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Non mero
catalogo, ma vero e proprio libro da collezione Giovanni Fontana. Testi e pre-testi, recentemente pubblicato dalla Fondazione
Berardelli di Brescia, nei cui spazî è in corso (19 dicembre 2009-31 marzo
2010) la prima mostra antologica dedicata al poliartista intermediale frusinate. Il volume, suddiviso in
cinque sezioni, quanti i decennî lungo i quali s’è dipanato il percorso dell’autore
(i primi assemblaggi parola-immagine datano al 1966) e locupletato da un cd contenente un’antologia di lavori
sonori, è introdotto da un denso saggio di Marcello Carlino e presenta testimonianze
di Pierre Garnier, Melania Gazzotti, Arrigo Lora Totino, Eugenio Miccini,
Giulia Niccolai, Adriano Spatola e Nicole Zanoletti.
Insaziato
cercatore e sperimentatore di linguaggi, regista e performer dotato di capacità
interpretative assolutamente fuori del comune (teatro, video, audio i suoi
campi d’azione), fondatore di riviste storiche come «La taverna di Auerbach» e
«Momo», teorico delle scritture intermediali (La voce in movimento,
2003; Poesia della voce e del gesto,
2004), autore di romanzi sonori (Tarocco meccanico, 1990; Chorus, 2000), Giovanni
Fontana è una delle voci più vive e originali del secondo Novecento, cui l’(auto)confinamento
entro l’angusto circuito ultravanguardistico non può non aver nuociuto in sede
ricettiva e di consenso. Si apra a caso la sua ultima silloge poetica Frammenti
d’ombre e penombre edita da Fermenti nel
2005 («siffla e strigne / finché nulla resta / oltre la cecità magra di nebbie
/ dove proprio quell’ombra luminescente / azzurra»; «stridule risa poi e colpi
e lai di quell’inverno / la notte dai balconi del potere / si perde complice
nei vicoli / quando inconoscibili al buio cadono le mani tronche / sotto la
scure dei cospiratori / per quell’inferno / slash / quando quell’ombra /
:incombente») e si dica se egli non meriti a pieno titolo l’iscrizione ai ruoli
effettivi della poesia italiana contemporanea senz’aggettivi.
Per gentile concessione dell’autore e della Fondazione
Berardelli pubblichiamo integralmente l’autobiografia contenuta nel catalogo.
Gualberto Alvino
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Fine direi, tanto per cominciare. Quando la
prima elementare accorciò le ore del sonno facendo scivolare un freddo
fastidioso nella schiena attraverso il colletto bianco inamidato. La fine di un’infanzia
corta. L’odore dei lumini coprì improvvisamente i profumi di vaniglia delle
confetture quando mia madre perse suo fratello Glauco, poeta. E fu subito
scuola ché, già padrone di alfabeti materni, una suora in prima battuta mi
chiese di copiare una pagina dal libro di lettura. Proprio così come la vedi.
Proprio così? Le chiesi. Sì, così. E fu che ricopiai irreprensibilmente in
bodoni perfetto, cercando di minimizzare i caratteri per non varcare i margini del
foglio. Ovviamente fu la delusione della suora-maestra e fu la delusione mia.
Che continuavo a chiedermi senza risposta perché avesse voluto obbligarmi a
quell’esercizio tanto strano, quando avrei potuto scrivere tranquillamente in
corsivo corrente. Un impatto deludente. E perdente. Nei confronti di quella signora
bacucca così strana che si era senz’altro fatta un’idea sbagliata delle mie
capacità scrittorie. In realtà ero abituato ad osservare tutto nei dettagli. E
mi interessavano le grazie dei caratteri di stampa. Li vedevo cordiali e
sorridenti. In particolare m’intrigava la “e”, simpaticamente, che aveva deciso
di porsi di profilo per esaltare il taglio della sua risata sganasciata. Abituato
a scrivere sotto dettatura, capii, lì, che non dovevo prendere tutto alla
lettera. Ma, in effetti, il gran finale fuor di bambagia c’era già stato quando
scappai dall’infantile ostello. Un alto cancello. Un giardino. Un pino. Altre
monache. Altro tipo di cuffia. Fu la mia prima performance. Una fuga in
solitario di cui mi restano nella mente certi curiosi graffiti di gesso sui
muri sbreccolati. Un gran finale. Coda d’infanzia che fu chiaro segnale d’insofferenza
per certe bambocciate inutili e che convinse i miei a ripiegare su altre
strade. Ed ecco, allora, che fu la prima elementare, inaugurata in bodoni a
cinque anni. Fine di coccole. Di boccoli. Di profumi materni legati alla cinta
d’una vestaglia rosa. Ed ebbi un tavolino tutto mio per disegnare e scrivere e
far di conto. Il tramonto aprì varchi d’interesse tra fantasmini di carta e
colla ritagliati in profili dipinti. Fu il teatro del mondo. Dove passò il
tempo e la storia. Dove montò la passione per lo spettacolo e la pittura.
