di Alberto Scarponi
Alias, il supplemento culturale del Manifesto, ha affrontato sabato 28
novembre 2009 il tema editoria (libraria) nella prospettiva dell’evento di
marketing intitolato Piú libri piú liberi,
cioè l’Ottava Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria che si è poi
tenuta a Roma, al Palazzo dei Congressi dell'EUR, il 5-8 dicembre
immediatamente successivo. Va detto però che il nesso fra tema discusso ed
evento non viene esplicitato, risulta, come dire?, da sé, dal fatto che la tesi
propugnata da Marco Bascetta nel ragionamento politico introduttivo è che nel
campo del libro occorrerebbe non molto, basterebbe «una banale politica antimonopolistica»
in difesa dell’editoria piccola e media, visto che questa in Italia se la passa
parecchio male.
In
effetti gli «eventi» in genere, in quanto non-luoghi intellettivi, brandendo
essi assertivamente alcunché, in questo caso loghi, nomi, titoli e presenze
editoriali, poco stimolano l’analisi politica e tanto meno la discussione
riflessiva, dal cui bisogno muove invece palesemente la scelta redazionale di Alias di ragionare in proposito. Cosí
gli argomenti nascono live dal
panorama attuale degli assetti strutturali dell’editoria italiana che Roberto
Ciccarelli si è contestualmente impegnato a disegnare.
Il
panorama descritto da Ciccarelli appare il seguente. Il mercato del libro è in
calo e, per esempio, quest’anno 2009 si è venduto il 12% in meno dell’anno
scorso. Le statistiche, com’è noto, sono materia assai duttile e si può far
dire loro piú o meno tutto ciò che si vuole (al contrario di quanto ci racconta
la bella sapienza populista dei proverbi, secondo cui la matematica non sarebbe
un’opinione), cosicché del Settore Libro sappiamo quello che ci si vuol far
sapere da parte delle imprese interessate. Sono le imprese che producono i dati e la loro qualità. Non
si tratta di falso (nemmeno di falso in bilancio, che come si sa non esiste),
si tratta di punti di vista e di categorie concettuali. Dal punto di vista di
un sistema di imprese, la categoria concettuale principe (oltre al mercato, con cui inizia l’accostamento
all’analisi) è giustamente il fatturato,
dopo possono pure venire tutti i discorsi del mondo. Ed ecco dunque che, stanti
le statistiche, le cose del libro in Italia vanno male. Si vende poco e sempre
meno.
Crisi.
La crisi mondiale delle bolle finanziarie non c’entra. Infatti le statistiche
si riferiscono com’è ovvio a tempi precedenti. Ciccarelli comunque, piú che i
dati del passato, ci descrive le dinamiche attuali. Nell’insieme un deciso
processo di concentrazione oligopolistica. L’ultima joint venture, avvenuta nell’ottobre 2009, fra la Giunti e le Messaggerie
italiane ha costruito il secondo trust
della distribuzione libraria italiana (171 librerie, 6 melbookstores, 22 librerie in franchising,
un marchio per le vendite nei supermercati intitolato ‘Opportunity’, 5 grandi
depositi generali riuniti sotto il nome di Fastbook, il tutto per coprire il
45% del mercato che passa per le librerie, mentre per la vendita online possiede «Internet book shop
Italia», cioè il sito Ibs che detiene
il 30% di tale zona di mercato). Il primo trust
rimane comunque Mach2libri, dove confluiscono De Agostini, Mondadori, Rcs
e Sperling&Kupfer.
Nel
complesso abbiamo dunque un mercato librario formato da innumerevoli editori
medi e piccoli, sovrastati però da quattro grandi (Giunti-Messaggerie,
Feltrinelli-Pde, Mondadori, Rizzoli) che tengono saldamente in mano le
dinamiche essenziali della distribuzione.
E anche della produzione, infatti il
panorama si completa quando prendiamo in considerazione altri fenomeni
economici:
1. la tendenza (dei grandi) a spingere al massimo l’integrazione
verticale (la cosiddetta filiera corta,
con cui – attraverso un progetto imprenditoriale, di fatto, unico – si tiene
sotto controllo l’intero processo di produzione e di smercio del libro, dalla
ideazione redazionale, alla fabbrica grafica, alla vendita tramite le catene di
librerie e la distribuzione diffusa),
2. la tendenza a rendere completa la propria offerta merceologica tramite
l’integrazione orizzontale (prendendo sotto il proprio controllo il numero di
case editrici necessario a tale progetto),
3. la tendenza a costruirsi zone di mercato aggiuntive rispetto ai
tradizionali 3,2 milioni di lettori italiani, cioè le zone frequentate dal
cosiddetto lettore discontinuo (gli
uffici postali, gli autogrill, i centri del fai-da-te) dove pare si vendano i
generi di libri piú letti in Italia. In ordine decrescente: quelli utili in
cucina, nel turismo, nel tempo libero.
