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di Marina Pugliano
L’ultima volta che sono andata a
Looren era la fine di agosto, fuggivo dal caldo impossibile di Firenze, in
valigia un libro ancora più impossibile – bello e impossibile; a Zurigo ero
arrivata la mattina presto, felice mi ero infilata la maglia a maniche lunghe e
avevo preso il solito trenino che in quaranta minuti porta a Hinwil. Lì avrei
trovato l’autobus che mi avrebbe lasciato a Wernetshausen, un paesino a mille
metri di altezza; da lì avrei camminato per il sentiero pedonale che costeggia
la carreggiata. “Grüezi mitenand” è il saluto che tra viandanti ci si scambia
su questo tratto di strada, come si usa su ogni sentiero di montagna. Dieci
minuti, forse quindici, e si arriva al piccolo cartello giallo che indica
apparentemente nulla: prati, mucche, capre, corvi e boschi e una vallata che in
fondo si solleva a nascondere il lago – solo un lembo se ne intravede – le luci
e i tetti di Zurigo, e in fondo ancora montagne, Eiger, Mönch e Jungfrau, cielo
e gracchi alpini a guardia di tutti i tramonti e le albe che colorano i
ghiacciai delle Alpi Bernesi. Looren non si scorge dalla strada. La casa è nascosta
in fondo a una C che scende fra due prati di mucche e bocche di leone. C come
casa, penso. Il tetto verde, visto dall’alto, si mimetizza con gli alberi, la
facciata grigia spunta solo in fondo alla stradina. Non vuole impressionare:
questo è un posto per gente che ama stare in incognito.

Placide pecore nella vallata di Looren
Le vetrate sulla vallata sono dall’altra
parte dell’edificio a L. L come Looren. Lungo la linea verticale ci sono le
camere dei traduttori, dieci in tutto, otto singole e due doppie. Su quella
orizzontale, la sala con il grande tavolo da pranzo, il camino, la biblioteca
con i libri tradotti dagli ospiti e donati agli ospiti, e poi le poltrone e le
pareti a vetro e un giardino che in primavera si colora di fiori selvatici, in fondo
una veranda di cannicciato con il barbecue, dove nelle notti d’estate Inge
lavora al portatile facendosi luce con una lampada a petrolio. La maggior parte
dei traduttori che ho incontrato a Looren sono nottambuli. Pochi sono quelli
che all’alba si avventurano su per i sentieri che portano in cima al Bachtel:
un paio d’ore di cammino per raggiungere la torre di ferro con la scala a
chiocciola e una vista a 360 gradi. Da lassù, ecco di nuovo le vette ghiacciate
che digradano a sinistra nella Foresta Nera tedesca; poi la pianura che si
allunga verso la Francia
e di nuovo si solleva dolcemente a destra – di là è l’Italia – per farsi di
nuovo montagna.
Nell’angolo della L è il cuore
della casa: la cucina. La cucina è, insieme al generoso fico con la panchina
frequentata soprattutto dai fumatori, il vero punto d’incontro. Di solito le
presentazioni avvengono qui. E sembrano quasi tutte uscite dalla penna di Ray
Bradbury. Si dice il proprio nome, si chiede dov’è il coltello del pane o si
accende il bollitore per la solita tazza di tè, e la domanda è sempre la
stessa: cosa stai traducendo? Capita poi che molti traduttori non s’incontrino più
e col tempo vengano ricordati con il nome dei loro autori. Ed ecco spuntare un
Huizinga russo, uno Jelinek egiziano, una Canetti lituana. Se sei italiano,
spesso fra il tuo nome e quello dell’autore che stai traducendo s’inserisce una
conversazione più lunga. Su perché nel risotto con i funghi la cipolla davvero
non ci sta, per esempio. È difficile convincere che in Italia in quel modo non
lo fa proprio nessuno, a parte D’Alema, per cui si passa immancabilmente alla
dimostrazione pratica e la porzione di risotto si moltiplica. Poi a tavola si
torna a parlare dei libri che si sono tradotti, scoprendo magari di avere
qualche titolo in comune, si discute delle opere che si vorrebbero tradurre o
non si tradurrebbero mai, di quelle che si consigliano o si scongiurano. E fra
i traduttori tante volte si scoprono poeti e scrittori, alcuni eccezionali,
piccoli editori coraggiosi e ballerini di flamenco. Da Looren si torna sempre a
casa con un libro, un nome, un disco che prima non si sapeva.
