca di mia zia in occasione della morte di mia nonna
paterna. Non c’è più! Qualcosa che linguisticamente indica altrettanto una
immanenza, però, di un vuoto: il senso definitivo della mancanza, quindi della
impossibilità dell’incontro, di non poter parlare nuovamente con quella
persona. Di fronte alla morte anche le parole cadono.
Vito Riviello è venuto a
mancare il 18 giugno del 2009. È morto a casa sua, a Potenza, dopo una lunga
malattia che lo teneva prigioniero rispetto a quella sua verve, a quella sua
vivida ironia che lo caratterizzava. Perché l’impossibilità dell’incontro è più
drammatica della poesia che puoi continuare sempre a leggere di quel poeta? Più
drammatico del fatto che, come sempre dicevano i latini, verba volant scripta
manent? Del fatto che la poesia resiste alla morte, resiste alla scomparsa della
persona conservandone in eterno il pensiero. Perché l’incontro è anzitutto la
persona, e quando s’incontra un poeta s’incontrano anche i suoi tic, le sue
fissazioni, le sue nevralgie, il suo peso evidente, i suoi occhi stanchi, il
suo pensiero più vivo che viene fuori senza nessun labor limae, ma è immediato
come immediata è la vita che ci circonda. Mancando la persona, di fatto, manca
la vita, e manca soprattutto quella vita. Dico queste cose perché io e Vito
dopo esserci visti in diverse circostanze, dovevamo rivederci per
un’intervista. Al direttore della rivista on line Le reti di Dedalus, Marco Palladini, avevo proposto un’intervista
proprio con Vito Riviello, da farsi in merito all’uscita del suo ultimo libro
di poesie dal titolo «Scala condominiale». Un libro in cui l’esistenza si
avvicenda nella sua condizione più quotidiana, quella propria del condominio,
da cui si deduce che il senso della vita è quello di una costante osservazione,
di un regresso ravvicinato e di un allontanamento istintivo. Avevo visto Vito
l’ultima volta attraverso gli occhi di sua figlia, Lidia, a sua volta poetessa
e performer di qualità, in una serata romana in cui alcune delle scrittrici più
attive nel panorama culturale della Capitale avevano deciso di leggere altre
poetesse. Un ponte supergenerazionale che legasse in qualche modo Gaspara
Stampa a Monica Maggi: una poetessa del presente che vive quello che una
poetessa del passato ha scritto. Attraverso gli occhi di sua figlia mi sono
accorto che qualcosa di Vito stava morendo, ma non credevo che il tutto fosse
di un’imminenza sconcertante. Così ho sottovalutato la morte e accresciuto in
me, giovane, - e la cosa si rivela naturale nella mia età, - la possibilità
della vita, che la vita potesse tornare a sorridere. Non è stato così! È stata
la morte a sorridere e a rapire per sempre Vito Riviello. L’incontro mancato,
la possibilità che si stava inseguendo è svanita così, in un attimo, e tutto è
diventato subito eterno, incancellabile.
Io e Vito non ci siamo visti
più. Il nostro ultimo incontro, benché fugace, avvenne all’interno della
magnifica cornice della storica biblioteca Vallicelliana di Roma, in occasione
della presentazione del suo ultimo libro. Un incontro non-incontro, perché in
quella sede la mia attitudine alla conversazione con lui venne frenata da una
strana timidezza, dal fatto stesso che mi si rendeva quasi impossibile
emotivamente tornare a dialogare con lui, con quel poeta che in altre occasioni
mi aveva manifestato il desiderio culturale, quasi antropologico, che un giorno
saremmo giunti a parlare con la poesia, non più solo con le parole più comuni
del tipo “ciao, come stai?”; un desiderio che manifesta l’inarrestabile volontà
di Riviello a saper definire bene cos’è la poesia, dicendomi che la poesia è
l’universale dentro il particolare, uno strumento della comunicazione
all’interno di comunicazioni sempre più vuote. Forse per questo sperava che un
giorno saremmo arrivati a comunicare direttamente con la poesia, cioè
attraverso il mezzo del cuore ma, soprattutto, il mezzo che veicola il reale
più vero, più tangibile, più scottante. I nostri incontri erano stati il frutto
di plurime scissioni, come indica il titolo di un’altra sua raccolta di poesie.
