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di Marzio Pieri
Sempre cara di più quest’erma
piazza. Erma? È tutta un brulichìo, che mi tien semidesto. Non
la forma, vado ricompitando nel dormiveglia eccitato; la formatività; in questo cartone di gelo, dove mi rimbusecchio.
Exegi monumentum... aere perennius... Io sto per gli
omìni di neve, pei pongo di ghiaccioli, pei pingu dei cartoons che tanto
piacciono a Ruggiero. Ho un nipotino che si chiama Ruggiero. Anche lui, mi
trova o mi ritrova; non tutti gli incontri sono uguali. Per questo non mi
stanco di rileggere Ovidio, mai un brano ricercato di proposito, così, ad
apertura di libro. E mi fa sbadigliare il prode Orazio. È così ragionevole,
così a bagnomaria, che non vien voglia di tagliare le
carte, tanto ha vinto in partenza. Perfino il bisteccaro degli dèi, a Firenze,
quello i cui monumenti sono piazze d’armi di carne cotta al sangue, alta tre
dita, e si chiamava ‘il Troja’, ha poi finito col farsi chiamare ‘il Sostanza’.
Scelta non tutta liscia, leggo sempre più spesso che poi lo normalizzano: ‘la sostanza’. In
sostanza viene a dire lo stesso. Ma lo scherzo tramonta. Il ‘Sostanza’
è un dio grasso che chiama al banchetto di Sé. ‘La’
sostanza sono i ritagli, le particole, gli accidenti, con promesse iperboliche
da benzinaro. Il Troja non è sostanza né accidente, ergo non esiste. Infatti il mito della
‘fiorentina’ oggi è al livello di pizzettari itineranti, di mangiatori su una
zampa sola. Fornito da natura di denti cattivi, più bisognoso o ghiotto di
zuccheri, di paste, che non di sangue in tavola, non sono esperto di bistecche,
mi colpiva solo il fatto che, nella patria orgogliosa di una lingua che nessuno
parla, un prodotto dei più preziosi e nativi portasse
un nome inglese. Steccadibove.
Mi giungono segnali; dovrò
rimettermi in moto, perché qui mi ritrovano troppo. Il guaio è non essere Diogene,
con la sua botte sfasciata, (mancherebbe comunque un Alessandro) né il Savio
dei Sette che disse: ‘omnia mea mecum porto’. Non so
perchè ho sempre pensato che, a quel punto, si toccasse i coglioni. Disse
Stockhausen (lo so, lo so – nel ripetersi della disfida di burletta fra Wagner
e Brahms, ben gestita dal seminarista Hasnlick a favore del secondo,
Boulez-Brahms ha empiricamente prevalso su Wagner-Stockhausen, in termini oggi
irripetibili il Sommo francese si è ben rincantucciato, rimpannucciato fra le
lenzuola del Capitalismo che nasconde con camion di profumi, fiumi d’Arabia
indolenti quel bel freschin della decomposizione avanzata, mentre il Genio
tedesco si è pressoché Suicidato nella camicia dell’anticapitalismo
neoromantico, presto tempestivamente dimessa da scrittori e cineasti tedeschi o
austro-tedeschi come Herzog e Wim Wenders, Peter Handke ed Alexander Kluge, che
si videro in trappola; paradosso su paradosso, ma chi non vive ‘coi’ paradossi
lasci stare la storia, Boulez-Brahms non si è mai occupato di Brahms, anzi
almeno al principio, intelligentissimamente, di
Richard Wagner, e Stockhausen è parso un vessillifero, addirittura, del
Neocapitalismo tecnologico); disse Stockhausen, a una provocazione del
musicologo fiorentino Leonardo Pinzauti: “sull’isola deserta non avrei che
portare... potrei avere con me tutte le partiture di – (non mi ricordo di chi,
certo fra i pesi massini) e non avere l’unica che in quel momento mi trovassi a
poter desiderare”. Cito a memoria e non sto a dirvi che, in tutta l’intervista,
il fiorentino si rintanò in una ironietta facillima, a
stornare il fantasma di Poesia che non abita più la Timbuctù del
Rinascimento europeo.
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Il compositore e direttore d'orchestra francese Pierre Boulez
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Ma è sempre stato meno difficile
far rinascere che fare nascere.
Avarizia dei fiorentini; a loro
non glie la fanno. Ne sono ossessionati: ‘a me non la
mettono in c...’. Ma ci son dispiaceri peggiori.
