| |
di Stefano Lanuzza
Nell’Italia del nuovo millennio,
quanti si chiedono quali siano i poeti e i loro rispettivi lettori forse non
sanno rispondersi se non col noto stilema che, identificando poeti e pubblico
della poesia, finisce per neutralizzare la funzione di entrambi decretandone
l’irrilevanza. Ne consegue una condizione tautologica che, trascorse le grandi
esperienze novecentesche soprattutto dell’ermetismo e della neoavanguardia, fa
riflettere su come la scrittura in versi stia pervenendo a un’irreversibile
asfissia.
Muore la poesia mentre
sopravvivono svariate testimonianze o risapute crestomazie adibite a suffragare
la presenza, sovente farraginosa e talora sordida, perfino di soggetti non
debitamente verificati nella loro qualità di poeti. Va inoltre notato come
alcuni fra costoro, attivi nell’editoria industriale e dediti ad
autostoricizzarsi o antologizzarsi, originino l’impressione che pur avendo
un’influenza pubblicitaria su lettori a loro volta aspiranti aedi e uno spazio
privilegiato in taluni prodotti editoriali,
questi ‘giri di vite’ o ‘zone morte’ presidiate da mesti cerberi,
conseguano, nell’oggettivo specifico della poesia, ben scarso rilievo.
Per intero integrati in un contesto con pretese di determinare valori
assoluti ma alienato da ogni conoscenza fuori di sé, pur lanciando coi loro
lessici frusti e appiattiti segnali egemonici, essi restano inadeguati al
mordente antagonismo linguistico dichiarato anche col distacco esistenziale e
la distanza che connotano i rari e autentici poeti: anche se – o proprio perché
– questi restano emarginati da un sistema alfine non soltanto culturale.
Scelte di campo non dissimili da un destino d’emarginazione (e di quasi
edonistica autoemarginazione) distinguono, per esempio, nel panorama letterario
italiano, i pressoché obliterati Lucio Piccolo (1903-1969), Angelo Maria
Ripellino (1923-1978), Bartolo Cattafi (1922-1979) o Edoardo Cacciatore (1912-1996);
al pari dei ‘poeti in prosa’ Antonio Pizzuto (1893-1976), Stefano D’Arrigo
(1919-1992), Gesualdo Bufalino (1922-1996) o Giuseppe Bonaviri (1924); fino al
più corrusco e insulare dei ‘filosofi poetanti’ contemporanei, Manlio Sgalambro
(1924). Costoro, in fondo, paiono svolgere nel nostro secondo Novecento il
ruolo sacrificale dell’outsider soltanto allo scopo di potersi foggiare,
senza influenze esterne, un’incongregabile alternativa a storiografie o giudizi
di valore fin troppo pregressi quando non arbitrari.
Seppure in una linea d’autonomia, riconducibile all’area dei nomi citati
(colpisce saperli, tutti, siciliani) appare l’opera dell’etneo-acese,
irregolare per vocazione e intrattabile temperamento, Mario Grasso (1932): da
decenni fervido autore di romanzi, commedie, volumi di racconti, di poesie
dialettali e in lingua, di saggi limpidi e indocili alle topiche vittimistiche
della ‘sicilitudine’. Dopo avere raccolto, col titolo iniziatico di Concabala
(1987), le prime due parti (Il viaggio e Es-topoi) d’un poema di
diecimila versi, il poeta completa coi ventidue canti di Tra compiute lune
(2003) il più inconsueto e poderoso dei macrotesti versificati, un tardo frutto
novecentesco, segnacolo del nuovo e cosmogonia – formata da libri giustapposti in
catafratta progressione generativa – che non ha precedenti oltre gli esemplari modelli della tradizione
occidentale. Un consapevole progetto, teso a coniugare le mitografie
mediterranee con una fiammeggiante critica del nostro tempo, fonda quest’opera che
abolisce, anzitutto, un pregiudizio risalente a romanticismi deteriori per i
quali si vorrebbe attribuire alla poesia gli ingenui statuti della
‘spontaneità’ e dell’‘immediatezza’.
Scriba smaliziato, Grasso si cura, poi, di sfuggire a relativismi che
rinserrano il lavoro letterario in stretti margini storiocentrici; e, pur non
pretendendo per sé una lettura sub specie aeternitatis, rivendica
l’esigenza di privilegiare l’atemporale peculiarità del proprio testo che
afferma una valenza scevra di sovradeterminazioni antropologiche, storiche,
morali o ideologiche.
