di
Gualberto Alvino *
Il bello è che anch’io […]
sono intensamente micrografo,
segno infallibile di
miopia analitica, di rispetto scrupoloso dei fatti
e […] di estraneità a ogni
impianto macroscopico e presbiottico,
di indifferenza-avversione
alla “synthèse” e alle “idées générales”
che non siano
imperiosamente richieste […]
dalla funzionalità della
ricerca puntuale.
G. Contini (CF, lett. del 19.9.1963)
Signori,
so bene che la scelta
dell’argomento sul quale fra poco mi permetterò di richiamare la vostra
attenzione – l’interpretazione estetica dei fatti grammaticali nel quadro
generale della prassi esegetica continiana – rischia di suonare temeraria,
provocatoria, forse perfino sacrilega in un clima culturale caratterizzato dal
più assoluto disinteresse per la dimensione linguistica del testo letterario e
da un contenutismo altrettanto esasperato che anacronistico il cui unico
progetto parrebbe nientemeno quello di degradare la materialità dell’opera –
cioè l’opera – a puro accidente, sostituendo le leggi delle cose alle leggi dei segni verbali che le
esprimono. Ne sono pienamente consapevole; tuttavia, nessuno vorrà in coscienza
negare che gli scenarî attuali della critica in Italia siano talmente foschi,
asfittici e desolati da rendere tal rischio ben meritevole d’essere corso,
purché in un’ottica, s’intende, non astrattamente polemica, ma di opposizione
aperta e costruttiva.
La scomposta, talora forsennata reazione
agli eccessi, e si dica pure ai misfatti perpetrati da certo scientismo
semiotico-strutturalistico in voga negli ultimi decennî (di cui pare si debba
redigere l’atto di morte presunta – a pro di qual mai nuova èra non è dato al
momento sapere) ha generato, coincidentia
oppositorum, un’idea eroica, poco meno che sacrale della critica: operazione
dogmatica tendente piuttosto a rivelare sé stessa tramite dispositivi di
sentenza, effati apodittici sottratti a qualsiasi possibilità di verifica e
sproloquî interminabili in cui tutto è consentito tranne l’ossequio alla
lettera, che ad intendere e far intendere attraverso analisi, collaudi
obiettivi, accertamenti documentali. Un processo sommario, se non esattamente
bulgaro, nel quale il testo – in base a mere induzioni sensibilistiche e
intuizionistiche da accogliere a scatola chiusa – viene giudicato in
contumacia, senza istruzione, senza indagini preliminari e soprattutto senza
l’ineludibile escussione delle prove a carico e a discarico.
Gli amatori del genere – le cui schiere si
fanno per la verità ogni giorno più sparute, e ciò dovrà pur significare
qualcosa – sanno perfettamente che per codesti, non dirò già coteaux modérés,
bensì digiuni di cultura estetica (alludo, sia chiaro, non solo ai ranghi di
bassa e media manovalanza, ma alle autorità sedenti, al Gotha consacrato della nostra critica, d’estrazione sia generale
sia linguistico-filologica, salvo eccezioni non meno numerate che luminose), la
benché minima tracimazione dall’alveo della più grigia funzione notarile o
dell’esposto giuridico difficilmente sfugge alla condanna capitale quale
insoffribile pedanteria linguaiola, tronfio e ampolloso estetismo,
superfetazione calligrafica e bizantina; mentre tornano sinistramente in auge –
all’insegna del più inquietante primum
vivere, deinde philosophari (quasiché vivere e scrivere costituissero
rigide monadi leibniziane e non invece, come c’illudevamo di sapere, un’unità
che sarebbe nefasto attentarsi a rescindere) – pseudovalori e reliquati
tardottocenteschi che speravamo per sempre banditi dalla nostra mensa: nuda vita, realtà oggettiva, sincerità,
verità, affabilità comunicativa, razionalità
e sobrietà della lingua poetica, moralità, ufficio appagatore e consolatore dell’arte…
Vorrei mi fosse lecito, e non è, allegare
tutti i necessarî riscontri d’un così crudo referto con la massima larghezza
documentaria, giacché proprio da questi pulpiti il critico domese – glorificato
in vita da cori pressoché unanimi come una delle più alte intelligenze del
secolo –, a decorrere dall’istante esatto del redde rationem è stato fatto oggetto non pure di calunnie dettate
da risentimenti e astî personali (chi sommo genio ne andò mai esente?), ma di
mal dissimulati appelli alla proscrizione fondati su capi d’accusa che sarebbe
blando eufemismo attribuire a scarsezza di logo o ad inopia speculativa, e che
io consegno al vostro giudizio terzo e spassionato (l’elencazione anonima è
resa possibile, anzi legittima, dalla koinè
mentale oltreché espressiva nella quale s’affratellano i nostri supremi
intenditori di cose letterarie): Contini sacerdote del più elitario ed
esoterico obscurisme; apostolo
estenuato dello stile inteso quale insaziato atletismo verbale; veneratore
acritico e feticistico del dialetto e di qualunque – purché accusata –deformazione
linguistica; algido inventariatore e classificatore degli scarti dalle norme
codificate.
Sono certo di riscuotere il vostro pieno consenso
e quello dei miei illustri concelebratori asserendo che se costoro si
curassero, non di umilmente compulsare e coscienziosamente vagliare, no
davvero, ché sarebbe pretesa immoderata, ma di fiutare a palpebre serrate anche
solo una pagina vergata da quella mano, s’imbatterebbero in concetti e affermazioni
di principio tali da sbriciolare alle fondamenta i loro fragili edifici
incolpatorî.
