di
Ignazio Delogu
Con un articolo lucido, concreto e sobrio – e
per ciò più convincente – Giorgio Ruffolo (L’Unità
nazionale in pericolo, La
Repubblica, 9 settembre 2009, p. 31) affronta da par suo il
problema del 150° dell’Unificazione italiana. La base del suo ragionamento è la
seguente: “Due cose non sono vere. La prima è che manchi all’unità del paese la
sua base storica. L’Italia si riconosce non solo nella pizza, nel gioco del
pallone e nell’autocompiacenza amatoria, ma in una grande lingua e in una grandissima
civiltà. La seconda è che il Risorgimento non fu soltanto conquista effimera e
frutto di fortunose sconfitte. Ci fu anche un movimento di popolo”.
E prosegue: “Non soltanto. Contrapposto alla
storia che impropriamente si realizzò, il Risorgimento fu anche un grande
disegno alternativo fallito ma ancora oggi carico di significato. Fu il
progetto di una Federazione nella quale le realtà storiche del Paese, così
ricche di irriducibile ‘personalità’, costruissero, sulla base di una loro
gelosa autonomia, una cangiante e meravigliosa unità.”
Progetto, aggiungo io, mai interamente
dismesso dai movimenti autonomisti presenti in varie regioni del paese, e in
particolare nelle due Isole maggiori, senza distinzione di latitudine, in tempi
diversi e diversamente motivati – alcuni intorno alla difesa della cultura e
della lingua, altri preoccupati della perdita di usi o di privilegi presunti o
reali – rinvigoriti alla fine della prima guerra mondiale sulla base di una
rafforzata identità dovuta in primo luogo, ma non solo, alle durissime prove
comuni affrontate da centinaia di migliaia di contadini arruolati nelle diverse
Brigate regionali (cito fra tutte la più nota, cioè la Brigata Sassari, i
cui reduci costituirono la base del Partito Sardo d’Azione), che diedero luogo
alla nascita dei diversi movimenti di “Rinnovamento”, tutti di forte
ispirazione meridionalista e regionalista.
“Questo era il grande disegno di Cattaneo, di
Salvemini, di Dorso. Un federalismo unitario... Niente da spartire con un
leghismo protezionistico, tendenzialmente (ma si leggano le ultime
dichiarazioni di Bossi a Venezia, per intendere che non di sola ‘tendenza’ si
tratta, ma di un lucido disegno eversivo, l’integrazione
é mia) separatista e desolatamente, caro ragazzo, bigotta”.
All’elaborazione di quei grandi federalisti e
meridionalisti, va aggiunta quella realizzata in Sardegna nel primo e nel
secondo dopoguerra – ma anche durante il ventennio della dittatura fascista, in
patria e nell’esilio – dal gruppo dirigente del Movimento dei Combattenti,
prima, e del Partito Sardo d’Azione a partire dal 1919, con alla testa Emilio
Lussu e il meno noto, ma non meno importante “teorico” dell’autonomismo sardista,
Camillo Bellieni, che influenzò sensibilmente il pensiero politico di un altro
sardo, Antonio Gramsci e, sia pure in misura minore, quello di Palmiro
Togliatti, negli anni della sua formazione a Sassari.
Gli anni precedenti il 1912, per la precisione,
nel quale vinsero entrambi la
Borsa di Studio delle due Province di Cagliari (Gramsci) e di
Sassari (Togliatti), finalizzata a consentire a due studenti sardi la
prosecuzione degli studi presso l’Università di Torino, alla quale si deve
l’imprevedibile nascita, nella capitale piemontese, di una frequentazione,
prima, e di un’amicizia dopo, che doveva marcare indelebilmente la vita dei due
dirigenti comunisti.
Altrettanto chiara e condivisibile
l’affermazione che “La prima vittima della soluzione unitaria-autoritaria (e,
aggiungo io, burocratica) è stato proprio il meridionalismo”, e il postulato
che ne consegue: “La tremenda minaccia che si addensa oggi sul Mezzogiorno non
è più, come Gramsci denunciava, l’asservimento del Sud agli interessi dominanti
del Nord”, ma nel potere “di una borghesia mafiosa e nello scambio elettorale
tra la garanzia politica che essa assicura al governo centrale e le risorse
finanziarie che ne riceve e che gestisce come un gigantesco ‘pizzo’ attraverso
i governi locali”.