Un’interrogativa serialità intona l’incipit di Tra compiute
lune, configurando un’“intromissione” che reiteratamente si propone nel
testo fermentando con sempre nuove scene e proliferando i raffinati atti
perlocutori d’una retorica non convenzionale mirante a sorprendere o turbare,
anche con l’uso del paradosso, le garanzie logocentriche.
I Bronzi elleni protagonisti di Tra compiute lune, erratici
guerrieri che una superiore coscienza fa mansueti e saggi, divengono referenti
di chi, interrogandoli, ottiene risposte capaci di vagliare il tempo, lo spazio
e i cicli vitali; e di misurare, col delicato sestante d’una estetica opposta
alla bruta entropia che ci aduggia, i margini fatali del “Grande Nulla”
guardiano dell’Essere di cui le “statue deperibili” o non canonizzabili
rappresentano la metafora sapienziale. Intanto, nel turbine d’una saga
narrativo-rapsodica d’intonazione epica e dalla struttura per lo più dialogata
con risvolti didascalici, di cosa parlare con loro se non, essenzialmente,
della vita e della morte? Della caduca vita desiderosa di “conoscere più il
come che il perché” e della morte pianificatrice d’ogni brama o nobile assillo
nel crogiolo dell’effimero; ora votata a ridurre gli stessi guerrieri, semidei
tratti dal “marfondo” grondanti bellezza e sapienza, a disfatte reliquie: a
grami superstiti di “stirpi scadute”.
Ma non alla morte con le sue barocche danze macabre si volge l’animus
apollineo dei Bronzi, l’uno Doppio dell’altro e, all’unisono, energetici araldi
dell’azione lirica oppure, a tratti, sliricizzata di Grasso. Non sodali della
morte sono l’eroica statura e il cuore ctonio delle “Statue sofferte”, bensì di
qualcosa chiamato “Arte”: ciò che pertiene al genio dell’amore, quello mite e
folle della fuggevolezza e il più intimamente patito dal poeta. Costui “non
salva mondi lascia / la parola a scavare tra le sabbie / […] / per sé comprende
il Mondo / ne respira i veleni e la follia, / lo sbeffeggia, lo ama, lo conquista
/ ma finisce egoista perché vede / che il mondo è lui”… Lui che sta solo col
suo amore silente e soffre senza gemere né implorare; e “non ha regno” fuori
della propria stessa solitudine. Appunto, “l’amore è solitudo”: il contrario
della nostra epoca del clamore mediatico. Ed è, il suo, un “restare / in questo
bronzo antico” che, lambito da uno “sguardo d’amore senza tempo”, si fa carne
d’uomo.
|
|
Mario Grasso
|
Non può la storia dominare il mistero di siffatto ‘corpo d’amore’ fuso e
forgiato nei sensibili Bronzi che, col poeta, divengono Uno, una negazione
dell’oppositiva diade Caino-Abele: costituendo l’Unione parlante di
quell’equilibrio incorrotto che è della poesia vocata alla dignità e alla
grandezza. Intorno a loro aleggia “una tortora pietosa”, tortora-sirena che,
con le sue piume di seta e broccato, col suo sollecito messaggio di soavità,
carezza la bronzea angoscia di chi, al pari del poeta, si sa “generato / da un
amore impossibile, scontento”. Quello stesso dettatogli un autoreferenziale trobar
clus, subito doppiato da perentorie refertalità espressivistiche scandite
con martellanti metronomi dove la ballata introduce l’encomio e l’epicedio:
alternando i versi proteiformi del polimetro a odi monodiche oppure corali in
foggia di policrome sestine, a distese quartine, a miniati distici
classicheggianti e finte rime.
Con l’inserzione di “voci come fantasie”, ovvero d’un materico e sapido
vernacolo filologico-sonoro riottoso al glossario (cfr. l’allogena
lemmatizzazione: ssciara, putìa, fraccaloru, juncettu,
mprinata, scursùni, tazzamìta, cuncutrigghiu, rrascùsa,
scardidda, cuddùra, armali, mmuccalapùni, faddacchi,
pipitìau, tintu, ecc. ecc.); con un tramato dilagare di figure
arcane, saturnine o sulfuree (bizzarre “martuffe”, crucciati “ciclopi”…); con
profluvi di metadidascaliche simbolizzazioni zodiacali (l’Ariete congedante
l’inverno, il re Leone, il saettante Sagittario, i Pesci lampeggianti; o il
ferrigno Scorpione, il flottante Acquario, la sobria Bilancia, il meditabondo
Capricorno, l’umbratile Toro, l’accorta Vergine…) vincolate agli opposti
elementi Fuoco-Acqua e Aria-Terra.
