TRADUCENDO MONDI
RESIDENZE DI LAVORO - 2
In mezzo alle Alpi svizzere tra libri, risotti e cipolle


      
Nella Casa dei traduttori di Looren c’è la tranquillità delle vallate montane, il piacere di restarsene in incognito o di incontrarsi presso la panchina dei fumatori. Comunicandosi, tra professionisti di varia provenienza, notizie sui libri che si stanno traducendo o discutendo accanitamente su abitudini culinarie diverse. E anche questa è cultura. Ma poi nascono pure iniziative comuni come il laboratorio italo-tedesco che si terrà nel prossimo mese di marzo.
      



      

di Marina Pugliano

 

 

L’ultima volta che sono andata a Looren era la fine di agosto, fuggivo dal caldo impossibile di Firenze, in valigia un libro ancora più impossibile – bello e impossibile; a Zurigo ero arrivata la mattina presto, felice mi ero infilata la maglia a maniche lunghe e avevo preso il solito trenino che in quaranta minuti porta a Hinwil. Lì avrei trovato l’autobus che mi avrebbe lasciato a Wernetshausen, un paesino a mille metri di altezza; da lì avrei camminato per il sentiero pedonale che costeggia la carreggiata. “Grüezi mitenand” è il saluto che tra viandanti ci si scambia su questo tratto di strada, come si usa su ogni sentiero di montagna. Dieci minuti, forse quindici, e si arriva al piccolo cartello giallo che indica apparentemente nulla: prati, mucche, capre, corvi e boschi e una vallata che in fondo si solleva a nascondere il lago – solo un lembo se ne intravede – le luci e i tetti di Zurigo, e in fondo ancora montagne, Eiger, Mönch e Jungfrau, cielo e gracchi alpini a guardia di tutti i tramonti e le albe che colorano i ghiacciai delle Alpi Bernesi. Looren non si scorge dalla strada. La casa è nascosta in fondo a una C che scende fra due prati di mucche e bocche di leone. C come casa, penso. Il tetto verde, visto dall’alto, si mimetizza con gli alberi, la facciata grigia spunta solo in fondo alla stradina. Non vuole impressionare: questo è un posto per gente che ama stare in incognito.

 

 

 

Placide pecore nella vallata di Looren

 

 

Le vetrate sulla vallata sono dall’altra parte dell’edificio a L. L come Looren. Lungo la linea verticale ci sono le camere dei traduttori, dieci in tutto, otto singole e due doppie. Su quella orizzontale, la sala con il grande tavolo da pranzo, il camino, la biblioteca con i libri tradotti dagli ospiti e donati agli ospiti, e poi le poltrone e le pareti a vetro e un giardino che in primavera si colora di fiori selvatici, in fondo una veranda di cannicciato con il barbecue, dove nelle notti d’estate Inge lavora al portatile facendosi luce con una lampada a petrolio. La maggior parte dei traduttori che ho incontrato a Looren sono nottambuli. Pochi sono quelli che all’alba si avventurano su per i sentieri che portano in cima al Bachtel: un paio d’ore di cammino per raggiungere la torre di ferro con la scala a chiocciola e una vista a 360 gradi. Da lassù, ecco di nuovo le vette ghiacciate che digradano a sinistra nella Foresta Nera tedesca; poi la pianura che si allunga verso la Francia e di nuovo si solleva dolcemente a destra – di là è l’Italia – per farsi di nuovo montagna.

Nell’angolo della L è il cuore della casa: la cucina. La cucina è, insieme al generoso fico con la panchina frequentata soprattutto dai fumatori, il vero punto d’incontro. Di solito le presentazioni avvengono qui. E sembrano quasi tutte uscite dalla penna di Ray Bradbury. Si dice il proprio nome, si chiede dov’è il coltello del pane o si accende il bollitore per la solita tazza di tè, e la domanda è sempre la stessa: cosa stai traducendo? Capita poi che molti traduttori non s’incontrino più e col tempo vengano ricordati con il nome dei loro autori. Ed ecco spuntare un Huizinga russo, uno Jelinek egiziano, una Canetti lituana. Se sei italiano, spesso fra il tuo nome e quello dell’autore che stai traducendo s’inserisce una conversazione più lunga. Su perché nel risotto con i funghi la cipolla davvero non ci sta, per esempio. È difficile convincere che in Italia in quel modo non lo fa proprio nessuno, a parte D’Alema, per cui si passa immancabilmente alla dimostrazione pratica e la porzione di risotto si moltiplica. Poi a tavola si torna a parlare dei libri che si sono tradotti, scoprendo magari di avere qualche titolo in comune, si discute delle opere che si vorrebbero tradurre o non si tradurrebbero mai, di quelle che si consigliano o si scongiurano. E fra i traduttori tante volte si scoprono poeti e scrittori, alcuni eccezionali, piccoli editori coraggiosi e ballerini di flamenco. Da Looren si torna sempre a casa con un libro, un nome, un disco che prima non si sapeva.

