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di Marzio Pieri
Duri
poco il belgioco: ma questa piazza ancóra non vo’ cambiarla. In fondo è
il gioco della inesistenza. Questa tenebra è un dono, propizio al dire, e poi
con l’inverno vi si muove un fittume, un fottìo, uno spessore d’ombre
vagolanti. Qualcuno, all’alba, dicono, verrà trovato morto, irrigidito sugli
scalini del colonnato, su le pietre de la fontana, bussando invano ai bandoni
di un bar. Lo dicono sempre e dev’essere vero, ma per ora è possibile non
pensarci, l’alba è ancóra lontana. Il battere di denti è come un concerto di
tastiere barocche, una caduta di diacciòli. Meglio che questa notte non
dilegui, se comporta il passaggio dalla musica dell’inesprimere a quella della
‘calda’ umanità; la Bestia. Suoi
amori il circo, il cine, il melodramma, il telecuore con applauso e lacrime
usa-e-getta. Ahi che amo il circo il melodramma il cine; ma qui mi fermo. A
volte, poi, da certi angoli del buio, sembra si levi, e che si accenda, un sole
di diàccio, sfolgorantissimo. Disturba ed ammalia. Nei momenti di malinconia,
la più murata, o di angoscia, ch’è come lo squillo d’una tromba fuori tono,
quasi ci conto. L’artificiere Dedalus dà fuoco ai brulotti della Premiata Ditta
Alvino, crudele barbaglio che dopo mi ricaccerà nelle mie tenebre; ma il sangue
torna a pulsare nei condotti del corpo infiacchito, la sfiducia si sente
attizzare da una fanfara di carica, il vecchio libro intarlato e refrattario
ritrema in ogni carta come al passaggio d’un angelo boreale. Non mi lascio mai
sfuggire, lo ammetto, il Diario d’Autore
qui di Gualberto Alvino. Intanto è un bel barroccio che non promette tutto ma è
carico di spezie e di chincaglierìe: si va dal miele lirico (trovo limitativo
definirlo soltanto esercizio di stile, però se esercizio di stile, vi trascina
di colpo sui pinnacoli) a certe caramelle reobarbariche (il Gualberto è di quelli
che si sanno ancóra incazzare per quanto i più non vedono o pigramente,
ciecamente assolvono). Semmai uno può chiedersi se valga la pena farsi il
sangue cattivo per Aldonove, (e
Alvino com’è giusto mi fa notare: “In realtà mi sono divertito un mondo a
scrivere quella parodia. Credo che oggi, dato il paesaggio, la parodia sia
l’unica forma di critica possibile”; e a chi lo dice; e il sangue si lava) ma chi è senza peccato? Mi
feci anch’io venire la bava alla bocca (la parodia non bastando, né i conti in
tasca allo sperpero, né l’invettiva-chiamata alle armi di un esercito nato per
squagliarsela) per le vetrine dei librai di Parma traboccanti, or è qualche
anno, degli aborti di un untorello protetto da un direttore di banca
illetterato quanto strapotente, illetterato in
quanto strapotente (ne usciva un libro alla settimana, fra zavattini e
guareschi e cavazzoni e il tristo comico di salsomaggiore), non solo perché lo
vedevo come uno strabocco di fogna in un quadro letterario fattosi via via più
povero dall’addio alle armi di Attilio Bertolucci e tuttavia olezzante per un
altro pochino di violette di parma, di casette barilla, di riflessi in un
occhio d’oro. Poi fu solo la merda e così sia. Tutto si tiene: in quello spurgo
hanno affossato anche Verdi (benché tiri vituccia un vantaiuolo Festival
Merdiano ridottosi a dare come meraviglie di un festival unico al mondo, dicono, opere già montate e viste un anno prima a
Bologna, a Modena, a Reggio, dove pure su come si ammazza un teatro potrebbero
leggere in cattedra; e si sa pure di chi è la colpa; a Modena sennò in
contemporanea, e co-produzione, come quest’anno i Due Foscari truce epopea byroniana di una città in tentacoli) e
visto che qui, per forza, il riso prevale senza pietà, insieme è andato in tilt
il nome di Parma làtteo-casearia per le prodezze di San Calisto, il nome di
Parma bancaria perché dentro c’erano tutti infino agli occhi, il nome di Parma
universitaria perché le lauree odoris causa incautamente concesse a una miriade
di trionfanti bestioni miliardarî non hanno dato il frutto marcio che i
reggitori se ne auguravano, il nome della curia parmigiana nonostante Woytila,
addirittura!, fosse venuto a Parma, in anni suoi ancóra vigorosi, e avesse
fatto capire che tutto sapeva e che non si doveva fare così. Ma la mattina dopo
sulla Gazzetta di Parma la ‘storica visita’ fu tradotta in ‘indebita ingerenza’
(cosa voleva capire di Parma un pollacco) e l’andazzo andazzò. Poveri papi: o
preti parmigiani non rubate. o preti verdeirlanda non fornicate. preti statunitensi
non buggerate. preti della Beozia dispedofilizzatevi. In hos signo vinces. Peggio di tutti questo Benedetto: preti di
tutto il mondo, dovete leggere.
