La novità sembra il ritorno di una parola rimossa: neorealismo
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Si affollano le diagnosi – da Asor Rosa a Guglielmi,
da Di Stefano a Spinazzola – sulle tendenze della produzione narrativa in
Italia. Tutti rilevano che i nostri scrittori trenta-quarantenni cercano di
comprendere la realtà odierna e i suoi cambiamenti raccontando la vita delle
periferie o della provincia. Si dissente sull’etichetta di ‘nuova epica’
impugnata dai Wu Ming, ma si concorda sull’arrembante emersione di giovani
autori meridionali (da Giorgio Vasta a Mario Desiati, da Michela Murgia a Valeria
Parrella, da Nicola Lagioia a Rosella Postorino). Comunque le classifiche di
vendita dell’anno appena trascorso sono state dominate, tra gli stranieri, da
Dan Brown, Stieg Larsson e la sorpresa Patrick Dennis; tra i best-seller
tricolori si affermano Fabio Volo, Margaret Mazzantini e Andrea Camilleri.
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di Massimo Vecchi
L’aria di scontento che si è respirata in questi
ultimi anni di fronte alla mediocrità della narrativa italiana, che salvo
qualche acuto appariva incapace di assurgere al livello stilistico del
capolavoro, è stata a sorpresa dispersa dall’intervento di un critico
letterario quale Alberto
Asor Rosa, elaborato all’insegna di una certezza definibile “senza e
senza ma” (locuzione che prendiamo a prestito dal gergo politico per
denunciarne l’orridità). Questo l’inizio del breve saggio di Asor Rosa pubblicato
da Repubblica prima di Natale: «Di tutto si può disputare e dubitare meno che dei
dati certi. E i dati certi sono che in Italia c’è stata negli ultimi anni un’impetuosa
fioritura di giovani autori di narrativa». La considerazione subito suggerita
dalla cautela indispensabile in materia è che la quantità non ha niente a che
vedere con la qualità, pur se tuttavia è elemento da non trascurare. Cercando
un’analisi teorico-letteraria recente, Asor Rosa riprende la sigla New italian epic data al fenomeno della
produzione narrativa presente dai Wu Ming
(Einaudi, Stile libero, 2009) e spiega che epico «significa fondamentalmente
due cose: la presenza dominante di “imprese storiche o mitiche, eroiche o
comunque avventurose”; e la caratteristica d'essere narrazioni “grandi,
ambiziose, a lunga gittata, di ampio respiro”.
Viene fornita anche una serie di nomi, messi insieme
in una specie di gruppone degli autori, che peraltro indossano casacche di
colore diverso, talché sono forzatamente accomunati sotto il titolo "la
nebulosa": Andrea
Camilleri, Carlo Lucarelli, Massimo Carlotto, Pino Cacucci, Giusepe Genna,
Giancarlo De Cataldo, Roberto Saviano, Girolamo De Michele, Letizia Muratori e poi Antonio Pennacchi, Walter Siti, Luca Masali,
Enrico Brizzi.
Se a qualcuno non per diversa scelta critica ma
soltanto per severità numerica sembrano troppi, Asor Rosa ne aggiunge parecchi
altri. Dopo aver dichiarato di attribuire particolare importanza alle scansioni
generazionali, sostiene che la generazione dei trentenni (o, se si preferisce,
dei sub-quarantenni) sia animata da una forte ricerca di identità, nell’intento
«di ricostruire, dopo una squassante bufera, le condizioni stesse dell’agire
letterario». E cita «gli Ammaniti; i Culicchia; i Fois; i Da Silva; i Pascale; gli Arpaia
(bellissimo Il passato davanti a noi,
2006); quel Giulio
Mozzi, la cui Felicità terrena (1996) resta un passaggio fondamentale del
rinnovamento; quell’autentica Signora della Scrittura che è Melania Mazzucco; una Simona Vinci,
di cui, anagraficamente (1970) ma anche letterariamente, si direbbe che non
abbia ancora deciso se stare al di là o al di qua di quel confine» (quello che
separa i 30 e i 40 anni).