I miei nonni materni, avari
anch’essi, ma nel senso della avidità che produce ricchezze (magari
incommestibili, fino a far fine di Mida) non di quella che seppellisce ogni
bene in una cassapanca sotto il letto, vigilando a che niuno la riapra; i miei
avi di parte veneta li ho sempre pensati capaci di ingravidare una mucca.
Cesare De
Marchi vive da tempo in Germania. Vive facendo il traduttore e lo scrittore.
Leggo sulla bandella editoriale del suo nuovo romanzo (con cui si è a quota cinque, a parte le raccolte di racconti) che qui
egli si conferma “uno dei pochi, grandi scrittori italiani”. Mi sento di
confermare questa valutazione anche sotto giuramento. Pochi: e grandi. Per una
volta non voglio lasciarmi andare alla mia deriva polemica: fra i due
designativi, punto su “grandi”. Certo De Marchi lo fu in quello che, or sono
ormai 13 anni, rappresentò il suo esplosivo successo, riconosciuto anche da meritati
premii (Il Talento, 1997). Il nuovo
romanzo, che fin dal titolo offre la possibilità di un colloquio o di una
dialettica col precedente (La vocazione,
I Narratori/Feltrinelli, gennaio 2010), è più che una conferma. Io resto sempre
più convinto che, nel romanzo, o tu sei Thomas Mann (ma
mi sta bene anche Musil, o Walser) o tu sei Pemnicans
Wake. O l’Ordine o l’Orgia. Ora De Marchi a Stoccarda dirige la “Dante
Alighieri”, che in mani diverse, come di norma càpita, è, nel migliore dei
casi, una cartella vuota, e, nel peggiore, una osteria
del reducismo liceal-faxista. Il fatto è che questo scrittore, ma laureatosi in
filosofia e non mai alieno dal discorrere anche con fruttuosa pedagogìa
sull’arte da lui così perfettamente praticata, (vedi due anni sono il saggio Romanzi. Leggerli, scriverli), ebbe sùbito le
idee chiare; da quando fondò la bella rivista Nuova Prosa, che mi spedivano in dono. Sul primo numero (vado a
memoria, per non scendere ora che fa freddo nella cantinetta-biblioteca dove le
riviste stanno in lunghe ordinate file su molti scaffali) dovetti leggere il
bellissimo suo racconto Fuga da Sorrento.
Ne nacque una durevole amicizia. Si mettevano avanti le scritture (pubblicate
secondo una selezione fatta dai direttori del periodico) e, nelle scritture, la
bontà ‘naturale’ di una lingua non afflitta da luoghi comuni. Esattamente
quello che distanzia un ‘normale’ scrittore di prosa
francese da un ‘normale’ scrittore italiano che senta come prima necessità
quella di intingere il pennino nel calamaio della distinzione. Ma si capiva che
la lingua non batteva sul dente guasto dello ‘scrivere’ in buon italiano. ‘Nuova Prosa’ non si sputtanava subendo le offerte
onninamente geniali degli ‘amici’ e non pensava che restaurare una lingua
controllata sui De Agostini o sugli Zingarelli potesse lenire almeno la
‘miseria’ italiana. I ‘ritorni all’ordine’ son sempre stati
solo un’ira mascherata. Avevano alcunché, quelli di ‘Nuova Prosa’, dei
‘pilgrim fathers’ della primissima Adelphi: ognuno riconosceva i suoi. Debbo
per forza evocare l’ombra di Bobi Bazlen, che (dicono) preferiva esprimersi nel ‘suo’ tedesco? Basti che De Marchi è nato
a Genova. I suoi romanzi son quelli che avrebbe potuto
scrivere Montale, meno la babilonia simboleggiante d’epoca. Dal che si evince
(sic) che preferisco la Mosca
a Doria Markus.