Scrive di belle encicliche, quanto a Lui, e dei magnanimi libri; forse per
questo il più odiato dei papi dalla sua stessa gente, a mio ricordo, tranne
l’altro papa intellettuale, Montini, cui fischiavano dietro: ‘er papa frocio’. Alvino
è noto ai più come conoscitore e filologo supremo dell’arte di Pizzuto (si
dividon la palma col laborioso Antonio Pane e, sul piano della scrittura
critica, con l’ultimo fantasioso, sanguigno, veggente, dei nostri oggidiani in
cattedra, Walter Pedullà) ma dovrà crescere, ormai, il grido che circonda le
sue gesta di scrittore in proprio. Là
comincia il Messico, uscito da un anno col grido lancinante di un galletto
incaico, potrebbe anche essere uno dei pochi libri che segnano un passaggio di
consegne. (Mr Livingstone I suppose).
Detto in parole povere (nel mio buio posso ricorrerci senza che si veda il
rossore): sembra il libro di uno scrittore francese, non però tradotto nel
solito italiano bastardo dei nostri editori. Sembra, anzi è, il libro di una
sola sua lingua. Naturalmente (e poi con questo freddo, con questo nero) si
affacciano inquietudini. Io non sono mai stato convinto che Aragon, per me il
massimo prosatore del 900 storico (fermo restando che Joyce ne è il supremo
musicista, e John Cage il suo Giovanni de’ Marignolli) rinnegasse la propria
avventura innovativa, assoluta, quando, anticipando le tesi di Zdanov, e
proiettandosele come un diverso cómpito, abbandona il paesano di Parigi per
montare in serpa coi viaggiatori dell’imperiale. Del resto, bisogna averli
vissuti, certi anni; lo zdanovismo unisce Stalin, Hitler, e la stessa America
in guerra. Ci sono impressionanti rassomiglianze e, perfino, omertà. Un amico
libraio mi cedette a due lire (euro-lire; dividi una vecchia lira per due e
avrai l’euro netto) una guida all’arte moderna, bel volume cartonato e
illustrato, di oltre 600 pagine, che non trovava acquirenti e stava lì a far le
cimici; uscito in forma solenne, negli States, pochi mesi prima della fatale
(pilotata) Pearl Harbour, poi ristampao più volte fra guerra e dopoguerra (The Story of Modern Art by Sheldon
Cheney, The Viking Press, New York 1941). L’autore, in esordio, dichiara di
voler fare qualcosa per modificare l’ottusità statunitense avversa alla pittura
dall’Impressionismo in avanti; piuttosto abbaiamenti che argomenti, largamente
diffusi fra il pubblico, e sostenuti dall’alto (cita casi intervenutogli con un
direttore di museo della Pennsylvania – “For my part I still think modern art
is all a racket” ―, con una ricca patrona delle arti di Chicago,
sostenitrice di una società “Sanity in Art”) contro quella che a Berlino
avrebbero dannata come Entartete Kunst.
