| |
di Gualberto Alvino
Petits
riens
Che vorrà dirci
Nata in questo racconto a tesi – Il valore dei giorni – fuor di
misura (il termine romanzo sarebbe,
come vedremo, affatto inappropriato)? Che il denaro è una finzione sociale? Che
nelle grandi multinazionali «contano solo le cifre» e tutti son «pronti a colpire,
prevalere sulla concorrenza, conquistare nuovi spazi di mercato»? Che non vale
la pena consacrarsi interamente al lavoro e sarebbe certo miglior consiglio vivere
secondo regole proprie, «non imposte dagli altri»? Che le «corporation» sono
«strutture amorali» perché considerano la massimizzazione del profitto «il
metro di giudizio per ogni scelta, lo scopo finale, la legge sacra, l’unica
religione»? Che tutti dovremmo trovare il tempo per «fare ginnastica o del
nuoto, con regolarità» anziché dissipare i giorni e il loro valore «fra il lavoro e i viaggi»? Tante
grazie, verrebbe da dire. Ma la questione è assai più delicata di quanto paia,
e nessun momento più adatto del presente per aggredirla di petto. Il quesito da
porsi è: basta così poco, può davvero bastare un mannello di frusti stereotipi come
questi (ma il discorso è ovviamente generalizzabile) per fare il romanzo? La
risposta di chi crede che il vero contenuto, l’unica sostanza dell’arte alberghi
sempre e soltanto nella forma e nel modo di forgiarla, è sì: basta e avanza. Ma
a queste condizioni: che il testo, nonché procedere rabdomanticamente o per
forza d’inerzia, centri il bersaglio e scocchi sorprese ad ogni snodo; che la
lingua guizzi e deragli senza posa impegnando il lettore in una continua
cooperazione, non meno creativa e determinante del lavoro autoriale; che la
trama non consista nel mero grafico d’un concetto da inverare a tutti i costi e
ogni pur minimo elemento svolga un ruolo preciso, insostituibile, assolutamente
necessario all’economia dell’insieme. Perché il luogo dell’invenzione narrativa,
diversamente da quanto si dica, è non già il macro, ossia il plot e la polpa del pensiero sotteso (se
così fosse, La critica della ragion pura
o L’origine delle specie sarebbero oggetti
estetici di gran lusso e, per converso, Murphy
o Dans le labyrinthe non più intensi e
profondi d’un elenco telefonico), bensì il lessico, la sintassi, il ritmo, i
nessi tra le parole e il loro ordine, la tessitura dell’immagine, la capacità
di dar pathos e anima a un gesto, a
un dato paesistico, alla descrizione d’un volto o d’un interno, persino ai
doppi spazî (qui rotondamente irrazionali, da copione cinematografico) e alla
posizione di una virgola, dimodoché tutto concorra alla globale connotazione.
Ora, scontata l’esilità del plot e la disarmante angustia ideologica dell’opera (dopo la morte
improvvisa del fratello Domenico – saggio e modesto commerciante d’infissi che
conduce una vita «semplice e serena» a misura d’uomo – Marco, top manager al culmine della carriera
come l’Autore, acquista coscienza del proprio deserto interiore, sente di avere
«nelle vene una corrente diversa, magari quella che aveva Domenico, che aveva
avuto suo padre», e si ribella alle leggi disumane della corporation apprestandosi alla palingenesi), l’unica speranza
sarebbe il linguaggio e l’organizzazione formale; sta di fatto, però, che la
scrittura di Nata, monocorde e del tutto priva d’inflessioni, non s’innalza d’una
spanna sopra i limiti della decenza e dell’urbanità: impeccabile correttezza
grammaticale (pregio non dappoco al giorno d’oggi), proprietà, esattezza
lessicale, gusto della variatio
(salvo rarissime eccezioni: «Avvertì una leggera avvisaglia»), ma nessun
guizzo, mai uno scatto inventivo, una sorpresa. Tutto viaggia all’insegna del déjà dit e del prevedibile («Marco udiva
il rumore dei tacchi sulle piastrelle del corridoio. Man mano che Isabella si
allontanava, il suono diveniva più lieve» [mancherebbe soltanto che,
allontanandosi la fonte di un rumore, questo divenisse via via più grave], e cfr.
uno dei tanti pseudopirandellismi: «Già, ma quale vita? Quella che vedono gli
altri, o la nostra, quella che noi sappiamo essere la nostra vita?»), ma
soprattutto del calligrafico, dell’eccedente, e si dica pure dell’additivo,
l’unico modo per allungare il brodo e dilatare a misura romanzesca una materia
tanto scarsa e rada da poter alimentare a stento una novella: «Domenico diede
un lungo tiro alla sigaretta e buttò fuori il fumo dalle narici, subito
disperso dal vento», «Aprì il frigorifero, prese una bottiglia, si versò
l’acqua in un bicchiere di plastica e bevve un sorso. Inserì la cialda nella
macchina per l’espresso, spinse un bottone, attese che il caffè gocciolasse
nella tazzina, vi aggiunse pochissimo zucchero e bevve. Con soddisfazione riconobbe
che era zuccherato al punto giusto. Mise la tazzina vuota nel lavello e finì
l’acqua minerale nel bicchiere», «L’hotel era vicinissimo agli uffici della sua
azienda e lui percorse il breve tragitto guardando a terra per evitare di
mettere i piedi in qualche pozzanghera. Aveva scarpe estive, con suole di cuoio
anziché di gomma, come sarebbe stato invece opportuno con quel tempo. Ogni
volta che partiva per Waterloo, dove pioveva spesso, si domandava se doveva portarsi
i soliti mocassini o le Church’s. Le Church’s non lasciavano passare l’acqua ma
erano pesanti e facevano sudare il piede. Quella settimana aveva optato,
sbagliando, per i mocassini», «Si alzò di nuovo, prese dal termoventilatore
l’altro calzino e, visto che non era più bagnato, se lo infilò. […] Andò in
bagno e accese la luce. Si sciacquò a lungo la faccia. Si tolse l’asciugamano
che aveva in vita e se lo passò sul viso. Spense la luce. Uscì. In camera si
infilò i calzoni antracite e subito si diresse verso il termoventilatore per
prendere la scarpa. Era asciutta e calda. Se la mise, cercò l’altra che era
finita sotto una poltrona e si mise anche quella»: tacciono all’appello soltanto
la forma e il peso della poltrona, il colore dell’interruttore, le dimensioni
del termoventilatore e l’odore delle scarpe.
