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di Massimo
Giannotta
Viene riproposto in traduzione
italiana il romanzo settecentesco La
terra del popolo volante. La vita e le avventure di Peter Wilkins (The life and adventures of Peter Wilkins)
di Robert Paltock, per i tipi di
Bevivino Editore, a cura di Vanni De Simone.
Il romanzo pubblicato nel 1750 si situa nel periodo della fioritura del
romanzo inglese, sull’onda del successo di autori come Daniel De Foe che, dopo
il Moll Flanders del 1692, aveva
pubblicato nel 1719 con grande fortuna il
Robinson Crusoe e come Jonathan Swift i cui Gulliver’s travels videro la luce nel 1726.
La nuova traduzione italiana, di
questo testo non troppo conosciuto, e secondo alcuni sottovalutato,
ci viene proposta corredata di un ampio apparato introduttivo a toccare aspetti
storici biografici e critici. L’autore Robert Paltock (1697-1767) avvocato,
visse a Londra, nel periodo in cui, con
l’uscita da vari soprassalti politici, andò affermandosi e delineandosi il
romanzo, quale espressione di una borghesia che imponeva nuove concezioni,
nuovi stili di vita, e naturalmente nuove proposte letterarie. A proposito di
questo Praz osserva «(...) lo
spostamento del centro letterario dal dramma al saggio e al romanzo, veicoli
più adatti all’analisi dei sentimenti e dei costumi. Il romanzo diventa il
portavoce della borghesia».
Wilkins si inquadra nelle narrazioni popolari di intrattenimento
che riscossero un grande interesse e un successo confermato nel tempo, come
testimoniano libri come Popular romances,
pubblicato a Edimburgo nel 1812, introdotto da Henry Weber (quindi ben
prima della citata recensione di Retrospective
Review del 1823), che raccoglie le narrazioni di crociere e viaggi immaginari,
in cui vengono riproposti riuniti I
viaggi di Gulliver, il Peter Wilkins e Robinson, assieme a testi del danese Ludvig Holberg e di John Kirkby. In questa introduzione l’autore di Wilkins, il cui nome al tempo non era
ancora conosciuto, viene indicato con le
sole iniziali (R. S.), con cui si era firmato.
Tali narrazioni di viaggio,
osserva Weber analizzando il genere, devono essere condite col «meraviglioso»:
ovvero viene richiesta la combinazione dell’elemento della verosimiglianza e quello
del meraviglioso. Viene così in qualche modo abbozzata la ricetta dei romanzi
popolari.
L’Inghilterra usciva, come già si
diceva, da tempi tumultuosi e difficili, che avevano visto quella che viene
chiamata «rivoluzione inglese», in cui si ebbe la decapitazione di un re, la
dittatura di Oliver Cromwell, e una guerra civile. Appena passati questi tempi
e riconquistata una certa stabilità della vita culturale, la scrittura si
rivolge al fantastico, alla narrazione, alla immaginazione, ai panphlet politici .
L’opera di Paltock, in cui non è
difficile notare somiglianze con I viaggi
di Gulliver, pur essendo in realtà lontana dal cupo pessimismo e
dall’ironia di Swift, è piuttosto avvicinabile, come osserva la critica, e come
peraltro ricorda anche De Simone, al
Robinson di De Foe. Ma De Foe col suo
Robinson ispirato alla vicenda del
marinaio scozzese Selkirk, viene considerato un pioniere del realismo, mentre
per Peter Wilkins si ventila un
inquadramento diverso, per la precisione nella letteratura fantastica, genere
peraltro a quel tempo confusamente definibile, ma in cui indubbiamente
convivono, per quanto riguarda il lavoro in esame, forti elementi del romanzo
realista.
De Simone
ci dice che Wilkins non godette di una buona critica e fu subito
ingabbiato limitativamente nel genere robinsonnade.
Venne inoltre rimproverata a Paltock l’insufficienza di «realismo formale». A
noi sembrerebbe meglio parlare, di debolezza di forma e di logica della costruzione
letteraria che non si devono confondere con il realismo, neppure con quello «strumentale».
Se il Monthly Review, a proposito dell’autore, parla di «abile artigiano
se non buono scrittore», sessantadue anni dopo, Weber nell’introduzione già citata,
esprime un giudizio positivo sul Wilkins: «Ci sono pochi romanzi che danno tanta
prova di immaginazione poetica e sono pochi quelli che hanno incontrato tale
disinteresse quanto il presente». Viene anche ricordato come il poeta laghista
Southey, in The curse of Kehama,
abbia qualche debito con Wilkins.
Successivamente John W. Cousin,
mentre ricorda che Wilkins fu apprezzato da Walter Scott, Samuel Coleridge, e Charles Lamb
(ancora i laghisti), afferma, di contro, che la descrizione della patria del
«popolo volante», è «una pallida imitazione di Swift e che molto altro nel
libro risulta noioso».