Incontri in cui lui mi diceva del numero straordinario di poeti che conosceva
ogni giorno, quasi tutti giovani con la smania di comunicare qualcosa, di un
numero così elevato da fare invidia al Partito Democratico, qualcosa che
avrebbe consentito di fare quasi le primarie: le primarie dei poeti!
Mi parlò di come avesse
deciso di sfuggire al corteggiamento televisivo di Maurizio Costanzo, che lo
avrebbe così relegato in un ruolo di poeta-commentatore della storia e dei
fatti del quotidiano senza potersene più liberare; mentre io quasi gli
rimproveravo di non aver accettato, lui mi faceva capire che la vita vera
consiste nel saper accendere e spegnere il proprio interruttore senza stare al
comando di chi dà la corrente. “Sul palcoscenico della vita chi non è
protagonista è padrone assoluto dell’interruttore”, questo mi disse Vito
Riviello, e questo oggi, che lui non c’è più, io, da giovane invaghito anche
della televisione, sottoscrivo con nuova e ponderata affezione. Ma è il corpo
la vera materia poetica che mi ha sempre affascinato di Vito Riviello, come una
specie di nozione scientifica della poesia fortemente antropologica. Il senso
stesso di un disfacimento che colpisce non tanto con l’avanzare del tempo, ma
con l’avanzare dell’ispirazione, del fatto stesso che se il poeta rappresenta
il corpo primo della sua poesia, quello di Riviello era qualcosa che
costantemente ribadiva quel carmina non dant panem. I pezzi della sua
sopravvivenza erano tutti raccolti nella sua persona che lasciava fuoriuscire
dalla sua mente una vivacità che sembrava contraddire a pieno quella pesantezza
del corpo, quella lentezza fisica, quella sottigliezza della voce. Vito
Riviello è stato poeta doppiamente, come uomo e come scrittore. Il fatto stesso
che certifica questo prolungamento antropo-culturale, era visibile in quella
straordinaria predilezione che Vito aveva nei confronti della leggerezza, della
paronomasia, dell’ironia filosofica che mutava man mano che nuova si mostrava
l’ispirazione nei suoi testi poetici. Questo fu l’impatto che io ho ricevuto
della sua poesia anzitutto attraverso la sua persona, attraverso il suo fisico,
la sua mole.
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Giuliana Laportella, Senza titolo - dal libro "Paesaggi di Passaggio - Fotofonemi" con testi poetici di Vito Riviello (Onyx Edizioni, 2008)
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Ho capito guardandolo chi è
il poeta. Il fisico di Valentino Zeichen non è da poeta, è piuttosto da
professore, quindi da privilegiato. Non è il fisico giusto per fare davvero il
poeta. Per questo motivo Vito era grande, in tutti i sensi. L’ipertrofia fisica
era altrettanto verbale, evidente nella ricerca di continui corto circuiti
della parola. Richieste che stavano alla base del suo naturale sentimento nei
confronti della poesia, perché Vito Riviello è stato poeta prima ancora che
uomo, nel senso che l’uomo era già squisitamente custodito dentro il corpo del
poeta da non poter più invocare nessuna scissione. Scissione che egli
sicuramente neanche desiderava, perché Vito era esattamente come appariva,
esattamente così, originale ed umano. Tentai di esserlo altrettanto anche io
nei suoi confronti, ma forse non ci sono riuscito a causa di quella stessa
paura che confondeva me nell’impresa e lui nella consapevolezza di non poter
vedere altri giovani avvicinarsi alla sua persona. Un poeta popolare,
popolarissimo, specie nel suo quartiere romano di San Lorenzo, dove si
intratteneva parlando con tutti. Anche con me. Questo è stato il mio
privilegio, nonostante l’intervista mancata, nonostante io non abbia avuto la
possibilità di domandargli cosa pensava seriamente dei giovani, cosa avrebbe
consigliato ad un ragazzo che ardeva del fuoco della poesia, cosa pensava di
Dio, del fato, della disoccupazione. Tutte cose a cui egli aveva in qualche
modo dato delle risposte indirettamente, mentre lo ascoltavo parlare al
microfono della Vallicelliana. Io cercavo le mie risposte, ma desideravo
enormemente che lui mi desse le sue solo a me, a me solamente. Quel mio
desiderio d’intervista nasceva dal fatto che pretendevo quasi un’esclusiva
generazionale, potergli fare quelle domande che i giovani sentono più
importanti. Non ci sono riuscito! Custodisco in me il ricordo di Vito Riviello
