SPAZIO LIBERO
PLACE VENDÔME (7)
Madamina, il catalogo dei poeti è questo: in Italia son già 1003...


      
Note, frecciate e scudisciate, rievocando la disfida musicale tra Boulez e Stockhausen, vinta dal francese; e poi secernendo varie considerazioni critiche su “La vocazione”, il nuovo romanzo di Cesare De Marchi, appena uscito per i tipi Feltrinelli; e infine offrendo agrodolci appunti su un autore, De Santanna, alto burocrate meridionale inurbatosi a Milano, entusiasta esordiente con un libro narrativo ‘in chiave buddhistica’, già bell’e pronto per vincere qualcuno dei mille e mille premi letterari che infestano la penisola.
      



      

di Marzio Pieri

 

 

Sempre cara di più quest’erma piazza. Erma? È tutta un brulichìo, che mi tien semidesto. Non la forma, vado ricompitando nel dormiveglia eccitato; la formatività; in questo cartone di gelo, dove mi rimbusecchio. Exegi monumentum... aere perennius... Io sto per gli omìni di neve, pei pongo di ghiaccioli, pei pingu dei cartoons che tanto piacciono a Ruggiero. Ho un nipotino che si chiama Ruggiero. Anche lui, mi trova o mi ritrova; non tutti gli incontri sono uguali. Per questo non mi stanco di rileggere Ovidio, mai un brano ricercato di proposito, così, ad apertura di libro. E mi fa sbadigliare il prode Orazio. È così ragionevole, così a bagnomaria, che non vien voglia di tagliare le carte, tanto ha vinto in partenza. Perfino il bisteccaro degli dèi, a Firenze, quello i cui monumenti sono piazze d’armi di carne cotta al sangue, alta tre dita, e si chiamava ‘il Troja’, ha poi finito col farsi chiamare ‘il Sostanza’. Scelta non tutta liscia, leggo sempre più spesso che poi lo normalizzano:la sostanza’. In sostanza viene a dire lo stesso. Ma lo scherzo tramonta. IlSostanza’ è un dio grasso che chiama al banchetto di Sé. ‘La’ sostanza sono i ritagli, le particole, gli accidenti, con promesse iperboliche da benzinaro. Il Troja non è sostanza né accidente, ergo non esiste. Infatti il mito della ‘fiorentina’ oggi è al livello di pizzettari itineranti, di mangiatori su una zampa sola. Fornito da natura di denti cattivi, più bisognoso o ghiotto di zuccheri, di paste, che non di sangue in tavola, non sono esperto di bistecche, mi colpiva solo il fatto che, nella patria orgogliosa di una lingua che nessuno parla, un prodotto dei più preziosi e nativi portasse un nome inglese. Steccadibove.

 

Mi giungono segnali; dovrò rimettermi in moto, perché qui mi ritrovano troppo. Il guaio è non essere Diogene, con la sua botte sfasciata, (mancherebbe comunque un Alessandro) né il Savio dei Sette che disse:omnia mea mecum porto’. Non so perchè ho sempre pensato che, a quel punto, si toccasse i coglioni. Disse Stockhausen (lo so, lo so – nel ripetersi della disfida di burletta fra Wagner e Brahms, ben gestita dal seminarista Hasnlick a favore del secondo, Boulez-Brahms ha empiricamente prevalso su Wagner-Stockhausen, in termini oggi irripetibili il Sommo francese si è ben rincantucciato, rimpannucciato fra le lenzuola del Capitalismo che nasconde con camion di profumi, fiumi d’Arabia indolenti quel bel freschin della decomposizione avanzata, mentre il Genio tedesco si è pressoché Suicidato nella camicia dell’anticapitalismo neoromantico, presto tempestivamente dimessa da scrittori e cineasti tedeschi o austro-tedeschi come Herzog e Wim Wenders, Peter Handke ed Alexander Kluge, che si videro in trappola; paradosso su paradosso, ma chi non vive ‘coi’ paradossi lasci stare la storia, Boulez-Brahms non si è mai occupato di Brahms, anzi almeno al principio, intelligentissimamente, di Richard Wagner, e Stockhausen è parso un vessillifero, addirittura, del Neocapitalismo tecnologico); disse Stockhausen, a una provocazione del musicologo fiorentino Leonardo Pinzauti: “sull’isola deserta non avrei che portare... potrei avere con me tutte le partiture di – (non mi ricordo di chi, certo fra i pesi massini) e non avere l’unica che in quel momento mi trovassi a poter desiderare”. Cito a memoria e non sto a dirvi che, in tutta l’intervista, il fiorentino si rintanò in una ironietta facillima, a stornare il fantasma di Poesia che non abita più la Timbuctù del Rinascimento europeo.