Ma non basta perché a questo elenco di scrittori,
che ricorda d’aver definito “esploratori del magma”, ne fa seguire un altro che
comprende «in ordine decrescente, dal più anziano al più giovane (là dove
sfondiamo il muro dei trenta per entrare nel dominio ancora più sperimentale
dei venti): Maurizio
Torchio, Giorgio Vasta, Luca Randazzo, Davide Longo, Ascanio Celestini, Michela
Murgia, Gabriele Pedullà, Nicola Lagioia, Christian Frascella, Letizia
Muratori, Cristiano Cavina, Valeria Parrella, Gaia Manzini, Andrea Bajani,
Caterina Venturini, Marco Archetti, Mario Desiati, Filippo Bologna, Rosella
Postorino, Rosella Milone, Martino Gozzi».
Senza dimenticare «i tre componenti dell’“isola dei
famosi”, Piperno,
Saviano e Giordano».
Ed ecco l’analisi critica. Secondo Alberto Asor Rosa
«non è difficile cogliere la
presenza di (almeno) tre tendenze. La prima è quella che, più dichiaratamente,
si rifà a temi, obbiettivi e linguaggi di tipo giornalistico e documentario,
pur variamente trascendendoli. Ne è principe, senza ombra di dubbio, Roberto
Saviano, che con Gomorra (2006)
inaugura un “genere” in cui l’intreccio di realtà e immaginazione è spinto al
più alto livello. La seconda tendenza punta decisamente sull’allegorico –
immaginario: storie apparentemente reali, che però trascendono decisamente
quella che con una vecchia terminologia, potremmo definire la collocazione
storica del racconto. Giordano, con La
solitudine dei numeri primi (2008), ne ha dato una versione di tutto
rispetto».
Ma
tendenza che più lo incuriosisce è la terza. Comincia con «un elenco di nomi e di titoli e solo
dopo il ragionamento che ne consegue. I nomi e i titoli sono: Giorgio Vasta, Il tempo materiale
(2008); Michela Murgia, Accabadora (2009); Valeria Parrella, Lo spazio
bianco (2008); Mario Desiati, Il paese delle spose infelici (2008); Filippo Bologna, Come ho perso la guerra (2009); il recentissimo e sorprendente Nicola Lagioia, Riportando tutto a casa (2009).
Tranquillamente potremo affiancarvi, forse su di un piano un tantino più
sperimentale (o perlomeno sperimentato),
Rossella Milone, La memoria dei vivi
(2008), Rosella Postorino, L’estate che perdemmo Dio (2009), Christian Frascella, Mia sorella è una foca monaca (2009)». Precisa che si tratta di voci molto
diverse, ma le loro opere hanno un protagonista comune: «l’“antica Italia”: quella delle campagne e dei borghi, dei
“bassi” e della provincia, delle desolate periferie metropolitane (Napoli,
Parrella; Palermo, Vasta). Che strano! Non eravamo in tempi di globalizzazione
e di cosmopolitismo? Bene, questi giovani autori riscoprono, intelligentemente
e generosamente, una lezione plurisecolare, e cioè che la contemporaneità non è
il presente (deviazione questa, invece, tipicamente, tardo-novecentesca)». E
ancora: questi giovani, che sanno cosa significa “scrivere bene”, «hanno riscoperto la strada che dal centro porta alla periferia. Ovviamente,
il loro pregio letterario – insisto: quello specificamente letterario, proprio
quel che si dice il “letterario” – consiste nel mantenere il centro nella
periferia: nel non restarci; ma nel non perderlo. In Italia è stata più volte
la strada giusta: che lo sia ancora?».
