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di Pippo Di Marca
Dopo la morte di Carmelo Bene
pensai per molti mesi di scrivere un testo teatrale che provasse a dare un
senso al sentimento di perdita, di smarrimento e di vuoto che la sua scomparsa aveva lasciato in me e
in tutta quella generazione ‘storica’ di teatranti che si suole definire
‘d’avanguardia’. Quasi ci fosse stato un ‘prima’ (di lui e con lui) e un ‘dopo’
(di lui e senza di lui). Quel sentimento non è passato, ma quel testo non sono
riuscito a scriverlo: è rimasta solo l’intenzione. A suo tempo raccolsi anche un
po’ di materiali, di spunti, ma alla fine di quell’intenzione non rimase che il
titolo e il sottotitolo: rispettivamente, “Ora che Carmelo è morto!” e “Nella
solitudine del camposcenico” (peraltro evidente, parziale citazione da un
famoso testo di Koltès, con altrettanto evidente allusione ‘sospesa’ tra camposanto
e palcoscenico). Ora, dopo anni,
comincio ad accorgermi che quel testo, comunque fosse venuto fuori, sarebbe
stato riduttivo, inadeguato. Ma soprattutto, e ancora di più, comincio a capire
che era quasi impossibile scriverlo o immaginarlo per così dire a tavolino o addirittura montarlo direttamente sulla scena, elaborarlo
a mo’ di work in progress o simili: per
il semplice fatto che quel testo si sarebbe scritto da solo. E sarebbe stato il
‘racconto’ reale della vita-morte di quegli artisti del teatro ‘d’avanguardia’
(da lui in quanto tali soggettivamente vituperati, ma oggettivamente a lui più
vicini) che se ne sarebbero andati nel ‘dopo Carmelo’. L’avvicendarsi reale
delle dipartite avrebbe dato senso e, paradossalmente, ‘concretezza’, meno
equivocabile di qualsivoglia scrittura, a quel sentimento diffuso di vuoto, di ‘solitudine’ che aveva afferrato tanti di ‘quelli
che restano’. Ora, in questi ultimi giorni, so che uno dei capitoli, o atti, di
quel testo potrebbe intitolarsi, mettiamo, ‘in morte di Giancarlo Nanni’ (è morto
a Roma il 5 gennaio di questo 2010). E lo so, perché questo atto, o scena, fate
voi, è strettamente collegato – nel senso che ha legami imperscrutabili e
tuttavia a ben vedere chiaramente ‘leggibili’
– ad altri atti, o scene che in questi anni lo hanno preceduto… (e
naturalmente, speriamo il più lontano possibile, ad altri che lo seguiranno)….
… La notte dopo i funerali di Nanni
ho fatto un sogno. Ho sognato Leo de Berardinis (non è la prima volta, mi è
successo altre volte in passato, sia quand’era in vita, sia quand’era in sonno,
sia dopo morto: non è un’ossessione, sono sogni belli, tranquilli, chiari, come
credo di poter dire era l’amicizia, l’intesa umana che ci legava, e l’ho sognato sempre ‘vivo’). Ero a
teatro e lui stava in scena, da solo. Ma il luogo non era proprio un teatro,
era piuttosto una specie di enorme salone, bianco, molto illuminato. Un luogo
che poteva essere una galleria d’arte, o la sala di un museo o più semplicemente il foyer di un
grande teatro: a sensazione mi sembra di poter dire che il luogo nel sogno mi
‘ricordava’ il salone-foyer del Teatro Eliseo. (Che scherzi ti possono fare i
sogni, anche i più belli! Non credo che Leo ci abbia mai messo piede lì dentro!).