Il compositore e direttore d'orchestra francese Pierre Boulez


Ma è sempre stato meno difficile far rinascere che fare nascere.

 

Avarizia dei fiorentini; a loro non glie la fanno. Ne sono ossessionati:a me non la mettono in c...’. Ma ci son dispiaceri peggiori.

 

I miei nonni materni, avari anch’essi, ma nel senso della avidità che produce ricchezze (magari incommestibili, fino a far fine di Mida) non di quella che seppellisce ogni bene in una cassapanca sotto il letto, vigilando a che niuno la riapra; i miei avi di parte veneta li ho sempre pensati capaci di ingravidare una mucca.

 

Cesare De Marchi vive da tempo in Germania. Vive facendo il traduttore e lo scrittore. Leggo sulla bandella editoriale del suo nuovo romanzo (con cui si è a quota cinque, a parte le raccolte di racconti) che qui egli si conferma “uno dei pochi, grandi scrittori italiani”. Mi sento di confermare questa valutazione anche sotto giuramento. Pochi: e grandi. Per una volta non voglio lasciarmi andare alla mia deriva polemica: fra i due designativi, punto su “grandi”. Certo De Marchi lo fu in quello che, or sono ormai 13 anni, rappresentò il suo esplosivo successo, riconosciuto anche da meritati premii (Il Talento, 1997). Il nuovo romanzo, che fin dal titolo offre la possibilità di un colloquio o di una dialettica col precedente (La vocazione, I Narratori/Feltrinelli, gennaio 2010), è più che una conferma. Io resto sempre più convinto che, nel romanzo, o tu sei Thomas Mann (ma mi sta bene anche Musil, o Walser) o tu sei Pemnicans Wake. O l’Ordine o l’Orgia. Ora De Marchi a Stoccarda dirige la “Dante Alighieri”, che in mani diverse, come di norma càpita, è, nel migliore dei casi, una cartella vuota, e, nel peggiore, una osteria del reducismo liceal-faxista. Il fatto è che questo scrittore, ma laureatosi in filosofia e non mai alieno dal discorrere anche con fruttuosa pedagogìa sull’arte da lui così perfettamente praticata, (vedi due anni sono il saggio Romanzi. Leggerli, scriverli), ebbe sùbito le idee chiare; da quando fondò la bella rivista Nuova Prosa, che mi spedivano in dono. Sul primo numero (vado a memoria, per non scendere ora che fa freddo nella cantinetta-biblioteca dove le riviste stanno in lunghe ordinate file su molti scaffali) dovetti leggere il bellissimo suo racconto Fuga da Sorrento. Ne nacque una durevole amicizia. Si mettevano avanti le scritture (pubblicate secondo una selezione fatta dai direttori del periodico) e, nelle scritture, la bontà ‘naturale’ di una lingua non afflitta da luoghi comuni. Esattamente quello che distanzia unnormale’ scrittore di prosa francese da un ‘normale’ scrittore italiano che senta come prima necessità quella di intingere il pennino nel calamaio della distinzione. Ma si capiva che la lingua non batteva sul dente guasto dello ‘scrivere’ in buon italiano. ‘Nuova Prosa’ non si sputtanava subendo le offerte onninamente geniali degli ‘amici’ e non pensava che restaurare una lingua controllata sui De Agostini o sugli Zingarelli potesse lenire almeno la ‘miseria’ italiana. I ‘ritorni all’ordine’ son sempre stati solo un’ira mascherata. Avevano alcunché, quelli di ‘Nuova Prosa’, dei ‘pilgrim fathers’ della primissima Adelphi: ognuno riconosceva i suoi. Debbo per forza evocare l’ombra di Bobi Bazlen, che (dicono) preferiva esprimersi nelsuo’ tedesco? Basti che De Marchi è nato a Genova. I suoi romanzi son quelli che avrebbe potuto scrivere Montale, meno la babilonia simboleggiante d’epoca. Dal che si evince (sic) che preferisco la Mosca a Doria Markus.