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Un'immagine della Fiera della Piccola e Media Editoria 2009, al Palazzo dei Congressi di Roma
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Di
fronte a questa vitalità della logica economica Marco Bascetta non rimane
estasiato, vede certamente gli «indubbi vantaggi per i produttori (diminuzione dei costi, razionalizzazione dei processi)
e per i consumatori (riduzione dei
prezzi)», ma anche il pericolo derivante da tale sviluppo «destinato a
trasformare i piccoli proprietari con il loro talento artigiano in lavoratori
dipendenti, alle condizioni (economiche se non culturali) dei nuovi padroni».
Sa che «entrambi i punti di vista poggiano su solide ragioni», sia quello delle
piccole imprese che vede configurarsi
un «regime di monopolio, con il suo inevitabile corollario di omologazione e di
controllo», sia quello delle grandi
imprese che vede attuarsi «l’economia di scala (vecchia e insuperata
invenzione)», ma anche «la favola della complementarità» fra i ruoli di mercato
delle une e delle altre.
Ecco:
la complementarità, il c’è posto per
tutti, è una ideologia, – direbbe Marx se potesse parlare, – cioè una
credenza elaborata per plasmare la realtà secondo i propri interessi materiali
e far dimenticare quelli degli altri. Ora, gli interessi economici delle grandi imprese naturalmente sono
legittimi sul piano economico, solo che, a guardarli dal punto di vista
sociale, il loro svolgimento incontrollato causa appunto, sostiene Bascetta, la
tendenziale scomparsa di pezzi d’economia, l’economia delle piccole imprese (quelle che egli chiama
«gli editori indipendenti» e «le librerie indipendenti») e magari, aggiungerei
io, anche la scomparsa di ulteriori entità economiche «indipendenti», lungo la
cosiddetta filiera del libro, pur non tutte imprenditoriali. Infatti qui non
vanno dimenticati, fra gli altri, gli autori
e persino i critici, quantunque
dovrebbero comparire piuttosto come figure refrattarie, resistenti a
metamorfizzarsi in meri fattori di
produzione, sia detto come argomento critico verso coloro che, autori e
critici, rebus sic stantibus pensano
la metamorfosi che li concerne come già irrimediabilmente avvenuta, tanto da
interpretare ora la propria funzione nei termini ristretti di funzione
aziendale.
Di
qui la tesi di Bascetta: essendo «il campo dell’editoria e dei suoi sbocchi
commerciali… attraversato da furiosi conflitti, da una guerra» tra chi nel sistemarsi
e sistemizzarsi dell’oligopolio ci vive e cresce e chi invece ci deperisce e
muore, qualcosa bisogna pur fare, per cui, appunto, «una banale politica
antimonopolistica potrebbe forse mettere un argine a questa deriva, se non ribaltare
il risultato della guerra almeno limitarne i danni».
Non
si può che essere d'accordo. Se l’analisi è quella (delle statistiche
economiche aziendali), la risposta deve essere questa. Piú o meno cosí
articolata: «il mondo del libro», se
interpretato come mondo delle imprese editoriali e se lasciato a se stesso,
produce danni sociali (cioè la vita grama e rischiosa delle forze economiche
«indipendenti» che operano nel settore), occorre dunque un intervento politico,
– secondo gli ottimi dettami della economia
sociale di mercato (proclamata negli anni sessanta dal cancelliere tedesco
Ludwig Erhard e oggi ragionevolmente accolta un po’ da tutti, dopo i
fallimenti, prima, dell’economia collettivizzata e, da ultimo, dell’economia
pura), – occorre un intervento di politica
economica. E dunque a ciascuno il suo: all’economia la libertà di esprimere
i propri spiriti vitali, alla politica l’autonomia di stabilire entro quali regole.
Non si può non essere d’accordo.
Ma
è tutto qui? Si tratta semplicemente di economia (per quanto sociale)? di
difendere l’esistenza e il lavoro d’un certo numero di piccoli imprenditori?