Però, insolito per quanto fosse, lo spazio era comunque attrezzato e allestito
come una cantina teatrale, elegante, asettica, bianchissima, ma ‘cantina’: due o tre file di panche senza spalliere
rivestite di soffice pelle scura, forse nera, c’ero seduto sopra non so esattamente
se fosse proprio scura. Infatti gli spettatori eravamo 15-20 al massimo,
comodamente seduti. Davanti a noi, anch’egli
seduto su una sedia o sgabello di legno chiaro, Leo portava avanti il suo spettacolo, fatto
più di gesti, di movimenti che di parole; uno spettacolo con ogni evidenza, e
certamente per la parte che ricordo, che ho ‘visto’ in sogno, senza testo. Io
ero in compagnia. C’era una presenza femminile seduta accanto a me, una
presenza però occasionale, che si accompagnava a me, ma c’entrava poco col
teatro, sicuramente con quel genere di teatro, una persona che forse conosceva
appena Leo, un po’ grassottella. Non ricordo, credo di non averlo mai visto,
nel sogno, il suo viso; non sarei neppure in grado di associarla a nessuna
amica o conoscente reale, e d’altro canto spesso nei sogni delle persone più
che vedere i volti percepiamo la presenza. Come che sia eravamo lì seduti uno
accanto all’altra ed eravamo entrambi molto attenti all’azione scenica. A un certo
punto del sogno e dello spettacolo Leo teneva tra le mani (notai che le sue dita
affusolate erano diventate più nodose, più robuste, un po’ tozze, simili a
quelle di un operaio o di un contadino) un pezzo di legno, una sorta di tubo irregolarmente
cilindrico, ben levigato, dello stesso colore e consistenza dello sgabello su
cui sedeva, con alle estremità due fori chiusi da semplici vetri. Appoggiò
l’occhio al vetro e usando quell’oggetto di legno come un cannocchiale – ma era
un cannocchiale! – prese a guardarci, a guardare il pubblico. Uno ad uno. Poi
si alzò e camminò in mezzo a noi, tra le file di panche. Quando mi passò
davanti mi disse una parola dolce, piena d’affetto, di delicatezza, mi disse ‘caro’, o qualcosa di simile… La mia amica me
la ripeté a un orecchio, con una risatina un po’ beota, divertita, sorpresa… Poco
dopo, o semplicemente tempo dopo – i sogni procedono a intermittenza, a
saltare, anche quelli più lineari come questo – mi ritrovai davanti alla porta
aperta del camerino di Leo con alle mie spalle la mia amica e gran parte (o
forse tutti) degli spettatori. Una stanza bianca, linda, anch’essa molto
illuminata come lo spazio teatrale, ma spoglia. Entrai. Gli altri rimasero
dietro, oltre la soglia della porta. La mia amica in prima fila. Per terra
c’era un tappeto colorato. Leo cominciò a stendersi sopra il tappeto. Sembrava
affaticato, ma tranquillo, voleva solo riposare. Mi avvicinai. Mi chinai sopra
di lui. “Mandali via”, mi disse “e per favore
spegni la luce”. Senza alzarmi del tutto, mettermi in piedi voglio dire,
mi girai verso l’interruttore che era a portata di mano, sul muro. Con mia
sorpresa però gli interruttori erano più d’uno, tre o quattro almeno, e tutti
incastrati in un unico elemento. Il mio dito provò a spegnerli uno alla volta,
ma ogni volta se ne accendeva un altro, o altri, provai e riprovai, con sempre
maggior accanimento, volevo esaudire il suo desiderio di starsene al buio a
dormire, non ci fu verso si spegnere quelle luci. Il camerino di Leo era ancora
illuminato…quando il corpo di mio figlio planò su di me svegliandomi... Ho
raccontato questo sogno il più dettagliatamente possibile affinché ciascuno
abbia tutti gli elementi per interpretarlo come vuole: ed è noto che ogni sogno
si presta a una quantità ragguardevole, quando non pletorica, di ‘interpretazioni’.