Ho cominciato prestissimo ad imbrattare
tele. Le mie prime mostre documentate risalgono addirittura al 1959, quando ero
appena tredicenne. Sono nato nel ’46, a Frosinone, a pochi metri oltre l’arco
Campagiorni, una delle due porte della città ancora in piedi. Frosinone era un capoluogo
di scarse risorse, sconvolto dalla guerra, che per lunghi anni conservò le sue
macerie. Poco prima dell’arco troneggiava il palazzo dei Bragaglia, ormai
ridotto a rudere. Bombardato e invaso dagli sfollati per lungo tempo. I
Bragaglia (Anton Giulio, artista geniale e poliedrico, fotodinamista misconosciuto
– con spirito contro-futurista – per quelle misere invidie che non risparmiano
le avanguardie, Arturo, fotografo e caratterista brillante, Carlo Ludovico,
regista di tanti film di Totò, Alberto, detto pictor philosophus) erano fuggiti a Roma in cerca di successo. Cosa
poteva offrire quella provincia così arretrata.
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Giovanni Fontana a Belfast, 2009
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Ricordo, da ragazzino, quanto si faticava a
trovare un libro o un disco. Tutto arrivava con notevole ritardo. La
lungimiranza di mia madre, ma anche la sua curiosità e il suo amore per la conoscenza,
sia pure con qualche dose d’ingenuità, regalò alla nostra casa il periodico
appuntamento con i libretti in brossura della B.U.R. Dimessi, grigi, senza
illustrazioni, con caratteri minuscoli, nascondevano meraviglie! Sugli scaffali
si compose in file ordinate l’intera collezione. Lire 50 per il volume singolo,
100 per il doppio e così via. I soli titoli erano tutto un programma. Dai
latini ai classici greci, dai grandi francesi ai grandi tedeschi, dai russi
agli americani.
Mi colpì la favola del silenzio di Poe, mi
affascinò “perdita di fiato” e “il cuore rivelatore” fece balzare in primo
piano il battito del mio cuore, un pulsar materico con valenze mostruosamente
poetiche. E il richiamo notturno del corvo, così importante per un
quattordicenne in vena di romantiche foschie e torbidi disperati amori. Il
refrain di “the raven”. Una rivelazione fondamentale. Non v’era dubbio che il
refrain “dovesse essere sonoro e capace di prolungata accentuazione: e considerazioni
di questo genere mi condussero, inevitabilmente, a pensare all’o lunga, come
alla vocale più sonora, e a collegarla con la r, cioè con la consonante più
prolungabile. Essendo stato così determinato il suono del refrain, fu
necessario poi scegliere una parola che contenesse in sé un tale suono e che,
al tempo stesso, si attenesse il più possibile a quella malinconia che doveva
costituire, secondo quanto avevo prestabilito, il tono della poesia. E, in una
tale ricerca, sarebbe stato assolutamente impossibile tralasciare una parola
come Nevermore. Essa fu, infatti,
proprio la prima che mi si presentò alla mente” [Filosofia della composizione].
Questa la mediazione della rinnovata
attenzione nei confronti dell’alfabeto, prima di scoprire le “voyelles” di
Rimbaud. Ma in Poe ecco anche l’x-atura geniale del paragrafo in “o” che aveva
impegnato fino ad esaurimento lo scomparto corrispondente nella cassetta dei
caratteri. Articolo “mistico e cabalistico” come egli scrive. Ex-cellente.
