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di
Alessandro Ticozzi
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Arnoldo Foà nel 2000, interprete di Diana e la Tuda di Luigi Pirandello
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Lei
è più di settant'anni che continua a calcare le scene con un repertorio che
spazia da Aristofane, Plauto, Shakespeare, Pirandello e Anouilh a Sue commedie,
come Signori,
buonasera (1957), e nel 1998 per festeggiare "i Suoi primi settant'anni
di teatro" ha pubblicato con la Gremese un manuale in merito intitolato
semplicemente Recitare: della Sua lunga e fortunata carriera teatrale
quali sono gli spettacoli che ama più ricordare e quelli che invece preferisce
dimenticare?
“Gli autori che preferisco sono i grandi autori come Shakespeare e
Pirandello: di quest'ultimo ho messo in scena tre volte – e sempre con successo
– Diana e la Tuda, perché è un dramma che io considero specchio
dell’autore. Non ho mai fatto una classifica per i miei spettacoli: sono stati
tutti importanti, perché se ho accettato di prendere parte a uno spettacolo o
di metterlo in scena è perché ci credevo, dunque nel momento in cui li ho fatti
tutti erano importanti per me. Forse sono sentimentalmente più legato alle
commedie che ho scritto io e che ho potuto mettere in scena: oltre a Signori,
buonasera, anche Il testimone, Amphitryon Toutjours, che ho
presentato al Festival di Spoleto nel 2000, e l’ultima che ho messo in scena – Oggi
– una tragedia familiare che vede un padre non riconoscere più la sua
famiglia e il suo ruolo all'interno di essa”.
Per quanto noto al grande pubblico soprattutto come attore
teatrale e televisivo, cospicua è però stata anche l’attività cinematografica
di Arnoldo Foà, sia come doppiatore e speaker che – soprattutto – come
caratterista di sanguigni personaggi, ora grintosi ora più sommessamente
ambigui, in film di importanti registi italiani e internazionali, spaziando dal
cinema d’autore a quello più di genere. Eccolo quindi protagonista con Folco
Lulli di una tragicomica rissa tra contadini toscani per un pugno di sterco da
concime in Altri tempi (1951) di Alessandro Blasetti, ambiguo ispettore
di polizia che accompagna lo stranito impiegato Anthony Perkins nei tetri
meandri della burocrazia di cui questi è vittima predestinata ne Il processo
(1962) di Orson Welles, combattivo cavaliere alla testa della ribellione di un
villaggio castigliano contro gli invasori musulmani ne I cento cavalieri
(1965) di Vittorio Cottafavi, scafato boss delle bische clandestine di
Marsiglia sconfitto dai giovani rivali Jean-Paul Belmondo e Alain Delon in Borsalino
(1970) di Jacques Deray, padre sindacalista dell’operaia Catherine Spaak in Causa
di divorzio (1972) di Marcello Fondato, tormentato monsignore dal passato
compromesso coi nazisti ne Il sorriso del grande tentatore (1974) di
Damiano Damiani, viscido principale del ragioniere piccolo piccolo Nino
Manfredi ne Il giocattolo (1979) di Giuliano Montaldo, ministro
dell’Interno cui s’appella il generale Dalla Chiesa per la sua inflessibile
lotta antimafia in Cento giorni a Palermo (1984) di Giuseppe Ferrara,
direttore del giornale su cui scrive il vizioso protagonista de L’attenzione
(1985) di Giovanni Soldati.
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Arnoldo Foà e Anna Maria Ferrero in Domani è un altro giorno (1951) di Léonide Moguy
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Così afferma a tal proposito lo stesso Foà: “I registi con cui ho
lavorato sono stati tanti, ma sicuramente il primo incontro importante è stato
con Orson Welles, un artista di grande temperamento. Però ricordo bene anche
Blasetti, il primo regista che ho incontrato per potere accedere al Centro
Sperimentale di Cinematografia: all’inizio mi sconsigliò, perché non gli
sembravo tipo di attore, ma io pretesi che mi facesse un vero provino, per cui
prima mi guardò attraverso le dita – come facevano allora i registi – e poi il
giorno successivo mi fece tornare davanti alla commissione del Centro
Sperimentale che mi ammise con borsa di studio. A me piace lavorare con chi ha
rispetto per gli attori: spesso forse più in passato, ma a volte ho avuto l’impressione
che i registi italiani non amassero molto gli attori”.
Negli
anni Novanta Lei ha recitato in una solida produzione televisiva quale il kolossal conradiano Nostromo (1996),
ma anche in film che possono apparire azzardati come il minimalista Ardena
(1997), esordio dietro la macchina da presa di Luca Barbareschi, e il
demenziale Tutti gli uomini del deficiente (1999), ideato dalla
Gialappa's Band alla sua prima esperienza cinematografica: come si è fatto
coinvolgere in questi progetti, che di prima battuta possono sembrare un po’ insoliti
nel Suo percorso artistico?