Ma in verità sono convinto che importa poco, o relativamente, sapere, indagare,
‘leggere’ il significato di questo sogno, in quanto penso che il suo
significato stia soprattutto nel suo ‘tempismo’, ossia nel suo manifestarsi,
nel suo accadere nel tempo della realtà, nel tempo effettivo di questi primi
giorni di gennaio 2010, il tempo del funerale di Nanni (… povero, chi non sogna
né di giorno né di notte, chi non ricorda i sogni: non saprà mai quanto possono
essere ‘reali’, ‘materiali’, far parte consustanziale, fisiologica di noi
stessi…). Difatti, appena sveglio, non potei fare a meno di associarlo, con
naturalezza ma anche con l’evidenza di una conclamata epifania, a Nanni, alla
sua morte. E il pensiero in un lampo tornò indietro, andò al giorno del
funerale di Leo, nel settembre del 2008,
poco meno di un anno e quattro mesi
prima: e raffigurò, ri-scrisse la seguente scena, il seguente ‘testo’…
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Giancarlo Nanni
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… Eravamo davanti al Teatro
Argentina, un capannello di amici teatranti, parlavamo ovviamente di Leo, del
suo lungo sonno-agonia, quand’ecco che arrivò e si unì a noi il più stretto
collaboratore di Giancarlo, a cui chiesi ovviamente come mai non fosse
ancora arrivato. Così venimmo a sapere
che era stato operato d’urgenza da pochi giorni per un tumore alla bocca. E mentre
ancora commentavamo costernati quell’inattesa notizia, sopraggiunse e si unì al
gruppo Ugo Margio, che da quasi due anni lottava contro lo stesso male e aveva già
subito uno o due interventi allo stomaco. Nessuno parlò, nessuno osò dire di
Nanni davanti a Ugo Margio. Entrammo al teatro Argentina dove si svolse una affollata,
intensa cerimonia laica. Poi la bara di Leo venne portata in una chiesa dalle
parti di Piazza Fiume, a due passi da casa sua, dove ebbe luogo la cerimonia
religiosa. Più composta, più raccolta. Nanni ovviamente non c’era, Ugo non ci
venne, probabilmente sarebbe stato troppo faticoso per lui. Ma già lì, quella
mattina, le loro strade presero a incrociarsi, inesorabilmente. Certo sono
fatti casuali, coincidenze, ma è altrettanto certo che muove il gioco qualcosa
di più profondo, di più sottile, di più ‘significativo’, qualcosa che ‘lega’
certi destini. Lì per lì non la vediamo, o non ci facciamo caso, o la
rifiutiamo, ma alla lunga ci segnala stati di solitudine, ci permea, ci coglie
e ci circonda: e si fa testo. Un testo non scritto, ma reale, fatto di vita, di
sogni o di morte o di tutto questo insieme.
E dunque con Leo si aprì,
cominciò a ‘scriversi’, un atto di quel testo che nessuno può scrivere eppur si
scrive, più reale di qualsiasi scrittura; e che in certo senso può ‘leggersi’ come
una medaglia a due facce: la solitudine di chi resta come riflesso, effetto,
rovescio, della solitudine di chi muore. Chiacchiere? Sta di fatto che a
partire da quell’episodio, da quella ‘scena’, si imprime un’accelerazione
spaventosa al binomio vita-morte nel nostro ‘camposcenico’; che nell’arco di
un anno e qualche mese si registra un numero impressionante e mai visto
fino ad allora di episodi letali che hanno colpito parecchi protagonisti di
quella straordinaria avventura culturale, artistica e umana iniziata sul finire
degli anni ’60: amici più o meno coetanei, più o meno ‘importanti’, artisti, o
anche critici o studiosi, nostri compagni di strada della medesima generazione.
Dopo Leo (e due mesi prima di Leo, a onor del vero, ma qui ci sarebbe da aprire
un altro atto, era morta Perla Peragallo), a distanza di un giorno, Luigi Gozzi
e poi Nico Garrone, Ugo Margio, Claudio Meldolesi, Lisa Pancrazi, Gianfranco
Varetto, Vinicio Diamanti (straordinario attore e personaggio che debuttò con
me nel ’71 e successivamente prese parte a tanti spettacoli miei e di Nanni) e
infine, a chiusura d’atto, Giancarlo Nanni. Il Dio del Teatro, se mai da
qualche parte ce n’è uno, si è divertito a falcidiare (e tutti ancora ‘giovani’,
tanti più vicini ai sessanta che ai settanta, e tutti con la medesima tecnica
‘cancerogena’) una bella fetta di “soldati” di quella prima (o prime) generazione.