come di una persona che con grande desiderio di far capire le cose capovolge
tutti i costrutti mentali che ti sei fatto. Un poeta spettacolare, che faceva
scoppiare anche dalle risate, dal suo buon umore, quando decantava la parodia
del sud, dove a sud c’è sempre il sud e più a sud del sud ancora sud. Solo più
a sud c’è il Sud Africa. L’immagine esemplare della sua parola, a me, che una
volta mi definì “giovane critico ragioniere”, in una occasione in cui mi ero
messo una cravatta gialla che abbagliava la vista sulla mia eterna camicia
bianca, resterà legata al libro Plurime
scissione. Non perché egli non abbia scritto qualcosa di più significativo,
anzi, a me disse, una volta che glielo ricordai, che Plurime scissione era “roba del passato”, ma sempre viva, viva
innanzitutto per me che con quell’opera l’ho conosciuto, negli anni in cui
sbadatamente frequentavo il teatro Euclide di Roma e il circolo semi letterario
della casa editrice Pagine&Poesia. L’immagine di Vito Riviello per me
rimane questa: la sua persona che decanta le poesie direttamente da Plurime scissioni. La sua poesia, il suo
fisico, corpo primo del poeta:
Puzzle
Siamo “puzzle”,
ci ricomponiamo
casualmente,
lo schema a monte
preordinato,
combaciamo senza
baciarci, lentamente.
Nostro compito è
metterci in regola
seguire un senso, a
caso
ritrovando parti di noi
parti di corpo frante
e rimetterle insieme
con costanza.
La vicinanza assoluta
è la fragranza
dell’operazione.
La vita ama collages.
*
Dislocamenti
Si vive da acrobati
nelle scissioni plurime
saltellando qua e là
ondivaghi a caccia
di parti implose e
finite nei recessi infiniti
d’inconsci di tutti i
tipi e parti esplose
disseminate e visibili
ma inarrivabili
per la loro folle
mobilità
nell’area della
ritrosia.
Il pensiero sottratto
dunque
dondola a pochi metri
dal corpo
lo si contempla come
forma vagante
desiderante e non pregnante,
da cui giungono
riflessi di fragili ragioni
reperti di logiche
erranti
fanali tenui nella
notte senza stelle.
Alle pareti del
cervello
vi sono ancora
intonacate congetture
ipotesi di pensiero a
venire,
nessuno può dire se
sarà unitario
dopo il grande sbando
di fuga
se tornerà ad
esprimersi, tutto blando e feroce.
Questi testi sono il motivo
primo per cui Vito Riviello per me resterà importante, per il semplice fatto di
aver con chiarezza delineato una geografia corporale, una scansione
logico-aritmetica delle scelte e delle possibilità di vita, lo spazio dentro il
quale effettivamente si gestiscono le nostre abnegazioni e sofferenze. È stato
Vito Riviello ad insegnarmi che il corpo del poeta è il primo parametro di
riferimento della sua logica, di come lui si muove.
Autovelox
Siam sempre gli stessi
siam depressi
viaggiamo automatici
siamo pratici o
simpatici
non ci facciamo
sfuggire l’occasione
per compiere una buona
azione,
pane e nutella oppure
mortadella,
sforziamoci d’essere
sinceri
diciamo oggi quel
che abbiamo taciuto
ieri,
non siate vanitose voi,
stimandovi più belle
delle rose
non siate presuntuosi
lasciate le memorie
preferite i riassunti.
E non mafiate mai,
semmai.
È l’umanità il solo aspetto
che non ho colto di questo poeta, perché è il solo aspetto che si può cogliere
da una frequentazione attiva. Così come l’intelligenza delle persone è un
fattore che si scorge solo nel lungo periodo, cioè è solo col tempo che ci si
rende conto se una persona è intelligente o stupida. È solo col tempo che si
distingue una “genialata” da un’assidua stupidità. Allo stesso modo è l’umanità
di una persona. Se una persona è gentile con me non vuol dire che è buona,
magari lo è in quel momento, mentre in molti altri non lo è. Così si scopre
l’umanità solo col tempo. Ebbene, per diretto resoconto personale di altri
conoscenti del poeta, Vito Riviello era una persona umanissima, gentile,
disponibile. Personalmente mi ringraziò per aver riaccompagnato una sera molto
tardi sua moglie a casa a San Lorenzo. Finimmo per parlare di salute, del fatto
che, - gli dissi io – Roberto Gervaso sostiene che “la salute è uno stato
provvisorio che non lascia presagire nulla di buono”. Lui mi rispose dicendomi
che il signor Gervaso non solo era pessimista, ma addirittura apocalittico. Io
tentai la scorciatoia dialettica dicendo che il pessimista è un ottimista bene
informato, e Vito aggiunse ridendo a quella mia affermazione un largo sorriso.
