| |
di Maria Pia Quintavalla
Visto l’ultimo film di Marina Spada
su Antonia Pozzi, ho – inevitabilmente – pensato a Nadia.
Al frammento che si usa, come
forma artistica, quando si deve ricostruire o riparare alla pochezza, in un
gesto d’amore, della memoria. Sono delle ricercate, delle scomparse.
Ho trovato grande l’analogia creata
nel film, fra l’immagine di Antonia Pozzi, che sbocconcella e poi sputa, di
nascosto, nel palmo della mano, l’arancia, subito dopo un’immagine eco cardiaca,
diastole e sistole: la timidezza di lei rivelata.
Così bella, altrettanto, sempre
nel film, la sacralità di rivisitarne lentamente i luoghi vissuti.
Se questo rito è vero, dà
salvezza, e noi dovremmo terminare quelle tappe di avvicinamento al luogo
natale (e mortale), per lei, di Cesena.
Un anno fa, in visita alla
rassegna ”Porto dei poeti”, sede nel porto di Cesenatico, scopro, con senso
macabro, che nessuno, leggi Nessuno, nella sua città natale possedeva i suoi
libri, né aveva mai indetto, in oltre venticinque anni, QUALCOSA DI LEI, o su
di lei, né conosceva un suo verso.
La Pozzi attende almeno
cinquant’anni, per ottenere un’adeguata illuminazione, nonostante il meglio
referenziato contesto di riferimento, (non appartenenza), da Montale a Sereni a
Banfi, e settanta anni, invece, per una curatela critica adeguata, iniziata
dagli Archivi del ’900.
Poco serve appoggiarla al
palinsesto, nel film, dei giovani apprendisti poeti, che incollano sue immagini
ai tram, in metafora di un visionario presente riscattato, per quello che la Dickinson prometteva, il
paradiso dei poeti, la fama.
La circonferenza, cui un ignoto
cavaliere attaccherà il TUO nome, Antonia, o Nadia.
Pozzi come Nadia ascendeva e scalava
le montagne.
Come lei pensava che solo la
culla prosodica e lampeggiante dei significanti placava il dolore, il dettato
interiore, anzi ne ricreasse un mondo nel mondo, di già noto.
Anche là, un “culto della poesia”,
come lo chiamerà Andrea Zanzotto, in un intervento a Radio Lugano Svizzera, del
1987 e 1989 scrivendo de “le confraternite ispirate dai più strenui ardori”, le
ragazze cioè che aprirono il sentiero,divenuto un mare, mar rosso del movimento,
e del pensiero femminile / femminista:
“Valga per tutte, il nome di
Nadia (scrive A.Z.), in cui tutte furono protagoniste”, di una “meglio
crudeltà” queste giovani “impegnate in un’auto spendersi ritroso”.
Un’auto spendersi, fino al
rischio di caduta della linea, sempre A.Z. ne spiega, nella prefazione al mio Estranea (canzone), il peccato per
superbia o voglia di Dio, (che) finisce nell’auto annullamento, dopo la
carestia, a causa di essa; di confraternite ispirate ai più cupi ardori, e a un
sotterraneo culto, della poesia. Amazzoni, vittime.
Non abbiamo saputo trattenerti, Nadia,
non abbiamo saputo farlo e prevenirlo.
Mentre sapevamo di te della tua
fame, dagli occhi, dagli spigoli consunti del volto “che non trova pace” (Ultima notte, in Milo De Angelis), la
mente-corpo travagliata che detterà i versi raccolti poi in Verso la mente (libro postumo, uscito da
Crocetti nel 1990).
Chi entrava nel mondo degli anni
ottanta, senza avere tagliato diagonalmente le (strettoie) scorsoie dei
settanta, la cupa ingloria, la sepoltura di parole nell’agit prop, e tazebao
permanente dell’oralità vociante, dove l’attuale divorava tutto, e non trovava
sbocchi; se non dopo lo sbocciare di riviste di ri fondamenta, come Niebo, ma pure in antologie femminili-femministe,
la neo nata, la prima della serie di Donne
in poesia, o ne La Parola innamorata, si trovò, quel soggetto
entrato con breve e bellica memoria di fratelli maggiori, assai difficili, in
compagnia di Porta, Spatola, Vicinelli, Pagliarani, ecc, ad un certo punto s o l a, ma speranzosa.
Fosse lì la nuova patria delle
lettere in attesa. Cosa di meglio che Milano, certo.
Dopo la laurea con Luciano Anceschi
su Antonio Porta, dopo gli studi e prove di traduzione della Dickinson. Maturati
nella traduzione definitiva che ci riconsegna, bellissima de Le stanze di alabastro, Feltrinelli 1985.
Trovasti invece lo sfondamento
lento della linea di giovinezza, che andava via via sfociando per chiudersi,
alle spalle.