Angelo
Guglielmi: «la vittima è il romanzo»
Passa appena qualche giorno e arrivano i
commenti. Angelo Guglielmi su l’Unità
concorda con il «Caro Asor Rosa»
sulla presenza di «un nuovo ricco
numero di autori riconducibili (più o meno tutti) a una caratteristica
in comune: che è sì, il ritorno in provincia», ma, distingue, «prima
ancora è il ritorno alla realtà o, meglio ancora, è la riproposta (e pratica)
del romanzo di fatti che per tutto il secolo scorso nell’intera Europa era stato
ritenuto impraticabile». E prosegue domandando: «Perché mai per oltre un secolo il romanzo che noi (tu e io)
amiamo – per intenderci Flaubert, Joyce,
Musil, Svevo, Pirandello, Beckett ecc... – non è stato più possibile
costruirlo con i materiali della realtà apparente (di cronaca o storica che
fosse) e solo era potuto crescere (e prosperare) sul e del rifiuto (e
contestazione) di quei materiali? E ancora: perché mai oggi quei materiali per
un narratore sarebbero tornati a essere utilizzabili?». Trova una risposta in Foucault del quale riporta questa
spiegazione: «C’è una ragione che ha portato l’arte moderna a farsi veicolo del
cinismo: parlo dell’idea che l’arte stessa, che si tratti di letteratura, di
pittura e di musica, deve stabilire con il reale un rapporto che vada al di là
dell’imitazione, per divenire messa a nudo, smascheramento, raschiatura, scavo,
riduzione violenta dell’esistenza ai suoi elementi primari: Non vi è dubbio che
questa visione dell’arte si sia andata affermando in modo sempre più marcato a
partire dalla metà del secolo XIX, quando l’arte (con Baudelaire, Flaubert, Manet) si costituisce come luogo di irruzione
di ciò che sta in basso, come messa a nudo dell’esistenza».
Di suo Guglielmi vuole aggiungere che «in realtà il sistema linguistico era
andato in crisi, conservando più o meno intatta la funzione comunicativa ma
denunciando il totale depauperamento della funzione espressiva (con cui
lavorano gli scrittori)». In particolare «la parola oggettiva (di rappresentazione) ci serviva ancora per
comunicare nella quotidianità, ma non più per fare letteratura (e più in genere
arte). Bisognava inventarne una nuova, un nuovo linguaggio». È stato questo
l’impegno di Cezanne e Picasso, Joyce e Kafka, Majakovskij e Montale,
Stravinskij e Berio. Ma non
senza conseguenze, annota Guglielmi. La più grave, quella di «allontanare l’arte dalla comprensione
popolare e avvicinarla al pubblico colto e agli addetti ai lavori. Tra le
vittime più illustri è stato il romanzo (la narratività)».
Ora che cosa è accaduto nella storia
europea e del mondo perché si verifichi un’inversione di tendenza? Nulla di
rilevante, osserva Guglielmi, ma invece, dice, «molto è accaduto
nella testa e nella coscienza degli autori, nei quali è cresciuta una imperiosa
voglia di tornare a raccontare, un nuovo bisogno di concretezza che
allontanandoli dagli eccessi formali che li aveva preceduti gli restituisse il
diritto alla narratività. E questo a cominciare, come tu scrivi, dagli Ammaniti
straordinari nella loro gioiosa incontinenza di favoleggiatori. E con loro
subito dopo gli altri».
Ma hanno dovuto pagare un prezzo,
affrontare il problema della lingua, le parole addirittura «travolte dallo tsumani
infronteggiabile dello sviluppo dei media (con in testa la televisione)». Però
scoprono che in realtà ad andare in crisi è il rapporto con l’attualità, il che
impedisce loro di raccontare il Paese in cui stanno vivendo, ma apre una via
d’uscita consentendo di raccontare «eventi
che si è personalmente vissuti o quell’area costituita dai fatti della storia
di ieri che per il fatto di appartenere al passato sembrano più al riparo dagli
effetti (dannosissimi) dell’inflazione linguistica». E così possono
tranquillamente dedicarsi al romanzo memorialistico o al romanzo storico. Ecco
dunque le opere di «Vasta, Bologna, Lagioia, Scurati, De
Cataldo, Mazzucco, Lucarelli, Siti e molti altri fino a Roberto Saviano». Ultima considerazione
di Angelo Guglielmi: «l’epicità
è un effetto per così dire esterno legato all’aspetto clamoroso degli eventi
raccontati più che a un richiamo alto eticamente percepibile. Per questo
raggiungimento la realtà del Paese in nessuna delle sue manifestazione sembra
avere l’autorità sufficiente».