Si pensi al remoto, celeberrimo studio
michelangiolesco del ’35, così ricco di intuizioni precorritrici, nel quale – entro
un regime d’imperante idealismo e di crocianesimo incontrastato – quel
precocissimo postulava la perfetta identità di stile e Weltanschauung, grammatica e conoscenza, avverso le opposte
tentazioni formalistiche e contenutistiche dell’epoca:
lo stile mi sembra essere, senz’altro, il modo che un
autore ha di conoscere le cose. Ogni problema poetico è un problema di
conoscenza. Ogni posizione stilistica, o addirittura direi grammaticale, è una
posizione gnoseologica. (LM 243);
o al saggio
faldelliano di dieci anni dopo, nel quale è proclamata l’assoluta concretezza
del fare artistico, sentito come intervento, azione altamente compromissoria e
modificatrice:
Faldella decompone prismaticamente la sua visione, fa
del plein-airisme, del divisionismo,
dell’impressionismo, ma non si muove di dove s’è piantato. […] Non fa che
contemplare. Il mondo non muta dopo il suo passaggio, […] e in ciò lo stilista
di Saluggia […] segue il destino di tutti gli stilisti. Allarga e sperde la
propria maniera, generosamente e quasi acriticamente, su tutti i suoi scritti,
non può rinchiudersi in un “genere”. (GF 583);
(analogamente,
e più recisamente, in uno scritto gaddiano dei primi anni Sessanta Contini
negherà ogni validità estetica alle manipolazioni delle forme linguistiche
ereditarie fini a sé, cioè a dire non rispondenti a una profonda «lacerazione
morale e conoscitiva» [IA 13]).
O, ancora, a quella vera e propria
dichiarazione di poetica annidata in una folgorante scheda reboriana del 1968,
che citerò senza una parola di commento:
Il suo vocabolario è pungente, il suo registro
d’immagini e metafore arditissimo, ma il poeta, sprovvisto di qualunque
compiacenza verso se stesso, non indugia a degustarli, bensì prosegue con ritmo
incalzante e serratissimo, dove rime, assonanze, allitterazioni, onomatopee,
grumi di misure tradizionali (al limite dell’endecasillabo) non consistono
autonomi oltre la loro estemporanea funzione complessiva. (LIU 705).
Ma è in un tardo contributo longhiano del
1980 che il nostro imputato conseguirà
nel merito, quasi senza volere, il massimo grado di lucidità e precisione
teorica. Analizzando una recessione dalla variatio
di portata a dir poco infinitesimale, egli giungerà a formulare un criterio
valevole non solo per la prosa scientifica e funzionale: la necessaria
subordinazione del bello al vero, delle curae
formali alla trasparenza semantica:
Da notare che nella parte anteriore del paragrafo
erano due «già», di cui solo il secondo corretto in «ormai» […], mentre quella
successiva introduce ex novo un
inciso contenente un ulteriore «già». Se ne ricava che, pur essendo vivacissimo
nel prosatore lo scrupolo formale, questo non gli impone tuttavia di
compromettere la comprensibilità. Diciamo pure che in caso di conflitto lo
scrittore opera per la parte della sostanza. È la miglior prova che per lui la
bellezza formale ha portata conoscitiva. (RL 306).
Fin qui, si dirà, i fondamenti teoretici e
i puri asserti d’ordine metodologico. A chi intendesse contestarne, non senza
ragione, la fioca o nulla valenza probatoria rispetto alle concrete indagini
sul campo, opporrò una constatazione tanto perentoria quanto dirimente, con la
quale ci avviamo ad aggredire la questione centrale del nostro incontro: non si
dà luogo nello spazio critico continiano, non parola nel senso letterale del
termine che di quei principî e di quegli asserti non costituisca l’incarnazione
in atto.
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Gianfranco Contini
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Agli epistemologi, ai medievisti, ai
romanisti, ai linguisti generali, agli specialisti di scienza della letteratura
e di critica della critica l’onere di fornirvi le chiavi di volta, il codice
d’accesso al sistema ermeneutico tra i più complessi ed euristicamente fecondi
del Novecento; quanto a me – per usare un’espressione cara al celebrato –, non
farò se non sedurre la vostra immaginazione, guidandovi in un breve viaggio
nella dimensione a mio avviso maggiormente suggestiva e al tempo stesso meno
investigata (benché universalmente riconosciuta) di quel sistema: l’esegesi dei
microfenomeni grammaticali. Nei confronti della quale non saprei se sia più
perniciosa la malignità dei detrattori, l’elogio irragionato dei fautori a
oltranza o il procedere periclitante e come rabdomantico degli ancipiti, al cui
novero bisognerà annettere, pur a malincuore, l’altrove acutissimo Mengaldo:
Varianti o meno, non ci si può stancare di ammirare la
capacità continiana di estrarre caratterizzazioni pregnanti di un testo o
autore dall’escussione delle loro componenti linguistiche: con una fiducia che
il buon Dio abiti nei dettagli che [scil.:
fiducia che] magari conserva qualche
traccia discutibile dell’idea idealistica della necessaria omogeneità di tutto
e parte, e può portare a minimizzare gli aspetti contraddittorii – a volte i più vitali – del testo; ma che produce risultati straordinari.
Non è questa
la sede per discutere con ogni agio un siffatto, prodigioso equilibrio di
intuizione e approssimazione, attrazione e ripulsa, cortese deferenza e
radicale dissidio (si consideri che l’intero epicedio, dalla prima all’ultima
sillaba, procede imperterrito sul filo del rasoio); ma, trattandosi di un caso
paradigmatico, vorrete consentirmi qualche rapida notazione propedeutica al
nostro assunto.
Sorvolando sull’indole tutt’altro che
innocua e appassionatamente laudativa dell’incipit
(in cui par di ravvisare – malgrado l’apparente segno positivo – una riserva
sorprendentemente identica a quella contenuta nell’epilogo di un celebre saggio
più anticontiniano che antipizzutiano di Segre: «Ulteriori svolgimenti
possibili sono soltanto quelli formali,
e gli ultimi scritti di Pizzuto ne dànno convincente prova, raggiungendo un
virtuosismo che ci si stanca di ammirare»),
stupefà l’olimpica imperturbabilità del critico-linguista nel definire la
lingua nulla più che una «componente» del testo letterario (vien fatto di
chiedersi quali altre componenti
possano mai far parte d’una textura
di parole, oltre quella giustappunto verbale), della quale dunque – se non
forzo l’interpretazione – l’analista potrebbe senza grave danno fare a meno
(dal che si evince la valenza affatto pleonastica, rotondamente estetistica di
detto soprassalto ammirativo). Viceversa, nella visione continiana la struttura
linguistica, lungi dal rappresentare un mero ingrediente del testo, è il testo, poiché essa non va concepita
quale messa in forma del contenuto,
involucro da lacerare per raggiungere la cosiddetta “sostanza delle cose”, ma
come un complesso di apparecchiature espressive pienamente attualizzate e ontologicamente
autosufficienti, un organismo di dati concettuali verificabili e concreti, nel
cui àmbito il discorso critico non solo può
trarre alimento e ragione sufficiente al proprio operare, ma deve totalmente consistere, pena lo
sconfinamento nel più irrazionale, abbandonato impressionismo.