Meno condivisibile, e non solo perché
sbrigativamente proposta e non giustificata, è l’affermazione, già citata, che
l’Italia si riconosce in una grande
lingua. Grande, sicuramente, ma non espressione di una “grandissima
civiltà”, in quanto imposta, o sovrapposta, con un atto d’imperio e di forzata
omologazione, a quella “varietà (essa sì all’origine della “grandissima
civiltà”), da parte dei poteri dominanti, in primo luogo i Principati e la Chiesa, cioè i “poteri
forti” del tempo (siamo nel XVI secolo), e della “casta” santa o laica che li
sorreggeva e ne era l’interprete, allo scopo di sottrarre il potere dei
“governanti” al controllo democratico dei “governati”.
E ciò proprio mentre era in pieno svolgimento
quel processo di condivisione e di partecipazione che avrebbe potuto condurre,
non senza problemi, difficoltà e quant’altro, alla formazione di una koiné linguistica capace di produrre una
lingua “nazionale”, cioé degli italiani e non più soltanto dei meridionali, dei
veneti, dei lombardi, dei toscani e via via sommando.
Koinè partecipata e condivisa, lingua prima, dunque, al posto di quella seconda, curiale e signoriale, alla
quale tanto testardamente quanto inconsapevolmente i “parlanti” non hanno mai
rinunciato. Come dimostra l’inesausta vitalità delle lingue storiche,
territoriali e persino dei “dialetti” – per quanto scientificamente impropria
sia tale definizione, ove si consideri che “ogni parlante é una lingua” – che pure non rinunciano – e la loro “sfida”
alla lingua imposta lo conferma – alla prospettiva unitaria.
Tutto il contrario della “rivalutazione” in
prospettiva intimidatoria e secessionista dei “dialetti” di cui farnetica la Lega Nord, per meschini
interessi di bottega, non solo politica, della quale peraltro né le lingue
territoriali né i “dialetti” avvertono il bisogno, garantiti come sono dagli
art. 3 e 6 della Costituzione della Repubblica, inverati dalla Legge 482 del
1999.
Il problema non è, infatti, l’impossibile
istituzione di ottomila cattedre di dialetto in altrettanti comuni italiani, ma
di non intendere la lingua “italiana”, quella cioè ufficiale o dello Stato,
come un tutto blindato, intoccabile e immobile ma, al contrario, come una
realtà dinamica, in costante divenire e in quanto tale aperta ai prestiti e
agli acquisti, capace di confrontarsi e, all’occasione, di arricchirsi nel
contatto e nello scambio, come pure nel confronto e nello scontro, con le
lingue minoritarie e tutelate dalla Legge di cui sopra.
Alla pretesa dei dirigenti leghisti, in
qualche misura assecondata da taluni settori della maggioranza governativa, di
imporre un “esame di dialetto” agli insegnanti non padani, pretesa che, per lo
spirito e per il modo in cui è stata formulata puzza di razzismo e rivela un
carattere punitivo, basterebbe opporre l’ovvia constatazione che, dato il
generalizzato rifiuto dei giovani “padani” di dedicarsi all’insegnamento, per
far capire loro il rischio che corre la scuola nelle regioni del Nord, di
trovarsi priva di una diffusa scuola primaria.
Ben altro e diverso può e deve essere il modo
di affrontare il problema dell’insegnamento della lingua italiana, ma anche
della storia, della cultura e delle tradizioni locali, in un paese come
l’Italia nel quale la frammentazione linguistica ha caratteri particolari, per
evidenti ragioni storiche, ma anche orografiche, rispetto ad altri Paesi
europei, che pure non ignorano il problema.
La scuola primaria italiana questo problema
se lo è già posto da anni in molte regioni dell’Italia peninsulare e nelle
isole, spesso anche con iniziative finanziate dalla Comunità Europea.
Viene da chiedersi come mai la Direzione generale
dell’Istruzione elementare del Ministero della P.I. non sia intervenuta con un
suo rapporto ad informare il Parlamento e l’opinione pubblica ovviamente
disorientata sulla reale situazione di questo specifico settore. Come non cessa
di sorprendere che in un Paese in cui si fa un uso spropositato di sondaggi di
opinione, il medesimo Ministero non si sia posto il problema di conoscere
l’orientamento dell’opinione pubblica su una questione così sensibile.
E che aspettano i nostri emeriti linguisti a
far sentire la loro autorevole opinione sulla vexata quaestio del rapporto della lingua ufficiale, con quelle
minoritarie e coi dialetti, e sulla storia stessa della lingua italiana?
