La
libraia del Forte
La
signora Tina aveva un’antica libreria dove viveva sola e rinserrata nelle sue
manie e nella sua malattia. Soffriva di dolori articolari. Aveva letto tantissimo,
ma spesso confondeva gli autori. Ne aveva conosciuti molti. Tutta la sua vita
si svolgeva dentro il negozio, da cui non usciva quasi mai (dormiva nel retrobottega).
Sognava di vivere una vita movimentata. Era seguita da una nipote, che le
portava da mangiare e l’aiutava nei lavori domestici. E poi veniva a farle
visita il Balli, che passava lunghe ore in libreria, senza comprare nulla;
sfogliando, leggiucchiando i titoli messi alla rinfusa, pieni di polvere; solo
lei sapeva dove erano e andava a colpo sicuro quando le chiedevano un titolo.
Forse aveva avuto anche un marito, il cui ricordo si era spento negli anni.
C’era tanta confusione a quei tempi, subito dopo la guerra; non ci si capiva
più niente. Come se un’immensa euforia avesse contagiato tutto il mondo. Tutto
il mondo a lei conosciuto, naturalmente. Che era quel negozietto sulla strada
principale, le due stanze sul retro, e la gente che l’andava a trovare.
La cosa
strana che avevo osservato, e che veniva spontaneo di pensare a chiunque
entrasse nel suo bugigattolo (quasi di sbieco, perché i banconi, sui due lati,
lasciavano solo lo spazio di uno stretto corridoio), era che la Tina si separava mal
volentieri da ogni suo libro. Ora, questo è il colmo per ogni commerciante, una
contraddizione in termini. Si comportava più da bibliotecario, attento alla conservazione
del suo prezioso tesoro, che da libraio, ovvero di un mercante che si dovrebbe
preoccupare di vendere i libri. Al meglio, nelle più adatte condizioni per
invogliare il lettore, anche il più occasionale; spingerlo a portarsi a casa
quel mucchio di fogli di carta tenuti assieme dalla colla o dal filo di refe.
Ogni libro smerciato, per un libraio che meriti il suo nome, è un sospiro di
sollievo, un peso morto in meno nel magazzino, un briciolo di malumore che se
ne va. Non solo per quei quattro soldi che mette nel cassetto. Per carità! Non
è una questione veniale, c’è da scommetterci che non ci pensa neppure, quando incarta
il volumetto con tanta cura e lo porge con un sorriso di gratitudine all’ignaro
acquirente. Quel sorriso vuol dire “E uno di meno!” o qualcosa del genere. Un libro
di meno nel negozio vuol dire almeno due cose importanti, essenziali: intanto
ringiovanire, perché la libreria si svecchia. Escono i libri pieni di polvere,
che avevano preso l’odore degli scaffali e dell’umidità dei muri, del sudore
delle estati troppo afose e delle ore passate a respirare i vapori, il fumo
delle sigarette e delle antiche scoregge silenziose dei perditempo, che si
aggirano per ore tra gli scaffali senza comprare niente. Il libraio
ringiovanisce perché la libreria si rinnova. Esce un libro vecchio e ne entrano
tre nuovi (sempre di più, è un gioco al massacro). Se non ci fosse un ricambio,
anche minino, il sistema crollerebbe per collasso. Invece, la vendita di un
volume significa il rinnovarsi di un ciclo naturale, la possibilità del risveglio
primaverile, la base della fertilità: il libro nuovo arriva e si porta dietro
il profumo della stampa, sa di buono, è un piacere toccarlo, soppesarlo e
sfogliarne delicatamente le pagine; osservarne la copertina lucida, ancora
priva di gravose impronte digitali, colorata e patinata da far venire il
desiderio lussurioso di possesso. La brama di possederlo, di farlo proprio.
L’altra ragione, non meno importante, è quella della semina.