Quella risata era la sua inevitabile risposta al sentimento positivo che si
deve mantenere sempre vivo nella vita. In questo senso l’umanità di Vito
Riviello l’ho colta solo dai suoi testi perché mi è mancata una vera
frequentazione della sua persona di cui oggi in parte mi dispiaccio. Il modo
migliore per imparare le cose da una persona che le sa è lasciargliele dire.
Nel mio caso è stato lasciargliele scrivere.
Oh natura!
Sento spesso dire:
“Perché non andiamo a tramonto?”
il che non significa un
invito a concludere la vita
ma proprio a vedere un
tramonto
come un qualsiasi altro
spettacolo – Per di più
senza nulla pagare – Ma
in realtà non avviene
quasi mai che ci si
rechi a contemplare
«l’opaco colore del
cielo» - Costa molto
lo sforzo, l’idea di
sopportare una «riunione»
ormai così fortemente
«naturale» quanto l’alba.
Non siamo più preparati,
meglio solo l’idea
o una riproduzione di
Corot.
La natura senza
mediazioni tecnologiche
può subito uccidere
ormai.
*
Uomo
Sulla dignità dell’uomo
si sono consumate
frasi ornate e di
sublime encomio
nello stesso momento
che un plotone
creava lo sterminio di
qualche popolazione
e le parole dell’uomo
volavano basse
di rimorso o pietà di
struggente dolore
di rabbia per la gran
stupidità dei fratelli
convinti d’aver più
dignità delle vittime.
Che vale, pensano, quel
povero a me opposto
cosa pensa s’io non penso
nulla ma vivo
in un paesaggio
squisito, da me definito
e rifinito secondo
memoria estetica e
continuano: quel fesso
ha sbagliato e sbaglia
deraglia col pensiero,
fa il volo della quaglia,
non conosce gli
ascensori pneumatici
o non esercita la
volontà del fortissime volli?
E se poi facesse con la
sua ragione i trecento
gradini per salire, lo
butterei dal settimo piano
con una spallata
sportiva, altrimenti perché
avrebbe fatto le scale,
paziente? Ma per buttare me,
non è questo il gioco
del fai da te?
Del poeta così ha scritto
Francesco Muzzioli: «Certo, oggi, dice giustamente Riviello, la poesia è sola.
“La poesia è sola. / In mezzo a un campo sterminato di ex”, cioè di transfughi
e di trasformisti, pronti ad adeguarsi alla legge del mercato. La poesia è
sola, certo: ma non soltanto perché i poeti sono rimasti soli (non hanno mezzi,
collaborano poco l’uno con l’altro e lavorano ciascuno rintanato nel suo
buco…); soprattutto perché la poesia è l’unico linguaggio che abbiamo – in
questa stretta storica – capace di contraddizione,
capace cioè di tenere in considerazione le “due parti” da cui è composta
qualsiasi realtà (“Non può mai essere intero / il paesaggio perché le parti /
s’alternano sempre / una per volta”). Gli altri linguaggi che ci circondano,
invece, negano la contraddizione e la parzialità: sono media “totalizzanti”, assorbenti, che ci attraggono a vivere
completamente dentro di loro (la Tv o Internet offrono ai loro utenti qualsiasi
cosa possano desiderare, a tempo pieno).
La poesia no; è un linguaggio sempre più consapevole della propria
insufficienza. In questo è un linguaggio speciale,
ma pronto a ridere della sua stessa condizione “straordinaria”. Lo
sperimentalismo in chiave parodica di Riviello si è sviluppato e continua a
svilupparsi lungo questa tendenza.» Sperimentalismo in chiave parodica e
nozione della poesia come persona, come soggetto agente in totale solitudine.
Una solitudine che ci attanaglia e che non è peggiore della morte. Buon ritorno
a casa, Vito! Buon ritorno ad Acatì! [i]
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