Una volta la settimana cucina
Pedro. Pedro è lo “Hausbetreuer” della casa e custode anche di un giardino
pieno di piante aromatiche. Le varietà di menta sono almeno sei, tre quelle di
salvia, e in ogni modo tutto finisce in una tisana speciale che io mi porto
sempre a casa per mio figlio, che l’adora. La consuetudine si sta estendendo a
tutti quelli che l’hanno assaggiata almeno una volta: guai a tornare senza! È
stato Pedro a insegnarmi a cucinare il Roesti, specialità svizzera a base di
patate, cipolle e burro. E quali sono i negozi migliori dove comprare il pane,
il miele, le marmellate, il formaggio. Per le uova si scende alla fattoria di
Kurt. Le uova sono riposte nel frigorifero incassato nella parete di legno del
pollaio, i soldi si lasciano in una scatolina sistemata nello scomparto del
burro. Ogni volta, trovare le uova mi sembra un miracolo. Per non parlare del
frigorifero. Il ritorno, poi, è in salita. Se non si ha voglia di camminare, si
prende una delle bici elettriche che Looren mette a disposizione dei suoi
ospiti. C’è chi con quelle bici è arrivato in cima al Bachtel.

Il soggiorno della Casa per traduttori di Looren
Era la sesta volta che andavo a
Looren. La prima è stata nel giugno del 2006. Sono arrivata con un pulmino
insieme ad altri undici colleghi. Uno era Andreas Loehrer, traduttore tedesco
di Maggiani, Atzeni, Niffoi, Balestrini e altri: è stato lui a propormi di
affiancarlo nell’organizzazione di un laboratorio per traduttori letterari
italiani e tedeschi. Aveva già fatto esperienza con altre combinazioni
linguistiche (Andreas traduce anche dallo spagnolo e dal francese), mentre io
no: allora non avevo la più pallida idea di cosa fosse un laboratorio di
traduzione, né di cosa fosse una Casa per traduttori, ma mi sono lasciata
contagiare dal suo entusiasmo. È stato Andreas a scovare Looren. La Casa, nata nel 2003, era
stata inaugurata nel settembre del 2005, appena dieci mesi prima. Il nostro era
il primo laboratorio che ospitava. Ne sarebbero seguiti molti altri. In molte
altre combinazioni linguistiche.
Prima di essere una Casa dei
traduttori, Looren era la sede di una casa editrice che si chiamava Albert Züst
Verlag. A dirigerla, dagli uffici situati sotto la cucina, a fianco della
ricchissima biblioteca in cui è possibile reperire non solo dizionari di ogni
genere (monolingui, bilingui, etimologici, dei sinonimi e dei contrari, dei
modi di dire, delle citazioni e chi più ne ha più ne metta), ma anche glossari
del cinema, del teatro, della musica, e poi enciclopedie, bibbie e fiabe e via
e via – a dirigerla, dicevo, è Gabriela Stoeckli, supportata da Marlis Bratt.
A Gabriela si deve il ricco
calendario di eventi, laboratori e seminari (uno, recentissimo, su Robert
Walser, con studiosi e traduttori fra i più eminenti).
In sintesi, e con qualche
concessione al “colore”, questa è Looren. E questa la sua offerta: soggiorni
per traduttori editoriali che traducono da e verso qualsiasi lingua, purché
abbiano un contratto con un editore. Il costo del soggiorno (vitto escluso) è
di 15 euro a settimana: sostanziose borse di studio (4.000 euro) finanziate da
Pro Helvetia, fondazione che si occupa di promuovere iniziative a sostegno della
cultura, punta di diamante è il programma “Moving Words”, finalizzato a dare
maggiore visibilità alla traduzione in quanto opera creativa e di mediazione
fra le culture; borse di studio di 350 franchi a settimana, per un massimo di
quattro settimane, finanziate da Looren.
E poi i laboratori: un’occasione unica e preziosa di incontro e scambio fra
traduttori.
Il laboratorio italo-tedesco organizzato da me e dal collega Andreas Loehrer si
terrà dal 15 al 21 marzo 2010. Il bando è disponibile sul sito di Looren (www.looren.net) e su quello
del Goethe Institut (www.goethe.de/ins/it/rom/ver/it5334391v.htm).
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Marina
Pugliano è traduttrice dal tedesco.
Vive a Firenze dove nel 2000
ha fondato una cooperativa di traduttori editoriali,
NTL. Dal 2006 organizza un laboratorio di traduzione dal tedesco all’italiano e
viceversa insieme al collega Andreas Loehrer. Fra gli autori che ha tradotto:
Anna Seghers, Christa Wolf, Yadé Kara, Jakob Hein, Catalin Dorian Florescu,
H.G. Adler.
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