Vendere un libro vuol dire trasmettere un messaggio, piantare un virgulto,
zappare un terreno arido, seminare qualcosa che potrà diventare una pianta e
dare dei frutti. Vendere libri non è come vendere il pane, vestiti o altri
oggetti di consumo. Ha una qualità in più, che deriva dallo stesso contenuto
del libro. Se resta sugli scaffali della libreria non comunica nulla ed è una
cosa inutile, priva di senso. Vive solo se qualcuno decide di portarselo a casa
e vedere se quei soldi che ha pagato per comprarlo sono spesi bene. Anche se
leggerà solo poche pagine, anche se si stancherà della storia, se lo chiuderà
irrimediabilmente senza lasciare il segno e lo riporrà nella mensola più alta
del soggiorno, dietro ad altri libri più imponenti o sotto un cumulo di
cianfrusaglie, avrà comunque assolto il suo compito. Avrà mandato un messaggio,
lasciato un indizio, inculcato un bacillo, pur infinitesimale, che potrà
produrre qualche effetto quando sarà posto in relazione ad altri stimoli, in
compagnia di altri ricordi, che si ritroveranno come vecchi amici che
dialogheranno; stringeranno alleanze e faranno combutta.
C’è un tornaconto, in tutto questo, e il libraio scaltro lo
sa bene: libro chiama libro. È statisticamente quasi impossibile che una
persona che abbia comprato un libro, non torni, prima o poi, a comprarne un
altro. Magari in una libreria diversa, in un’altra città, su una bancarella o
nell’edicola di una stazione. Ma il principio è salvo. Il piacere della lettura
si è installato in quella mente e, un giorno o l’altro, reclamerà di essere soddisfatto.
La vecchia Tina non aveva tutte queste malizie, né pensieri
contorti sulle strategie di mercato. Le bastava stare tra i suoi libri, che
ormai erano intrisi degli odori di casa. Si erano presi, nell’arco di un lungo
tempo, il profumo del minestrone, quando lei aveva lasciato aperta la porta
della cucina per dare un’occhiata al negozio. Quello del pesce fritto della
rosticceria di fronte, ma anche quello dei dolci e del caffè del bar accanto.
Tutti questi sapori si erano come incorporati nelle pagine, entrati nelle
porosità della carta uso mano, nelle molecole dei cartonati, insediati
stabilmente nelle coste sbiadite dal sole dei rilegati a filo refe.
Un libro della Tina si riconosceva dall’odore, proprio per
questa particolare fragranza inconsueta che lo accompagnava. Incontravi
qualcuno per strada e, se mostravi il libro appena acquistato, non c’era bisogno
di dare altre spiegazioni. “Ah, l’hai preso dalla Tina! Si sente…” Anche quando
era ormai stabilmente accasato in uno scaffale privato, stretto tra altri
libri, faticava a nascondersi. Manteneva ostinatamente l’impronta originale e
tardava ad acclimatarsi, tanto che gli altri libri sembrava quasi che lo
guardassero in tralice e si tappassero il naso con una smorfia di disgusto.
Anche per questo era difficile sottrarre alla Tina uno dei
suoi tesori. Quando si chiedeva un titolo, la prima reazione era un “Un c’è
mica!” bello secco, che avrebbe lasciato chiunque a corto di argomenti, costringendolo
a desistere. Allora bisognava cominciare una sorta di corteggiamento, con varie
fasi di avvicinamento a largo raggio, consistente in una conversazione
amichevole su alcuni temi topici, quali il tempo, il caldo o il freddo, a
seconda delle stagioni, e poi, via via, qualche scrittore che era passato di lì
(perché la Tina
vantava una frequentazione di tutto rispetto degli intellettuali di grido) e,
infine, i libri. Si andava sempre a parlare di libri, con la Tina, sia che si partisse
dall’ultimo tedesco affogato in mare, e che la corrente aveva buttato sugli
scogli, sia che si disquisisse di abiti all’ultima moda. Allora, timidamente,
voltati verso gli scaffali ricolmi, traboccanti di volumi messi di traverso,
tanto da non riuscire neppure leggere i titoli sulla costa, si tornava con un
filo di voce a parlare di “quel” titolo, come di una cosa tanto agognata, di
cui si disperava ormai di trovare un esemplare. Sempre fingendo interesse per
altri volumoni, che si traevano dalle scansie sovraccariche e poi si
rimettevano a posto con cura, tra uno sbuffo di polvere e un effluvio di cavolfiore
d’annata, era prassi si continuasse la lamentazione con toni rinunciatari, e
allora la Tina,
come presa da subitanea compassione, si alzava con lentezza dal suo seggiolone
vicino alla vetrina, faceva due passi dondolando sulle vecchie anche, allungava
la mano sotto il banco e, quasi senza guardare, tirava fuori il sospirato
titolo che non avremmo mai trovato da soli. “Eccolo qua,” sospirava con voce
rassegnata, consapevole che il suo gesto pietoso le sarebbe costato una perdita
irrimediabile, definitiva. A guardare quegli occhi tristi che ti davano il
resto, veniva voglia di restituire il maltolto o di proporre di prendere il
libro in prestito, solo per qualche giorno, giusto il tempo di leggerlo. E
molti clienti devono aver avuto la stessa sensazione, se i suoi affari sono
sempre andati peggiorando, al punto da dover chiudere.
