LETTURE
RAFFAELLA D’ELIA
      

Adorazione

Prefazione di Emanuele Trevi

 

Roma, EdiLet, 2009, pp. 131, € 12,00

    

      


di Massimiliano Borelli

 

 

Partecipa di più statuti il libro di Raffaella D’Elia Adorazione. Un esordio non collocabile sotto alcuna univoca etichetta, che esplora territori e modi molteplici della prosa, la quale si distende in brevi quadri di genere misto, sfruttando le sfumature possibili di una scrittura non propriamente (o almeno non esclusivamente) narrativa.

 

Siamo in presenza di un testo in cui dimensione esperienziale e scavo riflessivo si alleano e danno corpo a una rimuginazione sulle cose, sugli eventi, che si mantiene sempre sulla tangente, elegantemente in bilico tra autobiografia (di un soggetto tuttavia sempre mantenuto come criptato, esposto nella filigrana, e non dispiegato in una “vita” squadernata nella sua spudorata evidenza) e reportage, inteso non in senso giornalistico, bensì di ragguaglio su certi fenomeni, su certe situazioni, fatti o oggetti che offrono lo spunto per una fuga da sé, ovvero per uno scandaglio di sé: ché le due cose vanno infine a coincidere. Giacché il libro si compone di frammenti che condensano alcune tappe di un’esistenza privata che però si espone allo spazio pubblico: quello del saggio, della nota critica, del racconto; in una dialettica complessa tra luogo oggettivo e appunto soggettivo, dove il confronto si sviluppa come vero e proprio intervento inedito, pesato e pensato minuziosamente, non come gioco di rimandi di marca postmoderna.

 

Si tratta di pezzi testuali di varia natura che si susseguono secondo un ordine che spesso si inarca, prevedendo inserti, ritorni, divaricazioni. Il montaggio fornisce il metodo di composizione di una materia eterogenea, che comprende il dialogo con artisti, personaggi, opere del passato e della contemporaneità (in uno scambio di sollecitazioni ingaggiato con Cartier-Bresson, Carracci, Wenders, Carrol, Reynolds, Duchamps, Sanguineti), la rievocazione biografica, note da scrap book, immagini in controcampo. Una complessità macro-sintattica funzionale alla costruzione di un senso complessivo che intende comunicare non tanto certe idee sopra gli oggetti coinvolti, quanto un metodo di osservazione sulle cose, una prospettiva da cui osservare la realtà (concreta e culturale). E si vedano a proposito quei passi in cui, in un cortocircuito virtuoso tra scrittura biografica e disposizione critica, ci si concentra sulla personale, antica attitudine a subire la «attrazione inesausta per ciò che sta ‘dietro’ la battuta principale», a puntare lo sguardo, di fronte allo schermo cinematografico (ma che si allarga a ricoprire la vita nella sua completezza) su «le mani e gli occhi della comparsa, o delle comparse, che di dietro, a pochi passi, aprivano coperchi, o spostavano libri, o si aggiustavano il collo della giacca, o giravano il sugo nel tegame».

 

È un istinto di “decentramento” quello che espone Raffaella D’Elia, e il suo essere «sempre fuori fuoco, con una costanza tale da divenire paradigma di una disarmonia rigorosa, strutturalmente ineccepibile, perfetta, indistruttibile» diventa anche stemma, “linea di condotta” della sua scrittura. In questo modo questi appunti, note a margine, schizzi acquistano un peso tutto politico, oltre che etico ed estetico, attenti come sono nel rilevare con uno «sguardo miope» – che nel raccogliere l’immagine la disorienta – «la bellezza delle cose insignificanti», lo scarto segnato dagli “ornamenti”, dalle linee di contorno, dai dettagli nascosti nelle pieghe, giacché «L’insignificanza produce senso, significato, ragionamento», secondo quella passione per le minuzie che fu già, tra gli altri, del “pescatore di perle” Walter Benjamin.

 

E significativamente il libro si conclude con una serie di pezzi che ruotano intorno all’immagine, materiale e concettuale, dello specchio: ne viene ripercorsa una storia condensata, che tocca alcuni punti di crisi di questo oggetto secolare produttore di riflessi, di deformazioni, di immagini rovesciate, di allusioni, di sprofondamenti, secondo una «forma varia» che «traluce contenenti instabili e multiformi, contenuti (racchiusi) in linee, prospettive, bisettrici-SGUARDI, che ricavano spazi, scavano buchi, allargano, stringono, bislungono, ardiscono»; fino ad arrivare a quel «corpo», vera allegoria della modernità, del Grande vetro di Duchamp, macchina composta per sempre «essere potenzialmente», per rimanere materiale da interrogare, incrinatosi con tanta oculata casualità in un suo trasferimento. Lungo queste vie si perviene infine ad affermare l’importanza, l’esclusiva possibilità data oggi di «prendere le misure del mondo solo condividendone le sfocature dei contorni, intruppando contro il senso di indeterminatezza», condurre il proprio punto di vista senza obliterare l’«approssimazione» che dobbiamo scontare di fronte alle cose, noi, maschere “sovraesposte”.




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