Paolo Di Stefano: «La
nonfiction è nata con Capote»
Dissenso piuttosto marcato quello che Paolo Di Stefano manifesta nella rubrica Il piccolo fratello che tiene sul Corriere della Sera. Prende subito le distanze dai «tre filoni della nuova narrativa» individuati da
Asor Rosa, cominciando dal primo, «quello di ispirazione giornalistico-documentaria,
modello Saviano», cui nega assolutamente la possibilità di inaugurare un
“genere”, come afferma Asor Rosa, dato che «il reportage narrativo fu quasi canonizzato negli
anni Sessanta da Truman
Capote (che lo chiamò nonfiction novel) e che in varie
declinazioni è stato sperimentato in Italia da tantissimi scrittori, da Malaparte a Carlo Levi, da Pasolini a Sciascia, da Parise alla Fallaci, a
Ceronetti (con mescolanze variabili, ovviamente, a seconda
della singola personalità), fino alla generazione di Sandro Onofri, Bettin,
Veronesi, Deaglio, Corrias e altri
ancora».
Trascurata la seconda tendenza, Di Stefano esprime
disaccordo sulla terza, quella del ritorno in provincia. Da un lato precisa che
«molto spesso questo filone coincide con il primo (vedi molti libri della bella
collana Contromano di Laterza)», da
un altro lato osserva che «lo
sguardo acuminato sulla provincia (con soluzioni stilistiche anche molto
originali) appartiene più alle generazioni precedenti: Silvia Ballestra dal ’91 ha raccontato microcosmi giovanili
marchigiani, prima di lei venne il Tondelli di
Rimini e dintorni, poco dopo venne il
Brizzi di Jack
Frusciante».
Di Stefano apprezza che Asor Rosa, da tempo
impegnato a leggere la nostra letteratura nel rapporto vitale tra geografia e
storia, inserisca «una grande maggioranza di
scrittori meridionali: il palermitano Giorgio Vasta,
il pugliese di Martina Franca Mario Desiati,
la sarda di Cabras Michela
Murgia, le napoletane di Napoli Valeria Parrella e Rossella Milone,
il barese Nicola
Lagioia, Rosella Postorino di Reggio Calabria». E rileva che «il baricentro geografico della letteratura di questi
anni si è indubbiamente spostato verso Sud». Lo confermano le classifiche,
dice, e lo testimonia «un utile saggio di Daniela Carmosino, intitolato Uccidiamo
la luna a Marechiaro (Donzelli), dove si mettono a fuoco le discontinuità
dei nuovi narratori rispetto alla tradizione meridionalistica, ma anche
rispetto ai luoghi comuni del paradiso turistico e, in antitesi, dell’arretratezza
e dell’inferno criminale. Piaccia o no, c’è anche, nei romanzi, il Sud
globalizzato, postmoderno, tecnologico, una miscela molto creativa di vecchio e
nuovo narrata senza furori moralistici e senza facili incantamenti».
Spinazzola: «Lo
scrittore riscopre la realtà»
Mentre queste opinioni si intrecciano a livello di
quotidiani di qualità, una analisi a vasto raggio a livello di editoria
libraria entra nel dibattito. È quella realizzata e proposta da Tirature 2010, pubblicato dalla Fondazione
Arnoldo e Alberto Mondadori, Il Saggiatore, e curata da Vittorio Spinazzola. Come ogni anno, lo studioso e i suoi collaboratori
esplorano tutto quanto accade nella produzione letteraria italiana e colgono di
volta in volta le novità, le tendenze, le rivelazioni e i casi emersi
nell’annata. Nel volume appena uscito la diagnosi elaborata è quanto meno
sorprendente poiché rivela nelle recenti opere di narrativa «la tendenza a
conciliare il riferimento a una realtà socialmente riconosciuta con il massimo
dell’immaginazione romanzesca». Il dato comune è la determinazione a
rappresentare «i rapporti di forza tra soggetti sociali collettivi, che è
propria della tradizione realista urbano-borghese».
Spinazzola non si nasconde che il “realismo” è una
etichetta contestata, per un verso perché richiama il “realismo socialista”
imposto da Stalin e soprattutto perché le avanguardie «giudicavano esecrabile
ogni letteratura di realtà». Peggio ancora se si recupera il “neorealismo”, che
pure tanta fortuna conobbe nel dopoguerra grazie alle opere di scrittori,
artisti e registi cinematografici. E tuttavia, dice, quell’eredità ci resta
dentro. «Naturalmente non si tratta di prendere a maestri Pratolini e Pavese e Vittorini e Rea
e Jovine e
così via, da allora è cambiato tutto. Però rimane il fatto che, di fronte a un
mutamento epocale – allora la guerra, oggi l’Ottantanove –, lo scrittore è
sollecitato a riscoprire la realtà nella sua verità». E insiste: «Della storia
è meglio non buttare via mai nulla».