 

Come libero volentieri di progetti ideologici troppo generalizzanti (decisamente è caduto anche il più tenue, tuttavia àlgido, sogno di una Darmstadt anche letteraria, mi sa che la prossima svolta sarà un recupero ‘tecnico’ di un darmstadtismo riscoperto nelle sue fisime e nelle sue utopie, nei suoi antri post-atomici, riscritto per ritrovarne l’aria del tempo come si è fatto per un Rameau, capace di fare un gioco di società dell’alta matematica, o per le volatine tutte uguali di Gioachino Rossini), così lo scrittore De Marchi si guarda da strutture di romanzo troppo brunelleschiane; l’impressione (che in me si accresce per la mia connaturata, personale predisposizione a diffidare delle ‘idee’ non incarnate) è anzi che il modo di crescere della sua tela narrativa sia sempre un poco per giustapposizione, per giunzione di ‘tagli’ (come si diceva per le pezze di stoffa) la cui non casualità si dimostra sul campo, in sequenza, e, semmai, nella più calorosa prospettiva di un approfondimento progressivo dei motivi psicologici, delle turbe e delle ‘ricordanze’ autovalutative dei personaggi. Ho scritto ‘calorosa’, perché lo scrittore non risparmia consenso alle sue cavie narratologiche. Suscitano simpatia, curiosità e compassione. Ma la mira, finalmente, è conoscitiva. Chi si nutre più di pagine scritte che di minestre o tonno in scatola, può riconoscere presto certi debiti, che sono anche impegni. Un incipit flaubertiano (“L’olio friggeva tranquillo, non c’era che da sorvegliarlo. Ora, con l’orecchio sempre attento al parlottare della friggitrice, aveva qualche minuto per pensare...”), la sensazione inebriante di un epos minimo, o medio, che si avvale delle linee di forza del discorso elevato. Per gli umanisti era un modo prediletto di costruire il contrasto ‘comico’. Ma la mira del De Marchi è critica e gnoseologica e punta a renderci meno estranei, sulla pagina, uomini d’oggi che ci sono estranei. Il diario di un capitano Cook, di un Darwin, di un dottor Livingstone reduce dalla foresta prossima non più ventura. Ne riporta simie ed esemplari umani non più conosciuti. Come il protagonista della Vocazione, che non ha potuto iscriversi all’università (caso, oggi, improbabile come quello di un capo di stato che abbia la testa sulle spalle, di una bellina che non sii trojetta), e sognando di realizzarsi come storico autodidatta e free-lance (la sua ‘vocazione’), passa da guardiano di macchinae, verbigratia, a commesso di botteguccia di libri d’occasione (e se li fa rubare, perché immerso nel leggere, e perde il posto ch’era fatto solo per lui) a cuoco friggitore in una sorta di McDonald’s più miserando. Quello che lo distacca dagli studenti che non trovano mai tempo abbastanza per sciuparlo è quasi una rivelazione, per lui che sente rubato perfino il tempo da passare a letto fra il sabato e la domenica con una camerierina che si chiama Antonella. Così il rapporto di Luigi con Giuseppe, sconfortato insegnante (già di religione, il posto più facile, a scuola) e destinato alla carrozzella da una malattia progressiva prenatale, richiama più d’una volta quello di Bouvard con Pécuchet; ma anche quello, bohémien e picaresco, del film d’antan L’uomo da marciapiede (Midnight Cowboy) che valse a lanciare fra i big del cinema l’inesauribile guitto Dustin Hoffman.

 

Libro bello e catafratto, La vocazione ha qualche raro incidente di percorso nelparlato’, che pare costruito a tavolino; è un fenomeno antico, fra gli scrittori italiani. I grandi narratori trecenteschi o cinquecenteschi avevano saputo evitare la zona d’inciampo fra la voce ‘epica’ e le ‘voci’ dramaturgiche, ridotte a emergenze solo sporadiche e necessitate. Come un fumetto che fosse costruito, al 90 per cento, di stripes, o come il modello nobile del fumetto, il film muto con le didascalie, e in queste c’era libertà di scelta, dal dannunziese al piccolo borghese. Come fu malintesa la lezione dei librettisti d’opera, l’Italia entra nel terzo millennio delle calende con un ritardo sugli sceneggiatori e gli autori di dialogo non solo del cinema ma anche della ‘rivista’. La colpa è il non sapere, discesi da cavallo, dove appoggiare il peso della proustata.