Non si tratta evidentemente – con buona pace
dei tanti che si ostinano a staccare il libretto dalla musica, la «favola» dal
«meccanismo formale»,
a reputare insomma il tesoro tematico d’un’opera nettamente separato dalla sua
organizzazione linguistica, e non ad essa consustanziale, da essa direttamente
generato e formato –, non si tratta
di acrobazie cerebrali, di virtuosismi esegetici da estasi contemplativa, né
tantomeno (mai sinossi fu più iniqua e fuorviante) di soverchia fiducia
idealistica nella potenza divina del dettaglio o nell’«omogeneità di tutto e
parte». Contini:
la
mira finale d’un qualsiasi discorso su un qualsiasi autore va all’integrità di
questo autore; investito da un riflettore unico, piazzato in un sol punto, con
le sue enfatiche sproporzioni di luci e di ombre, è però tutto l’autore a
essere colpito. (PLP 169);
oggetto
di un’indagine scientifica non credo che sia la “creazione”: è quel dato reale
che è il “creato”. Esso solo interessa, fosse pure il “creato in fieri”. Dunque il “creato” e non la
creazione, il prodotto o il processo, ma non ciò che gli preesiste. […]; il
produttore, certo, può essere autocritico, auto-cosciente, ma direi che non
pianifichi il proprio prodotto. Il critico, che studia il prodotto, lo tratta
alla stregua di un oggetto pianificato. Evidentemente è lui a interpolare la
pianificazione: la critica si potrebbe anche definire l’interpolazione della
pianificazione nel prodotto. […] non esistono categorie a-priori in critica, in
qualunque tipo di critica. Mi sembra che ci sia un primum, ma assolutamente sperimentale: cioè il critico, posto
innanzi a un tessuto poetico, reperisce una differenzialità. Ora, questa
differenzialità può esistere tutta all’interno del tessuto, si ha cioè una
sorta di salto, di junctura, per un
verso; e per l’altro si ha uno stacco del testo rispetto a quella che si suol
chiamare la media, insomma uno stato di tensione. […]. Il resto sarà poi lo
svolgimento di una implicazione: ma all’inizio c’è questa trovata, come dire,
scoperta, illuminazione: […] io penso che si tratti di un gesto vitale primordiale.
(FVN 53 ss.);
La moralità, per uno studioso, è […] il sapersi
castigare quando si corre troppo e, nello stesso tempo, il non rifiutarsi
all’illuminazione, e al controllo dell’illuminazione, quando essa
prepotentemente si presenta. […] c’è un duplice movimento: un movimento
intuitivo e razionale, e un movimento logico di controllo. (DV 231-32).
Fieri
anziché factum, mai «achevée» ma solo
«interrompue» (Valéry),
«lavoro» piuttosto che «sede»,
l’oggetto estetico proietta il proprio compimento nella lettura attenta e strumentata, plenariamente complice,
integrativa; resta un muto spartito, un treno d’onde di pure virtualità finché
non viene eseguito, convertito in
entità olisticamente articolata, si direbbe quasi catalizzato dall’atto critico,
autentico acceleratore di particelle cui è dato svelare un numero teoricamente
infinito di livelli successivi di realtà testuale ignoti allo stesso
«produttore».
Come non pensare a certe acquisizioni della
fisica contemporanea? Il mondo atomico, secondo la teoria dei quanti, è un nudo
traliccio di probabilità, non ha una consistenza puntuale e definita prima che
su di esso venga puntato uno strumento di misura. La realtà si determina nel
preciso istante in cui la coscienza dell’osservatore si dispiega sulla cosa
osservata, l’una e l’altra costituendo un unicum
assolutamente indivisibile.
Nessun esempio sarebbe più calzante
dell’ologramma. Fotografate la
Pietà di Michelangelo,
strappate il negativo e sviluppàtene un lembo: ricaverete, ovviamente, solo una
porzione dell’immagine; ma provate a tagliuzzare in centinaia di minuscoli
frammenti un negativo olografico, esponetene uno al raggio laser e otterrete
non già un particolare della statua, bensì la statua intera. Tutta la Pietà
sarà impressionata in ogni luogo
della lastra. Questo è la critica grammaticale, la creazione senza dubbio più
straordinaria del genio continiano, di cui troppi tardano a registrare l’enorme
portata: non un generico e scontato tout
se tient, nulla a che vedere con la solidarietà delle parti (pur sempre parti) in seno al tutto; ma un sistema
dei minimi interpretabili in cui tutto
contiene tutto il resto; una discesa nella dimensione atomica dell’opera
fomentata da un perfetto connubio d’istinto e sapienza, logos e intuizione, in cui il demonstrandum
– come avviene nelle scienze esatte – non è mai surrettiziamente impiegato
nella demonstratio;
una esplorazione a trecentosessanta gradi dell’infinitamente piccolo al termine
della quale il testo esce mansuefatto, quintessenziato, e tuttavia inviolato
nella sua natura di universo aperto e
inconcludibile, disposto a ricevere sempre nuove incursioni e ad interagire con
esse.
Lungi da me l’intenzione di officiare un
culto idolatrico (quantunque il desiderio – sic
stantibus rebus – sia irresistibile, l’atto tutt’altro che inverecondo); ma
chiedo al più sofisticato, al più enciclopedico dei miei ascoltatori se conosca
trivellazioni nella grammatica degli autori pari per profondità, latitudine
speculativa e dovizia di risultati a quelle che attraversano l’intero arco
della produzione critica continiana, dai primi conati adolescenziali alle
supreme prestazioni della maturità. Le sottopongo senz’altro alla vostra attenzione,
limitando la scelta – come qui si vuole –unicamente al fiore di alcuni tra i loci selecti.
Ricorderete la folla di sostantivi,
l’«ingorgo d’oggetti», l’ansia di battezzare le cose che attanaglia il Montale
degli Ossi, «quell’impressione di
gremito che non nasce tanto dai luoghi singolari quanto da intero il libro»,
interpretata come «velleità di esercitare la conoscenza del mondo; […] una
presa di possesso dolorante, perciò ancora virtuale» (EM 71).
