LE VIE DEL RACCONTO
CETTA PETROLLO
 

 

 

Posizionarsi

 

Posizionarsi su vecchie fotografie, su angoli di strada dove si potrebbe andare con qualcuno ma con chi? E ne vale la pena? E quindi trovarseli da sola e il commento farselo fra sé e sé perché vedere il mondo dà ancora gioia e gli occhi della ragazzetta che si spalancano col sorriso mentre ti tira su il cappotto caduto nell’ultimo bar di poeti nel solito tavolino rotondo che si smuove con fragore quando, scusi, scusi, ti ci siedi e dal fondo emergono i soliti che non sono più i soliti perché è passato del tempo e loro si commemorano, solo un po’ più magri, più grassi, dicono quasi le stesse cose di sempre, quasi, c’è pure il solito poeta migrante che rancoroso si lamenta, odia l’Italia.

Posizionarsi anche su youtube dove talvolta gira la gioia e per gli storici del futuro si sbriciolano angoli di case, tavole semi apparecchiate, sparecchiate, dopo pranzi con bottiglie stappate, teiere col coperchio socchiuso – ma qual’era? – edizioni sciorinate come la voce, un borbottio dall’alto, i numeri del Caffè, una mano che cerca, una manina che artiglia, un nastro che pende, giro giro tondo.

Posizionarsi allo specchio, le guance come mia nonna, i capelli che virano, a chi lo dico che secondo me è l’ndrangheta che ha incitato i neri perché casomai servono i terreni della fabbrica, la fabbrica va buttata giù e forse bisogna che le arance marciscano sugli alberi così i contributi dello Stato, dell’Unione europea, a chi lo dico se la lingua se n’è andata, se n’è andata via dappertutto, dalla strada, dagli amici, dal telefono, dalla casa, la lingua che cresceva, che montava e se dicevo A subito seguiva un B e certe volte nemmeno a parlare, la lingua montava lo stesso, scorreva come un ruscello  che è naturale che c’è e ci fa crescere tutti.

Posizionarsi passo dopo passo attenti a non farsi male, non troppo, fra il Dizionario della Crusca e il Tommaseo, fra amici nuovi ma cosa gli vado a dire? e vecchi amici che non sai più dove trovare, farsi un coraggio, bollire le patate, un gateau chiude bene la giornata e poi c’è rai sat premium.


 

Rai Sat premium

 

Su Rai sat replicano i nostri anni le sere passate davanti alla televisione per addormentare i pensieri, di sottofondo l’ultima riunione sindacale, l’ultima denuncia, sediamole davanti a Colombo ma Colombo non c’è davanti a Rai sat non è democratico se lo vuoi vedere devi pagare o un dvd che te li tirano dietro o l’ultima offerta mediaset bouquet nemmeno Alice home tivi te lo da gratis.

Così ci accontentiamo di replicare nel sottofondo della mente i nostri fatti davanti a carabinieri provaci ancora prof. linda e il brigadiere etc. non trovo don Matteo per quello devi andare su internet.

Replichiamo i nostri anni ricostruiamo che periodo era dalla forma delle giacche dal trucco delle attrici dalla lunghezza delle gonne guarda quella com’è invecchiata. Finché monta una nausea del tempo sciupato e meno male che non puoi fare altro perché la schiena ti reclama fissa stesa sul letto le ginocchia piegate e poi nemmeno alla schiena si può pensare perché si insinuano subdoli altri telefilm di vita vissuta le comparsate politiche che ci chiamano solo quand’è ora di votare le gite in autobus dovunque per dire la nostra la loro improbabili compagnie meglio quest’affare Piergiorgio resuscita i coniglipolli.

 


Carta di giornale

 

Gli alberi del viale sono gemmati come quest’inverno ballerino dove sta bene che la cucina profumi di focaccia e la carta del giornale serva soprattutto a coprire le patate.

Così smagliamo un lavoro già fatto per recuperare un filo e riavvolgerlo in altri progetti prenotando un posto all’Opera, mangiando crostini all’Irish bar, vestendosi verde e prugna come la casa nuova, tirando fuori tutto quello che c’è, ogni tanto il filo si blocca in un intoppo allora bisogna strattonare con attenzione senza rompere però aprimi le mani ho tanto da raccontare.


 

Residence

 

Ci sono case perse nella campagna dove si vorrebbe aver vissuto. Steccati precisi intorno, giardini puliti, grandi alberi dai robusti rami invernali, tetti nuovi, bassi, spioventi, persiane che sanno ancora di falegnameria, silenzio di ricordi che non ci sono. Se si entra dentro è attraverso una porta a misura d’uomo, con la vernice che profuma di resina, la chiave che gira senza sforzo, e si entra attraverso pareti bianche appena verniciate, in cucine che non hanno odori, senza calendari, né immagini sante, né quadri, né soprammobili. Ma pentole in buon ordine in scaffali senza masserizie, caraffe lustre per acque mai versate, finestre su prati mai calpestati da colazioni mattutine o barbecue serali, in letti  da cui non ci è mai levati alla mattina né coricati alla sera. Il vuoto respira nel silenzio che gira tutto intorno. Lo spazio è essenziale, misurato poiché non vi sono vestiti, né regali ammucchiati negli armadi, né foto di famiglie che si ramificarono, né libri gualciti dalle letture, né gialli che si comprarono nelle stazioni dove si passò per qualche ora, né tutta questa gran fatica di tenere insieme, di dare un significato al ricordo presumendo che si debba ad ogni costo ricordare… In queste case ci si fa cullare dalla mancanza di odori, ci si muove nella perfezione del possibile da cui si potrebbe uscire la mattina come si fosse  nuovi, la vita da sperimentare, la macchina  senza un’ammaccatura, la macchinetta del caffè senza una bruciatura… 