Esistette un western sovietico, dove la figura paterna di Stalin si intravede,
rassicurante, come quella di Lincoln nei placidi don della Frontiera
(rifletteste mai all’aria di famiglia che circola dal Placido Don al Mulino del Po
a Gone with the Wind al Dottor Zivago? tutti pronti per dei
munifici, per dei magnifici film); e talora campeggia come in un Alba di gloria (Young Mr Lincoln, di John Ford: 1939, il medesimo anno di Ombre rosse [e di Gone with the Wind, ‘the film’]). Solo ormai gli storici della
critica cinematografica più intabaccati serbano forse il ricordo della polemica
che coinvolse su “Cinema nuovo" un sacco di bravissime persone, di
agguerritissimi intellettuali ― avercene oggi, non solo la ‘sinistra’
―, Jusik Achrafian in arte Glauco Viazzi, Renzo Renzi, quello dell’Armata sagapò, Spinazzola, Paolo
Gobetti, incazzatissimi l’un contro l’altro, dopo il tombolone post mortem, o forse in morte, di Stalin, quando si trattò di
ricredersi o fare quadrato su film come Il
giuramento o La caduta di Berlino.
Lo so, difenderli oggi sarebbe come chiamar Lazzaro fuori dal sepolcro; e il
Piccolo Padre che scende dall’aereo per il suo bagno di folla a noi ricorda
troppo il Peppone di Gino Cervi, riuscitissima caricatura, o gli eroi statuarî
di Amedeo Nazzari, i baffi alla messicana del tenore Del Monaco quando,
sentendo le prime incrinature in quella voce sovrumana che gli era riuscito di
inventarsi, provò a mascherarle con una icona macho più maschio non si può. Sul
fronte opposto Ezra era matto, e da sempre, e si sa; ma non ci volle molto,
dopo la vittoria, a far vedere che aveva visto giusto, certo sbagliando alleato,
illudendosi sull’alleato. Ma dove li
trova alleati uno che vede giusto? Chaplin non era matto e la parabola dal Dittatore al Re a New York (“ma non è sportivo!”) è di elementare evidenza.
Anche se il suo messaggio, degno di un Orson Welles, è consegnato fin dal 1947
(ma la prima idea è scaturita dagli eventi del ’41, a ridosso dell’entrata in
guerra degli USA contro il Giappone) al suo film più limpido e nero, Monsieur Verdoux. È l’antica questione:
la differenza fra il pirata e Cesare resta solo quantitativa. (A questo punto
la piazza tremò, il negro cielo abbarbagliò, e nel chiarore latteo uno disse:
“c’è stato un forte sisma a Hiroshima”).
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Gianni Dorigo, Il pianeta delle tempeste, 2009
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Ф
Nell’ultimo
dei diarii d’autore di Alvino avevo fiutato materia per una passata di
fioretto con lui; ma sono intorpidito e non me ne stimavo degno. Si fa sempre
figura di uno che fischia per farsi scorgere. I giornali, magari, il giorno
dopo, parlano di quel fischio e non dicono che le solite scialbe cose sugli
artisti. Il fischio vende. Caso volle che, mentre mi orientavo al no, Alvino mi
ritrovò nel mio sacco di cenci su questa piassa e mi parve il segno che mi
mancava. Registro, a chiarire, qui sotto le battute portanti del dialogo
scaturitone; Arcades ambo, non credo
(io non sono scrittore). Ma quest’atto chirurgico all’aperto, come dopo una
battaglia, al fioco lume di pochi lampioni dalle palle (di vetro) mai lustrate,
non mi è sembrato tutto da seppellire in oblìo. A monte, quella che, da
parecchi anni, pare una diversa valutazione, da parte di Alvino e mia, (e=/),
dello scrittore Antonio Pizzuto. Vi avverto, sarebbe deluso chi cercasse qui,
in me, una prova di antipizzutismo. Ma come dice l’Adelchi? “Oltre quei monti son altri monti e altri ancora...”
