LETTURE
ROBERT PALTOCK
      

La terra del popolo volante. La vita e le avventure di Peter Wilkins

 

Milano/Roma, Bevivino Editore, 2009, pp. 425, € 18,00

    

      


di Massimo Giannotta

 

 

Viene riproposto in traduzione italiana il romanzo settecentesco La terra del popolo volante. La vita e le avventure di Peter Wilkins (The life and adventures of Peter Wilkins) di Robert Paltock, per i tipi di Bevivino Editore, a cura di Vanni De Simone.

Il romanzo  pubblicato nel  1750  si situa nel periodo della fioritura del romanzo inglese, sull’onda del successo di autori come Daniel De Foe che, dopo il Moll Flanders del 1692, aveva pubblicato nel 1719 con grande fortuna il Robinson Crusoe e come Jonathan Swift i cui Gulliver’s travels videro la luce nel 1726.

La nuova traduzione italiana, di questo testo non troppo conosciuto, e secondo alcuni sottovalutato,
ci viene proposta corredata di un ampio apparato introduttivo a toccare aspetti storici biografici e critici. L’autore Robert Paltock (1697-1767) avvocato, visse a Londra, nel periodo in  cui, con l’uscita da vari soprassalti politici, andò affermandosi e delineandosi il romanzo, quale espressione di una borghesia che imponeva nuove concezioni, nuovi stili di vita, e naturalmente nuove proposte letterarie. A proposito di questo Praz osserva  «(...) lo spostamento del centro letterario dal dramma al saggio e al romanzo, veicoli più adatti all’analisi dei sentimenti e dei costumi. Il romanzo diventa il portavoce della borghesia».

 

Wilkins si inquadra nelle narrazioni popolari di intrattenimento che riscossero un grande interesse e un successo confermato nel tempo, come testimoniano libri come Popular romances, pubblicato a Edimburgo nel 1812, introdotto da Henry Weber (quindi ben prima della citata recensione di Retrospective Review del 1823), che raccoglie le narrazioni di crociere e viaggi immaginari, in cui vengono riproposti riuniti I viaggi di Gulliver, il Peter Wilkins e Robinson, assieme a testi del danese Ludvig Holberg e di John Kirkby.  In questa introduzione l’autore di Wilkins, il cui nome al tempo non era ancora conosciuto, viene indicato con  le sole iniziali (R. S.), con cui si era firmato.

Tali narrazioni di viaggio, osserva Weber analizzando il genere, devono essere condite col «meraviglioso»: ovvero viene richiesta la combinazione dell’elemento della verosimiglianza e quello del meraviglioso. Viene così in qualche modo abbozzata la ricetta dei romanzi popolari.

L’Inghilterra usciva, come già si diceva, da tempi tumultuosi e difficili, che avevano visto quella che viene chiamata «rivoluzione inglese», in cui si ebbe la decapitazione di un re, la dittatura di Oliver Cromwell, e una guerra civile. Appena passati questi tempi e riconquistata una certa stabilità della vita culturale, la scrittura si rivolge al fantastico, alla narrazione, alla immaginazione, ai panphlet politici .

 

L’opera di Paltock, in cui non è difficile notare somiglianze con I viaggi di Gulliver, pur essendo in realtà lontana dal cupo pessimismo e dall’ironia di Swift, è piuttosto avvicinabile, come osserva la critica, e come peraltro ricorda anche De Simone, al Robinson di De Foe. Ma De Foe col suo Robinson ispirato alla vicenda del marinaio scozzese Selkirk, viene considerato un pioniere del realismo, mentre per Peter Wilkins si ventila un inquadramento diverso, per la precisione nella letteratura fantastica, genere peraltro a quel tempo confusamente definibile, ma in cui indubbiamente convivono, per quanto riguarda il lavoro in esame, forti elementi del romanzo realista.

De Simone ci dice che Wilkins  non godette di una buona critica e fu subito ingabbiato limitativamente nel genere robinsonnade. Venne inoltre rimproverata a Paltock l’insufficienza di «realismo formale». A noi sembrerebbe meglio parlare, di debolezza di forma e di logica della costruzione letteraria che non si devono confondere con il realismo, neppure con quello «strumentale».

Se il Monthly Review, a proposito dell’autore, parla di «abile artigiano se non buono scrittore», sessantadue anni dopo, Weber nell’introduzione già citata, esprime un giudizio positivo sul Wilkins: «Ci sono pochi romanzi che danno tanta prova di immaginazione poetica e sono pochi quelli che hanno incontrato tale disinteresse quanto il presente». Viene anche ricordato come il poeta laghista Southey, in The curse of Kehama, abbia qualche debito con Wilkins.