E il «desiderio di eterno» in Quasimodo,
dedotto da una spia grammaticale quasi impercettibile: i sostantivi non
attualizzati o, comunque, non determinati da articoli (LIU 908); quegli stessi
che, nel Petrarca volgare, rappresentano invece «sostanze sottratte all’azione
(perciò alla violenza) e al tempo», quanto dire alla mutevolezza della storia:
ciò che fa della lingua petrarchesca ancora la nostra lingua, proprio in virtù
del suo assetto statico, selettivo e invariabilmente unitonale, al quale
concorre in misura determinante sia la particolare natura dei verbi e degli
aggettivi (i primi di valore più metaforico che propriamente attivo; i secondi
adibiti a mansioni attributive, mai predicative) sia, soprattutto, quello che
Contini chiama «zelo antiespressionistico», cui si deve l’infima quota di
stranierismi nel Canzoniere. Da un
lato
il passaggio in autografo da pie’ a pe’, da condotto a condutto, da begli a belli occhi, e via discorrendo, cioè una
misura per nulla trascurabile di defiorentinizzazione. Sul lato opposto, la
spietata soppressione del suffissame transalpino, ad esempio di -anza (resta la rimembranza, ma sono espunte le tante allegranze e tardanze e vengianze), elimina elementi forestieri
solo in quanto siano troppo espressivi. […]. Luogo prossimo e luogo remoto sono
cancellati del pari. (PLP 177 ss.).
Penso al «favoloso» punto e virgola nella
prosa narrativa di Voltaire, considerato dal Nostro «la diagonale del
parallelogrammo in cui si compongono le forze della coordinazione asindetica e
del ritmo ‘allegro’», mentre la paratassi violenta, affatto priva di nessi
causali (la cui coesione è affidata esclusivamente al ritmo vertiginoso dei
trapassi) fa sì che la grammatica «appaia essa per prima polemica, parodistica
e paradossale»: è in questo «equivalente sintattico» che s’incarna la
dissacrazione degl’idoli irrazionali operata dal grande scrittore illuminista
(BT 282-84). Ma si noti come la medesima opzione nella Banti di Artemisia – in un memorabile tentativo
di definizione del cosiddetto “stile femminile” – sia invece ascritta a un
impressionismo introspettivo consistente in una
interpretazione perenne del gesto, o addirittura della
sensazione come stato d’animo perennemente rappreso in gesto; posizione aliena
e dalla visività ferma e disinteressata dell’immagine e dall’incisiva analisi
razionale dei moti; posizione che consuma così rapidamente i suoi oggetti da sciogliere
i nessi e preferire la coordinazione. (PRA 174).
E penso al forte stacco che segna la
transizione ungarettiana dall’Allegria
a Sentimento del tempo: riscatto dal
frammentismo e recupero della coagulazione sintattica come riflesso della
mutata condizione dell’uomo nella storia: non più marchiato a fuoco dal «mero
fatto e rischio dell’esistere», ma acceso da nuova, incontenibile passione vitale:
La sintassi, in corrispondenza, si complica in vaste
macchine di periodi […]; si condensa in subordinate nominali simili
all’ablativo assoluto («Sogni e crucci passati ad altre rive», «La lontananza
aperta alla misura» e anche «Ogni mio palpito, come usa il cuore» […]), un
senso di accumulo è dato da iperbati («L’ombra negli occhi s’addensava Delle
vergini») e da ardite incidentali, come quella che s’intercala fra epiteto
e sostantivo, per di più oggetto anticipato («E la recline, che s’apriva
all’unico Raccogliersi dell’ombra nella valle, Araucaria… – Non la rammenti…)». (LIU 796-97).
Che dire, poi, di quella straordinaria lectura del xxviii canto del Paradiso,
in cui l’iterazione della parola vero
si rivela come spia d’un’intenzione concettuale dominante?
Siamo alla fine del Paradiso: indipendentemente dall’esperienza inedita da comunicare,
che può essere riassunta nel compendio della trasmutazione e trasumanazione,
resta a Dante poco spazio per colpire, e dunque dovrà crescere la
concentrazione e quasi l’ostentazione degli strumenti. […] In una tale
situazione il costante assunto dantesco di novità e rinnovamento linguistico
dovrà specificarsi nell’àmbito più visibile e illuminato, quello del
vocabolario. (EPD 477);
donde
l’«assillo ripetitorio», accompagnato da un ingente spiegamento di coniazioni:
Non si tratta solo della copia (la forza neologistica
preme ovunque nella Commedia), ma
della sistematicità, in qualche modo della categorialità, del neologismo. […]
Si può cominciare da ciò che è seriale, grammaticalizzabile: dove perciò alla
facilità (nel senso di massiccia e infallibile efficacia) del secondo fenomeno,
il neologismo, si associa quella del primo, la ripetizione. Se la ripetizione
toccava a vero, [in] s’invera […] essa si prolunga entro il
capitolo dei neologismi grazie all’inserzione nella serie dei verbi
parasintetici con prefisso in-: tutti
verbi, cosa osservabile, riflessivi, o più esattamente medî, e cioè riferiti al
soggetto, di cui perciò movimentano metaforicamente la descrizione ontologica,
senza propriamente cadere nell’azione. (485).
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Tullio Pericoli, disegno di Carlo Emilio Gadda e Gianfranco Contini, 1988
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Ricorderete certo l’esame dell’evoluzione
mallarméana dal Monologue all’Après-midi d’un Faune: un movimento
correttorio teso alla «distruzione
della fisicità», alla fondazione di un mondo nuovo in cui «la realtà vera è
ritrovata nel sogno», col conseguente, radicale assorbimento della poetica
nella poesia. Ecco, allora, l’attributo simbolico sostituire il concreto
(«sacré» per «blanc fardeau nu»); ecco l’annessione di aggettivi indefiniti ad
accentuare l’evasività propria dell’articolo indeterminativo («quelque auguste dent», «maint rameau»), ed ecco, soprattutto,
l’intervento della pluralizzazione irrazionale («à l’envi de soleil» per «à
l’égal du soleil») (AMF 60-61).