Insomma, con Pizzuto io partii, non per tutta mia colpa, col piede
sbagliatissimo. Qui entra in campo un’altra Dedalo, la combattiva casa editrice
di Bari che (ma potrei sbagliarmi) fu anche quella che varò “il Manifesto”
mensile. “Altro schermo non trovo che mi scampi dal Manifesto”, declamai ai
miei studenti d’Estetica; e ne ebbi un raro trionfo. Il riso è meglio dello
tsunami. Dedalo varò Prisma, altra rivista affacciatasi al mare aperto con
gonfie vele; e sul doppio numero d’esordio (gennaio ’68) Renzo Federici poneva
ventuno domande al maggior critico dell’epoca, Gianfranco Contini. Qui Contini
salì sul treno Pizzuto e si mise ai congegni di manovra. Avevate pensato che il
trenino Pizzuto fosse una delle sette meraviglie del mondo piccolo, un hobby
preziosissimo da Gardaland riservato ai soli sanguibluissimo, una saliera del
Cellini fatta a imitazione del California Express, o della Freccia di Bitonto?
No. Qui era in ballo una svolta epocale da lasciare basito lo stesso, humano
troppo human’, a confronto!, Gadda ing. Carlemilio, lasciato in mano dei
postillatori ‘per adozione’. Un decennio prima era stata rivalutata la parola: Retorica; ora si rivalutava la parola: Grammatica. Io, sostanzialmente un autodidatta,
che sulla sola introduzione del Contini al Gadda avevo vegliato le notti serene
ma anche quelle uggiose o lampeggevoli, facendomici quasi uno stile (n’ebbe
sospetto Siciliano, recensendo pur con favore un mio libro sfacciato sui
poeti), e ritrovandoci una sostanza dantesca e perfino barocca (quanto attesi,
ma attesi invano, che le antologie liceali con le quali il Gianfranco arrivò a
ricomprarsi, per morirvi trobadoricamente, la casa natìa ossolitana, da Ossola
a Domodossola! taccuino di un italianista..., che quelle antologie includessero
la stagione manieristica, la stagione barocca ― cecidere manus), mi sentii sbattere sul setto nasale, honny soit qui mal n’y pansepà, e sulle
capsule dei denti, quei poveri denti che un giorno (il più lontano possibile,
salvosia) avranno tanto ma tanto da striderci, un ritorno di fiaccola
petrarchesco-marmellatino. Chiusi il caso. Ebbi fretta? ci avevo ventotto anni
e un oscuro tunnel di vita davanti. Arrivai, per qualche anno, alla afasìa.
Dirò altra volta come me ne trasse la venuta alla luce dei quaderni di scuola
di Giacomo Debenedetti. Contini, autorevolissimo, fu chiamato a introdurli e
disse che quello era stato forse il migliore di tutti; ma come mai non lo
avesse detto prima, giacomino vivente, è nel mistero dei Re. Vi fu a Parma,
dove m’ero rimbusecchiato a leccare precoci ferite, un fondo di libri smerciabili
(proprio sotto la casa che appartenne a suo tempo al Petrarca) cui vegliava una
femmina bellissima. Ammucchiati e, di solito, scontatissimi. Mia moglie un
giorno tornò dalla spesa con una sacca enorme: aveva comprato al prezzo di un
chilo di patate tutti i pizzuto che andavano al màcero. Averceli tutti e
leggerli fu tutt’una e fui pizzutiano a mio modo. Magari perché intanto mi ero
fatto anch’io, immeritamente, improgrammatamente (ma quella introduzione al
Gadda alimentava il mio debile foco), nomèa di scrittore difficile,
incomprensibile, e (“olim dixit Mengaldus”) ’nu poco snob. Ci ero arrivato più
dalla musica, o dalla storia dell’arte, ma il mio registro contemplava un nido
per Webern e uno per Wagner, una gabbia per Verdi e una per Malipiero, una sala
Sassetta e una saletta Cagnazzo (Cagnaccio da San Pietro, nato Scarpa). Mi
attiravano certi incroci oscuri, che vengon fuori quando si prepara un quartetto
o si passa un dipinto ai raggi X, a dirla semplice mi respingono solo le
scorciatoie. Per stare a Pizzuto: mi sottraggo alla elementare diatriba se sia
meglio il primo, che serba ancora odori di agli e d’origani, o l’ultimo, che
gli ossi non dànno odore. è sempre lo stesso e, miei cari lettori, leggibile.