Ex-centrico! Geniale! Mi scatta una molla nella testa. Dovevo andare a ricercarmi
bizzarrie tipografiche del genere! Ne ero stregato. Tra suono e immagine la
curiosità indaga tra vecchie stampe, tipografie capricciose, calligrammi,
fumetti strambi. Poi vennero gli approfondimenti d’arte. Sulla “Selearte”di Olivetti
e Ragghianti, che mio zio Michele mi passava di seconda mano, scoprii Gaudì e
Le Corbusier, Licini e Capogrossi, Bacon, Ben Shan, Duchamp ed un corteo lungo
di classici e di incisori rupestri, di sperimentatori e di avanguardisti.
Solo nel ’63 iniziai ad interessarmi del
rapporto specifico tra discipline artistiche diverse. In quell’anno tenni la
mia prima mostra personale (Galleria “La Saletta”, Frosinone, con presentazione di Carlo
Marcantonio, pittore di stampo figurativo, allora mio maestro di pittura),
nella quale, illustrando racconti di genere fantastico (dall’amato Poe a
Buzzati), sperimentavo le possibilità di connessione tra la letteratura e le arti
figurative. Ma naturalmente non si poteva ancora parlare di poesia visuale. Niente
di più che semplice illustrazione. Vivere in quegli anni in provincia non era
facile. Tutto arrivava di seconda o di terza mano. Per le riviste specializzate
c’era difficoltà di reperimento; generalmente erano distribuite su ordinazione,
ma spesso non se ne conosceva l’esistenza. In quella piccola galleria, retta da
Ettore Gualdini, freschissimo pittore e corniciaio, si poteva fare qualche incontro
interessante. Fu una piccola palestra di esperienza rara.
Poi giochi, incontri, amori, cineclub, l’impegno,
paesaggi, viaggi e geometrie, mari, montagne e cimiteri, maschere, balli, contestazioni
e studi, numeri, scorribande e perdite di tempo, ma con una nuova passione per
le forme dello spazio, mutuata dalla scenografia e alimentata dalla sicurezza
professionale di un amico architetto di buona mano.
Nella seconda metà degli anni ’60, invece,
mi dedicai allo studio dei rapporti tra parola, suono e immagine, collegando l’esperienza
pittorica a quella teatrale e musicale [collaboravo con gruppi teatrali,
studiavo musica da autodidatta cimentandomi sulla chitarra e sul flauto dolce e
ascoltavo molto jazz]. Ma fu fondamentale il rapporto con Roma.
Mi iscrissi alla Facoltà di Architettura
nell’anno accademico 1965/66. Fin da ragazzo sono stato perseguitato dalle
ombre dei miei ascendenti omonimi, presupposti, vagheggiati, ascendenti d’elezione,
aviti profili d’affezione, insinuati ambiguamente nel mito familiare di un
trisavolo insediato ai Castelli che, senza come né perché, si sganciava dalla
tradizione dei Fontana edili d’ingegno.
Un gran libro sulle gesta edificatorie di
Domenico è stato sempre sulla scrivania di mio padre e, di tanto in tanto, era
sfogliato in cerca di suggestive immagini di obelischi romani che erano sollevati
da macchine tanto ingegnose quanto pericolose per le quali qualcuno doveva
gridare “acqua alle corde” per contenere il numero delle morti bianche, che
sotto Sisto V non dovevano esser poche. Con quel papa, Domenico si dimostrò
grande urbanista nella Roma cinquecentesca. E non solo. Tanti e grandi lavori.
Opere importanti, ma certo il progetto più curioso fu quello che prevedeva la
trasformazione del Colosseo in una filanda, con tanto di abitazioni per gli operai.
Quasi un Fourier ante litteram. Ma chi alitava sulla spalla era Sisto V, al
quale si deve anche l’autorizzazione ad utilizzare i monumenti antichi come
cave di pietra. Domenico veniva dal lago di Lugano, così suo fratello Giovanni,
anche lui architetto. Chissà, forse per questo mi s’insinuò il tarlo dell’architettura.