Insieme a un bestiario di rettili e “serpenti-lipruni”, grandi uccelli
di passo, mimetiche creature boschive o rapaci diurni e notturni; su cui,
altero, troneggia l’antico Gufo reale cui “è nemico il sole”: ma parlante con
lo stesso poetico senno sigillato nell’armonia delle Statue di bronzo. La sua
cantafavola di sofista gnomico – “cicociù-cicociù-cicociù” –, filtrante dalle
fronde e dalle nebbie malsane della Selva dell’Essere, fa lagnare la civetta
(la “cucca”) “dagli occhi pelosi” e sgomenta la cagna che freme accovacciata
(“aggiuccata”). Il suo sguardo (“occhi gialloni”) lancia “dardi” e pròtesi
d’artiglio, folgori e moniti verso gli stenterelli e i pedanti, gli ipocriti
farisei e i mascheroni, i collitorti e i tartufi servi d’un sole inane, le
“eccellenze mitriate” nemiche della libertà e i sazi demagoghi, i tortuosi
“palpacalli” delle accademie e di tutti i poteri, forti-coi-deboli e
deboli-coi-forti… Ma “ecco un riccio! Vi lascio m’accingo alla preda / che il
Mondo vi veda” ammicca il Gufo, nume tutore dei Bronzi immortali, volando
leggero nell’“Eterno Silenzio” di strapiombi celesti accogliente il dismisurato
poema di Mario Grasso; e le inarcate sue ali d’acciaio, proiettanti ombre
barocche, sono come “un compasso sul Nulla”.
Tra ombre barocche è anche l’itinerario alla ricerca d’un destino
esistenziale non meno che linguistico traslato in Geographyca, ovvero due
storie siciliane (1994), titolo come emblema teso fra due racconti, Isola
delle Femmine e Punta del Falco; che narrano, in un tempo senza
tempo, uno scialo della vita non diverso da quello della lingua. Vita e lingua
ellittiche, anamorfiche, discentrate, espresse con parole proliferanti l’una
dall’altra, in un suggello incrinato dalla metamorfosi producente il barocco di
Giuseppe Aloe (1962) e Cristiano Spila (1968), descrittori d’un funesto Dies
irae.
“Da troppo tempo
mi domino! Ho bisogno di vendicarmi” scandisce l’efferata frase di Flaubert
posta in calce al racconto di Aloe. Vi si detta la vicenda, breve come
un’epigrafe, di Ferdinando Alliata, nuovo comandante delle guardie del
penitenziario femminile dell’Isola delle Femmine. Giovane, bruno, con baffi e
pizzetto, occhiaie calamarate, è infelice come una pulzella anoressica. E che
pensa Alliata nel vento marino che gli schiaffeggia il viso cupo mentre le
donne del porto chiedono da dove giunga e chi sia quel giovin signore, “stu
beddu fìgghiu”. Che va cercando, Ferdinando, che vagheggia? La sua mente è
vuota, smobilitata, a luce spenta: una nave in disarmo. E crogiolo di
stordimento, malinconia, sconsolato cruccio è la sua volontà. S’è lasciato alle
spalle lo spettacolo del mercato della “Vucciarìa”, sito di vicoli pisciosi che
sanguinano dei quarti di maiale appesi ai ganci, ronzano di vespe e mosche
cavalline, si colorano di gerani, limoni e arance… Cosa pensa, cerca o vuole
Alliata gravitando in giro, frastornato dall’odore del pane incenerito in
qualche lurido forno? Trascorrono i suoi occhi dalla visione delle spenzolanti
corde d’aglio alle conserve di sangue di porco in mostarda, alle interiora di
gallina abbrustolite, all’apparizione d’un uomo imponente dalle orbite cave,
dalle mani grosse come anatre farcite e dall’enorme ventre prolassato… Ma forse
non cerca, e rassegnato va: nel clamore tartareo della vita, nel chiasso da
contesa e bordello, nel debole arrangolare degli scannati, nelle querimonie dei
traditi. Nell’effumazione di marci arrosti e bracieri languenti, nelle parole e
mezze parole, nei sorrisi e mezzi sorrisi, nei ghigni ottusi e vili…
Nell’inferno barocco del mondo.
Nel viaggio navigato, nella fuga, c’è magari
uno scampo? Alliata va sotto l’indaco del cielo di Monreale, sfiora lo smalto
del golfo; e poi Cefalù, Messina, Catania e, girando girando, Trapani e
Palermo: nel refolo che agita vele e bandiere, sotto il sole arabo e svevo,
nella notte spruzzata di stelle, sull’acqua di pece tagliuzzata dalle luci
delle lampare. Fino all’Isola delle Femmine, boccaporto infero. Sempre così
Ferdinando giungente alla sua Geenna che ha la faccia invaiolata di misere
ergastolane, sporche, grugnenti, le bocche sdentate e cafre, simili a vecchie
fregne intartarite.
