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di Ignazio Apolloni
Dunque, la memoria. Questo bene di cui sono dotati
molti esseri umani ed alcuni esemplari di animali. Un bene che ha del
prodigioso in alcuni casi (basti pensare a Pico della Mirandola o agli elefanti
work, un urlo alla luna e un gioco d’azzardo – secondo una credenza popolare).
Qualcosa di cui non si potrebbe fare a meno senza avvertire una perdita di
identità personale e di gruppo, nazionale e sociale.
Dunque, la memoria come altra faccia di sé, l’occhio
speculare della macchina fotografica che ci rappresenta e illumina la nostra
dimensione; l’abito che veste il corpo e ne rende elegante il portamento; il
filo della storia che annoda gli eventi e ne fa tessuto.
Nessun popolo potrebbe vivere senza una Storia, la
propria. Nessun uomo può fare a meno di memoria (per potere ritornare sui
propri passi dopo l’esplorazione dell'Universo; o per ritornare nella propria
dimora dopo una fugace epifania nel proprio territorio). Così come nessun
animale può fare a meno del proprio fiuto.
Fatta di vista e di fiuto; di tatto e di udito; di
senso del gusto e dell’orientamento; dell’avvertenza del pericolo, la memoria
guida la vita e la conduce verso il destino. Non ci sono destini senza storie e
leggende; culture senza letteratura ed arte; scienza senza progresso. La
fotografia, la cinematografia, gli audiovisivi, la telematica sono divenuti
supporto essenziale e contenitori di brani e di brandelli di memoria.
Ma se la memoria è tutto ciò che ci è appartenuto
(dall’abito impregnato del nostro sudore alla mano che produce la ricchezza;
dalle mura entro cui ci rinchiudiamo per il riposo o per la notte all'orizzonte
che delimita il nostro campo visivo) la mancanza di memoria svuota di senso l’esistenza.
Gli smemorati (celebre quello di Collegno finito in manicomio senza che si sia
mai saputo chi fosse) hanno vita breve se non addirittura nulla. Non sono
accettati nel consesso di altri esseri umani; sono anzi rifiutati. Il primo
postulato perciò di una società civile è quello di dare parte della propria
memoria ai disadattati, agli infelici. Scegliendo ovviamente in essa quella
parte che in quanto carica di valori civili e religiosi merita di essere
trasmessa alle future generazioni.
L’architettura nelle sue varie forme (dalla geometrica
egizia delle piramidi alla più elaborata rappresentata dal barocco; dalla più
essenziale e sublime – quale quella tunisina caratterizzata dal bianco e
dall’azzurro – a quella ieratica delle moschee; dalla più nomade alla più
stanziale di necessità) ha creato agglomerati di tende o manufatti in cui una
etnia o un ceppo si riconosce come parte di un tutto: per lingua, segni,
meccanismi di scavo nella propria coscienza al fine di rilevarne somiglianze
quantomeno, se non identità di afflato. Non diversamente hanno operato le varie
forme in cui la letteratura si è strutturata: la poesia ha cantato l’amore; le
favole il sogno dell’avventura; le fiabe le paure ancestrali alleviate però da
forze sovrannaturali che sovrastano la volontà degli uomini e ne mitigano gli
effetti; la narrativa infine. È soprattutto a questa che viene demandato il
compito di trasmettere il massimo delle informazioni nelle vicende terrene di
personaggi reali o immaginari. Fare a meno della letteratura significherebbe
paralizzare il processo creativo che nel saldare il passato al futuro veicola
flussi di pensiero e verità filosofiche dei quali qualsiasi nazione ha bisogno,
tanto quanto ne ha bisogno qualsiasi essere umano.
Oggi si parla di DNA come di un imprescindibile
assetto fonico della carne di farsi musica. A sentire gli scienziati le cellule
vibrano, si trasmettono informazioni e suoni, dialogano, si accoppiano per
empatia. È ancora un mistero ciò che fa un uomo simile o dissimile da un altro.