 

Càpita, così, che ‘discendano in campo’ i narratori non di professione, alcuni per bisogno di ritrovarsi nel mondo dell’espressione, di ‘fotografare la vita’ per calco o per entusiasmo, altri in cerca di farsi una toga. Alla Ambrosiana, per fortuna senza doverne incontrare l’antico prefetto biblista e star televisiva della domenica (oh quel superbo clergy, oh quelle gambe incrociate in calzoni che mai avranno il tempo di lasciare che v’impigrisca sopra una piega; oh quella voce impostata di guitto satisfatto di sé) ci trovammo a presentare una estrosa collana del Guida napoletano, nata sette anni or sono per iniziativa di uno storico della filosofia capace anche di pensare (caratteristica, di solito, rintuzzata dai concorsi pianificati a quel tipo di cattedre), Giovanni Casertano: gli “autenticifalsid’autore”. Vi inserii un Paratasso, quando la guerra ‘che conta’ era quella, oggi dimenticata, nello straziato Iraq, (come la guerra americana coi Seminole nelle Everglades della Florida non ha avuto fine dichiarata, semplicemente la si è fatta sparire dalle prime pagine dei giornali, mentre guerra scaccia guerra come amor discaccia amor, in tal guisa sulla terra sempre c’è l’Imperator), e non le sono mancati (dico alla collezione dei ‘falso-veri’) nomi eccellenti fra il pubblico, dal giovedì grasso di Camilleri (Boccaccio) al venerdì di magro di Rugarli (Manzoni giurista), ma il libriccino che raccomando a tuttitutti è la Parastoria della letteratura italiana (De Sanctis) di Vittorio Caratozzolo. Se nelle vostre serate in famiglia, al gioco della tombola, vincete due baiocchi, datemi retta, mandateli al Guida e leggeteveli tutti, magari fate fuori il Paratasso.




Bizhan Bassiri, La Luna, 2009


Lì, all’Ambrosiana, incontrai uno che, di suo, non fa lo scrittore; era lì per varare la stampa, con l’editore napoletano, di un suo esordio narrativo, dal titolo che istantaneamente mi fulminò: “il riflesso della luna sull’acqua”. Prima di Marinetti, già il barone Vitellio Scarpia, poliziotto e siciliano al servizio del papa, in età di Marengo, aveva proclamato, sognando la “conquista violenta” (oggi si dice stupro) della cantatrice Floria Tosca, di appagarsi poco di sospiri e di “lattiginose albe lunari”. Marinetti, poverino, con l’invasamento del genio, mai si limò le corna come in quella crociata contro l’astro d’argento. Luna e mamma in Italia non si toccano. Peggio fu quando l’appena conosciuto scrittore, in erba non negli anni ma nella fede, mi disse che il romanzetto sarebbe stato in chiave buddistica. Io, naturalmente, devo aver borbottato che mi disinteresso alle religioni e Antonio De Santanna, bel nome spagnolesco per un uomo corretto e cordiale, ebbe facile, ironico gioco nel rammentarmi che il buddismo non è una religione. Meno male che, per parare il colpo, non mi spostai sull’altra mia trincera, che per me la Cina non è mai stata vicina. Gli occhi dell’interlocutore toccato dalla grazia, in quei casi, fra ironici e scandalizzati (“ed è anche un professore d’università!”), prima ancora che costui apra bocca mi ridicono: ma era un principe indiano, forse nepalese, il suo messaggio, in sanscrito, si diffuse dalla valle del Gange. Ma non ho letto nemmeno Siddhart(h)a? Mestamente mi scuso, come il vigile Alberto Sordi, e del primo e del secondo errore. Quanto prevale, in me, l’ignoranza della fantasticheria sensibile. Un indiano per me porta il turbante, la barba nera, la scimitarra o yatagan al fianco, gli stivaletti da starvi ben ritto sulla tolda del praho o sulle peste di tigri, nella jungla. Mi ci vorrebbe non Hesse ma Sàlgari: “Gotamo Buddho nella jungla nera”. Invece, sarà mica mia la colpa, gli hanno fatto statue crasse, posose, che sembra (e lo disse il Benigni dei tempi d’oro, allevato da Giuseppe Bertolucci e non scoglionato da Dalema) il Bettino in ascolto della “buona musica”. Che musica ascolta Craxi? La buona musica. Qual’è la buona musica? Quella che ascolta Craxi. Parola del Signore.

 

E pensa che Siddharta lo tradusse Massimo Mila, fra i nostri musicologi la penna più nativamente democratica. In altri senti che nacquero ricchi, o che sono poeti, o che sonmaledetti’, o profeti in ritardo di vangeli già largamente stabiliti in terreni più seminati, o pugnaci ideologi dai gerghi infungibili. Mila, quando lo penso, in equilibrio fra le lettere dal carcere e il breviario dell’Alta Montagna. ‘Onesto’, come poeta onesto s’era voluto Gozzano.