Bisogna che ognuno vi ritrovi un suo punto di vista e sarà giusto. Io lo leggo
come fosse non proprio un fumetto ma una catena di fotogrammi da fare scorrere
alla moviola, servendosi rigorosamente del fermo-immagine. Mi piacerebbe di(•)mostrarlo e lo farò
se un grafico, un cartoanimataro mi si presti. E ci apporrei la firma: ‘Pizzuto tal chè. edizione critica a cura di
emmepì’.
Ψ
Caro Gualberto...
―
Caro Gualberto, la lettura è sempre buona e mi arriva mentre pensavo di
scrivere 'piuttosto che' sullo spazio di G.A. in dedalus. Io condivido
parecchie delle tue scelte e delle tue irritazioni; e non posso dire
(condivido), (perché ti metterei in imbarazzo), (con te), (la bellezza della
tua scrittura), che raccorda come di rado la perfezione strumentale e la
magnanimità del gonfalone. Siamo sui versanti opposti di un monte che amiamo o
subiamo, tu ne scali le vette io sarei contento di non scendere anche più in
basso troppo alla svelta. Ci divide, temo, l'importanza da dare alla
grammatica, che per te è una specie di alta corte di giustizia. (Sg. è un
cretino non perché non legge i dizionarii e le garamuffole). Per me la
scrittura è un pentolone. Non mi sento di seguirti quando scrivi che il povero
N. [un autorevole grammatico della novissima Crusca] era un genio (non mi
sentirei di spendere questa parola per molti altri ma chi va al mulino
s'infarina) e nemmeno, in fondo, ma tu l'hai sempre saputo, su Pizzuto. Del
quale mi è cara più la stravaganza che la coazione al sigillo. Sulla fatale
torre (un.... plastismo? [come a dire un poncif]
ne viviamo, ho troppo poco tempo per pensarci sù più di tanto, il vero punto è
l'ironia che si riesca ad assumere circa i nostri usi ricercati o sciatti,
contraffatti o immediati) se avessi accanto Saba e Mallarmé, butterei di sotto
il Magnifico Francese (ma dopo avergli sottratto il Tombeau d'Anatole).
Ma io lo dico non giudicando, non l'ho saputo mai fare, lo dico confessandomi,
cosa sgradevole ma anche l'unica che mi sento in diritto di poter giustificare.
Fra l'uomo e la sua lingua c'è uno spazio nebuloso (non scritto) che solo mi
interessa. In principio era il Verbum?
Non ci ho mai creduto. Forse la fame, come pensava Raya, o il sangue. Quante
sgrammaticature, quanti stereotipi nello pseudo-Shakespeare. Vero che non sono
mai stato un letterato e nelle mie passioni così incompetente che preferisco
Turner a Ingres, Richter a Benedetti Michelangeli. E (hai perfettamente
ragione) aridàteci Bo e Baldacci; soprattutto Bo, ché in Baldacci (ma forse lo
avverte solo un fiorentino) la misura fiorentina giocava anche troppo, come in
Pampaloni. E Bo (fu un genio a tempo, ma nel tempo giusto altroché) è
decisamente fuori della mia povera portata. Come te, del resto...
G. A. ― Condivido:
non erat in principio, il verbum, ma stat da qualche parte, e bisognerà pure
parlarne.
«Corte di giustizia? Perché dici così?
Io detesto i radiatoristi che ignorano i radiatori, gl’infermieri che non sanno
fare le iniezioni, gli ingegneri che fanno crollare i ponti; i professori che
insegnano ciò che non conoscono...