Il termine bellico ci sta tutto. Si tratta di gente, non bisogna mai stancarsi
né vergognarsi di affermarlo, che ha lottato, condotto una battaglia in nome di
un’arte e di una cultura diverse, si tratta per molti aspetti di “caduti”,
vittime di una guerra di logoramento, di tensioni morali e materiali, di
dissipazioni artistiche che hanno letteralmente ‘consumato’ i loro corpi e le
loro vite. Si vede che di questi tempi il Dio del teatro se la passa proprio
male. “Ci deve essere una gran penuria di gente in gamba, lassù” – ha detto un
cantante cieco ma con aspetto e carisma da veggente come Steve Wonder – “se così
tanti artisti vengono spesso chiamati prematuramente”. Si vede che nell’ultimo anno e mezzo ‘lassù’ devono aver
toccato proprio il punto più basso! Questo certo “è scritto” nel testo sacro-profano
del dopo Carmelo. E verrebbe da dire: Avete rotto, lassù, Signori miei! Basta,
fuori dalle palle! Ma il testo – al di là di una formale concessione-adesione al lungo
rosario delle cerimonie religiose – di ‘lassù’ in fin dei conti non vuole
occuparsene. Vuole occuparsi di ‘quaggiù’, di questo frenetico balletto
vita-morte-funerali-commemorazioni funebri che ultimamente si è trasformato in
una insopportabile, ossessiva coazione a ripetere. E il testo, l’atto, ci
riporta a Nanni, alla scena dei funerali
di Nanni; e a ritroso a quelli di Leo e di Ugo: vale a dire ai primi tre i cui destini la scena
d’apertura ha accomunato – e sul palcoscenico di Roma, città Madre e piazza
principale – tra i tanti caduti di questa vera e propria carneficina.
(Le loro scene ovviamente
riguardano e includono anche quelli qui citati solo di sfuggita: alcuni di essi
sono stati tutt’altro che comprimari; e tutti, chi più chi meno, sono
stati e continuano ad essere membri di
quella specie di ‘famiglia’ allargata , di ‘tribù’, di ‘comunità’ d’affini – e anche, almeno agli inizi,
di ‘movimento’ artistico – in cui consistiamo).
Scena di Leo, in forma di grande
prologo, in due tempi. Come detto, il primo al teatro Argentina e il secondo
nella chiesa di Corso Italia. Direi scena della rimpatriata. Del primo grande
addio, a lui, ma anche un po’ tra di noi. (I funerali di Carmelo erano stati
tutt’altra cosa: più ecumenici per così dire, più mondani, non c’eravamo solo
noi. Così mi fu detto: io non potei andarci, ero malato a casa). C’eravamo
tutti, almeno tutti quelli ascrivibili alle prime due-tre generazioni, fino ai
Martone, ai Servillo, ai Cauteruccio. Scena della commozione al teatro
Argentina e della compostezza, della riflessione, alla cerimonia religiosa. L’epicentro,
o l’acme, della scena fu, all’Argentina,
l’orazione funebre di Renato Nicolini. Sospinto dall’empatia e dall’energia
generale un ispiratissimo Renato pronunciò all’impromptu, come illuminato da
una superiore coscienza e onniscienza critica e umana insieme, un discorso
commemorativo con cui in un quarto d’ora eresse uno straordinario, lucido,
toccante, esaustivo monumento di parole, purtroppo volate al vento dei
fuggevoli ricordi dei presenti, in memoria del grande Leo, the King.