L’inferno ha anche la cantilenante voce
d’una detenuta misteriosa, che interminabilmente digrigna la stessa canzone:
ripetuta, attizzata, molesta, che intosta i nervi del giovane comandante. Ah,
qualcuno la faccia tacere, penetri nell’orrida galleria che conduce in fondo al
braccio della prigione, il più intenebrato e fetido, sparso di trippaglie d’animali
rimembrati! Qualcuno apra la cella di quella lupa cantilenante e le imponga il
silenzio!… Ma nessuno osa: colei è una che, nella sua fosca catorbia malamente
rischiarata dalla luce d’una grata posta sul soffitto, ha già sbranato i propri
figli. Un’orca, una cannibale, una bestia è. Pazza di solitudine. Ha
trentacinque anni, i lunghissimi capelli incordati, la faccia divorata dagli
occhi di bragia. Ha naso adunco, un rostro di rapace mangiacarogne. Ha le
unghie lunghe, pugnali affilati sui muri, e i piedi rosi dai topi di chiavica.
Ha denti da pescecane, la lingua serpentina che incessantemente entra ed esce
dalla grufa sbavante…
Scalciava e colpiva, la diavola, quando
l’hanno segregata; e crocidava che non sua era la colpa ma era colpa della maledetta,
della lorda, della schifa vita era… Continua il suo cantilenare con quella
vocina da vecchiuccia, e accora il comandante, gli fa pelo e contropelo, lo
scuoia, lo getta nel dolore. Allora lui va: verso il destino. Discende sempre
più nella segreta tenebrosa, anticamera segnata dallo stridor di denti della
donna che modula la sua stordente ninnananna.
“Abituato alla pulizia e al biancore”,
adesso Alliata cammina sugli escrementi e l’acqua putrida; lui che su verdi
prati cavalcava i superbi cavalli andalusi, è proprio lui ad andare, ora,
sull’immonda via dell’Ade con in pugno una torcia puzzolente d’olio bruciato.
Giunto dinanzi alla cella e aperto lo spioncino, non vede niente, non vede che
il Niente: in uno specchio adunco. Entra e sa, finalmente, il vero: prima di
cessare per sempre di saperlo. La Verità, questo Niente, è alfine qualcosa di
aguzzo penetratogli nel collo a trinciare tritare trebbiare con fauci di squalo
che strappa carne e tendini. Sa, Ferdinando, sbarrando gli occhi sui muri carbonici,
sa solo d’essersi regalato al Nulla.
Eppure, a resistere al nichilismo, Aloe –
eponimo d’erbario, l’eupeptica droga con cui il siciliano Federico II di
Svevia, il grande Hohenstaufen, curava i suoi falconi – addita la cifra della vivida intelligenza
barocca. Con le sue figure simboliche, con la sua proliferante episteme
lessicale, col suo trascorrere da stremati linguaggi al rilucente dialetto e a
una koinè
inedita. Una koinè diàlektos intesa quale codice comunicativo, dove
‘lingua di cultura’ e ‘lingua di natura’ mutuano una scrittura riccamente
munita, contaminata e bastarda, di sregolata quanto prodigiosa espressività.
Così, in questo racconto scintillante, solo in apparenza sono dialettali i
lemmi accuriosàti, sbanduliàti, remuliàndo, marronecciàccio, gridazzàri, scialàta, inziccàta, malandròcchia”, ecc. Questi si leggano, piuttosto, come
neologismi, materialità di significati, differenza dal balbettìo minimalista
che aduggia l’attuale letteratura italiana.
|
|
Stefano Lanuzza, Arte della notte VII, 2006
|
Punta del Falco di Spila è l’altra parte d’una coerente
dilogia, catafratta nella lingua e supremamente leggibile. Vi si ‘vedono’ una
collina propinqua al mare, un castello vetusto slittato in selve ascendenti,
una torre di tufo giallastro inchiavardata col ferro che da lontano pare fatta
d’oro vecchio. Vicini svettano faggi, pinastri e querce; e prosperano il fieno
greco, l’erbamalva, il forasacco e la menta, il timo, il basilico e l’origano.
L’uomo è quasi assente in questi luoghi, al pari del tempo: che non esiste
senza l’uomo.