(Toccato! ci vede anche al
buio... inutile dire: ‘ma non pensavo a te’, gran putifarre!)
«Quanto al pentolone, sfondi una porta
aperta (plastismo): non mi sono forse sempre occupato d’autori che massacrano e
reinventano di sana pianta la grammatica? Ma attenzione: un manuale di pronto
soccorso dev’essere chiaro, trasparente, referenzialissimo, altrimenti si
rischia d’ammazzare qualcuno. Voglio dire che c’è scrittura e scrittura, registro
e registro, sede e sede. Un romanziere può fare quello che gli pare, ma uno
scienziato o un critico letterario che sguazzano nel “pentolone” a che
diavolo servono, che mostri sono?
«
Infine. Da quella torre io butterei giù non il grande Stéphane, ma Saba, autore
arciultrasupervalutato (come Caproni, Penna, Bertolucci ecc.). Ma qui si
aprirebbe una questione infinita.
―
Ma la Grammatica
è al finito, dunque lasciamola chiusa. Tu sei uno scrittore e di piena
consapevolezza; se mi dicessi che Sg. è un genio io rifarei i conti per vedere
dove ho sbagliato. E posso anche tirarmi fuori quando dici 'scienziato' o
'critico'; del primo non ho traccia (né nostalgia), il secondo (o: quanto al
secondo) credo di esserlo; forse di esserlo stato. 'Alla mia maniera'. Non
trovo supervalutati quelli che dici; per me Bertolucci ha contato quanto per te
Contini. Naturalmente sei uno spadaccino troppo bravo perché ti si possa
battere in palestra o sul campo e io non solo non ci riuscirei ma nemmeno lo
vorrei; questa tua lettera mi mette voglia di applaudirla. Mi piace stuzzicare
uno che la pensa diverso sperando segretamente più di essere convinto
(arricchendomi) che di convincere (restando alla pari).
―
Ma della questione infinita ho socchiuso
solo la porta di servizio; bisognerebbe motivare, argomentare... Posso solo
dirti che trovo noiosssi (come diceva Ungaretti) quegli autori. Se la
poesia non è spessore di pensiero (in senso lato, latissimo: anche un nesso
sintattico può essere concettualmente profondissimo) è ben poca cosa. Insomma,
ne ho abbastanza delle capre di Saba e delle signorine Annine di Caproni.
― Bertolucci arrivò alla maturità verso i 50 anni,
gli ultimi libri sono tutt'altro che noiossi (io del resto non
sopporto il primo Ungaretti, meravigliato anche di una merda). Caproni id., e
anzi i suoi primi libri mi sconfortano; ma gli ultimi per Garzanti sono di
qualità e invenzione molto alte. Sull'avercene abbastanza, è un diritto morale,
civile e fisico. è anche una debolezza, però. e ne partecipo, con bilanci
diversi, con te.
(Ora la piazza è più buia e
trattiene il fiato; anche i barboni nostri compagni d’affetto stanno in
orecchi, a coglier gli echi dei due distanti telefonini. Forse anche a
vantaggio loro, lo scambio si fa pubblico).
G.
A. ― Dunque in pensione? Magnifico!
A me manca ancora parecchio, ma resisto... Per fare questo maledetto mestiere
ci vuole tempo a bisacce.
(E non ce n’è, lo so; è la
condanna dei professori, dei quali almeno per additarli a pubblico ludibrio per
fannullaggine, un ministro presenzialista dalla bocca a lampreda si è
finalmente accorto. Senza mai sentirne uno magari scelto a tombola, gli han
scaricato, ci han scaricato addosso il fallimento di politiche scolastiche
dissennate; avranno avuto i loro biagi: nome comune di consulente ministeriale ad propellendas tempestates).