Successivamente John W. Cousin, mentre ricorda che Wilkins fu apprezzato da Walter Scott, Samuel Coleridge, e Charles Lamb (ancora i laghisti), afferma, di contro, che la descrizione della patria del «popolo volante», è «una pallida imitazione di Swift e che molto altro nel libro risulta noioso».

 

Le avventure di Peter Wilkins, sono narrate dal passeggero R. S. della nave Hector che lo ha raccolto naufrago a Capo Horn, a cui Wilkins, a sua volta, le ha narrate prima di morire «mentre la nave attraccava a Plymouth».

L’autore, nella sua dedica a Elisabetta Contessa di Northumberland, si firma con le sole iniziali R. P. Ricordiamo che, del resto, anche Jonathan Swift aveva inizialmente pubblicato anonimamente I viaggi di Gulliver.

Dopo l’infanzia e l’adolescenza, e alcuni rovesci di fortuna, Wilkins s’imbarca a Bristol e diviene steward del capitano. Dopo uno scontro con un corsaro francese, viene catturato, poi abbandonato su una lancia in mare assieme ad altri prigionieri. Raccolto da una nave in rotta verso l’Africa, dopo varie avventure viene fatto schiavo e mandato all’interno del continente. Wilkins fugge con l’indigeno Glanlepze, di cui dopo varie avventure raggiunge il villaggio dove vive per un certo tempo. Assieme ad alcuni europei, prigionieri dei portoghesi, si impadronisce di una nave. Si mette in mare e dopo una serie di peripezie naufraga a causa di una roccia magnetica e, rimasto solo, inizia le sue avventure su un’isola deserta, situata, si presume, alle alte latitudini boreali. Dopo un periodo di assestamento sull’isola, avviene l’incontro con una donna volante, che letteralmente gli cade dal cielo, e, più fortunato di Robinson, con lei trova l’amore e l’energia per generare ben otto figli. Informato dalla compagna di nome Youwarkee dell’esistenza della di lei patria dove vive la razza degli uomini volanti, stabilisce tramite lei il contatto. Dopo vari avvenimenti Wilkins vi si trasferisce in volo, utilizzando un trespolo da lui stesso concepito, costruito e pomposamente chiamato «macchina», (una specie di rozza sedia gestatoria spinta in aria da un manipolo di volenterosi uomini volanti). Qui viene riconosciuto come una specie di messia di cui è attesa la venuta predetta da una profezia, e, divenuto favorito del re, abolisce l’idolatria, getta le basi per una nuova religione, sventa una congiura di palazzo, vince la guerra contro i ribelli nemici del re, unifica il paese, abolisce la schiavitù, insegna l’arte della scrittura, introduce il commercio, traduce la Bibbia nella lingua dei «volanti». Insomma compie mille mirabolanti imprese, in cui viene implicitamente dimostrata la superiorità della civiltà e delle abitudini britanniche. Infine, dopo la morte della compagna, viene ripreso dal desiderio di rivedere l’Inghilterra e, ricostruita una nuova macchina volante, parte, ma per un incidente di volo cade in mare dove viene raccolto dalla nave Hector. Questa, per grandi linee, la storia.

 

Il romanzo, pur con i suoi limiti, presenta vari motivi di interesse e dovrebbe essere letto e conosciuto e non solo dagli appassionati del romanzo del settecento inglese, di cui costituisce un esempio particolare.

Nel lungo e interessante spazio introduttivo, De Simone si slancia in un’appassionata difesa del lavoro di Paltock, per il quale invoca una rivalutazione. Non crediamo che  per questo sia necessario scomodare il discorso sui generi e prendersela col canone, sui cui limiti siamo tutti d’accordo. Né crediamo sia il caso di rammaricarsi se sia stato negato a questo lavoro un problematico «viatico verso l’eccellenza». Siano benvenute le opinioni, le proposte e le interpretazioni critiche, purché senza forzature. Come ipotizzare infatti, per dirne una, che Paltock abbia prodotto un «romanzo di anticipazione» ed ipotizzare per Wilkins, scrittura non troppo raffinata, l’uso dello straniamento in funzione espressiva, tanto più quando questa caratteristica viene definita «inconsapevole»?

Wilkins, con i suoi limiti formali era rivolto al semplice intrattenimento e, come del resto riconosce lo stesso prefatore, aveva il fine di «divertire» e «far pensare ad altro». Anche la scelta dell’autore di conservare l’anonimato nonostante le riedizioni del testo sembra indicare l’intenzione di non  coinvolgere il proprio nome in un’operazione nata come meramente commerciale e da cui, probabilmente, non ci si riprometteva di ricavare particolare lustro letterario.

Comunque il romanzo, in quell’ottica, può essere serenamente fruito per quello che è, e fornire, per di più, elementi interessanti per una maggiore conoscenza del ricco ventaglio di proposte offerte, in quel periodo pieno di fermenti, dal romanzo inglese.

 




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