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di Anna Mioni
Nel
marzo 2006 ho avuto la fortuna di poter soggiornare al Tyrone Guthrie Centre di
Annaghmakerrig in Irlanda, grazie ai bandi di concorso dell’Irish Translators’ and
Interpreters’ Association che esistevano allora.
Per
la mia crescita lavorativa ritengo essenziale mantenere un contatto vivo con
ambienti di lingua anglosassone, idealmente in un contesto internazionale. Trovo che mi arricchisca nel bagaglio culturale e nello
spirito, e cerco di vivere queste esperienze all’estero ogni volta che posso,
lavorando per qualche settimana nelle residenze per artisti e traduttori, che
offrono la possibilità di raccogliersi a tradurre nella concentrazione
assoluta, e dove la nazione ospitante spesso promuove la sua letteratura e il suo
mondo editoriale e artistico. Se la residenza si trova in un territorio in cui
si parla la lingua da cui traduciamo, quindi, rappresentano anche un’ottima
occasione per raccogliere idee e aggiornamenti.
I
luoghi che offrono residenze sono diversi tra loro, ma hanno quasi tutti in
comune, oltre all’aspetto di confronto costante con altre culture, il fatto di
trovarsi in luoghi remoti non inseriti nel tessuto urbano, e riducono quindi la
possibilità di divagare e distrarsi. In molti casi il loro lato più prezioso è
che tutta la parte logistica della vita (pasti, incombenze domestiche) rimane a
carico della struttura, e ci si può preoccupare quasi solo di dedicarsi a tradurre
indisturbati nella propria stanza, spesso in ambienti meravigliosi e di pregio:
come è appunto il Tyrone Guthrie Centre, villa nella campagna irlandese
settentrionale, a fianco di un lago, con quadri, tappeti e mobili antichi (lascito
testamentario di un celebre attore teatrale), che dal 1981 ospita artisti di
ogni disciplina, alcuni nella villa principale, altri in casette sul retro.
Accolta
dall’Irlanda con una tempesta di neve a Dublino, dopo un lungo viaggio in
autobus giungo alla mia destinazione, quasi al confine con l’Irlanda del Nord. Mi
è toccata la stanza che era della moglie del padrone, dieci metri per dieci,
letto matrimoniale, chaise-longue,
vista sul lago. Stare a tavolino diventa un vero piacere; persino un bambino
che soffre di deficit d’attenzione riuscirebbe a concentrarsi in un contesto
così magnifico.
Siamo
in tanti, come al solito di tutte le età ma non solo scrittori e traduttori:
anche pittori, scultori e musicisti, in maggioranza irlandesi. Quanto agli
orari, tutto è molto flessibile e in sostanza ci si deve autogestire, nessuno si
occupa di organizzare le giornate dei residenti: unico appuntamento collettivo
è la cena, allietata dai manicaretti splendidi delle quattro cuoche; poi si
prova a smaltire gli eccessi alimentari con passeggiate quotidiane. Nel
ripostiglio ci sono stivaloni di gomma per tutti, che è tassativo indossare se
si esce dalla villa.

Cena in comune al Tyrone Guthrie Centre © Richard Mosse
http://www.richardmosse.com/
La
natura intorno è selvaggia ma un po’ ingrata, dicono che queste terre d’inverno
si allagano e quindi non sono adatte alle coltivazioni. È una stagione in cui gli
animali si nascondono, mi spiegano, perché sono nelle fasi finali
della gravidanza e fra un paio settimane usciranno con i cuccioli neonati, che
non vedrò perché sarò già ripartita. Di notte il vento fischia forte come non
mi è mai capitato di sentirlo. L’ultima notte della mia residenza sarò da sola
nella villa, prima che arrivi un nuovo gruppo di ospiti, e il pensiero mi
inquieta non poco, ma alla fine sopravviverò.
Oltre
a me altri tre residenti sono traduttori: una lituana, uno spagnolo e un
israeliano che ho già conosciuto in una residenza americana. Gli altri sono per
la maggior parte scrittori e artisti figurativi irlandesi, ai quali andrà ad
aggiungersi un contingente musicale nella seconda settimana. Dopo cena si parla
di letteratura, di arte e di politica, ma non solo: si possono visitare gli
studi degli artisti, si fanno jam session musicali o giochi di società, e rare
volte ci si spinge fino al paese più vicino. Gli altri artisti hanno sempre il
tempo per evadere; noi traduttori invece, come ho constatato durante le mie
residenze all’estero, siamo i più oberati di scadenze e i meno spensierati,
spesso costretti a rientrare in camera dopo cena per rispettare l’obiettivo di
pagine prefissato. Insomma, siamo i cottimisti della letteratura: gli altri creano
liberi da pensieri, e noi maciniamo cartelle con l’orologio alla mano. Certo,
parlo di chi deve vivere di traduzione e non di chi la esercita solo
saltuariamente.
Durante
la residenza è prezioso potersi confrontare con i colleghi traduttori sulla
situazione lavorativa negli altri paesi (in Lituania ovviamente stanno peggio
di noi, in Spagna e in Israele ci sono condizioni più o meno analoghe all’Italia);
e avere decine di madrelingua a disposizione per tormentarli con i nostri dubbi
linguistici (per quanto io cerchi sempre di non esagerare). Ma soprattutto è
preziosa la condivisione: toccare con mano che siamo in tanti ad avere in
comune la solitudine del processo creativo, e discuterne i meccanismi durante
una cena conviviale, aiuta a superare l’isolamento delle nostre professioni, a
creare solidarietà tra le varie categorie, e magari anche a costruire belle
amicizie che potranno accompagnarci in futuro.
* Anna Mioni (http://www.annamioni.it/)
è nata a Padova, dove vive. Si laurea in Italianistica contemporanea a Padova nel 1995 e consegue il master in Traduzione
letteraria dall’inglese a Venezia nel 1997. Dal 1997 ha tradotto più di
quaranta volumi di narrativa e libri sulla musica rock (Tom McCarthy, Lester
Bangs, Sam Lipsyte, Daniel Handler, Edith Wharton...). Nell’ultimo decennio ha
lavorato nelle redazioni di Alet edizioni e Franco Muzzio/Arcana. Ha pubblicato
articoli e recensioni su quotidiani e riviste in rete. È stata segnalata al
Premio Monselice per la
Traduzione nel 2008 e nel 2009.
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