Spetta a loro dire come, quando e perché la koinè in progress non abbia dato gli esiti che era legittimo aspettarsi.
Una koinè non solo orale, si badi
bene, ma anche scritta come sa bene chi ha dimestichezza con la singolare
produzione dei Novellieri dal XII al XV secolo e oltre.
I Novellieri, ma anche il Boccaccio del Decameron “codificarono” la lingua orale
nata nelle fiere, nei mercati, nei campi
e nelle botteghe artigiane, nei bordelli, nei monasteri, nelle taverne, nelle hosterie, nelle compagnie di ventura,
nelle ciurme, luoghi tutti nei quali si mescolavano le lingue dei diversi paesi
d’Europa e delle diverse regioni della penisola.
Sulle caravelle di Cristoforo Colombo non si
trovavano soltanto spagnoli o portoghesi, ma anche italiani, registrati negli elenchi
di bordo secondo il luogo di provenienza, non diversamente da quanto accadde
sulle navi del fiorentino Americo Vespucci.
È noto che sulle tre navi al comando del Gran
Capitano Hernàn de Magallaes, sul quale era imbarcato in qualità di criado del capo della spedizione il
vicentino Antonio Pigafetta, registrato come Antonio Lombardo, vi era almeno
un’altra ventina di “italiani”, fra napoletani, genovesi, veneziani, siciliani,
oltre ad alcune centinaia di andalusi, gaglieghi, baschi, provenzali, bretoni,
belgi, fiamminghi e britannici.
Ce ne informa lo stesso Pigafetta in quello
straordinario documento storico, geografico e socio-antropologico, ma anche e
direi soprattutto linguistico, che è la sua Relazione
del primo viaggio intorno al mondo, nella quale, senza rinunciare alle
specificità della parlata vicentina, il grande viaggiatore attesta l’esistenza
della koinè alla quale ho accennato
più volte.
Il fatto che quella Relazione sia così inspiegabilmente ignorata, testimonia della
sottovalutazione dei processi di formazione delle lingue, nei quali tanta
importanza rivestono i prestiti e gli scambi, capaci di resistere al passare
dei secoli. (Come nel caso della parola bisono,
usata dai soldati spagnoli che combatterono in Italia nel secolo XVI, al comando
del Gran Capitano Gonzalo de Cordova, i quali si presentavano alle porte dei
locali per chiedere anche solo un pezzo di pane: tengo bisono, dicevano. È noto che da allora le reclute
dell’esercito spagnolo si chiamano bisonos!).
Probabilmente i capi della Lega non hanno la
minima idea di quale sia la reale natura e portata del problema della lingua.
L’uso strumentale che ne fanno ha un solo obiettivo: distruggere il risultato,
insufficiente e tutt’altro che entusiasmante, di alcune centinaia di anni di pulsione
unitaria – alla quale hanno partecipato in prima fila le regioni settentrionali
– (come dimenticare il Cunto de Ruzante
che xé vegnuo de campo?) – culminati nel peggior centralismo
burocratico-sabaudo (ma il Piemonte, al quale dobbiamo quel grazioso regalo,
non è anch’esso una regione del Nord?), che la Costituzione
repubblicana ha e, soprattutto, può ancora radicalmente correggere.
Quanto alle iniziative da assumere non per
celebrare – cosa della quale nessuno avverte minimamente la necessità – ma per
riflettere sui “mali della Patria” a centocinquantanni dalla sua unificazione,
nessuna confortevole notizia è venuta dalla prima riunione della Commissione
dei Garanti presieduta dal Presidente Ciampi. La relazione del ministro Bondi
non ha consentito di intravedere qualcosa di più di quello “spezzatino
edilizio” denunciato da Galli Della Loggia sul “Corriere della Sera” di qualche
settimana addietro e che tanta ira ha suscitato nell’ineffabile quanto
inaffidabile ministro. ai Beni Culturali.
Necessità di evitare sprechi in tempo di
crisi, si continua a ripetere. Ma non è mancato chi, nel Comitato, ha lamentato
l’assenza di una visione ampia e problematica del Risorgimento e del complesso
processo di unificazione. In cambio si propone di cambiar nome a Piazza
Venezia! Ci sarebbe da ridere, se simili trovate non coprissero oltre che la
malafede, l’inguaribile pochezza culturale e morale di certi governanti.
In occasione del Centenario dell’Unificazione
del 1961, l’IRI lanciò un’iniziativa, affidata alla direzione del prof. C. M.