E ricorderete l’analisi al tempo stesso
spietata ed esemplare cui Contini sottopose –con una finezza di ragguagli che
solo a un conoscitore consumato dell’arte di scrivere in tutti i suoi segreti è
dato possedere –
le celebri Correzioni all’opera
sveviana proposte dal massimo linguista italiano dell’epoca. Cito
integralmente, perché possiate apprezzare ogni minima sfumatura di questa che
reputo una delle più raffinate esecuzioni di critica grammaticale di cui il
domese abbia mai dato prova:
Ora ecco qui un periodo che il Devoto trova
impeccabile grammaticalmente, solo difettivo di legami formali: «Entrò vestita
semplicemente di una vestaglia nera, la capigliatura nel grande disordine di
capelli sconvolti, e forse anche strappati da una mano che s’accanisce a
trovare da fare qualche cosa, quando non può altrimenti lenire.»
E propone di correggere […]: «Entrò vestita
semplicemente di una vestaglia nera con i capelli disordinati, sconvolti; forse
anche strappati da una mano che, non potendo lenire, si era accanita nella
ricerca di qualche cosa da fare.»
Un tal restauro condotto giusta lo «scriver bene» del
Devoto, o qualunque altro obbediente a un «scriver bene» qualsiasi, in quanto
elimina la vitalità irrazionale del complemento assoluto (la capigliatura…), ed entro ad
esso delle costruzioni fortemente nominali (nel grande disordine per ‘grandemente
disordinata’, disordine di
capelli per ‘capelli disordinati’), in quanto soprattutto
cancella l’incanto di quella mano scandalosamente isolata nel suo presente
gnomico al proprio disperato operare, espunge nientemeno che gli elementi
lirici del discorso, cioè si rivela assolutamente antistorico: non si potrebbe
negare, in questo senso, che il gusto sia una qualità eminentemente storica. E
dove sono più i valori affettivi della stilistique del Bally, in una
riduzione talmente logicistica e arcigna? (GD 666-67).
Ma è in un saggio ormai quasi
dimenticato sull’opera di Giovanni Boine che l’appena ventisettenne Contini
compie — siamo nel lontano 1939 — la prima, autentica ricognizione a largo
raggio della lingua d’un autore di cui si abbia memoria non solo in Italia,
fissando i contorni del proprio metodo in modo come sempre fulmineo e apparentemente
accidentale, e però così lucido e persuasivo da disgradarne il più sistematico
dei teorici puri:
In realtà, è chiaro che senza un’anticipazione
esegetica, senza un lemma stilistico, il canone che consiste nella comparazione
della lingua dell’autore col modulo ordinario risulta cieco. Un esempio: Boine
usa più volte le forme preconsonantiche d’articolo […]; ma egli non si limita a
i zampilli […], bensì giunge a […] il star qui […]. Casi talmente estremi
perdono ogni senso, ogni comprensibilità, se non vengono ricondotti a fatti
prosodici (cioè alla considerazione dell’intera clausola: «o non le fosse penoso
il star qui» [un perfetto endecasillabo tronco ascendente]), fuori insomma
dell’esperienza ritmica che si può, in senso largo, chiamare vociana. (GB 248).
Essenzialmente tre i fatti
linguistici utili a localizzare gli scritti deliberatamente creativi di Boine:
la formazione deverbale, la fusione degli aggettivi, l’inversione sintattica
degli avverbî.
La prima, costruendo
prevalentemente su verbi neutri o riflessivi, comporta una sorta di
irrigidimento contemplativo, un congelamento intransitivo dell’azione: «la
suscettibilità più scontrosa di Boine è precisamente provocata dall’azione,
identificata col peccato»; ma se da ciò non segue
una semplicistica condanna dell’azione (il peccato per
lui feconda il mondo, come per altro verso l’eresia), segue però […] una […]
immobilizzazione dell’azione. Nel riflesso grammaticale, non soltanto la formazione
deverbale predomina statisticamente sulla derivazione verbale dai sostantivi,
ma non s’esce dall’àmbito, in quest’ultima, d’un descrittivismo
espressionistico pochissimo transitivo […]. Sempre più perentorie appaiono le
condizioni descritte da uno sguardo generale alla derivazione: inesistente
l’arricchimento per prefissi, […] limitata e alquanto dispersa la formazione
suffissale, di nomi […] o d’aggettivi. (251-52).
A prevalere, insomma, anziché «il commento curioso ed epitetante dei
suffissi», è il piano aspettuale dell’azione, interamente e «castamente»
concentrato sulla radice verbale.
Quanto alla fusione degli epiteti,
si tratta di attributi «percepiti attraverso l’unità della sostanza»: una
qualità è sentita simultaneamente all’altra. In espressioni del tipo «Tu resti saldo-piantato nell’ieri» oppure «Oh nel
sonno voluttà del tuo corpo molle-allacciato
col mio!», saldo e molle non hanno una funzione meramente
avverbiale:
«corpo molle-allacciato» non è (o solo
accessoriamente) ‘corpo mollemente allacciato’, ma ‘corpo la cui tenerezza si
sente nell’avvinghiamento’. (253).
Il terzo fenomeno, d’ordine
topologico (non ne conosceva le regole
bene contro *non ne conosceva bene le
regole, o pareva non avesse fatto
altro mai in luogo di *pareva non
avesse mai fatto altro), è letto dal giovane critico non già in senso
affettivo o di mera focalizzazione, sì come recisa, programmatica opposizione
all’ordine corrente. La trasposizione avverbiale boiniana consegue, da un
canto, l’innalzamento del tono reagendo alla normalità prosaica, dall’altro, la
moltiplicazione delle pause e la contrazione delle unità ritmiche (non ne conosceva / le regole / bene
contro non ne conosceva bene le regole).
