TRADUCENDO MONDI
CONFLITTO IN CECENIA
Il traduttore è anche un lettore
che si commuove


      
“Ragazze della guerra” di Susanne Scholl è un romanzo-reportage germinato da un film su Anna Politkovskaja e incentrato sulle sofferenze delle donne cecene, prime vittime dello scontro bellico con Mosca e dei cui diritti si era fatta portavoce la giornalista russa assassinata. L’autrice della versione italiana del libro autoanalizza gli svariati problemi tecnici e semantici della traduzione, ma rivela pure l’empatia profonda con le tragedie raccontate e richiama la figura di Natalija Estemirova, un’altra attivista pacifista rapita e assassinata nel luglio scorso.
      



      

di Chiara Marmugi

 

 

L’ultimo libro che ho tradotto è Ragazze della guerra di Susanne Scholl, pubblicato da Voland. L’idea per questo romanzo-reportage nasce all’indomani della morte di Anna Politkovskaja, con cui Susanne Scholl, giornalista televisiva austriaca, era in ottimi rapporti. Dopo l’assassinio della collega russa, Susanne decide di girare un film sulla sua vita e viaggia per la Cecenia intervistando le donne di cui Anna si era fatta portavoce, in Russia e all’estero. Le immagini che gira sono scomode, tanto che viene arrestata. Ma Susanne è austriaca e, grazie all’intervento dell’ambasciata del suo paese, la rilasciano.

Parla con le madri di Groznyj che, come quelle di Plaza de Mayo o di Belgrado, si incontrano per cercare insieme i propri familiari scomparsi e tenere vivo il loro ricordo, incontra colleghe che hanno seguito da vicino i casi di giovani attentatrici islamiche, intervista una cantante cecena emigrata a Mosca ma con il cuore sulle montagne, i familiari di giovani finite in carcere solo per aver ascoltato musica in ceceno, anziane che hanno subito le deportazioni staliniane – i caucasici erano considerati dai sovietici collaborazionisti di Hitler perché avevano cercato di opporsi tanto ai nazisti quanto all’Armata Rossa – attiviste per i diritti umani. Una di queste è Natalija Estemirova, rapita e assassinata nel luglio scorso.

Il libro non è una trascrizione diretta delle interviste del film, ma un collage di voci. Susanne riporta le parole delle donne intervistate, quasi senza porre domande, e interviene solo quando c’è da dare qualche spiegazione o da inserire qualche aneddoto legato alle proprie esperienze nei paesi dell’ex-Unione Sovietica.

L’idea di fondo è che le donne cecene sono vittime prima di quella che loro stesse chiamano la ‘legge delle montagne’ – una legge non scritta che le vede sottomesse agli uomini, nonostante la dominazione sovietica abbia cercato di imporre l’uguaglianza trai sessi – e poi della guerra. Una guerra senza buoni né cattivi, dove tutti sparano a tutti e le uniche vere vittime sono i civili, le donne soprattutto.

Donne schiacciate dal conflitto anche quando sembrano prendervi parte in prima persona, come le giovani kamikaze dell’attentato al teatro di Mosca o del festival di Tuscino. Susanne narra la storia di una di queste ragazze, cresciuta con la famiglia del padre che la vede più che altro come un peso, data in sposa ragazzina a un uomo che non ama, madre giovanissima divenuta schiava della famiglia del marito non appena questo muore, una storia comune in quelle terre. Basta che una di queste ragazze mostri il minimo tentennamento, il minimo cenno di ribellione, ed ecco arrivare le cosiddette ‘vedove nere’ o ‘spose di Allah’ che promettono loro una nuova vita se se ne andranno in giro con uno zaino pieno di dinamite. Regalano loro un certo tipo di libri, le istruiscono a dovere, assicurano loro che sopravviveranno all’attentato e potranno rifarsi una vita con i propri figli. Una volta saltate in aria o arrestate, le famiglie di origine le descrivono come delle poco di buono, ragazze cattive che si sono meritate di fare la fine che hanno fatto. E tutte loro sono finite in galera o sono morte per ideali in cui non credono minimamente.