* * *
«Uno degli esordi
più attesi dell’anno» urla dalla fascetta editoriale Gabriele Pedullà, il cui
gran padre, in tandem con Renato Minore, candida nientemeno che allo Strega —
il premio più prestigioso e meno chiacchierato del mondo — quest’opera prima di
Matteo Nucci, filosofo e studioso di cultura classica. Qual meraviglia se di sùbito
ardemmo? Per, ahinoi, di sùbito accorgerci con sommo stupore che Sono
comuni le cose degli amici (il titolo, tratto da Platone, non ha nulla a
che spartire col narrato) è sostanzialmente un clone del Valore dei giorni. Come quello, infatti, vorrebbe essere un Bildungsroman
ed ha per evento centrale e scatenante una morte, qui del padre, là di un
fratello: «Una perdita», spiega l’Autore in un’intervista, che pone il
protagonista «di fronte a una serie di dilemmi tra i quali il principale è:
seguire o no le orme di questo padre dalla personalità a dir poco ingombrante»:
crapulone, donnaiolo, ma disperatamente solo, come nel giorno del suo funerale.
Stessa bonaccia, eguale
uniformità e mancanza d’accenti, che pochi spruzzi d’atroce paratassi – da taluno
definita a sproposito hemingwaiana –,
una violenta bestemmia e qualche acido dialettal-turpiloquiale non valgono a minimamente
increspare: «E certo, nessuno ci andava, ’sti poveri coglioni. So’ andato io,
te credo: ’na scopata gratis!»; «E allora rispondimi porcoddio».
Identica urbanità
formale e precisione nominativa, forse appena più accusata in Nucci per la sua
solida educazione classica che traspare evidente da ogni opzione linguistica,
benché in entrambi i casi non si passi mai – per dirla in termini
debenedettiani – dalla lavorazione all’opera.
Ma anche qui straripanti
masse di descrizioni calligrafiche fuori squadra e destituite di qualunque
funzionalità, con mansioni coloristiche o patentemente riempitive: «Si affacciò
alla finestra. Il palazzo di fronte era attraversato da una linea diagonale
d’ombra sull’intonaco giallastro sempre più scrostato, tutte le persiane chiuse
tranne su una delle finestrelle minuscole dai vetri smerigliati dei bagni di
servizio», «Infilò il tè nel pentolino dell’acqua bollente, mentre lui prendeva
dal frigorifero il ghiaccio e lo passava sotto l’acqua corrente […]. Aprì un
limone e ne infilò metà nello spremiagrumi metallico, abbassò la leva e tolse
la metà spremuta e infilò l’altra, abbassò di nuovo la leva, tolse la cuccuma
metallica dal fondo, e riversò il succo nel pentolino, girò mentre Lorenzo infilava
gli ultimi due ghiaccioli che non si sciolsero immediatamente», «Schiacciò bene
il caffè macinato nel braccetto metallico, lo inserì sotto alla bocchetta
dell’acqua calda, diede una spinta forte verso sinistra eppoi, mentre il rumore
partiva, si voltò».
Anche qui ovvietà e
tòpoi sparsi a piene mani (si veda solo
a quale sconcertante ingenuità s’impronti il j’accuse di Marco, l’amico d’infanzia cui il protagonista ha soffiato
la ragazza: «Noi eravamo amici fin da bambini. Eravamo amici veri. Tutto
abbiamo fatto insieme, ci siamo raccontati ogni cosa, abbiamo sofferto insieme.
Passioni, studi, tutto. E come hai fatto?»).
E ancora le pleonastiche
spaziature tipografiche – tecnicamente tagli
– che nelle sceneggiature di lavoro separano un’inquadratura dall’altra.
Ma quel che
distingue e rende più insoffribile l’opera del Nucci è l’annodatura poco meno
che casuale dei fatti, la scarsa nitidezza dei moti convettivi del racconto, e
soprattutto la sovrana insensatezza degl’inserti dialogici, che vorremmo
definire beckettiani, non fossero completamente svuotati d’ogni sostanza
drammaturgica e scopo estetico:
«Lorenzo».
«Sì».
«Non russare, per favore».
«No».
«Sei ubriaco fradicio,
russerai di sicuro, mio dio».
«Be’ se capita, lo sai, basta
che mi giri un po’» fece lui.
«Ma cerca di non russare».
«Non dipende da me».
«Se bevessi di meno».
[…]
«Buongiorno» gli disse, «come
stai?»
«Meglio».
«Ma ti sei alzato e ti sei
rimesso a dormire».
«Come?»
«Ho visto il cornetto,
grazie».
«Sì».
«Ti eri svegliato?»
«Be’, non proprio».
«Eri veramente ubriaco eh?»
«Abbastanza».
«Dio se hai russato».
«Io?»
«Certo, tu».
«Ma ora, solo ora».
«No, no, tutta la notte».
Scarica in formato pdf
|
|