(io)
― Non è un mistero per nessuno: terrorizzati dalla piazza, i politici
apersero non l'università ma il culo. diventava professore di russo chi beveva
(visto per caso al bar) una vodka. I concorsi furono un bel torneo solo perché
affollatissimi, e anche di gente iper-raccomandata, nata-cattedra, ma ognuno di
noi poi fece credere di essere l'unico che aveva vinto giocando pulito. ebbi
cattedra a 40 anni e non ho mai smesso di arrossirne all'dea che non la ebbero
né Debenedetti né Mila. i continiani non furono da meno...
(I continiani; perfino fra
compagni d’università ci guardavano come l’SS accoccolato sull’arma segreta garantita
quasi-pronta che gli avrebbe messo in mano, in zona cesarini, il mazzo, la
sostanza, il palpiruolo, il conquibus. La loro boria era te(le)ologica. Gott mit uns! L’inaugurata immagine era
un Sistema che ne sapesse Idealmente più del Poeta all’opera, alla fine un
intralcio, una Scusa. Tirava un soffio catàrico di Darmstadt conservatrice. Te
li aspettavi al balzo in piedi, il braccio teso da slogarsi la spalla, quando
passava, co’ sua baffetti chapliniani e quel ciuffetto mozzo nel mezzo della
fronte, il Maestro degli Esercizî, e delle Concordanze; rex regum).
G.
A. ― Tutta la bellezza
[omissis] di questa tua lettera è
concentrata nel nobilmente desueto apersero, versus il miserrimo culo. Avessi scritto aprirono, non sarebbe “accaduto” nulla. E nella
scrittura deve sempre accadere
qualcosa. Te lo dico perché in re ci capiamo meglio.
―
Ma vedi, noi ci intendiamo benissimo, tra gente di fede. Mi dicono barocco ma
son disposto a stare un mese sano a valutare la punteggiatura di una lettera.
(imparai a scrivere sul Manzoni, un dono di mia madre, a xi anni, e sul De
Amicis, sì, sul libro-Q, non solo
sul Salgàri sgrammaticatissimo, solecista pirata, ma appena cresciuto scoprii
Scott, Cooper, nelle versioni integrali e non purgate ad uso dell’infanzia
candida e scorciatrice, Kenneth Roberts, [tradotto da Vittorini!], perfino i
diarî di Churchill, e seppi che si poteva strappare alle lettere anche
dell'altro). Al ginnasio ero bravoccio
(dal bravoccio al baroccio) e (vuoi un segreto?) non ho mai smesso di leggere i
classici latini in lingua, come del resto stefania [la mia santippe philosopha]
si legge i suoi greci nel loro greco. questo mi salva la coscienza stilistica.
in fondo dantesca, perché apersero/aprirono e culo/nates non sono né miserrimi
né diviziosi. Sono. era una coscienza che negli anni 50/60 avevamo
tutti tranne i formiconi dell'ingaggio. solo che si imparava più dagli
estetologi che dai linguisti. che posso farci se galvano della volpe (o
anceschi) o [pareyson] <e perfino luigi stefanini> suonarono in me più
veri della nobile perfezione continiana? Te la debbo dire tutta: sei l'unica
persona perbene che io conosca che gli è stata fedele. gli altri (escludine il
pazzo mirabile [...]) erano al meglio delle [...]. l'incidente sul Montale alla
Cima fu spietato, come se un allievo di Longhi avesse attribuito due croste al
Morandi. @ no, no; caro gualberto no. E poi, vedi? io (Pizzuto) lo leggo spesso
(e) ¿ con mucho gusto ? dissi
che non mi pare difficile | e lo confermo |. Va un poco
centellinato. ma non è diverso da altri centellinabili, il cui mondo mi appare
più vasto. Troppi acuti? non lo
so. perfino la mia antica passione per Longhi scrittore si è di molto sedata,
eccezion fatta per gli Scritti Vociani. passo più tempo con Berenson, con Klee
*....
- (kli, per i benparlanti; come del
resto uòlter bengiamin; e
nulla sarebbe rotto: non fosse la maniera, il compatimento con cui ti
squadrano quando pronunci giusto)
(...) inparo dippiù.
(Θ !!!)