Anna Politkovskaja, la giornalista russa assassinata nel 2006


La prima parte del mio lavoro è consistita in una vera e propria opera di documentazione. In quanto traduttrice dal tedesco e studiosa della letteratura della Germania dell’Est avevo una certa conoscenza della storia e della cultura sovietiche, ma dopo il crollo del muro di Berlino ho fatto molta fatica a seguire le vicende delle nuove repubbliche e dei conflitti nel Caucaso. Ho scoperto che la guerra tra la Russia e la Cecenia, basata principalmente sul controllo del petrolio locale, si è ufficialmente conclusa nel 2006, ma i nostri mezzi di comunicazione non ci raccontano che in tutta la Cecenia si continua a sparare e che il conflitto si sta trasformando sempre più in uno scontro religioso, sebbene quella zona del Caucaso non sia mai brillata per un sentimento islamico molto forte.

La ricerca è poi proseguita con la stesura di un elenco di espressioni comuni per indicare le due fazioni in lotta e di una lista di sinonimi di verbi come sparare e morire, visto che il tedesco permette più ripetizioni e anafore di quante non ne autorizzi l’italiano. Mi sono documentata sulle armi in dotazione a entrambi gli eserciti, sulle zone in cui si annidano i focolai di resistenza e su quelle che oramai sono definitivamente sotto il controllo russo. Ho studiato un po’ la geografia del paese, qualche cartina di Groznyj, e mi sono scritta accuratamente tutte le forme più frequenti dei toponimi e dei nomi propri che comparivano nel testo, rifacendomi alla traslitterazione dell’alfabeto cirillico più comune, quella definita commerciale e basata sull’alfabeto inglese. Ma stavo lavorando per la casa editrice Voland, in cui gli slavisti abbondano e, dopo un breve consulto con me, in redazione hanno scelto di adottare la traslitterazione scientifica, vale a dire quella derivata dall’alfabeto di lingue come il ceco o il croato, che è, sì, meno conosciuta dai lettori italiani, ma più precisa e univoca.

Un altro tipo di ricerca che ho dovuto affrontare e che esula in un certo senso dal mio compito canonico di traduttrice dal tedesco è quella relativa ad alcuni termini legati alla cultura musulmana. Ad esempio mi sono chiesta come rendere il tedesco Tuch, che nei vocabolari viene tradotto con velo. In realtà avevo paura che un lettore italiano identificasse questo termine con quello di chador, ovvero un ampio foulard che copre l’intero viso della donna, lasciando scoperti solo gli occhi, e a volte anche tutto il corpo, mentre le donne cecene si limitano a coprirsi la testa e i capelli, lasciando scoperto il viso. Il traducente corretto in questo caso sarebbe stato hijab ma, trattandosi di un termine arabo, non mi sembrava corretto utilizzarlo in un contesto culturale del tutto diverso come quello ceceno. Dopo aver sottoposto la questione sia a Susanne che alla mia revisora, Valentina Salvati, ho optato per un più neutro fazzoletto.

 

Prima di iniziare a tradurre credevo che la difficoltà maggiore che avrei dovuto affrontare sarebbe stato il rapporto con la scrittrice, che ha vissuto a lungo a Roma, conosce molto bene la nostra lingua e ha tradotto alcuni romanzi dall’italiano al tedesco. Avevo paura che non si sarebbe ritrovata nelle mie parole, non avrebbe riconosciuto nel mio testo la sua voce, il suo ritmo, la sua visione del mondo. Invece la sintonia è stata reciproca, e direi quasi immediata. Man mano che il lavoro procedeva è stato sempre più semplice modularsi sulla voce di Susanne e adattarsi al doppio registro della narrazione. Gli eventi che fanno da cornice – ovvero la storia della Cecenia, la descrizione del viaggio, delle persone, dei luoghi – sono narrati in uno stile giornalistico, piano e lineare, mentre le parti in prima persona delle donne intervistate sono redatte con un linguaggio molto vicino al parlato, ma mai sciatto, che suggerisce che la Scholl abbia registrato e trascritto i dialoghi con le sue interlocutrici e poi non li abbia cambiati troppo, cercando di riportare (traducendo a sua volta dal russo e in certi casi indirettamente dal ceceno) il tono della conversazione orale. Nel rendere questi passaggi in italiano ho cercato anch’io di mantenermi vicina al parlato, senza scadere in un linguaggio gergale né scendere troppo di tono, ma evitando i passati remoti, le costruzioni che prevedano l’uso del congiuntivo (pur senza abolirlo tout court, è ovvio), semplificando i periodi ipotetici, lasciando qualche anacoluto, qualche anastrofe, qualche ripetizione, usando avverbi in -mente, iniziando spesso le frasi con ma ed e, facendo uso di segnali discorsivi come ecco, insomma e impiegando a volte un lessico poco adatto a un testo scritto.