Le avventure di Peter Wilkins,
sono narrate dal passeggero R. S. della nave Hector che lo ha raccolto naufrago
a Capo Horn, a cui Wilkins, a sua volta, le ha narrate prima di morire «mentre
la nave attraccava a Plymouth».
L’autore, nella sua dedica a
Elisabetta Contessa di Northumberland, si firma con le sole iniziali R. P.
Ricordiamo che, del resto, anche Jonathan Swift aveva inizialmente pubblicato anonimamente
I viaggi di Gulliver.
Dopo l’infanzia e l’adolescenza,
e alcuni rovesci di fortuna, Wilkins s’imbarca a Bristol e diviene steward del capitano. Dopo uno scontro
con un corsaro francese, viene catturato, poi abbandonato su una lancia in mare
assieme ad altri prigionieri. Raccolto da una nave in rotta verso l’Africa, dopo
varie avventure viene fatto schiavo e mandato all’interno del continente.
Wilkins fugge con l’indigeno Glanlepze, di cui dopo varie avventure raggiunge il
villaggio dove vive per un certo tempo. Assieme ad alcuni europei, prigionieri
dei portoghesi, si impadronisce di una nave. Si mette in mare e dopo una serie
di peripezie naufraga a causa di una roccia magnetica e, rimasto solo, inizia
le sue avventure su un’isola deserta, situata, si presume, alle alte latitudini
boreali. Dopo un periodo di assestamento sull’isola, avviene l’incontro con una
donna volante, che letteralmente gli cade dal cielo, e, più fortunato di
Robinson, con lei trova l’amore e l’energia per generare ben otto figli. Informato
dalla compagna di nome Youwarkee dell’esistenza della di lei patria dove vive
la razza degli uomini volanti, stabilisce tramite lei il contatto. Dopo vari
avvenimenti Wilkins vi si trasferisce in volo, utilizzando un trespolo da lui
stesso concepito, costruito e pomposamente chiamato «macchina», (una specie di
rozza sedia gestatoria spinta in aria da un manipolo di volenterosi uomini
volanti). Qui viene riconosciuto come una specie di messia di cui è attesa la
venuta predetta da una profezia, e, divenuto favorito del re, abolisce
l’idolatria, getta le basi per una nuova religione, sventa una congiura di
palazzo, vince la guerra contro i ribelli nemici del re, unifica il paese,
abolisce la schiavitù, insegna l’arte della scrittura, introduce il commercio,
traduce la Bibbia nella lingua dei «volanti». Insomma compie mille mirabolanti imprese,
in cui viene implicitamente dimostrata la superiorità della civiltà e delle
abitudini britanniche. Infine, dopo la morte della compagna, viene ripreso dal
desiderio di rivedere l’Inghilterra e, ricostruita una nuova macchina volante,
parte, ma per un incidente di volo cade in mare dove viene raccolto dalla nave
Hector. Questa, per grandi linee, la storia.
Il romanzo, pur con i suoi
limiti, presenta vari motivi di interesse e dovrebbe essere letto e conosciuto
e non solo dagli appassionati del romanzo del settecento inglese, di cui
costituisce un esempio particolare.
Nel lungo e interessante spazio
introduttivo, De Simone si slancia
in un’appassionata difesa del lavoro di Paltock, per il quale invoca una
rivalutazione. Non crediamo che per
questo sia necessario scomodare il discorso sui generi e prendersela col
canone, sui cui limiti siamo tutti d’accordo. Né crediamo sia il caso di
rammaricarsi se sia stato negato a questo lavoro un problematico «viatico verso
l’eccellenza». Siano benvenute le opinioni, le proposte e le interpretazioni
critiche, purché senza forzature. Come ipotizzare infatti, per dirne una, che
Paltock abbia prodotto un «romanzo di anticipazione» ed
ipotizzare per Wilkins, scrittura non
troppo raffinata, l’uso dello straniamento in funzione espressiva, tanto più
quando questa caratteristica viene definita «inconsapevole»?
Wilkins, con
i suoi limiti formali era rivolto al
semplice intrattenimento e, come del resto riconosce lo stesso prefatore, aveva
il fine di «divertire» e «far pensare ad altro». Anche la scelta dell’autore di
conservare l’anonimato nonostante le riedizioni del testo sembra indicare
l’intenzione di non coinvolgere il
proprio nome in un’operazione nata come meramente commerciale e da cui,
probabilmente, non ci si riprometteva di ricavare particolare lustro
letterario.
Comunque
il romanzo, in quell’ottica, può essere serenamente fruito per quello che è, e
fornire, per di più, elementi interessanti per una maggiore conoscenza del ricco
ventaglio di proposte offerte, in quel periodo pieno di fermenti, dal romanzo
inglese.
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