Conclude Contini:
A questo punto la critica grammaticale sembra aver
esaurito la sua funzione, e cedere alla critica propriamente stilistica, cioè
senz’altro allo studio del ritmo, esigenza elementare di Boine. Da frammenti
come il seguente (Frantumi, p. 97):
«Né triste né lieto par di conoscermi: – vivo
i miei giorni. Sopporto l’andare e duro il durare; qualcuno l’amo. Ma ora
com’è, ora com’è? Rompo catene, butto ogni cosa son chisachì, –non amo più = Non so com’è; lascio ogni cosa, non amo
più!», risulta chiaro che Boine non appartiene alla storia della poesia
italiana con diritti minori del Campana di Batti
botte e serie affini. Ma la critica grammaticale non si rivela introduzione
meno utile rispetto alla stessa critica estetica (se si vuol mantenere questa
serie di distinzioni pedagogiche). La funzione polemica che l’ultimo fenomeno
studiato esercita, dunque a scopo lirico, nella base narrativa del Peccato; la meccanizzazione a cui porta,
al di là della finalità della fusione tonale; l’irrigidimento ripetitorio che
abbiamo visto accentuarsi nel linguaggio di Boine man mano che dai fatti
morfologici e di derivazione si passa a quelli più decisamente sintattici, sono
indizî d’un intervento in qualche modo razionale e analitico, magari a
detrimento del puro impulso. […] Boine rifugge dall’informe sentimento e rende,
lo si voglia o no, omaggio alla forma. […] Importa la posizione storica
generale di Boine tra razionalismo e razionalità: nemico del primo,
sacrificatore alla seconda; la sua situazione in rapporto all’impulso verso la
visione. In ciò sta l’attualità di Boine negli anni presenti. (256-58).
Chi oserebbe tacciare di astrazione
formalistica un’interrogazione così esauriente e puntuale dei concreti
meccanismi che presiedono alla costituzione del testo? Come non riconoscere che
l’osservazione ravvicinata del tessuto grammaticale in ogni suo minimo ganglio
può consentire una vista molto più generale e panoramica di qualunque altro
approccio? E ciò non solo ai fini della ricerca e della rivelazione dei
“contenuti” (quanti, nel caso di Boine, e di qual peso, ne andrebbero perduti
in una lettura paga della pura «favola»?), ma soprattutto per la definizione
del valore estetico dell’opera. Definizione, si badi, che non viene condensata
in formule fulminanti e somministrata dall’alto come una manna al lettore
ansioso di riceverla:
Il giudizio di valore orienta già sulla scelta del
testo; ma il giudizio di valore in quanto tale, nel momento di costruire il
testo, deve tacere, altrimenti si ha una sovrapposizione estetizzante. (DV
121):
l’analista
può e deve rinunciare alla toga del giudice perché l’efficacia e la complessità
dell’opera esaminata sono perfettamente misurabili sulla complessità e
sull’efficacia della parola critica, in questa non potendo non ripercuotersi e
rispecchiarsi.
Esattamente quanto avviene negli scritti
dedicati al prosatore di gran lunga più originale del nostro Novecento, un
«genio della grammatica»
sul quale séguita a gravare un silenzio a dir poco ignominioso di cui la
cultura italiana dovrà prima o poi rendere conto: Antonio Pizzuto. In quegli
studî altrettanto imprescindibili che telegrafici (un elzeviro, una
postfazione) Contini, nonché prodursi in sentenze e valutazioni aprioristiche
in cui credere sulla parola, si prefigge come unico scopo quello di porre il
lettore direttamente all’unisono, esigendo da lui la medesima, incondizionata
complicità che egli ha tributato all’autore. Seguiamone le direttrici
fondamentali.
La principale innovazione della grammatica
pizzutiana risiede, secondo il Nostro, nell’eliminazione del verbo in quanto
opposto al nome. Esercitata dapprima sulla persona, l’eliminazione «tocca poi
al tempo, o meglio all’aspetto perfettivo prima e quindi al tempo». La tappa
successiva sarà segnata
dalla sparizione del passato non durativo, cioè dal
mantenimento del solo imperfetto; l’ulteriore, dal superamento dell’opposizione
di presente e imperfetto mediante la forma nominale corrispondente (infinito).
Da questo momento il verbo è rappresentato solo da infinito e gerundio, più i
declinabili participî […]; una metafora adatta a quest’uomo penetrato
d’informazione […] sembrerebbe ricavabile da una civiltà di livello supremo, la
cinese. Il primo riscontro è ovviamente di natura linguistica, posto che la sua
lingua è notoriamente la più gloriosa del tipo non munito dell’opposizione
nome:verbo. Ma qui va sùbito aggiunto che nel nostro autore anche la
nominalizzazione è progrediente. Alla surrogazione, fin dai penultimi libri [Pagelle I e Pagelle II], dell’infinito alle forme finite si aggiunge negli
ultimi [Ultime e Penultime] una ben singolare retrocessione, quello che si potrebbe
chiamare riempimento delle cosiddette parole vuote, cioè meramente funzionali
(in particolare preposizioni) […], e in più l’applicazione di sostantivi in
senso vuoto, preposizionale [del tipo «bassorilievo parete» nel significato di
‘calorifero’]. Tutto ciò conferma e carica l’aspetto di impasto materico, oggettuale
che viene assumendo lo stile di Pizzuto al termine della sua orbita. (NUP
166-67).
E ancora:
Per l’ellissi in molteplici tipi, per l’infinito
storico, per quella sorta di suoi ablativi assoluti, per le concordanze
dislocate o alterne rivelate da tenui distinzioni desinenziali meglio
immaginabili in una lingua con casi, è certo che le nutrici di Pizzuto sono
state il greco di Platone, il latino di Tacito; portati tuttavia all’iperbole,
cioè oltre la frontiera riconosciuta all’indoeuropeo. […] Più grammaticalmente
si può dire che questo mondo radicalmente “perfettivo”, cioè concluso,
accaduto, è però reso postumamente nel suo processo, in un palpitante
svolgimento fuori d’ogni soggetto narrante (l’autore non è un demiurgo ma un
selezionatore). Di qui la castità incorrotta dell’immaginazione
(nessuno spazio per immagini motorie); di qui la nota infinitamente struggente
ma non dolorante dei sentimenti. (GBP 623-24).
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Anna Boschi, World-word, 2009
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Quanto alla sintassi nominale – o, più
tecnicamente, narrativa –
essa comporta un ulteriore carattere primitivo:
la rinuncia allo stile periodico per un impianto coordinativo frazionato in
segmenti asindetici giustapposti, sicché, nella sua struttura infima,
il flusso dell’opera appare discreto, contesto di
minuti elementi messi in parallelo secondo una tecnica quasi puntinistica.
(624).