Può sembrare blasfemo ma la qualità delle pulsioni, della rigenerazione del
sangue dipende dalla qualità del sangue e dagli occhi che in esso si
riflettono. Ci sono popoli legati al magma della propria vita; altri legati per
sottomissione al magma della vita degli oppressori fino al punto da dimenticare
l’essere stati. L’Africa, quella nera soprattutto, aveva il senso della propria
appartenenza fino a quando non sopravvenne la colonizzazione. Non diversamente
è successo in America del Sud, quella parte del Nuovo Continente divenuto America
latina (non si sa bene perché, visto che il latino non vi è divenuto mai la
lingua nazionale). Assistiamo, da qualche tempo a rivendicazioni nazionali in
nome di una comune identità; non sono infrequenti scatti di orgoglio. Solo
quando interessi primordiali (quali, ad esempio, le ragioni della sopravvivenza,
umiliate) o gli intrecci del limine con il sublimine portano alla base della
coscienza, con la necessaria perentorietà, la voglia di riscatto in nome del
rispetto che ci si deve in quanto essere umani, accadono fatti epocali. E tra
questi annovero l’islamizzazione del Nord Africa e di parte dell’Asia; che
certamente si accompagnò a un vuoto di potere ma trasse linfa altresì da un
padre spirituale e dalla propugnata identità di tutti nell'unico Dio.
E già, la memoria. Questa superba essenza dell’essere;
questa vaga entità capace di evocare lutti e dolori, nascite e gioie. Memoria
come processo ideativo e interpretativo fondato sull’accaduto. Memoria come
luogo deputato alla conservazione di un patrimonio astratto, eppure capace di
muovere e commuovere. Memoria scritta ma anche orale. Scrigno dove conservare
il meglio della propria esistenza e attraverso cui elaborare nuove conoscenze
da trasformare in valore. È il valore che noi diamo alla mnestica che ci fa
diversi dagli animali i quali invece se
ne servono per pure ragioni istintive. La memoria pertanto è tale, nella sua
vera accezione, se accompagnata al valore di essa. Al contrario, tutto ciò che
è privo di valore va sottaciuto, se non espulso. I riti sacrali e sacrificali
dei popoli pagani non sono memoria ma ricordi affidati dagli storici alle
pagine scritte perché fossero rifiutate come parte della civiltà; il rispetto
di tutte le forme di vita e culture, tutto ciò che vi contraddice va espunto dall’ordinamento
giuridico e morale. In ciò aiutano le gerarchie ecclesiali; gli interpreti
della parola divina; le favole e le fiabe a lieto fine che tutti i popoli, o le
singole parti di essi, si sono dati. Nulla di più bello che riconoscersi nelle
favole e nelle fiabe proprie ed altrui quali espressioni di un universo
sovrasensibile senza del quale la vita sarebbe semplicemente un otre vuoto.
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Mackintosh Memorial, 1980, Studio Nizzoli (G. M. Oliveri)
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Ecco, le favole e le fiabe innanzitutto. Non c’è
spazio geografico che non ne abbia prodotte. Ce n’è però di orrifiche e tali
rimaste fino ad ora; così come ce n’è di cauteriche o di semplicemente cariche
di simbologia. Gli effetti prodotti dalle une e dalle altre nella psiche
individuale e collettiva possono essere terrificanti, disastrosi (o al
contrario benefici). Tutto dipende dallo stato d’animo di chi le ha scritte,
dalle paure ancestrali, o dalla condizione di quiete in cui l'antenato si è
mosso. So di Giufà, così come sono certo che tutti sanno di Pinocchio o
Cenerentola. Non c’è adulto che non abbia la propria vita regolata da
meccanismi inconsci, spesso determinati dalle letture che si sono fatte o dai
racconti ascoltati da piccoli. Il potenziale di azione che governa l’infrastruttura
psichica di ciascuno spesso è legato alle storie sentite nella prima infanzia e
divenute poi il fantastico su cui elaborare pensiero e linguaggio.
Ma se ciò attiene alla memoria di sé, quale la
differenza con il ricordo? Una prima risposta data da alcuni è che la memoria
fagocita e assimila i ricordi; ne fa sostanza; mentre questi ultimi hanno una
vita estemporanea e perciò sono destinati a sfuggire alla regolamentazione e
conservazione. Un'altra teoria vuole la differenza fondata sulla struttura
psichica del singolo che, una volta carica di principi e valori, rifiuta di
farsi alterare dagli accadimenti della vita di ogni giorno. Il ricordo quindi
può – per un processo di sedimentazione – stratificarsi sulla coscienza
divenendo esso stesso memoria senza però divenirlo. Il cuore dell’essere perciò
rimane tale e trasmigra nel discendente in tutta la sua integrità.