 

De Santanna, meridionale che vive a Milano, è un alto burocrate e un uomo savio e cordiale. Uno scrittore? Bisogna non mai scordarsi che una stessa parola, è normale, racchiude un bel ventaglio di significati. Se sei in bilico precario su un pozzo e due scrittori ti tirano giù, il critico letterario non ha dubbî su chi buttare di sotto fra De Santanna e De Marchi. Mi sto sempre più convincendo che questo è indiscutibile ‘a palle ferme’ e le palle si muovono quando il gioco si avviva. Il più umile dei giocatori di bocce sapeva inventarsi uno spazio geometrico ideale diverso da quello (reale e ideale) dei concorrenti, e, in esso, una maniera di muoversi. Si propiziava il tiro con mille scambietti e il pubblico teneva il respiro, a volte liberandosi in grida d’improperio o di consenso rapito. Fuori dei giri immaginosi, viene in campo la ricezione. E questo richiederà una taratura degli strumenti, volta per volta, diversa. Lo scrittore non per scrittori (sua debolezza è attendersene il plauso, che non è mai disinteressato – esistono i professionisti nellancio’ dei novizî e degli aspiranti, o nella rianimazione bocca-a-bocca dei noti che non sfondano, vero catalogo di Leporello, un poco infame).

 

 

                                               Madamina, il catalogo è questo

                                               dei poeti che amò il padron mio.

                                               In Italia son già 1003...

                                               In chi narra lo seduce

                                               il piacere del diario

                                               In chi inventa, il maggior duce

                                               è chi è fuori del lunario

                                               Leva al cielo chi raduna

                                               nei suoi versi luna e bruna

                                               Nulla gli è di vilipendio

                                               in chi gli alza lo stipendio

                                               La ragazza a cavalcioni

                                               gli si leva i pantaloni

                                               Il buon padre di famiglia

                                               venderebbe anche la figlia

                                               Non si dice che scrittrice

                                               cova in una levatrice

                                               od in chi con gran faccenda

                                               centra cavoli e merenda

                                               C’è per tutti una parola

                                               che consola e fa vedere

                                               ‘noi chi siamo’ al caffettiere

                                               al collega al portinaio

                                               al priore al benzinaio

                                               alla bionda della cassa

                                               Non è mai di lodi stitico

                                               chi sa fare bene il critico

 

 

Dunque Santanna vada dritto per la sua strada. Poco mi suggeriscono i premicinî che riuscirà (difatto è già riuscito) a raggranellare, nel nostro bel meridione ce ne sono anche tre o quattro per sobborgo (“in Sicilia son già 2006...”) e Il Critico ci sarà a spender le sue solite quattro formule in croce a spese dell’Assessore. Meglio il Grande Fratello, dove tutto si sfronda dal buco della chiave, (honny soit qui mal y pense), meglio Miss’italia, con vere fighe, o Sanremo, dove almeno sarà da prevedersi la discordia fra pubblico e giuria. Mi piace invece pensare che al “riflesso della luna sull’acqua” non mancheranno lettori spregiudicatamente complici. Non è la mia formula, ma s’impose col romanticismo e in fondo non è stata ancóra, con quel vasto circuito potenziale, sostituita. Chiede a chi scrive e a chi legge una complicità che si basa su una esperienza di vita, sia pure idoleggiata e romanzata, ed offre le caramelle dell’empathia.

 

“Gli tornarono alla mente le parole del Buddha morente:Poiché non c’è nessun salvatore esterno, è su di sé che ognuno di voi deve far affidamento per la sua liberazione, Queste sono le mie ultime parole.” e, voltando le spalle allo sconosciuto ancora barcollante, prese la via di casa, ingoiato ben presto dalla vasta oscurità”.

 

Scrittori così hanno inadeguata esperienza dei mezzi, ma un calore di buona fede, di fuoco di legna. La hyle, la materia intrattata, del novellare, mi viene a mente quando le navi affondano, non chi era meglio vestito, ma il più atto a nuotare, si salva. So l’arte e la metto da parte. Fra Daniel De Foe e Gianfranco Contini, butto a mare il Domodossolitano. Oh!

      




Scarica in formato pdf  


      
Sommario
Spazio Libero

Il contatore dei visitatori Shiny Stat è attivo da dicembre 2006