Quanto alla New
Italian Epic, teorizzata dai Wu Ming,
secondo il curatore di Tirature e
«una parola d’ordine ambigua e disorientante» poiché in effetti è impossibile
riuscire a trovare nei romanzi contemporanei personaggi di statura pari a
quella degli eroi dei poemi antichi. Invece i narratori di oggi, mescolando
finzione e realtà, storia e melodramma, rivelano l’ansia di approfondire la
conoscenza dell’Italia e degli italiani, di riconquistare un ruolo civile e «di
democratizzare la vita letteraria» del nostro Paese. Gli esempi sono molti: da Gomorra di Roberto Saviano a Come Dio
comanda di Niccolò
Ammaniti, al Paese delle spose infelici di Mario Desiati, Il lunedì arriva sempre di domenica
pomeriggio di Massimo
Lolli, Un giorno perfetto di Melania Mazzucco, ma anche altre firme, come Nicola Lagioia, Evelina Santangelo, Andrea Bajani, Silvia Ballestra, Antonio Pascale.
Altra novità di questi anni è l’uso del dialetto dal
«trionfale impasto italo-siculo» di Andrea Camilleri al romanesco «ipergrigio» di Walter Siti,
esploratore dei «bassifondi della lingua», secondo
il giudizio di Gianni
Turchetta, autore di uno dei saggi
contenuti nel volume.
I PIÙ
VENDUTI
Secondo
le rilevazioni di Eurisko e Informazioni editoriali, la
Top Ten della settimana a cavallo del
Capodanno, cioè dal 28 dicembre 1009 al 3 gennaio 2010, pubblicata da la
Repubblica, è capeggiata da Fabio Volo con Il tempo che
vorrei, edito da Mondadori (pp. 294, € 18,00), già in classifica da 5
settimane. A seguire, Erri De Luca
con Il peso della farfalla (ed.
Feltrinelli, pp. 70, € 7,50), presente da 7 settimane, al terzo posto Dan Brown con Il simbolo perduto (ed. Mondadori, pp. 604, € 24,00), dieci
presenze, al quarto Isabel Allende
con L’isola sotto il mare (ed.
Feltrinelli, pp.426, € 19,50), quattro presenze, e al quinto Niccolò Ammaniti con Che la festa cominci (ed. Einaudi, pp.
328, € 18,00), nove presenze. In sesta posizione si piazza Bruno Vespa con Donne di
cuori, Duemila anni di amore e potere (ed. Mondadori, pp. 544, € 20,00),
cinque presenze, settimo è Paolo Fox
con L’oroscopo 2010 (ed. Cairo
Publishing, pp. 237, € 10,00), quattro presenze, ottovo Walter Bonatti con Un mondo
perduto. Viaggio a ritroso nel tempo (ed. Baldini Castoldi Dalai, pp. 463,
€ 20,00), nuovo entrato, nona Muriel
Barbery con L’eleganza del riccio
(ed. e/o, pp.384, € 18,00), in classifica da 52 settimane, e decima Stephenie Meyer con Eclipse (ed. Fazi, pp. 504, € 19,50),
presente da 15 settimane.
Diversa la Top Ten
elaborata dalla Demoskopea per Il
Corriere della Sera e riguardante più o meno lo stesso periodo, esattamente
dal 14 al 27 dicembre dell’anno passato. In testa sempre Fabio Volo, seguito da
Erri De Luca e Dan Brown ma a posizioni invertite. Vespa sale al quarto posto a
danno della Allende e di Ammaniti. Poi quattro nomi nuovi: nell’ordine, Benedetta Parodi
con Cotto e mangiato (ed. Vallardi, €
14,90), Ildefonso Falcones con La mano di
Fatima (ed. Longanesi, € 22,00), Alessandro
Baricco con Emmaus (ed. Feltrinelli, € 13,00) e Tracy Chevalier con Strane creature (ed. Neri Pozza, € 16,50). C’è ancora qualche
giorno di vigilia al Natale ma i dati già mostrano che i libri italiani più
regalati sono quelli firmati, oltre che dall’inarrestabile Volo, da Ammanniti,
Vespa e Baricco.