Come libero volentieri di
progetti ideologici troppo generalizzanti (decisamente è caduto anche il più
tenue, tuttavia àlgido, sogno di una Darmstadt anche letteraria, mi sa che la
prossima svolta sarà un recupero ‘tecnico’ di un darmstadtismo riscoperto nelle
sue fisime e nelle sue utopie, nei suoi antri post-atomici, riscritto per
ritrovarne l’aria del tempo come si è fatto per un Rameau, capace di fare un
gioco di società dell’alta matematica, o per le volatine
tutte uguali di Gioachino Rossini), così lo scrittore De Marchi si guarda da
strutture di romanzo troppo brunelleschiane; l’impressione (che in me si
accresce per la mia connaturata, personale predisposizione a diffidare delle
‘idee’ non incarnate) è anzi che il modo di crescere della sua tela narrativa
sia sempre un poco per giustapposizione, per giunzione di ‘tagli’ (come si
diceva per le pezze di stoffa) la cui non casualità si dimostra sul campo, in
sequenza, e, semmai, nella più calorosa prospettiva di un approfondimento
progressivo dei motivi psicologici, delle turbe e delle ‘ricordanze’
autovalutative dei personaggi. Ho scritto ‘calorosa’, perché lo scrittore non
risparmia consenso alle sue cavie narratologiche. Suscitano simpatia, curiosità
e compassione. Ma la mira, finalmente, è conoscitiva. Chi si nutre più di
pagine scritte che di minestre o tonno in scatola, può riconoscere presto certi
debiti, che sono anche impegni. Un incipit flaubertiano (“L’olio friggeva
tranquillo, non c’era che da sorvegliarlo. Ora, con l’orecchio sempre attento
al parlottare della friggitrice, aveva qualche minuto per pensare...”), la
sensazione inebriante di un epos minimo, o medio, che si avvale delle linee di
forza del discorso elevato. Per gli umanisti era un modo prediletto di
costruire il contrasto ‘comico’. Ma la mira del De Marchi
è critica e gnoseologica e punta a renderci meno estranei, sulla pagina, uomini
d’oggi che ci sono estranei. Il diario di un capitano Cook, di un Darwin, di un
dottor Livingstone reduce dalla foresta prossima non più ventura. Ne riporta
simie ed esemplari umani non più conosciuti. Come il protagonista della Vocazione, che non ha potuto iscriversi all’università (caso, oggi, improbabile
come quello di un capo di stato che abbia la testa sulle spalle, di una bellina
che non sii trojetta), e sognando di realizzarsi come storico autodidatta e free-lance (la sua ‘vocazione’), passa
da guardiano di macchinae, verbigratia, a commesso di botteguccia di libri
d’occasione (e se li fa rubare, perché immerso nel leggere,
e perde il posto ch’era fatto solo per lui) a cuoco friggitore in una sorta di
McDonald’s più miserando. Quello che lo distacca dagli studenti che non trovano
mai tempo abbastanza per sciuparlo è quasi una
rivelazione, per lui che sente rubato perfino il tempo da passare a letto fra
il sabato e la domenica con una camerierina che si chiama Antonella. Così il
rapporto di Luigi con Giuseppe, sconfortato insegnante (già di religione, il
posto più facile, a scuola) e destinato alla carrozzella da una malattia
progressiva prenatale, richiama più d’una volta quello di Bouvard con Pécuchet;
ma anche quello, bohémien e picaresco, del film d’antan L’uomo da marciapiede (Midnight
Cowboy) che valse a lanciare fra i big del cinema l’inesauribile guitto
Dustin Hoffman.
Libro bello e catafratto, La vocazione ha qualche raro incidente
di percorso nel ‘parlato’, che pare costruito a
tavolino; è un fenomeno antico, fra gli scrittori italiani. I grandi narratori
trecenteschi o cinquecenteschi avevano saputo evitare la zona d’inciampo fra la
voce ‘epica’ e le ‘voci’ dramaturgiche, ridotte a emergenze solo sporadiche e
necessitate. Come un fumetto che fosse costruito, al
90 per cento, di stripes, o come il
modello nobile del fumetto, il film muto con le didascalie, e in queste c’era
libertà di scelta, dal dannunziese al piccolo borghese. Come fu malintesa la
lezione dei librettisti d’opera, l’Italia entra nel terzo millennio delle
calende con un ritardo sugli sceneggiatori e gli autori di dialogo non solo del
cinema ma anche della ‘rivista’. La colpa è il non sapere, discesi da cavallo,
dove appoggiare il peso della proustata.