Quando gli editori (quelli grandi e forti) rivendicano dal potere pubblico una
politica che nella popolazione faccia diminuire il numero dei consumatori
non-lettori, stanno solo ingegnosamente cercando di trasformare il Ministero
(dei beni e) delle attività culturali e gli Assessorati regionali alla cultura
(che avrebbero in realtà ampie competenze di politica culturale) in organi
collettivi di pubblicità e marketing per le proprie aziende? Oppure gli editori
e i loro manager cercano di fatto di
avere a che fare con la cultura? Inoltre, è proprio senza incognite un’equazione
cosí asimmetrica come: piú editori piú (cioè migliore) cultura? Non si tratta
forse di distinguere fra strumento, che è tecnico-economico, e scopo, che è
culturale? Infine – punto critico, delicatissimo – quest’ultimo, lo scopo
culturale, va tranquillamente affidato in gestione agli uomini di buona
volontà? i quali, sappiamo, sono numerosissimi e pericolosissimi in politica,
ma non nella pratica economica, dove da sempre la curva statistica degli
idealisti (già per conto loro poco affidabili) risulta discendente. Da quali
valori sono ispirati di norma i manager e i politici volenterosi: da quelli
pratico-economici, da quelli strategico-politici o da quelli critico-culturali?
Se entrasse in vigore una politica antimonopolistica, il conseguente maggior numero degli editori e manager
editoriali sarebbe di per sé una garanzia contro l’omologazione culturale? Ma
poi, favorirebbe di per sé l’innalzamento qualitativo
dei cosiddetti prodotti culturali?
In
realtà, quando si parla di libri accade quel che accade spesso nelle
conversazioni, ciascuno degli interlocutori pensa a qualcosa di diverso: le
parole sono le medesime, il senso è un altro. In questo caso chi parla dice
‘libri’, ma qualcuno pensa ‘tiratura’ (grande, piccola, plurima, venduto,
resa), qualcun altro ‘editoria’ (grande, piccola, economie di scala, filiera),
un altro ancora ‘lettura’ (numero di
lettori, va da sé, però il piú spesso identificati, nemmeno con i consumatori effettivi e nemmeno con gli
acquirenti diretti, ma invece con gli acquisti nel complesso, inclusi quelli
delle biblioteche diligenti e magari di quei venticinque esperti di incipit di
romanzo che telefonano alle radio addette e disperate) e tutti insieme, anche
quelli che pensano ‘pagine scritte’, dicono di pensare ‘cultura’.
Ecco,
dicono di pensare ‘cultura’ per dare grande peso al proprio discorso, in quanto
la ‘cultura’ è molto riverita nella nostra società, è un gran valore. In
astratto, in salotto (come distinzione) e nei talk-show (come punto
esclamativo). Comunque ciascuno, anche questa, la intende a modo suo. Difficile
infatti si tratti di ‘cultura’ davvero, talvolta, anzi spesso, quasi sempre,
chi pensa questa parola sta mentalmente nel campo chiamato ‘economia’
(classifica, audience, eccellenza, titoli, onorario, appunto consumatori,
ecc.), oggi piú di rado ma un tempo spessissimo in quello chiamato ‘politica’ e
allora si riferisce ai valori di questo campo: libertà, comunicazione,
democrazia, merito, eguaglianza e magari fraternità (che ovviamente, a seconda
della prospettiva, possono invertirsi in selezione, élite, aristocrazia,
eredità, tradizione, competenza, gusto, esoterismo e, diciamolo, censura). Rarissimo
che si riferisca alla ‘cultura’ in senso proprio e semplice, al contenuto di
verità etico e conoscitivo della pagina (verità intesa come orizzonte, al contempo traguardo sempre ancora da raggiungere e
confine con verità altre, sempre
ancora possibili) e dunque alla qualità della scrittura (spessore, ricchezza,
profondità del discorso).
