LETTURE
GERALDINA COLOTTI
      

La guardia è stanca

 

Cattedrale, Ancona 2010, pp. 112, € 13,50

    

      

di Mario Lunetta

 

 

Geraldina Colotti sa da sempre, lucidamente, che l’atto dello scrivere è un lavoro fisico-mentale che produce comunque senso politico; ed è prima di tutto questa consapevolezza che rende la sua poesia inapparentabile alla diffusa concezione sacrale del Verbo Lirico che in modi più o meno intrisi d’anima anche parlando di corpo, finisce per confinare la materia – come dire, il materiale di cui l’intero mondo è composto fino ai pensieri (direbbe Leopardi) – nel magazzino degli attrezzi inutili. Colotti è convinta che anche una poesia è un corpo, un organismo, non solo un organigramma: e come autrice si comporta di conseguenza. Ecco perciò un libro di poesia come La guardia è stanca che prende titolo dalla frase seccamente pronunciata dal marinaio bolscevico all’indirizzo dei vaniloquenti parlamentari della Duma, mentre stacca la corrente che illumina la sala e spezza una sorda continuità incapace di aprire al nuovo. Il nuovo è quel gesto, la frase sigla sarcasticamente l’insopportabilità dei vecchi riti politici.

    

Anche stavolta, la scrittura di Geraldina non smentisce se stessa. Nella sua opera complessiva è la nervatura, anche se variamente articolata in poesie, racconti, romanzi per ragazzi, testi comici: ed è quella di chi non funziona come il sismografo inerte delle eruzioni della realtà, ma le osserva con acutezza impaziente, ci dialoga, le interpreta, le aggredisce. In questa raccolta la sigla metrica si affida a versi brevi, tipici appunto di chi non punta alla contemplazione pacificata e risolta nell’aura dello stile, ma al giudizio netto, espresso con crudeltà anche verso chi lo pronuncia. Una scrittura, quindi, che non si accontenta mai del proprio valore, non si chiude nel fortino della propria intelligenza o del proprio humour, ma risulta sempre inquieta, sempre all’attacco. Colotti è un poeta che non smette mai di militare: i suoi ozi, per così dire, sono invariabilmente preparatori di un’intenzione antagonista. Tutto ciò si realizza in La guardia è stanca col rifiuto frontale di un mondo indecente e di una società livida, magari con un tratto di Witz macabro: “Le navi pesanti / i giudici lenti / dia l’onda / ai migranti / il foglio / di via” (Migranti); “Bambini in mare / pakistani irregolari. / Li salviamo, maggiore? / Meglio gettare anche / i genitori / per ricongiungere / il nucleo famigliare” (Lampedusa); “Cercasi rumeni / amanti sport estremi / per cantieri padani” (Cantieri); “L’altra città sospesa sul diluvio / è selva nell’asfalto / è Palestina / piange terra dagli occhi /  asciutti / come ulivi d’agosto” (Ulivi).

    

Resiste intensa nel libro la memoria non sublimata della lotta armata, anche come problematica e discussione non liquidabile con leggerezza: il gesto dell’archivista non è pane che Geraldina apprezzi, e difatti, senza nessun cedimento al patetico, il testo sembra in questi casi riflettere immediatamente la voce umana, in un dettato tagliente e indomabile anche nella sua dolcezza. Così nei momenti in cui torna l’esperienza del carcere: “una cifra a dimora, / cicatrici di pietra / le ore” (Cella 1); “di solito nessuno chiama / di solito nessuno suona / di solito nessuno viene” (Domenica in carcere), i versicoli del tutto privi di alone sono tratti di tempo fermo, definitivi e incancellabili, non al fine di costituire un serbatoio di torbido lirismo o di elegia autoconsolatoria, ma per marcare una parabola di destino individuale dentro una tragedia irrisolta che negli anni Settanta ha trafitto questa società italiana che appare oggi sempre più intontita nella sua mancanza di aspettative. La guardia non è più stanca, è depressa. La Duma è una pista di circo dissestata, priva perfino della vivida frenesia del clown. Si legga una poesia come Lettera dal carcere, sicuramente una delle punte più violentemente espressive della raccolta. Ci si soffermi sulla zona conclusiva: “La comunità degli assenti / porta il saluto al vento / e tenebra incrocia ghirlande / Aspetti che passi… / sulla riva del fiume / e lo vedi riflesso / nel tuo specchio di ghiaccio / Nel circo delle scimmie / Pinocchio è sullo scranno / la bava tra i capelli / qualcuno prima / gli ha mangiato in testa”.

    

È anche un forte tasso di coscienza critica a dare energia a questi versi sempre impazienti, sempre battuti sul qui e ora, anche dentro un lungo gorgo di passato. Ma, alla fine: cos’è l’oggi? Un poeta non ha l’obbligo di fornire risposte, ma quello di interrogare e interrogarsi senza posa: fatto decisivo che qui avviene, anche quando la fiocina dell’interrogazione inclini alla memoria. La cronaca. La storia. Tutto ribolle, niente muore per sempre. Questo sanno, questo dicono i versi di Colotti impastati di dolore, rabbia, ironia, disprezzo, gusto del gioco: insomma, una poesia da leggere ma anche da dire, o da cantare nel sound di una musica percussiva, allegra, amarissima.

                                                                                                                                       

                                                                                                             

 




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