Càpita, così, che ‘discendano in
campo’ i narratori non di professione, alcuni per bisogno di ritrovarsi nel
mondo dell’espressione, di ‘fotografare la vita’ per calco o per entusiasmo,
altri in cerca di farsi una toga. Alla Ambrosiana, per fortuna senza doverne
incontrare l’antico prefetto biblista e star televisiva della domenica (oh quel
superbo clergy, oh quelle gambe incrociate in calzoni che mai avranno il tempo
di lasciare che v’impigrisca sopra una piega; oh quella voce impostata di
guitto satisfatto di sé) ci trovammo a presentare una estrosa
collana del Guida napoletano, nata sette anni or sono per iniziativa di uno
storico della filosofia capace anche di pensare (caratteristica, di solito,
rintuzzata dai concorsi pianificati a quel tipo di cattedre), Giovanni
Casertano: gli “autenticifalsid’autore”.
Vi inserii un Paratasso, quando la
guerra ‘che conta’ era quella, oggi dimenticata, nello straziato Iraq, (come la
guerra americana coi Seminole nelle Everglades della Florida non ha avuto fine
dichiarata, semplicemente la si è fatta sparire dalle
prime pagine dei giornali, mentre guerra scaccia guerra come amor discaccia
amor, in tal guisa sulla terra sempre c’è l’Imperator), e non le sono mancati
(dico alla collezione dei ‘falso-veri’) nomi eccellenti fra il pubblico, dal
giovedì grasso di Camilleri (Boccaccio) al venerdì di magro di Rugarli (Manzoni
giurista), ma il libriccino che raccomando a tuttitutti è la Parastoria della letteratura italiana (De Sanctis)
di Vittorio Caratozzolo. Se nelle vostre serate in famiglia, al gioco della
tombola, vincete due baiocchi, datemi retta, mandateli al Guida e leggeteveli
tutti, magari fate fuori il Paratasso.
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Bizhan Bassiri, La Luna, 2009
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Lì, all’Ambrosiana, incontrai uno
che, di suo, non fa lo scrittore; era lì per varare la
stampa, con l’editore napoletano, di un suo esordio narrativo, dal titolo che
istantaneamente mi fulminò: “il riflesso della luna sull’acqua”. Prima di
Marinetti, già il barone Vitellio Scarpia, poliziotto e siciliano al servizio
del papa, in età di Marengo, aveva proclamato, sognando la “conquista violenta”
(oggi si dice stupro) della cantatrice Floria Tosca, di appagarsi poco di sospiri e di “lattiginose albe lunari”. Marinetti,
poverino, con l’invasamento del genio, mai si limò le corna come in quella
crociata contro l’astro d’argento. Luna e mamma in Italia non si toccano.
Peggio fu quando l’appena conosciuto scrittore, in erba non negli anni ma nella
fede, mi disse che il romanzetto sarebbe stato in chiave buddistica. Io,
naturalmente, devo aver borbottato che mi disinteresso alle religioni e Antonio
De Santanna, bel nome spagnolesco per un uomo corretto e cordiale, ebbe facile,
ironico gioco nel rammentarmi che il buddismo non è una religione. Meno male
che, per parare il colpo, non mi spostai sull’altra mia trincera, che per me la Cina
non è mai stata vicina. Gli occhi dell’interlocutore toccato dalla grazia, in
quei casi, fra ironici e scandalizzati (“ed è anche un professore
d’università!”), prima ancora che costui apra bocca mi
ridicono: ma era un principe indiano, forse nepalese, il suo messaggio, in
sanscrito, si diffuse dalla valle del Gange. Ma non ho letto nemmeno Siddhart(h)a? Mestamente mi scuso, come il vigile Alberto Sordi, e del primo e del secondo errore.
Quanto prevale, in me, l’ignoranza della fantasticheria sensibile. Un indiano
per me porta il turbante, la barba nera, la scimitarra o yatagan al fianco, gli
stivaletti da starvi ben ritto sulla tolda del praho o sulle peste di tigri,
nella jungla. Mi ci vorrebbe non Hesse ma Sàlgari: “Gotamo Buddho nella jungla
nera”. Invece, sarà mica mia la colpa, gli hanno fatto statue crasse, posose,
che sembra (e lo disse il Benigni dei tempi d’oro,
allevato da Giuseppe Bertolucci e non scoglionato da Dalema) il Bettino in
ascolto della “buona musica”. Che musica ascolta Craxi? La buona musica. Qual’è
la buona musica? Quella che ascolta Craxi. Parola del Signore.