Scena di Ugo, in forma di ‘iperteatro’
nel suo insieme: ché si sviluppò in tre tempi, o momenti, a loro modo
diversamente ‘teatrali’, uno precedente e uno successivo a quello immancabile
della cerimonia religiosa. Scena della commozione anche questa, ma ancor più scena
dell’ ‘amicizia’ , di un dolore di gruppo, più intimo, più sentito, diretto in
primis verso l’uomo, la persona, il cui spessore è incunabolo e radice dell’artista. Prima della cerimonia. All’Atelier
Meta-Teatro era tutto pronto per la prova generale di Luce e Fiamma, testo di Valentino Zeichen, regia di Ugo Margio,
quando arrivò la notizia della sua morte, che tuttavia, per decisione concorde
di tutti gli amici, in omaggio alla sua memoria e in ossequio a quello che
ritenevamo essere il suo desiderio, non fermò la prima, la fece solo slittare
di un giorno, a funerale concluso. La cerimonia. Attorno a Ugo, nella
scena-chiesa, si materializzarono e coagularono, si ritrovarono, uniti da un evidente
afflato di forte commozione e condivisione, tutti i suoi amici e le sue amiche
– attori, registi, attrici, collaboratori, autori, critici – di quasi
quarant’anni di vita teatrale, ‘tutti’, nessuno escluso, quelli con cui era
venuto a contatto. Sospinto da quel clima feci la mia commossa orazione funebre
per Ugo: chiamandolo, anche a nome di tutti i presenti, certo di interpretare
un sentimento comune, un ‘caduto’, un uomo e un artista che aveva dato e speso
la vita per la stessa causa e le stesse battaglie in cui tutti avevamo creduto
e credevamo. Dopo la cerimonia. Fu il momento più mondano, ma al tempo stesso
forse il più autentico, della ‘scena di Ugo’. A poco meno di una settimana, con
mia regia di puro servizio, e di amicale devozione, andò in scena a Radiotre l’“ultimo spettacolo”, il
testamento umano, spirituale e poetico di Ugo: Parusìa. La rivelazione. Un addio memorabile. Recitarono per Ugo le
attrici-vestali della sua lunga traiettoria artistica (Cloris Brosca, Donatella
Lepidio, Mita Medici, Enrica Rosso, Patrizia Schiavo, Loredana Solfizi, Anna
Paola Vellaccio, Simona Volpi) e l’attore da tempo suo sodale, Severino
Saltarelli. E infine tutti, me compreso, uno per uno, guidati in diretta da
Laura Palmieri, lo ricordammo con toccante partecipazione. Ma il momento più
toccante della serata, della scena, fu il discorso, quasi una sofferta,
struggente confessione, di Franco
Cordelli, suo grande amico, oltre che ‘cantore’ lucido e appassionato di quella
generazione.
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Manuela Kustermann e Vinicio Diamanti in Risveglio di primavera (1972), uno degli spettacoli storici del teatro d'avanguardia italiano, diretto da Giancarlo Nanni
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Scena di Giancarlo, in forma di degno,
affollatissimo epilogo, in due tempi. Il primo al teatro Vascello dove per
un’intera giornata fu allestita una camera ardente con un flusso ininterrotto e
composto di persone: familiari, amici – attori, registi, poeti, scrittori,
docenti, studiosi, giornalisti – e un ‘pubblico’
di conoscenti, di affezionati spettatori. Giancarlo Nanni, con ogni evidenza,
era molto amato, molto apprezzato, molto conosciuto. Anche fuori dalla cerchia
ristretta di coloro, e siamo tantissimi, che hanno percorso accanto a lui
lunghi tratti di un cammino pluridecennale: io personalmente ho debuttato con
lui, è stato il mio primo maestro, gli sono stato amico, senza mai l’ombra di
un’incomprensione, da quarant’anni, gli ho voluto sempre bene.