Ma non concluderemo la nostra breve
panoramica senza almeno sfiorare il lemma nel quale la critica dei fatti grammaticali
tocca il suo massimo vertice: una lettura del primo canto della Commedia il cui titolo – La forma di Dante – non può non suonare
ironicamente antifrastico, considerando la mèsse sterminata di
contenuti-significati che il close
reading continiano riesce a spremere dalle strutture linguistico-formali.
Non farò che enuclearne le linee essenziali.
La tesi ivi sostenuta è che il canto
introduttivo del poema – quello, dunque, maggiormente carico di valenze
paradigmatiche – esordisce sotto il segno della confusione e della più cupa
disperazione per gradatamente coagularsi nella luce dell’ordine e della speranza:
«da una iniziale divaricazione-limite fino all’avvìo di una composizione armonica».
Il caos si manifesta non solo a livello timbrico (nella prima terzina è dispiegata
la massima differenziazione fonica possibile poiché le vocali toniche sono
vocali estreme: una i e una u: «vita
/ oscura»; inoltre il secondo verso
contiene l’intero spettro vocalico: «mi ritrovai per una selva oscura»), ma
anche in sede topologica. Nel v. 4, «Ahi quanto a dir qual era è cosa dura», si
ha una violenta rottura del linearismo sintattico, una inversione del tutto
anomala in luogo del corrente «ahi quanto dura cosa è a dire esta selva
selvaggia»:
Questo movimento di andata e ritorno dà un’idea
fissata del caos: in un certo modo è il fonosimbolismo in atto del disordine in
cui si trova l’uomo caduto nello stato di peccato, in disgrazia di Dio. (FD
67).
Ciò è
pienamente desumibile anche da più d’una spia sintattico-lessicale. Al v. 2
Dante si ritrova non in, bensì per una selva:
cioè non in un àmbito ben determinato, ma diffuso: il
soggetto Dante è disperso nella selva. Al v. 3, «che la diritta via era
smarrita», Dante non dice affatto che aveva smarrito la diritta via, ma, in
modo passivo, che «la diritta via» era smarrita: è uno stato non attribuito
immediatamente — linguisticamente, intendo, grammaticalmente — ad un soggetto:
in qualche modo sussiste il tabu sul rapporto tra il soggetto e l’azione. Il
medesimo tipo interviene anche più tardi, perché nei vv. 124-26 si leggerà «ché
quello imperador che là su regna [Virgilio non nomina il nome di Dio] /
perch’i’ fu’ ribellante a la sua legge, / non vuol che ’n sua città per me si
vegna»: «io» compare sotto forma di agente, non di soggetto, nel segno di
questa passività. […] I neofiti della cosiddetta linguistica generale
[conoscono] il significato del tabu e [sapranno] che se in latino l’“orso” è ursus, e, con la stessa parola, in greco
a[rkto", in paesi dove l’orso è più frequente ed è poco
prudente nominarlo – perché nominarlo
significa farlo trovare sulla propria strada –, l’orso sarà chiamato “il bruno”, come nelle lingue germaniche der Bär, oppure “il mangiatore di
miele”, come nelle lingue slave, in russo, miedvied.
(68).
Dall’osservazione non già d’un verbo e del
suo significato, ma di una pura diatesi, Contini giunge dritto al cuore della
questione:
È esattamente una forma di tabu che si fa luce
attraverso la passività, ad esprimere uno stato di scollamento eudemonologico,
di distruzione della salvezza. (ibid.).
Lo stadio è quello di una «perdita di
conoscenza fondamentale», come prova la compresenza di due istituti
diametralmente opposti quali l’ellissi e la ridondanza:
si prenda il v. 5, «esta selva selvaggia e aspra e
forte»: certo «selva selvaggia» è una forma di paronomasia; ma che cosa
aggiunge «selvaggia» a «selva» e, comunque, che cosa aggiunge «aspra» e che
cosa aggiunge «forte» a «selva selvaggia»? Abbiamo una forma di iterazione, ma
è chiaro che qui si macina a vuoto, perché la luce della ragione non consente
di discernere nel mondo. E se scendiamo al v. 7, «tant’è amara che poco è più
morte», detto della selva – s’intenda che
‘poco più amara è morte’ –, troviamo una
ellissi. (69).
Ma vi è un limite anche nella «pienezza del
dettato», rivelato anzitutto dalle sconcordanze sintattiche:
Al v. 52 e seguenti («Ed una lupa, che di tutte brame
/ sembiava carca ne la sua magrezza, / e molte genti fé già viver grame, /
questa mi porse tanto di gravezza») non si sa quale sia il soggetto della reggente:
è «una lupa» o è «questa»? è «una lupa» prolettico ripreso da «questa» o
addirittura si è smarrito il filo a proposito di «una lupa» e quindi si è
dovuto reintrodurre un pronome? […] a me sembra che si tratti di una vera e
propria sconcordanza sintattica, estremamente significativa, perché abbonda nel
senso, che vi dicevo, del disordine. Questo è un canto del disordine, su cui in
modo improbabile si afferma l’ordine. (73-74).
Altro carattere capitale del canto, la cosiddetta
«pregnanza», al tempo stesso sintattica e semantica:
quella che io chiamerei volentieri una “morfologia
implicante” e che è attuabile in varî modi. Per esempio con modalità aspettive,
come al v. 62, «dinanzi a li occhi mi si fu offerto / chi per lungo silenzio
parea fioco»: «mi si fu offerto» significa […] ‘è comparso e la sua comparsa è
irrimediabile, perfetta e conclusa nel tempo e nella presentazione’, cioè ‘mi
si offrì improvvisamente’. […] Più sottilmente al v. 8, «per trattar del ben
ch’i’ vi trovai / dirò dell’altre cose ch’i’ v’ho scorte»: «vi trovai» ha
significato meramente aoristico, mentre «ch’i’ v’ho scorte» ha significato
aspettivo, sì che viene ripercorso compiutamente l’intero processo. […] Un
fatto ancor più sottile si ha nell’opposizione tra «venire» e «andare»,
estranea all’italiano moderno, quale si ricava dal v. 126, «non vuol che ’n sua
città per me si vegna» (‘l’Imperatore, Dio, non vuole che si venga nella sua
città da parte mia’: la cosa non è vista dal punto di vista di Dio), e, con lo
stesso sintagma, dai vv. 1-3 del canto terzo: «Per me si va ne la città
dolente, / per me si va nell’etterno dolore, / per me si va tra la perduta
gente». «Andare» indica un movimento dal di fuori, mentre «venire» un movimento
dal di dentro, come è perfettamente comprensibile in una lingua quale il
tedesco, in cui si userebbero gehen e
kommen. La diversa prospettiva è
dunque vigente nella lingua di Dante. (75-76).