Il fatto è che, con quella politica rigidamente
conservatrice, la libreria della Tina era l’unica in cui si potessero trovare
titoli fuori catalogo, esemplari intonsi ed esauriti da tempo, rare copie di
volumi ritirati dall’editore, che per qualche strano e incomprensibile mistero,
trovavano lì dentro, in quel fondo oscuro e polveroso, una testimonianza
d’esistenza terrena.
L’altra grande passione della Tina erano le penne. C’era una
vetrinetta chiusa a chiave, sul fondo del locale, dove erano ammassate decine
di penne stilografiche nei loro astucci aperti. Perché, a dire il vero, la sua
era più propriamente una cartoleria, o meglio una “cartolibreria”, come tendeva
a precisare.
Vendeva volentieri quaderni e penne biro, fogli da disegno,
matite e piccoli oggetti di cancelleria. Il tutto in mezzo a quei libri
soffocanti che finivano per divenire lo sfondo del negozio, l’arredo o una
comodità precaria per scrivere o appoggiarsi. Ci si abbandonava su una pila di
volumi enciclopedici per guardare più su nello scaffale, o per sedersi un momento,
se si era stanchi di stare in piedi. Si usava un libro d’arte, fuori commercio
da una dozzina d’anni, per provare, su un fogliaccio, il funzionamento di una
penna a sfera. Si utilizzavano tascabili di diverso spessore per ottenere un
perfetto ripiano orizzontale, su cui posare un vassoio di caffè (d’inverno) o
di gazzose (d’estate).
Alle penne teneva moltissimo. Conosceva tutte le marche ed
era aggiornatissima in fatto di tecniche e di prezzi. Erano stilografiche da
collezione o da particolari occasioni (comunione, diplomi, lauree) quelle che
stavano ben chiuse nella vetrinetta, dai prezzi inaccessibili, a differenza dei
libri, che invece continuavano a mostrare i prezzi vecchi, senza cartellini
incollati sopra per adeguarli al catalogo. Forse perché le penne non avevano un
prezzo stampato sopra, o forse solo perché i libri erano talmente tanti che le
restava impossibile tenere il passo con gli adeguamenti di listino.
Frugando un po’, sotto l’occhio vigile della Tina, si
potevano trovare prime edizioni a poche lire che sembrava un furto portare via,
approfittando dell’ingenuità della proprietaria. Qualcuno doveva averglielo detto
e la Tina, che
lo sapeva benissimo ma che non se ne curava, si doveva esser sentita presa in giro.
Così da un giorno all’altro, tra lo stupore rammaricato di noi ragazzi (quei
pochi che amavano i libri e si erano già fatti una bibliotechina in casa), entrando
dalla Tina con la solita falsa condiscendenza, si trovò lo stesso disordine
multicolore di titoli e di formati, ma rivoluzionato nei prezzi. La vecchina aveva
un sorrisetto furbo sulle labbra che sembrava dire “Adesso vi ho fregato per
bene!” e mostrava i suoi volumi polverosi con le etichette dei prezzi
aggiornati e, talvolta, eccessivi. Moltiplicati di dieci o persino di cento
volte. Perché non si era basata sui cataloghi (troppo faticoso, anche per colpa
della vista), ma arbitrariamente, secondo il proprio giudizio, sulla qualità
del volume o sull’affetto che portava nei confronti di questo o quell’autore.
Così finì anche quella risorsa di libri a buon mercato,
diventati inaccessibili come le penne stilografiche, e dalla Tina si andava
solo per fare conversazione, per sentire le ultime notizie sui grandi scrittori
che aveva conosciuto o semplicemente per passare una mezz’ora all’ombra, quando
fuori sulla strada faceva troppo caldo.