I brani contenenti frasi riportate da terza persone (non i discorsi diretti dei personaggi intervistati, ma le parole riferite ad esempio da Eva, la guida cecena di Susanne che racconta i suoi incontri con le giovani attentatrici) in tedesco saltano subito all’occhio perché presentano tutti i verbi al congiuntivo. Questo espediente in italiano non può essere ripreso, perciò ho dovuto far uso di molti verba dicendi, attingendo il più possibile al dizionario dei sinonimi.

Nelle parti più narrative, invece, ho usato come richiesto dall’autrice uno stile giornalistico, vale a dire frasi brevi, precise e chiare. Per questo in fase di revisione ho snellito parecchio la mia prima stesura, molto più vicina all’originale ma anche più prolissa e contorta (il tedesco è sempre più ‘inscatolato’ dell’italiano, vuole più relative, più secondarie). In generale ho badato molto alla fluidità del testo, perché il tedesco della Scholl è molto scorrevole e mai ridondante né barocco. Sebbene da nessuna parte la scrittrice abbia dato dei giudizi, il rischio era quello di scadere nel lirico, o nel patetico, mentre la forza del libro sta proprio nel fatto che chi scrive è partecipe delle storie narrate, ma non cede alla compassione, né al pietismo.






Più di una volta, non mi vergogno ad ammetterlo, mentre lavoravo mi sono scese le lacrime. Nel trasportare le loro parole da una lingua all’altra mi sono immedesimata nel dolore di queste donne e ho sofferto con loro. Ho chiesto a Susanne se anche per lei in questo caso la scrittura è stato un atto sofferente, e lei mi ha detto di no, che sentiva il bisogno, o meglio l’urgenza di mettere su carta quel che aveva appena visto, di buttare fuori tutta quella sofferenza, e che la scrittura per lei è stato un vero e proprio atto liberatorio.

La parte indubbiamente più difficile da tradurre è stato il capitolo dedicato a Nataljia Estemirova, che era viva quando Susanne l’ha descritta, ma non più quando ho trasposto la sua storia in italiano. Non è stato semplice rendere tutti i presenti che nell’originale descrivevano la sua vita in passati remoti italiani. Susanne ha vissuto il lutto per la morte dell’attivista perché l’aveva incontrata personalmente, mentre il mio dolore è stato quello di conoscerla e farla parlare dopo la sua morte, portando in questo modo avanti, tramite le parole di Susanne, il lavoro Nataljia stessa e di Anna Politkovskaja, le quali narravano le storie delle donne cecene e dei loro cari scomparsi perché non venissero dimenticate.

Un libro sulle donne, dunque, scritto da una donna, Susanne, dedicato a due donne, Anna e Nataljia, tradotto da una donna, Chiara, edito e rivisto da donne, rispettivamente Daniela e Valentina. Un gruppo tutto al femminile che ha lavorato in armonia, nel tentativo di mettere insieme un libro interessante e istruttivo sia per le lettrici che per i lettori.

 

*  Chiara Marmugi ha studiato a Pisa e a Friburgo, dove ha anche lavorato come ricercatrice. Le sue lingue di lavoro sono il tedesco, lo spagnolo e l’inglese e traduce a tempo pieno dal 2005. Collabora con case editrici quali Voland, Alet, Fazi, Alia e Taschen e tra le altre cose ha al suo attivo la traduzione di Doppio sogno di Arthur Schnitzler e di due antologie di racconti per ragazzi (Danze dall’inferno e Amori infernali). Ha co-tradotto uno dei volumi della saga di Twilight, Eclipse, e a riguardo ha scritto un contributo per l’antologia Il mestiere di riflettere. Storie di traduzioni e traduttori, a cura di Chiara Manfrinato.




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