A chi non sono noti i miti che hanno trasformato i
tedeschi in nazisti, e dei semplici cittadini in belve feroci; e chi non sa
quali effetti deleteri sta producendo in alcuni paesi del Maghreb una rilettura
del Corano imperniata sulla volontà di stravolgerne il senso? Fosse per il
ricordo delle vicende terrene di Maometto; del suo peregrinare tra le tribù per
inoculare il valore della trascendenza non potrebbero esserci né faide né
massacri. È la memoria di un passato glorioso – l’ideologia che se ne fa – a
muovere alcune coscienze e a ridurle schiave della bestialità dell’istinto. Ciò
in quanto la memoria conserva e contiene il bene e il male; il lecito e l’illecito;
il tutto e il nulla. Sta alle nuove generazioni, ai governanti più illuminati
espungere ciò che oggi ripugna alla coscienza; ed allo stesso tempo esaltare il
principio vitale di qualsiasi parola divina, impregnata sempre di morale e
talvolta persino di etica.
Si è già parlato di memoria e di ricordo. Non guasta
però un semplice accenno all'acculturazione. È nota la tendenza di alcuni
popoli all’esaltazione di sé, alla trasformazione in mito di vicende terrene di
alcuni umani. In Europa sono frequenti strade o piazze dal nome emblematico
come “Via della Libertà” o “Piazzale degli eroi”: È una tendenza innata quella
di immedesimarsi e di trarre vigore da una pseudo-parentela con qualcuno che si
sia distinto. Fin qui niente di male se non fosse presente in noi la tendenza,
comunque, all’emulazione. La cultura spesso sceglie le figure migliori, ne fa
il ritratto, le offre all'ammirazione. C’è chi trae giovamento dalla voglia di
competere con chi l’ha preceduto; c’è chi vuole imitarne le gesta per poi
sopravanzarlo. Funzioni positive; molle, tutte, che spingono verso l’affermazione
della propria unicità. Guardare ai padri (della patria, della stirpe, della
sapienza arcaica tramandata fino a noi) può essere un utile esercizio per la
crescita morale e culturale. È auspicabile anzi che se ne faccia sempre un
maggiore uso. Sta però ai mezzi di informazione (in una libera democrazia) e
alla letteratura nazionale ed estera nel suo complesso esaltare i giusti ed
additarli ad esempio. Ciò che di solito fanno gli storici e i romanzieri che
dalla storia traggono sostanza e alimento.
Dunque l’acculturazione, come cosa diversa dalla
memoria e dal ricordo. Leggere e selezionare; ascoltare e filtrare; dialogare
con se stessi per sentirsi crescere in corpo la rivolta per l’ozio e il rifiuto
di ciò che chiamiamo disvalori. Anche l’aggregazione fondata su principi comuni
può essere una forma di acculturazione; ed altresì le pratiche monastiche o
conventuali. Se siamo stati chiamati alla vita, la vita ci reclama. Darne una
parte a chi ne ha bisogno è un dovere etico, una sorta di appagamento della
coscienza che ci fa sentire migliori. E qui non si può evitare di pensare alla
politica come servizio alla collettività; come supremo bene da offrire perché
nella pace ci sia la realizzazione dei sogni o dei semplici desideri.
Solo i popoli che hanno cultura accedono alla democrazia:
doveroso il ricordo dell’antica Grecia e dei suoi pensatori più fecondi
(Aristotele quale suo principale artefice). È pur vero che ci sono democrazie
malate, intrise di autoritarismo. Il confine tra le une e le altre è sempre
labile ma la trasmigrazione avviene allorché la cultura cede il passo all’inerzia,
al disimpegno. Una società vigile, acculturata, eserciterà un controllo
sistematico del potere, ne comprimerà le ambizioni. Ma in che misura la memoria
di sé, e la conoscenza della memoria degli altri, può aiutare i popoli e le
masse a porre un freno agli appetiti dei potenti – siano essi in questa o
quella parte del globo? Se la memoria è spenta certamente non può far nulla; se
è sveglia e attiva si organizzerà e interverrà per operare le necessarie
correzioni. Sta agli intellettuali, agli uomini di cultura, agli uomini di fede
ricordare agli altri chi sono e su quali valori si fonda la loro vita. Sta alla
gnôsis contrapporsi all’oscurantismo. Sta ai cultori del razionalismo
contrapporsi ai dogmatici.
Una società senza dogmi, dunque? Non solo questo, ma
altresì che non abbia paura di confrontare le proprie credenze religiose,
etiche ed estetiche con quelle degli altri.
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