Cipolla, chiamata Archivio Economico
dell’Unificazione, al quale ho avuto l’onore di collaborare, che raccolse
in un considerevole numero di volumi una straordinaria quantità di studi che
spaziavano dall’Economia alla Demografia. Anche allora ci furono problemi
finanziari, tanto che non tutto il progetto credo sia stato portato a termine.
Adesso il caso è diverso.
Ciò che manca è la volontà politica e la visione
culturale. La conseguenza è anche l’incapacità di mobilitare energie pubbliche
e private capaci di finanziare un progetto, quale quello di una riflessione a
trecentosessanta gradi, su un problema centrale quale è quello della lingua.
E non si dica che i tempi sono troppo
ravvicinati perché si possa provvedere degnamente alla bisogna. Un grande
Congresso nazionale, che concluda una serie di congressi regionali, richiede
più buona volontà che mezzi finanziari. Lega permettendo. (E la (in)sufficienza
dei ministri dei Beni Culturali e della Pubblica Istruzione.)
L’Unità della Nazione è dunque in pericolo?
Credo che, purtroppo, l’amico Giorgio Ruffolo, al quale riconfermo la mia
antica stima, abbia ragione. Sarebbe un grave errore non accorgersene prima che
sia troppo tardi.
Nel frattempo, una parola di chiarezza è
venuta dal Ministro dell’Economia dell’ultimo Governo Prodi, Tommaso
Padoa-Schioppa (Si parli di Stato non di
Nazione, Corriere della Sera del
20 settembre u.s.), il quale ha richiamato tutti ad evitare un errore capace di
indurre una sequela di altri errori. E, soprattutto, di sviare l’attenzione da
quello che è il vero problema, riassumibile, mi permetto di dire, in un
paradosso: Come ha fatto lo Stato
italiano nei 150 anni della sua esistenza, a compromettere la piena
realizzazione di quella realtà in progress, ma anche fortissimamente radicata, che era la Nazione italiana?
Ripercorrere la storia dello Stato unitario,
della sua politica centralista, burocratica, ottusamente repressiva nei
confronti non solo delle minoranze etnico-linguistiche, ma anche di ogni
diversità, significa non solo far luce sugli abusi, le prepotenze – poliziesche
e fiscali non meno che culturali e linguistiche – ma anche denunciare la misura
e il modo, determinanti, nei quali
quella politica alimentò l’insorgere del nazionalismo guerrafondaio e reazionario, la nascita di un capitalismo
straccione e parassitario e, da ultimo, consentì l’affermazione del
totalitarismo fascista, con la sequela di errori tragici, culminati nelle
avventure coloniali e nelle guerre a catena, dall’Albania alla Grecia, alla
Russia fino alla catastrofe generale della seconda guerra mondiale.
Altro che discutere di esami di dialetto per
accedere all’insegnamento e di altre amenità! Ciò che occorre non è celebrare ma riflettere, fare chiarezza, per esempio, sulle responsabilità della
borghesia del Nord e del Sud nel persistere di una Questione meridionale, diventata pretesto per corruzione,
clientelismi e sprechi irresponsabili, a vantaggio di entrambe.
E sperare in un sussulto di dignità da parte
della classe dirigente e degli intellettuali
che li porti a riconoscere la loro doppia responsabilità: verso la Nazione, nella splendida
varietà delle sue componenti, e verso lo Stato repubblicano e la sua
Costituzione. Sussulto dal quale non sembra illecito aspettarsi la nascita di
un nuovo senso di appartenenza e di identità culturale, linguistica e politica.
In quella direzione sembra andare il
documento approvato dal Comitato dei Saggi, presieduto dal Presidente Ciampi,
contenente i “suggerimenti” per il Ministro dei Beni Culturali Bondi. Da quanto
si ricava dalla sintesi resa nota da Simonetta Fiori su La
Repubblica del 7 ottobre u.s., esso capovolgerebbe
l’impostazione che il governo intendeva dare alle cosiddette celebrazioni,
mettendo l’accento “sul carattere unitario della costruzione nazionale”, allo
scopo di valorizzare e di trasmettere “il patrimonio di identità e di coesione
nazionale che gli italiani hanno maturato nella loro storia”.
Senza che ciò significhi mettere in ombra “le
difficoltà del percorso di formazione nazionale”, né appiattire “gli elementi
di pluralità e diversità” sui quali puntava “lo spezzatino edilizio” (la
definizione è di Galli Della Loggia, membro del Comitato dei Saggi) del
ministro Bondi, dietro esplicite e pressanti pretese della Lega.