I CENTO AL TOP DELL’ANNO 2009
È ancora la Demoskopea a rendere noti i nomi dei cento
scrittori preferiti dal pubblico nel corso dell’intero anno da poco concluso,
mettendo insieme i dati raccolti nel periodo che va dal 29 dicembre 2008 al 20
dicembre 2009. In
questa classifica si contano parecchie modifiche dato che allinea titoli che
attualmente sono ormai archiviati e altri che invece si fanno largo a sorpresa.
La graduatoria dei dieci best seller del 2009 è
dominata da Dan
Brown con Il simbolo perduto (ed. Mondadori), che prevale su Stieg Larsson, il quale però occupa il secondo e il terzo posto,
rispettivamente con La regina dei
castelli di carta, Uomini che odiano
le donne, pubblicati da Marsilio. In quarta posizione Andrea Camilleri con La danza
del gabbiano (ed. Sellerio), in
quinta Margaret
Mazzantini con Venuto al mondo (ed. Mondadori) e in sesta troviamo di nuovo Larsson con La ragazza
che giocava con il fuoco, sempre Marsilio editore. Settimo risulta Patrick Dennis con Zia mame
(ed. Adelphi), ottavo Paolo
Giordano con La solitudine dei numeri primi (ed. Mondadori), nono Giorgio Faletti con Io sono
dio (ed. Baldini Castoldi Dalai), decima Stephenie Meyer con Eclipse
(ed. Fazi).
Ed ora i “10 libri più venduti in assoluto”
rilevati dall’Ansa: ai primi tre
posti Stieg
Larsson con La regina dei castelli di carta, Uomini che odiano le donne e
La ragazza che giocava con il
fuoco, tutti editi da Marsilio; quarto è Dan Brown con Il simbolo perduto della
Mondadori; quinto Andrea
Camilleri con La danza del gabbiano, uscito da Sellerio. Degli altri cinque posti
tre sono occupati dai romanzi di Stephenie Meyer pubblicati da Fazi: il sesto con Eclipse,
l’ottavo con New Moon e il nono
con Breaking down, mentre al settimo
si inserisce Giorgio
Faletti con Io sono dio (ed. Baldini Castoldi Dalai). Chiude la lista Patrick Dennis con Zia mame
(ed. Adelphi).
Ma è Tuttolibri,
il settimanale della Stampa, a
fornire l’elenco completo dei cento titoli che hanno conquistato il primato
delle vendite nel 2009, secondo quanto ha accertato l’indagine svolta dalla
Demoskopea nelle librerie italiane dal 29 dicembre 2008 al 3 gennaio 2010. I
primi dieci dei cento selezionati sono nell’ordine:
1) Il
simbolo perduto di Dan Brown
2) La
regina dei castelli di carta di Stieg Larsson
3) Uomini
che odiano le donne di Stieg Larsson
4) Il
tempo che vorrei di Fabio Volo
5) Venuto
al mondo di Margaret Mazzantini
6) La
danza del gabbiano di Andrea Camilleri
7) La
ragazza che giocava con il fuoco di Stieg Larsson
8) Zia
Mame di Patrick
Dennis
9) Il
peso della farfalla di Erri De Luca
10) La solitudine dei numeri primi di
Paolo Giordano
La
sorpresa è il salto in alto di Fabio Volo, che nelle rilevazioni di alcune
settimane ha battuto anche Dan Brown. Per il vero il giovane autore non è nuovo
a queste performance tanto che altri due suoi libri, usciti da un anno e più,
compaiono ancora tra i cento best seller e precisamente Il giorno in più al 57° posto e Un
posto nel mondo al 79°. Il record delle vendite in libreria va assegnato al
capofila Dan Brown, dato che, in soli due mesi e mezzo di presenza sul mercato,
ha sgominato gli altri concorrenti, facendo acquistare ai suoi fans circa
300mila copie del suo Simbolo perduto. Si può dire che tutti i dieci libri
sopra elencati hanno venduto più di 100mila copie, ma Larsson con la sua
trilogia ha moltiplicato più volte quella cifra. Altra sorpresa è data da Erri
De Luca che grazie alla sua piccola e delicata farfalla si aggiudica il non
posto. Inatteso anche il successo di Zia
Mame, ripescato dopo circa trent’anni
dalla prima uscita e rilanciato da Adelphi.
