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di Mario Lunetta
Geraldina Colotti sa da sempre,
lucidamente, che l’atto dello scrivere è un lavoro fisico-mentale che produce comunque
senso politico; ed è prima di tutto questa consapevolezza che rende la sua
poesia inapparentabile alla diffusa concezione sacrale del Verbo Lirico che in
modi più o meno intrisi d’anima anche parlando di corpo, finisce per confinare
la materia – come dire, il materiale
di cui l’intero mondo è composto fino ai pensieri (direbbe Leopardi) – nel
magazzino degli attrezzi inutili. Colotti è convinta che anche una poesia è un
corpo, un organismo, non solo un organigramma: e come autrice si comporta di
conseguenza. Ecco perciò un libro di poesia come La guardia è stanca che prende titolo dalla frase seccamente
pronunciata dal marinaio bolscevico all’indirizzo dei vaniloquenti parlamentari
della Duma, mentre stacca la corrente che illumina la sala e spezza una sorda
continuità incapace di aprire al nuovo. Il nuovo è quel gesto, la frase sigla
sarcasticamente l’insopportabilità dei vecchi riti politici.
Anche stavolta, la scrittura di
Geraldina non smentisce se stessa. Nella sua opera complessiva è la nervatura,
anche se variamente articolata in poesie, racconti, romanzi per ragazzi, testi
comici: ed è quella di chi non funziona come il sismografo inerte delle
eruzioni della realtà, ma le osserva con acutezza impaziente, ci dialoga, le
interpreta, le aggredisce. In questa raccolta la sigla metrica si affida a
versi brevi, tipici appunto di chi non punta alla contemplazione pacificata e
risolta nell’aura dello stile, ma al giudizio netto, espresso con crudeltà
anche verso chi lo pronuncia. Una scrittura, quindi, che non si accontenta mai
del proprio valore, non si chiude nel fortino della propria intelligenza o del
proprio humour, ma risulta sempre inquieta, sempre all’attacco. Colotti è un
poeta che non smette mai di militare: i suoi ozi, per così dire, sono
invariabilmente preparatori di un’intenzione antagonista. Tutto ciò si realizza
in La guardia è stanca col rifiuto
frontale di un mondo indecente e di una società livida, magari con un tratto di
Witz macabro: “Le navi pesanti / i giudici lenti / dia l’onda / ai migranti / il
foglio / di via” (Migranti); “Bambini
in mare / pakistani irregolari. / Li salviamo, maggiore? / Meglio gettare anche
/ i genitori / per ricongiungere / il nucleo famigliare” (Lampedusa); “Cercasi rumeni / amanti sport estremi / per cantieri
padani” (Cantieri); “L’altra città
sospesa sul diluvio / è selva nell’asfalto / è Palestina / piange terra dagli
occhi / asciutti / come ulivi d’agosto”
(Ulivi).
Resiste intensa nel libro la
memoria non sublimata della lotta armata, anche come problematica e discussione
non liquidabile con leggerezza: il gesto dell’archivista non è pane che
Geraldina apprezzi, e difatti, senza nessun cedimento al patetico, il testo
sembra in questi casi riflettere immediatamente la voce umana, in un dettato
tagliente e indomabile anche nella sua dolcezza. Così nei momenti in cui torna
l’esperienza del carcere: “una cifra a dimora, / cicatrici di pietra / le ore”
(Cella 1); “di solito nessuno chiama
/ di solito nessuno suona / di solito nessuno viene” (Domenica in carcere), i versicoli del tutto privi di alone sono
tratti di tempo fermo, definitivi e incancellabili, non al fine di costituire
un serbatoio di torbido lirismo o di elegia autoconsolatoria, ma per marcare
una parabola di destino individuale dentro una tragedia irrisolta che negli
anni Settanta ha trafitto questa società italiana che appare oggi sempre più
intontita nella sua mancanza di aspettative. La guardia non è più stanca, è
depressa. La Duma
è una pista di circo dissestata, priva perfino della vivida frenesia del clown.
Si legga una poesia come Lettera dal
carcere, sicuramente una delle punte più violentemente espressive della
raccolta. Ci si soffermi sulla zona conclusiva: “La comunità degli assenti /
porta il saluto al vento / e tenebra incrocia ghirlande / Aspetti che passi… /
sulla riva del fiume / e lo vedi riflesso / nel tuo specchio di ghiaccio / Nel
circo delle scimmie / Pinocchio è sullo scranno / la bava tra i capelli /
qualcuno prima / gli ha mangiato in testa”.
È anche un forte tasso di
coscienza critica a dare energia a questi versi sempre impazienti, sempre
battuti sul qui e ora, anche dentro un lungo gorgo di passato. Ma, alla fine:
cos’è l’oggi? Un poeta non ha l’obbligo di fornire risposte, ma quello di
interrogare e interrogarsi senza posa: fatto decisivo che qui avviene, anche
quando la fiocina dell’interrogazione inclini alla memoria. La cronaca. La
storia. Tutto ribolle, niente muore per sempre. Questo sanno, questo dicono i
versi di Colotti impastati di dolore, rabbia, ironia, disprezzo, gusto del gioco:
insomma, una poesia da leggere ma anche da
dire, o da cantare nel sound di
una musica percussiva, allegra, amarissima.
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