D’accordo sulla cornice, o meglio ancora,
sulla prospettiva solidamente unitaria dentro la quale devono essere trattate
tutte le pluralità e le diversità che costituiscono la realtà dello Stato
unitario, ma la definizione ci pare insufficiente e incompleta nella misura in
cui non si pone con decisione l’accento sulla mancata risoluzione dei contrasti
e delle diversità che ha contribuito in misura decisiva non alla affermazione
della nazione italiana, che neppure centocinquantanni di asfissiante
centralismo burocratico sono riusciti a cancellare, ma alla costruzione di una
piena adesione e di una piena identificazione con lo Stato unitario, che hanno
reso possibili le attuali pulsioni antiunitarie ed eversive irresponsabilmente
promosse dalla Lega, col consenso di una parte almeno della destra di governo.
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Gerardo Di Salvatore, Lughia, Luigi Ballarin, Insieme per un'Italia unita, 2004
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La prova di quel fallimento sta proprio nello
stato in cui versa la lingua, che non è quella della “nazione italiana”, ma
quella dello “Stato italiano”: non una koinè
condivisa e praticata dagli italiani senza distinzione di regioni, ma uno
strumento di comunicazione che coincide con la parlata di turno – in questo
caso una sorta di romanesco improprio – che si auspica di sostituire con
un altra, un’inesistente lingua padana –
sempre sugli stessi media, cioè la radio e la televisione.
Quale sia lo stato di avanzato degrado della
lingua lo testimoniano quotidianamente la stampa, la radio e la televisione.
Assistiamo a un impoverimento lessicale, a una crescente incomprensione
semantica. L’insufficiente, a dir poco, conoscenza della lingua, ha indotto le
Facoltà universitarie a istituire corsi di lingua italiana (!), previi
all’accettazione nelle singole Facoltà. Ha suscitato scalpore sui quotidiani la
notizia che una candidata non abbia saputo spiegare il significato della parola
velleità.
Fenomeno non meno preoccupante è quello,
ormai dilagante, della sostituzione
linguistica. Interi sintagmi come
“Guardia del corpo”, o “Corpo intero”
sono sostituiti, e non solo negli ospedali, dall’inglese “Body guard” o “Total body”.
E nessuno più ci risparmia la “Standing
ovation”, impropriamente intesa come
“Ovazione da stadio”!
Si ripete ciò che è accaduto nei secoli XVIII
e XIX col francese. Solo che quella modesta francesizzazione aveva riguardato
una ancora più modesta frazione di utenti: la nobiltà e la borghesia colta. L’attuale
fenomeno si estende principalmente alle masse studentesche e alla quasi intera
popolazione: imprenditori, commercianti, professionisti, operai, addetti ai
servizi.
Non si tratta, ovviamente, di rifiutare o di limitare la conoscenza
delle lingue straniere e dei prestiti e scambi che possono derivare da
un’auspicabile convivenza, ma di evitare o di limitare un fenomeno di
sostituzione e di degrado di una lingua, già non prima, a un livello di inaccettabile subalternità.
L’unico modo di ovviare a tutto ciò consiste
nel promuovere l’acquisizione di un superiore livello di conoscenza e di
consapevolezza linguistica e la conseguente assunzione di responsabilità. La
scuola, la ricerca, la letteratura, la politica, i mass media hanno una
responsabilità e una funzione primaria. Rinunciare, abdicare a quel ruolo, come
sta accadendo, è segno di grave irresponsabilità.
Il 150° anniversario della nascita dello
Stato unitario può – deve! – costituire l’occasione per un ripensamento che
individui gli strumenti per il superamento dell’attuale situazione. Non si può
credere che basti la pur lodevole trasmissione che va in onda ogni domenica su
RAI 2 – Mattina in famiglia. 5’ di Pronto Soccorso
Linguistico, affidata al prof. Sabatelli – a salvare la situazione.
E a che serve una riforma della scuola come
quella avviata fra tante, giustificate polemiche e resistenze, dal ministro
Gelmini, che mentre prevede un incremento e un’estensione dell’insegnamento
dell’inglese, non prevede nessuna misura per una maggiore e migliore conoscenza
dell’italiano che pure resta – ma fino a quando, è lecito domandarsi – la
lingua centrale dell’apprendimento, quella nella quale gli studenti affrontano
le prove orali e scritte?