Anch’io Giovanni, anch’io Fontana. Erano di Melide.
Figlio di Domenico fu Giulio Cesare, pure architetto.
E Carlo nel 600 collaborò con Pietro da Cortona e col Bernini. Suo figlio Francesco
nacque a Castel Gandolfo e insegnò architettura all’Accademia di San Luca. Suo
figlio Mauro seguì l’insegnamento paterno. A lui si deve l’Accademia di Santa
Cecilia. E ancora e ancora. Finché non spuntò l’altro Giovanni Fontana, quello
sulfureo dell’Accademia Bolognese. Architettore di macchine tanto ingegnose
quanto strampalate, che aveva il gusto della scrittura e dell’impaginato.
Mi stabilii a San Giovanni, in un
appartamentino di via Taranto che mio padre aveva voluto acquistare fiutando un
buon affare. Cominciai a frequentare gallerie, a seguire spettacoli, a leggere
riviste di area sperimentale. Trovai molto interessante in quegli anni la
lettura degli scritti di Gillo Dorfles, attraverso i quali mi avvicinai alle
nuove problematiche della comunicazione; mi appassionai alle questioni legate
all’estetica della civiltà di massa, ai rapporti tra i linguaggi, agli universi
espressivi interdisciplinari e alle nuove forme di scrittura, dalla poesia
concreta alla poesia visiva, dai nuovi sistemi di notazione musicale alla
retorica pubblicitaria. Un incontro fondamentale fu quello con Istruzioni per l’uso degli ultimi modelli di
poesia di Lamberto Pignotti, pubblicato da Lerici nella collana dei «Marcalibri».
Fu un trampolino utilissimo per gli approfondimenti nel settore. Ma allora, in
particolare, ero affascinato dall’avanguardia teatrale e dal linguaggio
cinematografico. Cominciai a frequentare i teatri romani e a seguire con
assiduità le proiezioni d’essai del
Nuovo Olimpia. Mia nonna Linda, poetessa e musicista dilettante, mi aveva
sempre raccontato le sue avventure artistiche di gioventù nel cinema e in
teatro, con suo fratello Alberto, attore, che già nel ’35 recitò con Blasetti,
poi ispettore e direttore di produzione. I suoi figli Renato e Roberto (Cinquini)
furono stimati montatori, dalla fine degli anni ’40 fino ai ’70. Contano un’ottantina
di film ciascuno. Accanto alla produzione commerciale hanno varato film di registi
come Rossellini e Germi, Vancini e Pontecorvo, Mattoli e Salce. Roberto dovette
anglicizzare il proprio nome quando, con Sergio Leone, montò Per un pugno di dollari. E diventò Bob
Quintle. Subivo la malia di quel mondo. E mi guardavo intorno.
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Giovanni Fontana, Senza titolo, 1999, collage e inchiostro su carta, cm 29,7x21
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Poi, nel ’68 costituii un gruppo teatrale,
con il quale misi in scena il mio primo testo: Qui si parla di Belacqua e del suo apriscatole. Collaborava con me
Giovanna, anche lei interessata alle arti e al teatro, che diventò mia moglie. Nello
stesso anno conobbi Cesare Zavattini con il quale tenni rapporti per il suo
progetto dei «cinegiornali liberi». Zavattini si interessò al gruppo teatrale e
fece in modo di farci tenere una serata al Teatro Arlecchino. Zavattini aveva
antenne sensibilissime. Capii da lui che la curiosità era una grande risorsa. E
con curiosità mi affacciai sul panorama poetico. Talvolta con voracità. Ed ecco
Palazzeschi e Campana, Pound e Cummings, la beat
generation e il Gruppo 63, fino ad Emilio Villa.
Le prime scritture verbo-visive si
affacciarono negli anni 1966-1968 (in perfetto isolamento: non avevo ancora
avuto modo di conoscere personalmente i poeti che operavano in quell’area) e si
svilupparono parallelamente alle sperimentazioni sonore su nastro magnetico che
utilizzai in teatro (1968-1972) in almeno tre spettacoli.