Non a caso, nel secondo , quello
della cerimonia religiosa, alla chiesa degli Artisti, dove Manuela Kustermann
rese un dolente omaggio al suo compagno di vita e d’arte, il flusso continuo e
regolare della camera ardente divenne folla, una folla traboccante. Tanto che
non pochi rimasero fuori dalla scena-chiesa. La scena-epilogo di Giancarlo fu
anch’essa, al pari della scena-prologo di Leo, una sorta di rimpatriata. E i
convenuti eravamo ‘tutti’ quelli della generazione che a Roma aveva fatto e
visto nascere l’avanguardia teatrale negli anni a cavallo tra la fine dei ’60 e
l’inizio dei ’70, quella che fu chiamata ‘scuola romana’. Giustamente: Roma,
come ho già detto, ne è stata la grande madre, il grande palcoscenico; e così non
poteva che essere lei il legittimo e naturale palcoscenico degli addii. È l’unica
tra l’altro delle grandi città italiane in cui, credo, i funerali degli artisti,
degli attori, dei pittori, dei poeti, degli scrittori (e forse anche dei
politici, ma sicuramente meno) siano ‘sentiti’ come speciali momenti
collettivi, pubbliche ‘rappresentazioni’. Perché? L’artista muore e al tempo
stesso non muore, lascia un’eredità sui generis. Un lascito che ci riguarda,
che chiede di vivere in chi e a chi resta. Ovviamente in particolare agli altri
artisti, a coloro che gli sono stati per sensibilità e per statuto più vicini;
ma più in generale a tutti, al pubblico, alla massa indistinta dei suoi
virtuali estimatori, i veri destinatari della sua opera. Questo sembra dirci,
scena dopo scena, momento dopo momento, funerale dopo funerale, il testo che ha
per attori questi tre nostri grandi amici uniti nel segno e nel tempo di questo
devastante anno horribilis per la nostra ‘tribù’: variegata, dis-persa,
solitaria, invecchiata, eppur coesa, capace di ritrovarsi nel momento e nel
punto più alto della parabola, la fine. Quello è il momento in cui si capiscono
meglio le cose, si fa più chiaro, più ‘scoperto’ il valore delle persone, degli
artisti, degli amici. Spesso nel quotidiano le cose non le vediamo o le vediamo
male, o parzialmente, per miopia, stanchezza, apatia. E poi d’un colpo le
scopriamo con più evidenza, a volte con evidenza assoluta, quando l’amico,
l’artista viene a mancare, ci lascia. E ci lascia anche la sua eredità. È lì,
evidente, si impone, può farsi pesante nella sua pura ‘immaterialità’, vuole vivere
negli altri, in particolare nei membri della ‘tribù’. È un’eredità di
intenzioni, di sollecitazioni, di esempi, di sentimenti, di opere, di errori.
Anche gli errori, certo: gli errori completano, sono necessari a un’artista. La
perfezione non esiste, l’errore è in noi; e anzi, al limite, la ricerca altro
non è che un errore, la vita idem… Sono riflessioni, queste ultime nel suo
complesso, che l’epilogo del testo, proprio la scena di Nanni ripropone e
rinnova con forza. Alla fine dell’atto scorgiamo in tutta la sua evidenza la
grandezza, o forse meglio l’‘importanza’, di Nanni per e sul grande
palcoscenico di Roma e per la ‘storia’ del teatro di ricerca italiano,
‘vediamo’ la portata della sua eredità. Dice Majakovskij: “Il mondo non è
attrezzato per la bellezza, bisogna strappare la gioia ai giorni futuri”. Nanni
era un uomo del sud. Fondamentalmente generoso e curioso. Ecco, Nanni ha
passato l’intera esistenza a cercare, inseguire, trasmettere il senso più alto
che gli è riuscito di raggiungere ed esprimere di quella bellezza e di quella
gioia.
E questo è tutto. Parola più
parola meno. Quanto dice il testo. Tra sogni, coincidenze, vita, morte e
cerimonie. Quaggiù. Di lassù non dice nulla. D’altronde non sapremo mai se
lassù qualcuno ci ama.
Gennaio 2010
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