G.
A. ― Ed ecco Leopardi: «Che è questo ingombro
di lineette, di puntini, di spazietti, di punti ammirativi doppi e tripli, che
so io ? Sto a vedere che torna alla moda la scrittura geroglifica, e i
sentimenti e le idee non si vogliono più scrivere ma rappresentare, e non
sapendo significare le cose colle parole, le vorremmo dipingere e significare
con segni» (Zibaldone di pensieri, 975, 2).
(io) ― Ahi
Leopardi. Sto allestendo un Candelaio.
Ce ne son tanti!! ... ‘mi parla’ quell’ingombro di eccetera eccetera, da
preservare scrupolosamente. Sto con Bruno. (E col Tommaseo).
Se
vuol ballare, signor Contino,
la
sorta un momentino
fuor
dallo zibaldone.
La
veggo pallidino:
prenda
uno zabajone.
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Ben Vautier, Too many artists, acrilico, 2005
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Ж
O dolce mia piazza Vendôme, anche
più dolce perché non esisti se non di carta, in carta; davvero una lettura
delle carte. Quadri, picche... Risposte ben severe. S’insinua uno, dal buio di
altra piazza, mi manda dei versi, mi esorta a farmi critico ‘regolare’ di
poesia. Uno a cui voglio bene e rispondo di no. Lui mi dice di aver capito, che
temo la presunzione di pubblici interventi su una materia gelosa che deve
appartenere ad altri (gli ‘autori’, i trasduttori) o non essere quello che
crede di essere. I versetti che seguono sono da leggersi come in estinguendo.
― Non temo la presunzione ma lo scollamento.
Hai
presente il cane che non sa nuotare? arrivato al fiume,
lascia che la
spedizione vada di là da esso e resta ad abbaiare sul primo
ramo (primo dal
basso) dell'albero più vicino. Hai
presente - stamani sono a
nudo di formule -
i poeti stampati [da certe industrie della poesia]? tutti bravi, tutti
buoni,
competentemente prefati e promossi, tutti col cuore dalla parte
giusta (a me
interessa invece quando è dalla parte sbagliata, iuxta illud
Il
leone che mangia
un uomo non fa notizia),
tutti pregiudicati (voglio dire
pre-premiati in
uno dei seicentomila premi d'Italia), tutti o quasi con una
prefazione di
qualche [specialista in prefazioni], cattedratico
o giornalista illustre... ma, alla fine,
editi a
loro spese.
qualcuno [degli editori] è più bravo di altri
(fratelli d'Italia l'Italia è pretesca) – ma,
alla fine,
è una piccola
industria che poi, di fatto, non lancia nessun valore durabile.
Una volta uno mi
chiese di entrare in un suo comitato di garanti
offerta prelibata cui mi rifiutai dolcemente,
il poeta non si fa
per mestiere... e
nemmeno l'editore
di poeti tre o quattro al mese sono quasi cinquanta
all'anno avesse
ragione il duce (Italia di santi e di
eccetera) che poi (non
s’immagina il senso che mi fa quel rozzone finito
impalato) un suo stile balordo lo impose ma
questi qui?
L'unica
impresa (varo di
poeti in promessa) che ho in mente valida fu quella di Spatola, ma non lo faceva
per
soldi.
“Esasperata finzione per
raggiungere l'estremo limite della verità… Tutto ciò che non è rappresentabile
andrà in scena … non la meschina pantomima dell'esistenza attraverso la
rappresentazione della vita quotidiana ma il proscenio utopico
dell'impossibile… attraverso la musica, attraverso la poesia … Andrà in scena
il pensiero stesso." Queste
parole mi arrivano da un amico scomparso, repentinamente, a Modena ai primi del
mese. Si chiamava Marco Rebeschi e il suo teatro, IL TEATRO DEL DISINCANTO. Non molto tempo fa ero riuscito a
vederlo, via da questa piazza dell’Inganno, in un cortile dentro un antico
palazzo. Sono quelle ore inavvertite in cui la Morte sta lontana.
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