Ma insiste ancora un momento, prima di
scomparire, una pulviscolare memoria custodita da Dei straccioni e mendichi
evocanti un antico Sire, prima corsaro aragonese poi cavaliere e principe e
ancora corsaro e di nuovo Signore per grazia del Viceré Pallagonia. Signore
fiero e dispotico, di tagliente, velenosa e geniale parola
siciliano-spagnolesca, dalla mano d’acciaio sull’elsa della spada. Fu egli
nonno di Roderigo Maria Boccadefoco, che ne ereditò il carattere di peste, la
selvaggeria e il crudele ingegno. Impetuoso, risentito, irriducibile, duro
“come le corna del diavolo”, di sagacia pericolosa, Boccadefoco fa strozzare
nel sonno i propri cugini malfidi e imbelli. Tormentato da grandiose ambizioni,
guerriero ardito e gagliardo, squarta i suoi nemici - turchi, greci e spagnoli,
briganti, galeotti e pirati – e li spaccia in pasto ai cani… Poi, dal mare
saraceno, ecco giungere il gran capitano Cacciadiavoli e la canaglia predona
che stupra e scanna, fura barili e ceste di cibo, orci e giare, vino e spezie,
damigiane, salamoie di pesce, sale e acquamulsa. Intanto Roderigo, faccia di
suola bruciata dal sole, si trova lontano, caracollante in giro sul suo cavallo
nero.
Cavalcando il principe a caccia nei pressi
del castello, l’osserva dalla torre il piccolo figlio Carlotto, che ha paura di
lui e mai l’amò. Il giovinetto ama solo il mare, lungamente contemplato dal
poggio, alto rifugio di magici sogni. Un capogiro, per Carlotto, la visione
della distesa acquea cangiante dal viola al nero e dal verde al bianco, gonfia
di venti e tempeste schiumanti contro il volo dei gabbiani.
Nel dirupo sotto la torre, un bestiario
pennuto (coturnici e fagiani, ghiandaie, pernici e quaglie, otarde e starne) e
peloso (volpi, lepri e gattopardi, lontre, tassi e orsi, caprioli e conigli)
allena i falconi di Roderigo. Tutt’intorno, latrati degli stanatori d’uccelli e
bestie a pelo lungo o raso addentate ai testicoli da molossi e bracchi,
levrieri e cirnechi dell’Etna, segugi e perri casigliani da punta e da riporto.
Carlotto detesta la caccia: lo spauriscono
il sangue sull’erba, gli occhi senza pietà e le mani armate del falco, fosse
questo gheppio o biancone, girifalco o lodolaio, lanario o sparviero, smeriglio
o pellegrino, micidiali giugulatori delle loro prede. Lo sgomentano la loro
malinconia dopo la caccia, tanto simile alla tranquillità dopo l’amore, il loro
dolorare a riposo sgravati dal furore del volo, la loro plumbea serietà, la
loro uggia, noia, indifferenza al destino. Una distanza siderale, fra lui e suo
padre: mai potrebbero incontrarsi, capirsi, amarsi. E s’allontana, Carlotto, da
quel genitore sempre più vecchio, scontento, senza amore da chiedere o dare,
deluso dal figlio così debole, allampanato, abulico, sognante, certo vile.
Soffre, il principe, della stessa fatale tristezza del falco.
Giunge il dolce settembre isolano e di
mattina presto, fra notte e alba, trova Carlotto sulla torre, presso una vuota
voliera incastrata nella muratura, dismesso ricovero di tordi, aironi,
colombacci, cicogne e altre anime con le ali. Il mare procelloso scoppia in
spruzzi salini quando un grande astore, il Farinaccio, le piume odorose del
sangue di mille cacce, fremente, spettrale come la sorte, scatta alacre dal
guantone di Roderigo. Carlotto lo vede e scende dalla postazione, mentre il
falco, torva nuvola artigliante, vira rapido puntando la vittima. Il ragazzo lo
guarda, la Malasorte
guarda lui e gli piomba sopra nella luce del sole incipiente, aggranfiandogli
il midollo spinale. Grida, Carlotto: con una veemenza mai conosciuta, invocando
nella bocca di sangue la protettrice bruma notturna, la falce di luna velata
dalla falce del falco…
Se il barocco di Aloe è spiralico con moto
franto e verticale, quello di Spila è a intarsio e per sinopie moltiplicative:
senza vuoti o spazi scoperti, attento al particolare, compatto. La geografia
scrittoria dei due autori è il non-luogo, il campo aperto, la mappa ellittica,
la disseminazione antilogocentrica. Storia della loro scrittura pervasa di
destino è quella della parola ‘piena’ e ‘vera’, fatta di ‘cose’: polifonica,
doviziosa di echi onnitemporali e sempre significante, in perenne ricerca di
libertà.
Scarica in formato pdf
|
|