Da
segnalare che su questi primi dieci che compaiono nella classifica dell’anno,
tutte opere di narrativa, cinque sono italiani: Volo, Margaret Mazzantini,
Camilleri, De Luca e Giordano, che è ancora in corsa dopo il trionfo dell’anno
passato, sia pure al decimo posto. Se passiamo a esaminare l’elenco degli altri
novanta titoli, troviamo che Camilleri, oltre al sesto posto tra i primi dieci
ottenuto con La danza del gabbiano, compare
altre tre volte: 29° con La rizzagliata,
45° con Il sonaglio e 50° con Un sabato, con gli amici, quest’ultimo
uscito presso Mondadori, mentre gli altri sono tutti targati Sellerio. Quattro
presenze anche per Stephenie Meyer, 12ª con
Eclipse, 14ª con New Moon, 17ª con Breaking
dawn e 20ª con Twilight. Conquista
tre posti Carlos Luis Zafon con Marina
16°, L’ombra del vento 19° e Il gioco dell’angelo 46°, tutti
pubblicati da Mondadori. Occupano due posizioni Brown primo assoluto e 68° con Angeli e demoni (ed. Mondadori), De
Luca, penultimo tra i primi dieci e 15° con Il
giorno prima della felicità (ed. Feltrinelli), Paolo Saviano con Gomorra 23° e con La bellezza e l’inferno 27° (ed. Mondadori), Ammaniti con l’ultimo
romanzo Che la festa cominci 22° (ed.
Einaudi) e Ti prendo e ti porto via 96°
(ed. Mondadori), Baricco con Emmaus
30° e Novecento. Un monologo 95°,
l’uno e l’altro editi da Feltrinelli, Grossman con Qualcuno con cui correre 64° e A
un cerbiatto somiglia 81°, entrambi per i tipi di Mondadori, infine
Hosseini, che ancora resiste sostenuto dai successi arrisi negli anni scorsi ai
suoi Mille splendidi soli piazzato al
62° posto e Il cacciatore di aquiloni
al 73° (usciti presso Piemme). Tra i classici Italo Calvino entra fra i cento
con ben tre titoli: Il barone rampante
88°, Il cavaliere inesistente 90° e I sentieri dei nidi di ragno 99°, mentre
Orwell è presente con due libri: 1984 59°
e La fattoria degli animali 78° tutti
e cinque negli economici Mondadori. Immancabile, naturalmente, Il piccolo principe di Saint Exupéry 26°
(economici Bompiani).
Pochissimi
i saggi: tra i più in vista, il Saviano già menzionato per le sue due presenze,
poi Donne di cuori di Bruno Vespa al
21° posto (ed. Mondadori – Eri), Il
Vaticano Spa di Gianluigi Nuzzi 31° (ed. Chiarelettere), Disputa su Dio e dintorni di Corrado
Augias e Vito Mancuso 39° (ed. Mondadori), La
fortuna non esiste di Mario Calabresi 42° (ed. Mondadori). In definitiva,
nei “cento” la fiction prevale con 80 titoli. Di questi 80 gli italiani cedono
di un soffio agli stranieri: 39
a 41.
Come
balza evidente, tra le case editrici produttrici dei libri preferiti dai
lettori, il Gruppo Mondadori sgomina la concorrenza con 49 titoli, suddivisi
tra i marchi del gruppo: Arnoldo Mondadori 37, Einaudi 8, Piemme 3, Sperling
& Kupfer 1. Staccata la
Mauri-Spagnol con 15 (Longanesi
4, Guanda 1, Fazi 5, Garzanti 2, Chiarelettere 1, Vallardi 1, Nord 1); al terzo
posto la RCS con
13 (Rizzoli 4, Bompiani 2, Adelphi 3, Marsilio 4). Seguono Feltrinelli con 10,
Sellerio e Tea con 4, e/o con 2. Con un titoli gli altri: Laterza,
Baldini-Castoldi-Dalai, Neri Pozza, Ewi, Cairo.
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