“Ci sono tanti motivi per cui si accetta di fare un lavoro, anche
la stima personale che hai per chi te lo propone, com’è successo con
Barbareschi. Ho fatto spesso, sia in passato che in tempi più recenti,
personaggi non propriamente comici ma divertenti o ironici: mi piace fare cose
diverse, e poi penso che si debba anche avere fiducia nella produzione, non
sempre in ciò che sulla carta è garantito e diventa un grande film; a volte una
piccola storia si rivela interessante”.
Negli
anni Duemila Lei ha continuato a frequentare con regolarità i set
cinematografici, interpretando nel 2003 ironiche figure di padri indegni in
rotta coi figli in film di autori ormai consolidati quali Ettore Scola (Gente di Roma) e Alessandro Benvenuti
(Ti spiace se bacio mamma?), ma anche personaggi più autorevoli in
pellicole di registi emergenti: nel 2005 un ottimo Presidente d’Italia
d’ispirazione ciampiana in La febbre di Alessandro D'Alatri, mentre nel
2006 – ormai giunto al traguardo dei novant’anni – uno scabro Papa Gregorio IX
in Antonio, guerriero di Dio di Antonello Belluco e un pacato passeggero
dell’aeroporto che ascolta con pazienza il “dramma della gelosia”
dell’uxoricida Giorgio Pasotti in Quale amore di Maurizio Sciarra. Come
mai questa fiducia così decisa da parte Sua nei confronti dei più giovani?
“Sono stato molto contento di lavorare con Scola, pur se in una
piccolissima parte: però m’ha dato molta soddisfazione, m’han dato anche il
Nastro d’Argento. Mi piace lavorare con i giovani che hanno qualcosa da dire e
cercano di realizzare i loro progetti anche a costo di sacrifici. Con tanti
registi – giovani e non – si stabilisce spesso un rapporto di fiducia reciproca
e di gioco ironico: è attraverso l’ironia che riesco a capire se chi ho di
fronte a me può essere un buon compagno di lavoro; se non ci divertiamo e non
siamo sulla stessa lunghezza d’onda, è chiaro che non ci capiamo. Non mi piace
chi si sente importante, come spesso capita ad alcuni registi giovani o meno:
non dico che si debba essere umili, ma non accetto la presunzione. Spesso gli
artisti veramente grandi sono semplici, non si danno le arie che ritrovo in chi
non ha molto da dire. Ho anche collaborato con tanti giovani autori e registi
in teatro e prestato la mia voce per degli interventi fuori campo”.
Alla
fine del 2009 è uscita la Sua Autobiografia di un artista burbero, edita da Sellerio (un
burbero benefico di goldoniana memoria, ci auguriamo...): a tal proposito, che
bilancio trae dalla Sua vita personale e professionale?
“Come ho scritto nella mia biografia, ho avuto una vita intensa
che forse valeva la pena di raccontare: sono stato fortunato, sono
sopravvissuto alla guerra e alle leggi razziali e ho potuto fare un
lavoro bellissimo, soprattutto in palcoscenico. Ho amato tanto e sono stato
amato: ho avuto le mie meravigliose figlie, e mi piacerebbe pubblicare anche le
poesie che ho scritto in questi anni e i miei testi teatrali. Ecco, vorrei
vedere riconosciuta la parte della mia attività e della mia vita dedicata alla
scrittura, perché ho sempre scritto: ho avuto sempre diari fino da giovane e ho
scritto appunto testi teatrali, copioni, racconti, poesie...”
Conta
anche di tornare nuovamente a calcare le scene e i set televisivi e cinematografici?
“No,
basta. Ma chissà..”
A
chiusura di quest’articolo, così lo stesso Montaldo ricorda la sua esperienza
con Foà sul set del Giocattolo: “Un solo incontro con Arnoldo Foà. Uno
solo, ma indimenticabile. Quando si ha la fortuna di lavorare accanto ad un
attore con la ‘A’ maiuscola, come Lui, quell’incontro è fortunato e rimane per
sempre tra i ricordi più belli. Subito, dal primo momento, ho avvertito di aver
trovato non solo l’interprete Ideale ma un amico, un collaboratore al servizio
del Personaggio. Arnoldo doveva portare sullo schermo un industriale, cinico e
grintoso… e la grinta non gli manca davvero. E quel meraviglioso vocione che
abbiamo sentito tante volte in teatro o al cinema che ci ha affascinati nelle
sue tante avventure. In quel ruolo doveva affrontare il protagonista, un altro
grande del nostro cinema: Nino Manfredi. Vederli recitare insieme era una
gioia. Una sfida tra due artisti che – era evidente – si stimavano. Dopo tre
intense settimane di lavorazione, tra Milano e Roma, Foà terminava il lavoro
con noi. L’ultimo ciak fu salutato da tutta la troupe con un
caloroso applauso, un affettuoso saluto per un grande attore. Io l’ho
abbracciato con sincera ammirazione sperando di ritrovarci in un’altra impresa.
Quando ci siamo incontrati, lui era sempre ‘grintoso’ e pieno di vigore, con
una gran voglia di vivere. Arnoldo è un attore che non si potrà mai
dimenticare. Grazie amico caro. Grazie grande Arnoldo Foà”.
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Arnoldo Foà nel film Il giocattolo (1979), regia di Giuliano Montaldo
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