Una volta la settimana cucina Pedro. Pedro è lo “Hausbetreuer” della casa e custode anche di un giardino pieno di piante aromatiche. Le varietà di menta sono almeno sei, tre quelle di salvia, e in ogni modo tutto finisce in una tisana speciale che io mi porto sempre a casa per mio figlio, che l’adora. La consuetudine si sta estendendo a tutti quelli che l’hanno assaggiata almeno una volta: guai a tornare senza! È stato Pedro a insegnarmi a cucinare il Roesti, specialità svizzera a base di patate, cipolle e burro. E quali sono i negozi migliori dove comprare il pane, il miele, le marmellate, il formaggio. Per le uova si scende alla fattoria di Kurt. Le uova sono riposte nel frigorifero incassato nella parete di legno del pollaio, i soldi si lasciano in una scatolina sistemata nello scomparto del burro. Ogni volta, trovare le uova mi sembra un miracolo. Per non parlare del frigorifero. Il ritorno, poi, è in salita. Se non si ha voglia di camminare, si prende una delle bici elettriche che Looren mette a disposizione dei suoi ospiti. C’è chi con quelle bici è arrivato in cima al Bachtel.

 

 

 

Il soggiorno della Casa per traduttori di Looren

 

 

Era la sesta volta che andavo a Looren. La prima è stata nel giugno del 2006. Sono arrivata con un pulmino insieme ad altri undici colleghi. Uno era Andreas Loehrer, traduttore tedesco di Maggiani, Atzeni, Niffoi, Balestrini e altri: è stato lui a propormi di affiancarlo nell’organizzazione di un laboratorio per traduttori letterari italiani e tedeschi. Aveva già fatto esperienza con altre combinazioni linguistiche (Andreas traduce anche dallo spagnolo e dal francese), mentre io no: allora non avevo la più pallida idea di cosa fosse un laboratorio di traduzione, né di cosa fosse una Casa per traduttori, ma mi sono lasciata contagiare dal suo entusiasmo. È stato Andreas a scovare Looren. La Casa, nata nel 2003, era stata inaugurata nel settembre del 2005, appena dieci mesi prima. Il nostro era il primo laboratorio che ospitava. Ne sarebbero seguiti molti altri. In molte altre combinazioni linguistiche.

Prima di essere una Casa dei traduttori, Looren era la sede di una casa editrice che si chiamava Albert Züst Verlag. A dirigerla, dagli uffici situati sotto la cucina, a fianco della ricchissima biblioteca in cui è possibile reperire non solo dizionari di ogni genere (monolingui, bilingui, etimologici, dei sinonimi e dei contrari, dei modi di dire, delle citazioni e chi più ne ha più ne metta), ma anche glossari del cinema, del teatro, della musica, e poi enciclopedie, bibbie e fiabe e via e via – a dirigerla, dicevo, è Gabriela Stoeckli, supportata da Marlis Bratt.

A Gabriela si deve il ricco calendario di eventi, laboratori e seminari (uno, recentissimo, su Robert Walser, con studiosi e traduttori fra i più eminenti).

In sintesi, e con qualche concessione al “colore”, questa è Looren. E questa la sua offerta: soggiorni per traduttori editoriali che traducono da e verso qualsiasi lingua, purché abbiano un contratto con un editore. Il costo del soggiorno (vitto escluso) è di 15 euro a settimana: sostanziose borse di studio (4.000 euro) finanziate da Pro Helvetia, fondazione che si occupa di promuovere iniziative a sostegno della cultura, punta di diamante è il programma “Moving Words”, finalizzato a dare maggiore visibilità alla traduzione in quanto opera creativa e di mediazione fra le culture; borse di studio di 350 franchi a settimana, per un massimo di quattro settimane, finanziate da Looren.
E poi i laboratori: un’occasione unica e preziosa di incontro e scambio fra traduttori.
Il laboratorio italo-tedesco organizzato da me e dal collega Andreas Loehrer si terrà dal 15 al 21 marzo 2010. Il bando è disponibile sul sito di Looren (www.looren.net) e su quello del Goethe Institut (www.goethe.de/ins/it/rom/ver/it5334391v.htm).

 

 

 

 

*  Marina Pugliano è traduttrice dal tedesco. Vive a Firenze dove nel 2000 ha fondato una cooperativa di traduttori editoriali, NTL. Dal 2006 organizza un laboratorio di traduzione dal tedesco all’italiano e viceversa insieme al collega Andreas Loehrer. Fra gli autori che ha tradotto: Anna Seghers, Christa Wolf, Yadé Kara, Jakob Hein, Catalin Dorian Florescu, H.G. Adler.

 

 

 

 

 

 




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