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di Silvia Tarquini
Teatri luoghi città (Officina,
Roma, 2008, pp. 228, euro 16,00) è un libro di testimonianze di un gruppo di
protagonisti del teatro fuori dai teatri. Una “raccolta di osservazioni
d’autore” lo definisce il curatore Raimondo Guarino, docente al DAMS RomaTre, storico
del teatro e studioso tra i più attenti agli sviluppi della ricerca teatrale
contemporanea. Ad eccezione del saggio di Enrica Zampetti sul festival di
Santarcangelo del 1978, il libro è infatti costituito dalle dirette
testimonianze sul proprio lavoro di registi e gruppi che hanno nella pratica
del teatro fuori dai teatri una delle loro cifre distintive, Roberto Bacci,
Fabrizio Crisafulli, Pino Di Buduo e il suo Teatro Potlach, il collettivo
formazero (Davide Franceschini e Antonio Venti), Benno Plassmann, Andreas
Staudinger.
È significativo il fatto che
molti di essi abbiano avuto tra loro, nel corso del tempo, relazioni di tipo
operativo. Roberto Bacci e il Teatro Potlach erano presenti al Festival di
Santarcangelo del 1978 (il primo come direttore del festival, il secondo tra le
compagnie partecipanti), individuato da Guarino come evento-chiave per la
comprensione di alcune delle questioni messe in campo nel libro. Fabrizio Crisafulli e Andreas Staudinger hanno fatto
parte per diversi anni del team artistico-organizzativo del progetto Città invisibili del Teatro Potlach, diretto
da Pino Di Buduo, altra esperienza – tuttora in corso – considerata centrale
dal curatore per quanto riguarda il campo analizzato; ed hanno lavorato a lungo
insieme, rispettivamente come regista e come drammaturgo, a numerose produzioni
in Austria. Benno Plassmann si è avvalso della collaborazione di Crisafulli per
lo spettacolo-percorso Chariot of light,
realizzato nel 2002 con la compagnia The Working Party, in un’area carbonifera
della Scozia. E infine lo stesso Guarino ha preso parte attiva, come drammaturgo
e come teorico, sia a Città invisibili
del Potlach che al progetto Teatro dei
luoghi di Crisafulli.
Questo intreccio di
collaborazioni (dal quale rimane fuori, tra gli autori dei contributi del
libro, il collettivo formazero, realtà molto più giovane) non vuol dire che le
posizioni espresse nei diversi interventi siano omogenee. Tutt’altro. Il volume
raccoglie una varietà di punti di vista e testimonianze riguardanti concezioni
e modi di operare anche molto distanti tra loro. Che corrispondono a background
diversi. Provengono dal “terzo teatro”, pur nelle diverse declinazioni delle
loro ricerche, Bacci, Di Buduo, Plassmann. Diversa la linea di ricerca di
Crisafulli che, con qualche radice nella “scuola romana”, ha forti legami con
l’architettura, l’urbanistica e le arti visive. Connesso in buona parte alla sperimentazione
letteraria il lavoro di Staudinger. Di matrice situazionista e psicogeografica
quello di Davide Franceschini e Antonio Venti del collettivo romano formazero.
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La locandina dello spettacolo Laggiù Soffia, Pontedera Teatro, regia di Roberto Bacci (1987)
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Di Buduo, in un saggio-racconto e
in un dialogo con Raimondo Guarino, prende in esame l’esperienza di Città invisibili del Potlach, spettacolo
ispirato al libro di Calvino, che, nelle moltissime edizioni realizzate finora
nel mondo, ha dato luogo a versioni differenti, perché relazionate a luoghi
diversi e a diverse collaborazioni. Tra le caratteristiche di Città invisibili, vi sono la grande
dimensione dell’intervento (spesso gli artisti partecipanti sono alcune
centinaia), il rivolgersi a un pubblico numeroso, a volte intere collettività,
e il coinvolgimento diretto di artisti e organizzazioni del luogo. È quindi un
progetto che ha un tipo di impatto opposto rispetto a quello prodotto dalla
strategia discreta e quasi furtiva che caratterizzava la Trilogia
di Bacci.
Il contributo del collettivo formazero,
del quale fanno parte un regista/videoartista, un musicista e un
fotografo/storico dell’architettura, infine, fornisce suggestioni su nuove possibili
relazioni tra azione politica ed azione estetica nella metropoli contemporanea.
Il saggio introduttivo di Guarino,
con argomentazioni stimolanti e fuori dagli schemi, mette radicalmente in
discussione l’approccio “spaziale” al tema del luogo nel teatro. E chiarisce
anche come non si possa limitare l’argomento a semplici questioni di complementarietà
tra opera e sito, come fanno certi studi sull’arte e sulla performance site-specific. Il luogo viene visto come
condizione strutturale e relazionale – cui i nuovi approcci tendono a conferire
completa autonomia nella relazione con il processo creativo – con la quale il
teatro può misurarsi in tutti i suoi aspetti. La tensione ad uscire dai teatri
viene letta quindi non come semplice scelta spaziale “alternativa”, ma come
elemento sostanziale di ridefinizione del teatro. Elemento che possiede importanti
specificità, perché, scrive Guarino, lavorare nei luoghi implica allo stesso
tempo una “condensazione di studio, elaborazione e intervento in una situazione
concreta” e la restituzione dell’azione “a condizioni elementari e ai
significati fondamentali della presenza”.
La questione del luogo viene dunque
letta come nodo decisivo nella reinvenzione del teatro: riguardante le sue
sedi, le sue relazioni, i suoi campi d’azione, oltre che l’operato degli
artisti, i loro modi di produzione, i processi creativi, gli “stili” d’intervento;
come questione che si intreccia con i problemi dell’identità del teatro, con
quelli, oggi, della sua sopravvivenza, con le domande del cittadino (e dello
spettatore) sui caratteri e le trasformazioni del suo ambiente quotidiano.
Muovendosi oltre gli esempi
descritti nei diversi saggi con una notevole serie di riferimenti tra filosofia,
sociologia, antropologia, urbanistica, arte ambientale e infine teatro, Guarino
accosta e compara tra loro esperienze appartenenti a culture disciplinari,
climi, ambiti operativi e geografici differenti, creando cortocircuiti di
grande interesse. Una delle conclusioni che trae dalle sue considerazioni e dalle
testimonianze contenute nel libro è che le ricerche contemporanee sono
certamente proiezioni di esperienze novecentesche – non solo di tipo teatrale,
e non solo inerenti le avanguardie – ma soprattutto offrono contributi nuovi
per la definizione di una nuova economia generale del teatro.
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