Vero
che c’è chi, come ad esempio Giorgio Manganelli e l’avanguardia in genere, ha
voluto schiacciare il concetto di ‘cultura’ su quello di senso corrente o
peggio di ‘buon senso’ o addirittura sulle quattro idee anchilosate e furiose
del perbenismo, per aver aria e agio d’andare direttamente à rebours, senza star lí a perder tempo con la massa incolta e la
‘distinzione’ insulsa da essa. Questo è vero e forse è anche stato giusto, ma
basta capirsi. Se invece di limitarsi alla propria ira e/o ironia, ambedue
distruttive ça va sans dire, si
passa, dall’azione allegorica, al lavoro e ci si mette a coltivare il terreno
reale di competenza nello scontro con il proprio tempo, per l’appunto il campo
‘cultura’, ci si avvede subito come questa parola e la sua realtà abbiano un
senso assai piú slabbrato, ingarbugliato e stratificato di quanto non paia a
prima vista, soprattutto all’occhio stizzito di chi intenda toccare subito il
fondo della cosa e andare avanti. E si mette a fuoco anche un’altra dinamica:
il destino di ogni atto innovativo, in qualsiasi campo, è di farsi reale solo
quando non sia piú nuovo, quando sia divenuto ‘cultura’, appartenga tutti (si
fa per dire).
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Mimmo Frassineti, Giacomo Leopardi, 2008
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Quando
si parla di ‘libri’, tuttavia, su tali questioni non si entra, si rimanda alla
libertà degli autori (cioè, statisticamente, per il 99% alle decisioni di
investimento degli editori) e alle valutazioni dei critici (cioè,
statisticamente, per il 99% alle scelte pubblicitarie degli editori), anzi al
gradimento dei lettori (cioè, statisticamente, per il 99% al potere
distributivo degli editori).
Ma
poi, a ben vedere, questo discorso cosí sofistico all’apparenza (tanto piú se,
come qui, condotto in termini abbreviati e riassuntivi) riguarda solo una parte
minima del «mondo dei libri» concreto. A ben vedere, dei circa 60.000 titoli
pubblicati ogni anno in Italia i piú sono libri
d’uso, vale a dire manuali e guide, prontuari e vademecum, libri scolastici
e d’apprendimento, inoltre cataloghi di mostre d’arte o documentali, il cui
mercato è pressoché sicuro, causa lo sviluppo certo del bisogno di conoscenza o
divulgazione delle attività cui attengono; un profilo a sé hanno i volumi di
pregio finanziati, in tirature limitate ma lucrose, a fini di immagine o
informazione da aziende, per esempio banche, e istituzioni specifiche; accanto
a questi stanno gli strumenti pubblicitari ad alto tasso di contenuto conoscitivo;
ultimi non ultimi, vengono i testi sovvenzionati da università, centri di
ricerca o fondazioni culturali.
Alcuni
dei tipi di libro citati entrano teoricamente già nell’altra categoria, quella
che dovrebbe vivere soltanto appesa agli andamenti del mercato, la cosiddetta varia. In realtà anche qui una parte
dello smercio delle tirature è coperta preliminarmente, ma con formule
subliminali (autofinanziamento dissimulato degli autori stessi, sostegno
promozionale degli istituti culturali stranieri, acquisto-copie clientelare
assicurato da poteri pubblici o da uffici aziendali, adozioni universitarie
garantite) che rendono incerti i calcoli. In ogni caso tutta questa
descrizione, pur approssimativa, sembra sufficiente a far dedurre con
plausibilità che il residuo di produzione libraria effettivamente affidato al
libero gioco tra domanda e offerta sul mercato non sia di norma economicamente
grandissimo.
Grande
è per contro la sua importanza politica. E non solo perché le molte piccole
imprese che non coltivano un loro orticello di produzione di libri d’uso sicuro, ma rischiano le
proprie forze pubblicando libri di varia
(saggistica, narrativa, poesia, arte, ecc.), fanno da necessario contrappeso
allo spontaneo accentramento oligopolistico del mercato e però – come
dimostrano i ragionamenti di Marco Bascetta – senza l’intervento di una
apposita politica possono non farcela. Tale residuo produttivo del sistema ha
importanza politica infatti non solo per questo suo essere il terreno concreto
dello sviluppo della libertà del mercato librario. La produzione di libri di varia – non conta se ad opera
di editori grandi o piccoli – è l’unico contesto in cui istituzionalmente il
libro si presenta fine a se stesso, autonomo portatore appunto di ‘cultura’, non funzionalizzato
a fini altri, quali che essi siano, magari ottimi e pienamente giustificati
nella loro logica di campo (ad esempio lo sviluppo professionale, la didattica,
la propaganda tecnica, la comunicazione
pubblicitaria realmente informativa, ecc.). E tale assetto istituzionale
del libro fine a se stesso, minacciato da tutte le dinamiche economiche e
politiche che lo attraversano e lo attorniano, ha anch’esso bisogno di una
apposita politica di difesa.