E ben altri stupri vengono perpetrati sulla
lingua. Si pensi al massiccio, «impressionante» impiego di astratti per
concreti e viceversa:
Al v. 54, «ch’io perdei la speranza de l’altezza»,
cioè ‘la speranza di andare in alto’ o ‘la speranza di un luogo alto’ potrebbe
trattarsi di una sorta di latinismo sintattico; ma al v. 53, «con la paura
ch’uscia di sua vista», si ha un uso assai violento dell’astratto («paura»
significa ‘paurosità’ e «di sua vista» ‘del suo essere veduto’, ‘della sua
visibilità’). E così al v. 58, «tal mi fece la bestia sanza pace»: è la bestia
senza pacificità, che non dà pace agli altri. Le forme qui accolte non
appartengono alle risorse della lingua quotidiana, ma all’intervento di un
grande artiere. (76),
e inoltre – per
quanto concerne la formazione delle parole – a quel fenomeno particolarissimo
definito dal Nostro «inversione compositiva»:
Ciò accade per un luogo famoso, «questi non ciberà
terra né peltro»: un esempio di cibare
transitivo si evince da Jacopone; ma fuori di questo, i vocabolarî forniscono
soltanto luoghi imitati da Dante, cioè dei dantismi. Così pure è un dantismo
quello che interviene al v. 100, dove si parla della lupa: «Molti son gli
animali a cui s’ammoglia», cioè ‘a cui diventa moglie’, ‘si accoppia’: si
capirebbe meglio “gli animali a cui si marita”. (ibid.).
Qui deve interrompersi il nostro troppo
breve viaggio, ma il mio scopo potrà dirsi compiutamente conseguito se soltanto
uno di voi raccoglierà l’invito a trasformare in fermento attivo,
rivendicandolo alla più viva attualità, il preziosissimo lascito di questo
primo tra i primi della cultura italiana, rispetto al quale non potremo mai
sentirci posteri.
* * *
OPERE DI
CONTINI CITATE PER ABBREVIAZIONE
AMF Sulla trasformazione dell’«Après-midi d’un faune»
(1948), in G. C., Varianti e altra linguistica. Una raccolta di saggi
(1938-1968), Torino, Einaudi, 1970, pp. 53-67
BT Bacchelli traduttore
(1966), ivi, pp. 281-301
CF G. Contini-A. Pizzuto, Coup de foudre.
Lettere (1963-1976), a cura di G. Alvino, Firenze, Polistampa,
2000
DV Diligenza e voluttà. Ludovica Ripa di Meana interroga
Gianfranco Contini, Milano, Mondadori, 1989
EM Introduzione a «Ossi di seppia»
(1933), in G. C., Esercizî di lettura sopra autori contemporanei con
un’appendice su testi non contemporanei. Edizione aumentata di «Un anno di
letteratura», Torino, Einaudi, 1974, pp. 66-75
EPD Un esempio di poesia dantesca (il canto xxviii del «Paradiso») (1965), in G. C., Varianti,
cit., pp. 477-97
ET Eusebio e Trabucco. Carteggio di Eugenio Montale e
Gianfranco Contini, a cura di Dante Isella, Milano, Adelphi,
1997
FD La forma di Dante: il primo canto della «Commedia»
(1976), in G. C., Postremi esercizî ed elzeviri,
Torino, Einaudi, 1998, pp. 63-82
FED Filologia ed esegesi dantesca
(1965), in G. C., Varianti, cit., 407-32
FVN Linguistica strutturale e critica letteraria. I ferri
vecchi e quelli nuovi, ventuno domande di Renzo
Federici a G. Contini (1968), in G. C., La critica degli
scartafacci e altre pagine sparse, Pisa, Scuola Normale
Superiore, 1992, pp. 43-66
GB Alcuni fatti della lingua di Giovanni Boine
(1939), in G. C., Varianti, cit., pp. 247-58
GBP Guida breve a «Paginette»
(1964), ivi, pp. 621-25
GD L’analisi linguistica di Giacomo Devoto
(1943), ivi, pp. 661-71
GF Pretesto novecentesco sull’ottocentista Giovanni
Faldella (1947), ivi, pp. 567-86
IA Introduzione all’«Adalgisa»
(1963), in G. C., Quarant’anni d’amicizia. Scritti su Carlo Emilio Gadda
(1934-1988), Torino, Einaudi, 1989, pp. 11-13
LIU Letteratura
dell’Italia unita (1861-1968), Firenze, Sansoni, 1968
LM Una lettura di Michelangelo
(1935), in G. C., Esercizî, cit., pp. 242-58
NUP Nota per l’ultimo Pizzuto
(1978), in G. C., Ultimi esercizî ed elzeviri (1968-1987),
Torino, Einaudi, 1988, pp. 161-69
PL La prosa di Roberto Longhi
(1964), in G. C., Altri esercizî (1942-1971),
Torino, Einaudi, 1972, pp. 123-26
PLP Preliminari sulla lingua del Petrarca
(1951), ivi, pp. 169-92
PRA Parere ritardato su «Artemisia»
(1949), in G. C., Altri esercizî, cit., pp.
173-78
PV Saggio d’un commento alle correzioni del Petrarca
volgare (1943), in G. C., Varianti,
cit., pp. 5-31
RL Varianti del «Caravaggio». Contributo allo studio
dell’ultimo Longhi (1980), in G. C., Ultimi esercizî,
cit., pp. 299-315.
* Relazione letta al convegno di studî Gianfranco Contini: tra filologia ed
ermeneutica, a cura del Dipartimento di Italianistica e Filologia romanza
dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, in collaborazione con la Biblioteca Nazionale
Marciana, Venezia, 24-25 ottobre 2000, pubblicata in «Humanitas», lvi, settembre-dicembre 2001, 5-6 pp.
716-33.