Ci rifletta il Ministro, ci rifletta la Scuola con tutte le sue
componenti, e ci rifletta la “politica”, se vuole assolvere il ruolo che le
compete di guidare il Paese verso più alti livelli non solo di sviluppo economico e tecnologico, ma anche
e soprattutto di civiltà e di cultura.
L’identità nazionale, “che ha le sue radici
nella formazione della lingua italiana”, è niente più che un flatus vocis, come dimostra la crescente
disaffezione dalla politica – leggi: dalla partecipazione e dalla
corresponsabilità – che ha la sua origine proprio nell’impossibilità da parte
dei governati di esercitare
l’irrinunciabile controllo democratico sulla lingua dei governanti, se non al livello delle più becere esternazioni
berlusconiane, che non a caso rappresentano il motore principale del consenso
che egli raccoglie.
Anziché darlo per risolto o, il che è peggio,
per il promotore e il garante dell’identità nazionale, il problema della lingua
va collocato al primo posto fra i problemi irrisolti nel corso del processo di
costruzione dello stato unitario.
Un problema che non si risolve certamente col
“censimento dei dizionari dialettali” (non inutile, peraltro, nella prospettiva
che suggeriamo), ma con una riflessione approfondita e coraggiosa che porti
all’individuazione degli strumenti capaci di rimettere in movimento quella koinè bloccata nel suo sviluppo dal
potere politico ed ecclesiastico alla metà del XVI secolo.
Compito che spetta in primo luogo ai signori della lingua – poeti, scrittori,
scienziati e a quanti altri si servono della lingua per comunicare non solo i
loro sentimenti e le loro suggestioni, ma anche le loro scoperte e le loro
conoscenze, il cui silenzio si fa sempre più clamoroso – e che deve trovare
nella scuola di ogni ordine e grado il veicolo per la sua realizzazione.
Una grande Conferenza Nazionale della Lingua
servirebbe in primo luogo a riproporre il problema della effettiva messa in
pratica della legge n° 482 del 1999, che riconosce la pari dignità, anche sul
piano dell’insegnamento e dell’uso nei pubblici uffici, delle lingue delle
minoranze presenti nel territorio della Repubblica e garantite dagli art. 3 e 6
della Costituzione.
Basterebbe questo a rimettere nei giusti
binari il problema della pluralità delle lingue parlate e scritte nella
Repubblica e del loro rapporto con la lingua “nazionale”, da intendere e
praticare non solo sul piano dell’uguaglianza, ma anche dello scambio e
dell’integrazione.
Tutto il contrario, dunque, della
coltivazione di particolarismi e di localismi chiusi e incomunicanti e persino
programmaticamente utilizzati per dividere e non per unire. Valga questa
osservazione anche per quanti,
difendendo localismi non più praticabili né praticati, credono di
favorire l’aggregazione di identità e di appartenenze inesistenti.
Sono davvero convinti i leghisti che
favorendo la perpetuazione di differenze dialettali causa, in altri tempi, di
odi e di furibonde lotte di campanile, la loro pretesa padania ne uscirebbe più
unificata e più rafforzata nella sua supposta identità?
Programma di lunga durata, quello che si
propone di arrivare ad una koinè
linguistica condivisa, alla cui nascita si sono impegnati numerosi fra i
maggiori scrittori del secondo novecento – da E. Villa a C.E. Gadda a E.
Bufalino a I. Calvino a Camilleri, per intenderci e ai tanti scrittori
dell’avanguardia e della sperimentazione, e con essi i nove poeti bilingui
(Zanzotto, Loi, Zannier, Delogu ecc. ecc. segnalati in una non dimenticata plaquet
– Nou
poets italians? – edita a Barcellona dall’italianista catalano Domenech i
Sotera e presenti nelle maggiori Antologie della cosiddetta poesia dialettale – che dovrà impegnare più
di una generazione, ma che è l’unico che possa impedire la sostituzione della
lingua italiana con un qualche dialetto o, meglio, con la parlata di moda e di
successo nella radio e nella televisione e, in definitiva, di arrestarne il
degrado.
Scrive Simonetta Fiori: “La palla ora passa
al ministero”. La domanda è: Sarà capace il ministro Bondi di intendere in
tutta la loro ampiezza e complessità i problemi – quello della lingua in primo
luogo – che si prospettano all’atto della celebrazione di un anniversario come
quello del 2011? Ci auguriamo di sì. Ma se la bella giornata si vede dal
mattino è lecito attendersi un pomeriggio uggioso e un’interminabile sera nebbiosa.