Una
politica specifica di difesa del libro (di
varia), però, non può non partire da una ovvietà: riconoscere il suo
oggetto. Che non sarà dunque il libro comecchessia, ma quello che intenda
essere e sia portatore di ‘cultura’ sul mercato. Il punto è critico e delicato,
costituisce una difficoltà reale, ciò nondimeno è solo un problema da
risolvere. Se non lo si risolve, resta la situazione negativa per il libro (di varia) che abbiamo ora in Italia. Di
questo si tratta, di una – chiamiamola cosí – politica per il libro che miri non semplicemente a promuovere la lettura
per aumentare le vendite, né soltanto a garantire spazio comunicativo a tutti
gli orientamenti culturali, ma piuttosto e soprattutto a far posto alla qualità delle opere.
E
la qualità – ripetiamolo spesso – non è certificata né dalle tirature (derivanti
dall’intúito commerciale dei manager) né da nessun atteggiamento
politico-culturale programmaticamente
controcorrente. Tali vicende possono attraversarla, ma in perfetta indifferenza
verso di essa, mentre, a sua volta indifferente a ogni altro fatto, la qualità
si autocertifica soltanto da sé. È che essa attiene a un campo specifico, la
cultura, che s’intreccia bensí in pratica con l’economia e con la politica, ma
distinguendosene funzionalmente, costitutivamente. Molti dei guai della società
contemporanea, d’altronde, dipendono al dunque proprio dalla perdita di valore
e quindi di autonomia della cultura,
il cui valore consiste nell’aperta visione critica delle cose, la quale viene
sostituita ora con il valore economico ora con il valore politico. Valori
autentici, naturalmente, ma solo sul proprio terreno.
Appena
un cenno: nel tempo del possibile
infinito, com’è questo nostro postmoderno, la cultura e tanto piú la sua
quintessenza, l’arte, essendo per loro natura portatrici di pensiero
assolutamente aperto, collidono spesso con le – magari obbligate – chiusure
della logica politica e/o della logica economica. Queste ultime, per affermare
la propria, legittima, autonomia, tentano in continuazione di riplasmare la
cultura e l’arte in utile ideologia, di farne un prestigioso défilé di valori non culturali, non
artistici, ma o politici o economici a seconda del committente. Talvolta vi
riescono. Ma all’interno del campo culturale resta in ogni caso un autoctono
nocciolo valoriale duro, indeformabile, l’arte, impossibile da sostituire:
anche quando sembra sottomettersi a valori economici o politici, in verità, se
è arte, parla d’altro non di ideologia.
Il
problema toccato in questo cenno di excursus
teorico a me pare del tutto concreto e impellente. Infatti, senza proseguire
oltre nel ragionamento, basterà segnalare come nel secolo scorso si sia avuta
una egemonia della politica seguita da una egemonia dell’economia e come,
mancando in ambedue i casi il contrappeso della autonomia della cultura, ciò
abbia dato luogo a problemi sociali in apparenza irrisolvibili. Sembra dunque
che uno sviluppo autonomo della cultura e soprattutto dell’arte come valore in
sé sia necessario alla società, cosicché oggi non si possa lasciare che il
bisogno di cultura, la necessità di elaborare criticamente in maniera diffusa
contenuti conoscitivi ed etici, venga semplicisticamente mediato dal bisogno di
politica e/o da quello economico.
Tuttavia,
in quale modo garantire che una promozione
pubblica del libro (di varia) privilegi la qualità è problema che merita un
discorso a sé stante. Qui limitiamoci a sottolineare come con ogni evidenza l’autonomia
di giudizio occorrente parta da una premessa: che intanto il compito di
formulare i giudizi concreti sia affidato a specialisti dal lato
cultural-letterario, non dal lato manageriale. La lunga discussione per
rispondere poi alla domanda se sia possibile una qualità non inquinata del
giudizio di qualità, in specie nel campo letterario, verterà sull’approntamento,
non del tutto impossibile, di efficaci procedure apposite, ma soprattutto
rimanda alla piú ampia questione dello sviluppo di una attitudine critica e di
una libertà critica nella vita sociale contemporanea.
Ah,
il solito benaltrismo!, esclamerebbe, se leggesse questa frase, il solito
freddo positivista (economico, oggi egemone).