In quegli anni composi numerosi lavori
visuali. Da un lato mi interessava la purezza della scrittura dattilografica,
dall’altro la trama labirintica della scrittura libera e disordinata; da un
lato mi appassionava la notazione sonora, dall’altro la composizione visiva
alla maniera del gruppo fiorentino di Pignotti e Miccini.
Lavorai molto per individuare una linea
personale. Quelle opere sono in buona parte andate disperse, ma molte sono
ancora in mio possesso o presso la Fondazione Berardelli,
altre furono amichevolmente “requisite” da Sarenco per iniziative espositive e
non sono più tornate indietro: alcune poesie visive sono riapparse nella mostra
Poesia Totale di Mantova ed una
tavola a colori del ’68 figura in catalogo.
In particolare realizzai le tavole di Testo (1967-68) [più di cento pagine per
la maggior parte tuttora inedite] e di Radio/Dramma
(1968-70) [ottanta tavole], che fu successivamente definito da Arrigo Lora
Totino un «testo-partitura per battute visive». La prima stesura organica di
questo lavoro risale al 1970, ma molte tavole erano già state composte uno o
due anni prima.
Nell’estate del 1971 mi cimentai con uno
scritto teorico su «arte tecnologica e arte popolare», che pubblicai nel
gennaio 1972 sul n° 1 della rivista «Dismisura», fondata a Frosinone da un
gruppo di intellettuali locali di vario orientamento, di cui facevo parte. In
quel numero fu stampata anche una mia «poesia concreta». Da quel momento
pubblicai regolarmente pagine di poesia visuale. Nel n° 3 della rivista
(maggio-giugno 1972) uscirono due tavole di Radio/Dramma.
Nel ’70 era uscito per Bompiani il Non libro più disco di Cesare Zavattini,
che mi aveva stupito; ma nel 1973-74, la visita di Contemporanea, la rassegna allestita nei parcheggi di Villa
Borghese, aumentò la carica dell’entusiasmo e mi spinse, da un lato, ad
approfondire la ricerca, dall’altro a forzare i confini del mio ambito
consueto. Inviai il mio Radio/Dramma
ad Adriano Spatola (che si era arroccato al Mulino di Bazzano): lo apprezzò
moltissimo. Fu un passo decisivo. Da quel momento (1976) iniziò la nostra
grande amicizia. Pubblicai tavole visuali sulle antologie Geiger e regolarmente su «Tam Tam». Nel 1977 uscì finalmente, per
le edizioni Geiger (ancora ufficialmente a Torino), il Radio/Dramma con testi introduttivi di Adriano, di Giulia Niccolai,
di Carlo Alberto Sitta, di Marie Louise Lentengre. La veste tipografica era
piuttosto povera (fu stampato materialmente da Spatola in persona), ma
sicuramente il taglio della ricerca denotava una certa originalità: tra poesia
visiva, scrittura paramusicale, fonetismo, teatro, partitura d’azione, libro d’artista,
ecc. Tutte le tavole originali (circa 80) furono esposte nel Palazzo
Pianetti-Tesei di Jesi in una mostra di gruppo con gli amici artisti Elmerindo
Fiore, Piero Varroni, Franco Bugatti, Riccardo Lumaca. E c’era lì anche un
discreto numero delle mie tavole sui canoni proporzionali. Attraverso Dürer mi
cimentavo con il dato numerico. Altro pallino, velatamente presente nel mio
lavoro. Era ormai il 1978. Entrato nella redazione di «Tam Tam», iniziai a collaborare
con Adriano su diversi fronti, finché nel 1979 non decidemmo di organizzare a
Fiuggi quella famosa rassegna (Oggi
Poesia Domani), in occasione della quale fu offerto un panorama molto
articolato delle esperienze verbo-visive, sonore e performative internazionali.
Era anche l’anno della grande mostra Concreto & Visuale che Adriano
e Giulia organizzarono all’Università di Sidney e alla National Gallery di
Melbourne, un momento che ho sempre voluto considerare come una sorta di pietra
miliare nel corso della mia attività poetica. Ma in realtà era solo l’inizio. La
mia teoria della «poesia pre-testuale» era ancora in gestazione e l’exploit performativo era in
fermentazione. Mio figlio Carlo aveva 4 anni. Luca nacque nell’81. Poi venne il
resto.
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