 


Figlio

 

Una volta nella mia vita ho fatto un figlio. Devo essere sincera, non l’ho fatto per lui, l’ho fatto per me, perché ero giovane e avevo il sangue caldo e volevo vedere se ne ero capace, se ero potente abbastanza, forse.

Ma forse non è stato proprio così. L’ho concepito che ero molto allegra e avevo una libertà dentro, una tale libertà che era giusto prendersi anche un margine di rischio e vedere cosa c’era oltre. Ricordo ancora il sangue della mia ultima mestruazione che mi venne caldo, d’impulso, mentre ero chiusa in una biblioteca invernale, in una città che non era la mia, saltabeccando fra una corsia di libri e un’altra, felice oltre ogni dire di quelle mie ricerche insensate piene di fotocopie che in fondo già lo sapevo non mi sarebbero mai servite.

E ricordo ancora i miei jeans celesti e la pazienza del custode che mi portava con calma le pile delle riviste. Una felicità così grande provata nel freddo a piedi passeggiando dentro alla mia vacanza in solitudine ma non sola, non sola. Una felicità quasi come quella provata anni dopo sulla prua di una nave, timoniera virtuale sbattuta dal vento dello Jonio.

Dopo quell’ultima mestruazione è cambiato tutto e tutto adesso torna a cambiare compresa la gioia che torna sgomitando fra una strettoia e un’altra in passaggi che solo con grande abilità possono non fare proprio male.

Ora questa gioia si accontenta del profumo di fritto che arriva dalla finestra aperta e si tira dietro il ricordo delle cucine indiane nascoste nei giardini  delle garçonnières fuori porta nella città periferica a se stessa.

Si accontenta di riammagliare il filo della veduta prospettica di Piazza Navona dove andammo, tornammo, ci soffermammo con alcuni e con altri, talvolta con quel figlio.

Sì, la gioia ritorna e torna così splendente  che non posso proprio chiederle quanti anni ha.

Non lo voglio sapere perché me ne sto dritta e non posso più essere nominata, non voglio esserlo, né nominare ormai, non so più farlo, e questa è proprio la mia di vita.

 


Favole notturne

 

Quando la giornata è proprio finita una coppetta di ciliegie sulla scrivania è l’ultimo peccato e passano le macchine lungo il viale e i ragazzi sono andati tutti a ballare e non c’è più il chiasso della noia sotto casa, esplosione a ondate di vita. Allora sullo schermo bianco del computer si accendono altre storie, mentre si accendono subito spente, la voglia di raccontare si affolla nella mente, le dita la lasciano scivolare via, un misto di ricordi e di percorsi, un inciampo di parole, un nastro di seta ingarbugliato che si apre leggero e la notte avanza, avanza, a finestre spalancate.

Ci prepariamo a raccontare favole notturne.

Già ci vediamo senza paura della solitudine. Corrispondiamo a quel modello che fu nostro e che non smarrimmo nonostante le cose ci tirassero di qua e di là e le stagioni cambiassero con tempo  umido e scogliere da tempo irraggiungibili.

Gli occhi sono profondi. La sbadataggine un trucco per disattenti.

Volevamo trovarci e ci siamo trovate. Adesso ci stiamo disegnando con cura e senza fretta.

 


Case in affitto

 

Le case in affitto fanno sognare. Fanno sognare chi le abita  e se l’è andate a scegliere decidendo il quartiere, la via, privilegiando gli odori magari spinto alla decisione da una tabaccheria d’angolo, un fioraio, un gruppetto di ragazzi sulla piazza, una passata di vento che chissà da dove viene, sembra aria di mare. Non è vero che si sceglie per il soldo, non solo per quello, si sceglie per il sogno, un tragitto più lungo della metro, un autobus più allegro, la fermata più spaziosa. Si continua a sognare dentro casa, chi l’avrà abitata e perché quel colore nei muri, che strana persistenza di odori, anche un armadio nascosto può tentare, un soppalco irraggiungibile.

E sogna anche chi le visita queste case inventandosi scenari inverosimili, famiglie più fluide, finestre spalancate sui parchi, silenzi fatti per suonare, la vita che pulsa e fa sentire ricchi mentre ricchissimi sembrano gli abitanti, o almeno solidamente ricchi giacché si muovono in corridoi senza mura e vetrate senza fine, impossibili per i proprietari di sessanta metri quadri circospetti fra laccati stipiti di legno.

Re, sono dei re. Fumano la pipa, suonano la chitarra, accarezzano gatte con sonorità di suoni e di parole degni delle sospensioni del tempo.

I re non si preoccupano del futuro: troppo grande e importante è il presente del vivere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




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