E pensa che Siddharta lo tradusse Massimo Mila, fra i
nostri musicologi la penna più nativamente democratica. In altri senti che
nacquero ricchi, o che sono poeti, o che son ‘maledetti’,
o profeti in ritardo di vangeli già largamente stabiliti in terreni più
seminati, o pugnaci ideologi dai gerghi infungibili. Mila, quando lo penso, in
equilibrio fra le lettere dal carcere e il breviario dell’Alta Montagna. ‘Onesto’, come poeta onesto s’era voluto Gozzano.
De Santanna, meridionale che vive
a Milano, è un alto burocrate e un uomo savio e cordiale. Uno scrittore?
Bisogna non mai scordarsi che una stessa parola, è normale, racchiude un bel
ventaglio di significati. Se sei in bilico precario su un pozzo e due scrittori
ti tirano giù, il critico letterario non ha dubbî su chi buttare di sotto fra
De Santanna e De Marchi. Mi sto sempre più convincendo che questo è
indiscutibile ‘a palle ferme’ e le palle si muovono
quando il gioco si avviva. Il più umile dei giocatori di bocce sapeva
inventarsi uno spazio geometrico ideale diverso da quello (reale e ideale) dei
concorrenti, e, in esso, una maniera di muoversi. Si
propiziava il tiro con mille scambietti e il pubblico teneva il respiro, a
volte liberandosi in grida d’improperio o di consenso rapito. Fuori dei giri
immaginosi, viene in campo la ricezione. E questo richiederà una taratura degli
strumenti, volta per volta, diversa. Lo scrittore non per scrittori (sua
debolezza è attendersene il plauso, che non è mai disinteressato – esistono i
professionisti nel ‘lancio’ dei novizî e degli
aspiranti, o nella rianimazione bocca-a-bocca dei noti che non sfondano, vero
catalogo di Leporello, un poco infame).
Madamina, il catalogo è questo
dei poeti che amò il padron mio.
In
Italia son già 1003...
In
chi narra lo seduce
il piacere del diario
In
chi inventa, il maggior duce
è chi è fuori del lunario
Leva
al cielo chi raduna
nei suoi versi luna e bruna
Nulla
gli è di vilipendio
in chi gli alza lo stipendio
La
ragazza a cavalcioni
gli si leva i pantaloni
Il
buon padre di famiglia
venderebbe anche la figlia
Non
si dice che scrittrice
cova in una levatrice
od in chi con gran faccenda
centra cavoli e merenda
C’è
per tutti una parola
che consola e fa vedere
‘noi chi siamo’ al caffettiere
al collega al portinaio
al priore al benzinaio
alla bionda della cassa
Non
è mai di lodi stitico
chi sa fare bene il critico
Dunque Santanna vada dritto per
la sua strada. Poco mi suggeriscono i premicinî che riuscirà (difatto è già
riuscito) a raggranellare, nel nostro bel meridione ce ne sono anche tre o
quattro per sobborgo (“in Sicilia son già 2006...”) e Il Critico ci sarà a
spender le sue solite quattro formule in croce a spese dell’Assessore. Meglio
il Grande Fratello, dove tutto si sfronda dal buco della chiave, (honny soit qui mal y pense), meglio
Miss’italia, con vere fighe, o Sanremo, dove almeno sarà da prevedersi la
discordia fra pubblico e giuria. Mi piace invece pensare che al “riflesso della
luna sull’acqua” non mancheranno lettori spregiudicatamente complici. Non è la
mia formula, ma s’impose col romanticismo e in fondo non è stata ancóra, con
quel vasto circuito potenziale, sostituita. Chiede a chi scrive e a chi legge
una complicità che si basa su una esperienza di vita,
sia pure idoleggiata e romanzata, ed offre le caramelle dell’empathia.
“Gli
tornarono alla mente le parole del Buddha morente: ‘Poiché
non c’è nessun salvatore esterno, è su di sé che ognuno di voi deve far
affidamento per la sua liberazione, Queste sono le mie ultime parole.” e, voltando le spalle allo sconosciuto ancora barcollante,
prese la via di casa, ingoiato ben presto dalla vasta oscurità”.
Scrittori così hanno inadeguata
esperienza dei mezzi, ma un calore di buona fede, di fuoco di legna. La hyle, la
materia intrattata, del novellare, mi viene a mente quando le navi affondano,
non chi era meglio vestito, ma il più atto a nuotare, si salva. So l’arte e la
metto da parte. Fra Daniel De Foe e Gianfranco Contini, butto a mare il Domodossolitano.
Oh!
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