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di Massimiliano Borelli
Partecipa di più statuti il libro
di Raffaella D’Elia Adorazione. Un
esordio non collocabile sotto alcuna univoca etichetta, che esplora territori e
modi molteplici della prosa, la quale si distende in brevi quadri di genere
misto, sfruttando le sfumature possibili di una scrittura non propriamente (o
almeno non esclusivamente) narrativa.
Siamo in presenza di un testo in
cui dimensione esperienziale e scavo riflessivo si alleano e danno corpo a una
rimuginazione sulle cose, sugli eventi, che si mantiene sempre sulla tangente,
elegantemente in bilico tra autobiografia (di un soggetto tuttavia sempre
mantenuto come criptato, esposto nella filigrana, e non dispiegato in una
“vita” squadernata nella sua spudorata evidenza) e reportage, inteso non in senso giornalistico, bensì di ragguaglio
su certi fenomeni, su certe situazioni, fatti o oggetti che offrono lo spunto
per una fuga da sé, ovvero per uno scandaglio di sé: ché le due cose vanno
infine a coincidere. Giacché il libro si compone di frammenti che condensano
alcune tappe di un’esistenza privata che però si espone allo spazio pubblico:
quello del saggio, della nota critica, del racconto; in una dialettica complessa
tra luogo oggettivo e appunto soggettivo, dove il confronto si sviluppa come
vero e proprio intervento inedito, pesato e pensato minuziosamente, non come
gioco di rimandi di marca postmoderna.
Si tratta di pezzi testuali di
varia natura che si susseguono secondo un ordine che spesso si inarca,
prevedendo inserti, ritorni, divaricazioni. Il montaggio fornisce il metodo di
composizione di una materia eterogenea, che comprende il dialogo con artisti,
personaggi, opere del passato e della contemporaneità (in uno scambio di
sollecitazioni ingaggiato con Cartier-Bresson, Carracci, Wenders, Carrol,
Reynolds, Duchamps, Sanguineti), la rievocazione biografica, note da scrap book, immagini in controcampo. Una
complessità macro-sintattica funzionale alla costruzione di un senso
complessivo che intende comunicare non tanto certe idee sopra gli oggetti
coinvolti, quanto un metodo di osservazione sulle cose, una prospettiva da cui
osservare la realtà (concreta e culturale). E si vedano a proposito quei passi
in cui, in un cortocircuito virtuoso tra scrittura biografica e disposizione
critica, ci si concentra sulla personale, antica attitudine a subire la
«attrazione inesausta per ciò che sta ‘dietro’ la battuta principale», a puntare
lo sguardo, di fronte allo schermo cinematografico (ma che si allarga a
ricoprire la vita nella sua completezza) su «le mani e gli occhi della
comparsa, o delle comparse, che di dietro, a pochi passi, aprivano coperchi, o
spostavano libri, o si aggiustavano il collo della giacca, o giravano il sugo
nel tegame».
È un istinto di “decentramento”
quello che espone Raffaella D’Elia, e il suo essere «sempre fuori fuoco, con
una costanza tale da divenire paradigma di una disarmonia rigorosa,
strutturalmente ineccepibile, perfetta, indistruttibile» diventa anche stemma, “linea
di condotta” della sua scrittura. In questo modo questi appunti, note a
margine, schizzi acquistano un peso tutto politico, oltre che etico ed
estetico, attenti come sono nel rilevare con uno «sguardo miope» – che nel
raccogliere l’immagine la disorienta – «la bellezza delle cose insignificanti»,
lo scarto segnato dagli “ornamenti”, dalle linee di contorno, dai dettagli
nascosti nelle pieghe, giacché «L’insignificanza produce senso, significato,
ragionamento», secondo quella passione per le minuzie che fu già, tra gli
altri, del “pescatore di perle” Walter Benjamin.
E significativamente il libro si
conclude con una serie di pezzi che ruotano intorno all’immagine, materiale e
concettuale, dello specchio: ne viene ripercorsa una storia condensata, che
tocca alcuni punti di crisi di questo oggetto secolare produttore di riflessi,
di deformazioni, di immagini rovesciate, di allusioni, di sprofondamenti,
secondo una «forma varia» che «traluce contenenti instabili e multiformi,
contenuti (racchiusi) in linee, prospettive, bisettrici-SGUARDI, che ricavano
spazi, scavano buchi, allargano, stringono, bislungono, ardiscono»; fino ad
arrivare a quel «corpo», vera allegoria della modernità, del Grande vetro di Duchamp, macchina
composta per sempre «essere
potenzialmente», per rimanere materiale da interrogare, incrinatosi con
tanta oculata casualità in un suo trasferimento. Lungo queste vie si perviene
infine ad affermare l’importanza, l’esclusiva possibilità data oggi di
«prendere le misure del mondo solo condividendone le sfocature dei contorni,
intruppando contro il senso di indeterminatezza», condurre il proprio punto di
vista senza obliterare l’«approssimazione» che dobbiamo scontare di fronte alle
cose, noi, maschere “sovraesposte”.
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