Società di poesia, e apertura della
rivista POESIA, contaminazione nel letterario delle ultime fronde del fare
politico (leggi Via Dogana), ma anche
confraternite, delimitazioni del campo.
Prima dei cartelli e appartenenze;
( tradimenti, anche) defezioni.
Amiche che non lo capirono: io,
per esempio. Amici che divinavano di te soltanto il volto, angelico di bellezza
tagliente e seduttiva, ermafrodita la postura di un corpo che scolpiva viva la
femminilità preclusa, bellissima inaccessa.
|
|
Gianni Dorigo, Rosso (particolare), 2009
|
Nadia a Milano: andò alla
conquista del mondo.
Con audacia, impudente sguardo fiero
dell’adolescente, come in The dreamers,
e meglio.
Ma, a mani nude.
Una foto di cui Cusatelli, amico
di entrambe e parmigiano, commentava, ad ogni nostra straziante telefonata, nel
dopo Nadia, la ritraeva sullo sfondo della “lunga pianura immaginaria” del mare
Adriatico, più volte ripercorsa col pensiero, come una linea di demarcazione e
fuga.
TRA L’INFANZIA ABBANDONATA E
GLORIOSA, dove ancora vivo era suo padre morto, e la morte desiderata, DOPO LA LUSSURIOSA CHIMERA
nel volto degli anni ottanta di Milano.
Quante diverse grandezze, e
destini femminili, doveva poi conoscere, Nadia.
Parlava ammirata, di una lei così
diversa, dell’astro nascente di Patrizia Valduga.
Come di un come, e con chi,
risalire la luce; di donne sole, risvegliate e spavalde ancora, immemori o da
poco memori e coscienti, giovani amazzoni (“i neri androgini” di cui scrivo in Natalizia femminile), come di cavalieri
moderni ecc. Divenute poi, chi libere papesse, chi dominae, imperatrici.
Le patrie lettere, gli amici. Le
icone.
Quando la conobbi era il volto
radioso della giovinezza stessa, ma nell’aprirsi più esposto più splendente,
più feribile alla vita.
Da tutto proveniva, a tutto era
interessata, era sola: sotto il taglio (la scure) della poesia.
Come E. D. insegna: “Se sento
nella testa… qualcosa come una scure che mi colpisce secca, so che è poesia”. “Divento
attenta solo quando ti allontani / allora varo la registrazione fonografica /
di competenza acceso / … e il fianco sarò infantile e leggero”.
Mi sta citando, si sta
rammemorando di me, di noi, delle nostre conversazioni all’alba, febbrili,
diuturne.
Le sottolineature con cui mi
consegnava suoi libri, in prestito, chiose che non furono inghiottite dalla
sparizione successiva alla morte, nel trafugamento dei libri, tantissimi i “nostri”,“in
comune”: erano graffi e strappi, lancinanti accuse come risposte alla
provocazione della letteratura.
“Io se avessi potuto avrei dato a
ciascuna un po’ di tempo…”, mi rispondeva da Riflessioni su Christa T., restituitomi, o della Gunderrode, o
nelle deliziose cartoline (“sono il fratello minore di Majakovskij!”): ne
ridevamo insieme, Nadia!
Le foto dei (nostri) viaggi: in
Scozia, a Edimburgo, a Londra, nell’isola di Sky, che non ti tolgono al
silenzio delle ore serotine in cui, claustrale, ti recludevi in camera, per
lunghe epistole - abbandono, agli amati.
Mi venisti a trovare drappeggiata,
di uno scialle lungo e nero sul volto, come una Maddalena di dolore, occhi
cerchiati e mani bianche (eri in lutto).
Neppure allora lo capii, sorda e
cieca.
Ma nei tarli degli armadi, di un
inquietato week end, a Varenna, all’alba dei primi di giugno del millenovecentottancinque,
sì l’ho udito, come un pigolare insistito lieve.
Svegliai Rubino, che con me
dormiva.
Un colpo, come una voce che
chiedeva aiuto.
Eri tu. Da Radio Popolare il giorno
dopo appresi.
Cominciai col percuotere e
gettare all’aria tutte le sedie, l’urlo nero.
Per settimane, l’amico e pittore
Rubino scioglieva tavor nella mia minestra, che prendevo a sera.
e nei rifugi alpini verso i tremila
ti sentii tornare a me, nel volto, N.
Scrissi le Lettere giovani per contenere, quelle e troppe epistole. Da Con un’amica, in poi, a Ecce fiume.
Anni dopo Antonio Porta, che ti
amava e che lavorò con te alla revisione della traduzione dickinsoniana, mi chiese
come avevo potuto trattare della morte così, mentre accadeva.
Non lo avevo fatto.
Furono scritte nell’84, l’anno
che precedeva, e dal presagio, “Con una nave niente più bianco e nero / né
morte, solo dio piccolo / piccolo e diffuso”. Un amen.
Scarica in formato pdf
|
|